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IL SOCIOLOGO FRANCO GARELLI: LA FIDUCIA NON E IN CALO GLI ITALIANI CONTINUANO AD APPREZZARE LA CHIESA |
Famiglia Cristiana n°5-2008 Non è vero quello che hanno lasciato intendere alcuni
sondaggi, Smentisce il professor Franco Garelli, sociologo e preside della facoltà di Scienze politiche dell'Università di Torino: «No, l'apprezzamento da parte degli italiani per la Chiesa non è in discesa, come hanno fatto intendere alcuni recenti sondaggi». E rivela il dato di un'ampia ricerca sulla religiosità in Italia a cui sta ancora lavorando, che attesta il gradimento al 63 per cento: «Un dato costante». Neppure ci sta ad accettare la logica che considera i cattolici cittadini di serie B. Spiega: «Trent'anni fa si diffondeva l'idea che la fede e la religione fossero un residuo, qualcosa che non aveva la dignità di entrare a far parte del dibattito pubblico. Oggi, invece, hanno rilevanza pubblica maggiore e sono considerate risorse per la società». L'opinione può sorprendere in tempi di contrapposizioni, ma Garelli osserva: «Il fenomeno non appare di solito, ma i cattolici seri sono ritenuti dalla gente persone affidabili, per esempio, a gestire ruoli delicati di mediazione sociale e pubblica: sindaci, assessori, presidi discuola, professori universitari, presidi di facoltà. Sono molti di più di quelli che immaginiamo, perché assumono in sé la caratteristica di "uomini-ponte" proprio per la loro formazione». Eppure l'Italia viene descritta come un Paese di barricate, cattolici e laici trincerati su opposte sponde. E qualche ragione c'è, annota il sociologo: «La Chiesa, chiusa l'esperienza della Democrazia cristiana, ha giocato in proprio e in modo innovativo nelle discussioni su difesa della vita, identità dell'uomo, rischi della tecnica. Ma è stata considerata un soggetto quasi non autorizzato a parlare, poiché taluni, a torto, ritengono che manchi di rappresentatività popolare. Ciò ha accentuato il conflitto nella società, provocando un'ondata di anticlericalismo, che reclama il silenzio per la Chiesa e una limitazione alla sua militanza, rappresentata da gruppi, associazioni e movimenti». Tuttavia, tornare a prefigurare il passato è assai difficile e un partito dei cattolici all'epoca del bipolarismo è un'ipotesi impraticabile: «Certo», è l'analisi di Garelli, «tutto potrebbe essere più facile per la Chiesa, se qualcuno mediasse pei lei. In realtà le convergenze trasversali dei cattolici sparsi nei due poli faticane a concretizzarsi. Di qui i continui richia mi dei vescovi al voto di coscienza, svincolato dalle logiche degli schierament e dalla disciplina dei partiti. Il nodo d. affrontare è quello dei "valori non nege ziabili" alla prova del pluralismo». Il rischio dei recinti Il compito non è facile. Occorre un laicato ben preparato. Ma qualche cosa venuto a mancare in questi ultimi anni Rileva Garelli: «Manca un progetto, cioè come tradurre le tensioni dei valori in mediazioni politiche. Ma credo che il partito oggi non serva. La situazione è tale che avrebbe pochissimi voti. Sarebbe un partito di testimonianza che non inciderebbe nelle scelte della politica». Il rìschio è che la Chiesa e i cattolici si chiudano in recinti. La difesa sarebbe l'errore più grave, ma Garelli ne indica un altro: «Le istituzioni della Chiesa hanno ruolo pubblico molto attivo ma esso può mettere a repentaglio il lavoro pastorali base, magari inconsciamente, lasciando parlare solo i vescovi. Forse guadagneremo l'attenzione di qualche intellettuale ateo ma rìschiamo di perdere la base se i ragionamenti sul bene comune non si traducono in atteggiamenti quotidiani nelle parrocchie e nelle famiglie, se la pastorale giovanile è organizzata solo attorno ai grandi eventi. Invece, è nelle parrocchie che si costruisce lo stile di una presenza pubblica che permette di scrivere un prògetto sul quale si può ritrovare la maggioranza del Paese». Alberto Bobbio |
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