Famiglia Cristiana 5-2008
Non si parla di futuro, dice mons. Miglio,
«ci si blocca su procedure e strategie.
E c'è troppa contrapposizione».
Arrigo Miglio
« Ho l'impressione che non si governino i problemi, che la classe politica italiana si applichi troppo alle procedure e alle strategie, che spesso si risolvono in modi per mantenere il potere. E alla fine i cittadini si stufano. Vedo in giro tanta sfiducia. E temo che si traduca nella fuga dalla politica, nel qualunquismo, nell'individualismo e nell'astensione in occasione del voto».
Monsignor Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea, presidente della Commissione per il lavoro, i problemi sociali, la giustizia e la pace della Conferenza episcopale italiana, è preoccupato del clima di contrapposizione a tutti i costi che si respira nel Paese.
Torna dal Consiglio permanente dei vescovi italiani, nel quale il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, ha proposto un'analisi severa, senza neppure tanta diplomazia, parlando di un Paese "sfilacciato" e "frammentato", che ha paura del futuro e che rischia di cadere in un "fatalistico declino". -
Monsignor Miglio, partiamo dalle contrapposizioni...
«È inutile negarlo: le contrapposizioni rigide ci sono. Perché c'è sfiducia nelle idee e si procede per interessi contrapposti, ovviamente di parte. E non parlo soltanto degli interessi economici. In questo modo, la soluzione dei problemi viene sempre rimandata. Ma ciò fa implodere i Governi. Oggi è difficile
governare proprio perché ci si blocca sulle procedure e sulle strategie». -
Quindi il tema della legge elettorale non è centrale?
«È stato trascinato in discussioni infinite per troppo tempo. E ora è un tema bruciato, perché la gente non ne vuole sentire parlare. Resta un aspetto del problema, visto l'esito delle precedenti elezioni. Sicuramente, con questa legge elettorale non andremo lontano. Ma perché non si è affrontato subito il problema, invece di aspettare?».
Perché?
«Manca chiarezza. È mancato lo sforzo di un ragionamento comune sulle regole e quando si è visto che era indispensabile era ormai troppo tardi. Poi, osservo che i partiti e le coalizioni sembrano voler tutto e il contrario di tutto. La capacità di scegliere è sparita. Nessuno rischia più per fare scelte. Tutti tendono solo a proteggersi, muro contro muro».
Un Paese "sfilacciato"... Ha ragione monsignor Bagnasco?
«Certo che ha ragione. Ha usato l'espressione "Paese a coriandoli": esattamente la stessa che ha proposto il Censis nel suo ultimo Rapporto. Sulla scena della politica non sono apparse quelle poche cose in grado di tenere unito il Paese, verso cui tendere insieme. Nessuno ha capito qual è il bene co mune da costruire. E il bene comuni non è accontentare tutti i partiti dell, maggioranza e dell'opposizione».
Vuol dire che sui grandi temi che in teressano le famiglie, e cioè prezzi, se lari, contratti, non si è governato?
«Qualcosa si è fatto, forse con troppo affanno. Ma è mancata una visione corale. Bisognava occuparsi delle fami-glie, perché in questo modo ci si occupava di prezzi, salari, precariato, fisco. Invece sulla famiglia è andato in scena uno scontro ideologico. Noi più volte abbiamo sollecitato la politica a occu-parsi della famiglia. Siamo stati accusati dagli uni di difendere posizioni confes-sionali, mentre gli altri hanno strumen-talizzato molte nostre affermazioni per questioni di strategia politica. Tutto questo, inoltre, ci fa pensare talvolta che i cattolici in questo Paese siano con-siderati "cittadini di Serie B", incapaci di indicare i veri problemi di fondo per il bene del Paese».
Ma non è stato sempre così.
I cattolici hanno contribuito con un ruolo di primo piano a formare le istituzioni della Repubblica italiana...
«Verissimo, fin dal secolo XTX i cattolici hanno lavorato alla costruzione del bene comune: pensiamo al campo del-l'educazione, dell'assistenza, dell'emarginazione. Chi si occupava di questi ambiti? Anche in tempo di non expedit sono sempre stati leali cittadini. Eppure, ogni tanto, come un fiume carsico che a volte torna in superficie, ecco l'accusa ai cattolici di ingerenza, di non essere fedeli allo Stato laico, magari di essere stati poco impegnati nella Resistenza, di voler imporre a tutti quanti una loro visione etica eccetera. La storia ha già dimostrato l'infondatezza di quest'analisi. Eppure ritorna. C'è paura del cristianesimo, della tradizione culturale, giuridica e politica dei cristiani? Questo sarebbe ben più grave delle accuse di ingerenza che vengono spesso rivolte alla Conferenza episcopale».
Cosa bisogna fare?
«Forse è arrivato il tempo di proporre di nuovo, come venne fatto all'inizio degli anni Ottanta con il documento La Chiesa italiana e le prospettive del Paese, una riflessione corale, responsabile e autorevole sulla situazione italiana. In fondo, Benedetto XVI ci ha offerto due prospettive interessanti in questo senso: la carità e la speranza».
Secondo lei si ragiona poco di progetti, oggi in Italia?
«Sì. Non si parla di futuro. Quando denunciamo la crisi della speranza, diciamo esattamente che una cultura del progetto è sparita dall'orizzonte».
I cattolici cosa devono fare? Un nuovo partito? La Cosa bianca?
«Non mi sento competente per entra-re in considerazioni del genere. Mi pare che oggi i cattolici impegnati in politica e nel sociale debbano saper argomentare, come dice il Papa, declinando le parole-chiave della dottrina sociale della Chiesa con la ragione. Non basta essere d'accordo per ubbidienza o per rispetto dell'autorità. I cosiddetti "valori non ne-goziabili" non sono valori confessionali, ma ragionevoli, che interessano tutti. Poi si lavorerà sul terreno della mediazione, anche politica. Oggi, invece, siamo ancora troppo spesso e nefastamente divisi tra chi difende i valori cosidde-ti etici e chi difende i valori cosiddetti sociali. Sbagliato. La famiglia non è un valore solo etico ma sociale, come la vita umana, e la pace non è solo un valore sociale ma etico e irrinunciabile. Anzitutto noi cattolici dobbiamo approfondire questi aspetti, senza paura di fare autocritica. Benedetto XVI ci offre un grande aiuto per capire».
Su cosa bisogna puntare?
«Due attenzioni importanti devono essere rivolte ai giovani e agli immigrati. Crediamo veramente nei giovani? Al-lora dobbiamo occuparci molto di più di famiglie e di lavoro, ma anche di ed-cazione. Gli immigrati, poi, non possono continuare a essere accolti con politiche che sono contradditorie: utili per tanti lavori ma, insieme, ancora tollerati. Introduciamoli nella nostra Costituzione, così saremo costretti anche noi a riscoprirla. Impariamo a condividere con loro il meglio della nostra cultura e della nostra tradizione».
A.BO.
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