di Sandro Magister www.chiesa.espressonline.it
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Il papa ha pregato la Madonna del Carmelo prima dell’Angelus
di domenica 16 luglio, tra le montagne di Les Combes dove è in
vacanza.
E dopo l’Angelus ha compendiato così il giudizio della
Santa Sede sulla guerra che si è riaccesa sul fronte libanese:
“All’origine di tali spietate contrapposizioni vi sono
purtroppo oggettive situazioni di violazione del diritto e della
giustizia. Ma né gli atti terroristici né le rappresaglie,
soprattutto quando vi sono tragiche conseguenze per la popolazione
civile, possono giustificarsi”.
Da queste parole si ricava che con Benedetto XVI la politica vaticana
nei confronti dello stato di Israele non è sostanzialmente
mutata. Le innovazioni sinora introdotte da lui riguardano piuttosto
i rapporti tra le due religioni, cristianesimo ed ebraismo.
Inoltre colpisce che Benedetto XVI non difenda l’esistenza
di Israele – che i suoi nemici vogliono annientare ed è la
vera ultima posta in gioco del conflitto – con la stessa esplicita,
fortissima determinazione con cui alza ripetutamente la voce in difesa
dei principi “innegoziabili” riguardanti la vita umana.
In un anno e tre mesi di pontificato, l’unica volta in cui
il papa ha alluso ai propositi di cancellazione dell’esistenza
di Israele enunciati in particolare dal presidente iraniano Ahmadinejad è stata
in questo passaggio del discorso al corpo diplomatico del 9 gennaio
2006:
“In Terra Santa lo stato d’Israele deve poter sussistere
pacificamente in conformità alle norme del diritto internazionale;
in essa, parimenti, il popolo palestinese deve poter sviluppare serenamente
le proprie istituzioni democratiche per un avvenire libero e prospero”.
Il richiamo parallelo al popolo palestinese mette in evidenza quella
che è una costante della politica vaticana in Terra Santa: l’attenzione data ai popoli più che
ai governi. E al
popolo palestinese più che a quello israeliano. Perchè il
popolo palestinese è privo di uno stato a cui ha diritto,
mentre il popolo israeliano uno stato l’ha già e lo
difende con mezzi che la Santa Sede giudica sproporzionati, punitivi
delle popolazioni civili e irrispettosi delle norme del diritto
internazionale.
In più, negli ultimi giorni il conflitto ha riportato in
primo piano il dramma del Libano e al suo interno quello dei cristiani
libanesi, destinati a pagare un prezzo molto alto. La protezione
del Libano cristiano spiega la particolare prudenza adottata in
questi anni dalla Santa Sede nei confronti di Siria ed Iran.
Queste costanti della geopolitica vaticana affiorano tutte nella “dichiarazione” diffusa
il 14 luglio dal cardinale Angelo Sodano, segretario di stato uscente:
“Come in passato, anche la Santa Sede condanna sia gli attacchi
terroristici degli uni sia le rappresaglie militari degli altri.
Infatti, il diritto alla difesa da parte di uno stato non esime dal
rispetto delle norme del diritto internazionale, soprattutto per
ciò che riguarda la salvaguardia delle popolazioni civili.
In particolare, la Santa Sede deplora l’attacco al Libano,
una nazione libera e sovrana, ed assicura la sua vicinanza a quelle
popolazioni, che già tanto hanno sofferto per la difesa della
propria indipendenza”.
Rispetto alle parole pronunciate da Benedetto XVI all’Angelus
di due giorni dopo, in questa dichiarazione di Sodano si nota un
più marcato sbilanciamento contro Israele, al quale praticamente
si addossa l’intera responsabilità dell’allargamento
del conflitto al Libano.
Ma la cosa non sorprende, in Sodano. Il partito anti-israeliano
attivo in curia ha sempre avuto in lui un esponente di spicco.
La controprova è l’entusiasmo con cui la radiotelevisione
ufficiale di Hezbollah, “Al Manar”, ha salutato la
dichiarazione di Sodano del 14 luglio, assumendola come la posizione
di papa Benedetto XVI “difensore dei diritti dell'uomo e
modello di santità”.
Un anno fa Sodano aveva messo Benedetto XVI in ancor più cattiva
luce rispetto a Israele, preparandogli per l’Angelus del
24 luglio – anche quella volta durante le sue vacanze estive – un
monito contro gli atti terroristici compiuti nei giorni precedenti “in
vari paesi quali l’Egitto, la Turchia, l’Iraq, la Gran
Bretagna”, omettendo però di citare il sanguinoso
attentato a Netanya del 12 luglio.
Il giorno seguente il ministero degli esteri di Israele convocò il
nunzio vaticano Pietro Sambi per consegnargli una nota di protesta.
E un funzionario dello stesso ministero diffuse un commento furente.
Al che la sala stampa della Santa Sede replicò con una nota
anch’essa molto risentita, accompagnata da un allegato.
La nota giustificava così il silenzio sull’attentato
di Netanya:
“Non sempre ad ogni attentato contro Israele è stato
possibile far seguire subito una pubblica dichiarazione di condanna,
e ciò per diversi motivi, tra l’altro per il fatto che
gli attentati contro Israele talora erano seguiti da immediate reazioni
israeliane non sempre compatibili con le norme del diritto internazionale.
Sarebbe stato pertanto impossibile condannare i primi e passare sotto
silenzio le seconde”.
Per appianare le cose intervenne di persona, con Sodano, l’allora
premier israeliano Ariel Sharon. Il segretario di stato vaticano
ammise che l’omissione di Israele tra i paesi vittima del terrorismo
era stata “una svista non intenzionale”. E declassò a “dichiarazioni
un poco inappropriate di Navarro-Valls” la nota diffusa dalla
sala stampa vaticana. Questo, almeno, è quanto riferì il “Corriere
della Sera” in una corrispondenza del 26 agosto, basata su
fonti diplomatiche israeliane.
Con Israele la polemica finì lì. Continuò invece
dentro le mura vaticane. L’allora direttore della sala stampa,
Joaquín Navarro-Valls, restituì a Sodano lo schiaffo
e ribadì al “Corriere della Sera” del 28 agosto
che la nota “non l’avevo scritta io nè mi era
stata letta”. Lui era in viaggio con il papa che rientrava
dalle vacanze, “mentre quella dichiarazione veniva pubblicata
dalla segreteria di stato”.
Sarà interessante vedere se e quanto il nuovo segretario di
stato voluto da Benedetto XVI, il cardinale Tarcisio Bertone, correggerà l’orientamento
anti-israeliano del suo predecessore.
In particolare, sarà interessante vedere se in Vaticano,
col nuovo segretario di stato e col nuovo ministro degli esteri,
acquisteranno più peso i rappresentanti di una linea più comprensiva
delle ragioni di Israele.
Uno di questi è il religioso francescano David Maria Jaeger,
ebreo di nascita, cittadino israeliano, esperto di diritto internazionale
e da molti anni principale negoziatore per la Santa Sede con le
autorità d'Israele.
Un altro è il professor Vittorio E. Parsi, docente di relazioni
internazionali all’Università Cattolica di Milano
ed editorialista del quotidiano della conferenza episcopale italiana, “Avvenire”.
Di Parsi è di grande interesse l’editoriale pubblicato
su “Avvenire” del 19 luglio, in cui spiega perchè Israele
abbia risposto così duramente all’attacco di Hezbollah:
Le ragioni di Israele
di Vittorio E. Parsi
Che cosa significa "capire le ragioni di Israele"? Significa
anzitutto comprendere perché Israele ricorra così sistematicamente
all'uso della forza. A partire da una considerazione evidente. Nelle
decisioni che riguardano la sua sicurezza, lo stato ebraico è sottoposto
a una duplice tensione: quella tra logica di breve e logica di lungo
periodo, e quella tra sistema politico regionale – il Medio
Oriente – e sistema politico internazionale.
In termini di lungo periodo, Israele sa benissimo che la forza
militare non può garantire la sua sicurezza: una serie infinita di
guerre (1948, 1956, 1967, 1973, Libano 1982, prima e seconda intifada)
sono lì a dimostrarlo. Nonostante le numerose, schiaccianti
vittorie militari, Israele continua a essere circondato in gran
parte da nemici che ne desiderano la semplice sparizione.
Probabilmente il massiccio ricorso alla forza da parte israeliana
ha contribuito ad alimentare l'odio da parte dei suoi vicini, e
a rendere ancora più difficile il perseguimento della sicurezza
nel lungo periodo. Perché, nel lungo periodo, la sola garanzia
definitiva per la sicurezza di Israele passa dal riconoscimento da
parte dei vicini. Ma, nel breve periodo, la forza è stato
il solo strumento che ha consentito la sopravvivenza di Israele.
L'amara realtà è che, nella regione mediorientale,
la presenza di Israele è ritenuta "provvisoria",
e la garanzia della sopravvivenza dello stato ebraico è riposta – per
quanto sia amaro dirlo – nella sua superiorità militare.
Ben diverse sono le cose a livello di sistema internazionale, dove
Israele è giustamente considerato uno stato pienamente legittimo,
e dove l'uso della forza è fortunatamente sempre meno accettato,
al punto che la frequenza con cui Israele vi ricorre finisce con
l'isolarlo.
È vero: la comunità internazionale sostiene in larga
misura il diritto alla sicurezza di Tel Aviv. Ma che cosa fa per
garantirne la sopravvivenza nel breve periodo e per ricondurre
il Medio Oriente alla stessa logica del sistema internazionale? Poco
o nulla.
E, d'altra parte, il crescere dell'isolamento internazionale di
Israele rafforza nella regione il partito dei tanti che sognano
di "buttare
a mare gli ebrei", per usare le eleganti parole di Ahmadinejad,
il presidente di quell'Iran che alcuni vorrebbero come "mediatore" della
crisi.
Con la sua durissima reazione agli attacchi di Hetzbollah, Israele
ha voluto provocare deliberatamente il cortocircuito tra le logiche
di lungo e di breve periodo, del sistema regionale e del sistema
internazionale.
Olmert chiede che il Libano sia davvero uno "stato sovrano",
capace di garantire che il suo territorio non costituisca un santuario
per i terroristi, oppure che la comunità internazionale
si faccia carico del problema.
Quanto siamo disposti a fare per trasformare il diritto alla sopravvivenza
di Israele in un diritto alla sicurezza, uscendo irreversibilmente
da una condizione di continua emergenza a favore di una di normalità?
Certo è che il successo dei terroristi e dei loro padrini
politici non va in tale direzione e impedisce la realizzazione del
diritto dei palestinesi a un loro stato. L'invio di un contingente
militare internazionale è utile solo se esso sarà dotato
degli strumenti e del mandato politico adeguati per verificare disarmo
o riposizionamento delle milizie nel Libano del Sud (Risoluzione
Onu 1599), senza i quali ogni tregua fornirà solo la rincorsa
per nuova violenza.
Si tratta, niente di meno, che di costruire anche in Medio Oriente
quelle condizioni che spingono i più forti alla "moderazione
strategica" in cambio della collaborazione dei più deboli
a un ordine giusto, del quale partecipino nei costi e nei benefici,
nei diritti e nelle responsabilità.
* * *
Questa è invece l’analisi di padre Jaeger, in un’intervista
rilasciata il 15 luglio a Daniele Rocchi per “Incroci News”,
il settimanale on line dell’arcidiocesi di Milano:
“Reazioni dolorose ma misurate”
Intervista con padre David Maria Jaeger
D. – Quali conseguenze porterà l’apertura
del fronte libanese nella difficile situazione della regione?
R. – Stiamo assistendo a un aumento qualitativo di gravità.
Israele ritiene di essere stato aggredito non più da un’organizzazione
militante, Hezbollah, ma dallo stesso stato del Libano, e ha deciso
di rispondere in base a questa valutazione. Non gli mancano gli argomenti
per questo giudizio: Hezbollah – si ribadisce in Israele – è parte
integrante delle istituzioni libanesi, compresi parlamento e governo.
Lo stato libanese, inoltre, non ha voluto prendere il controllo sul
sud del paese, confinante con Israele, e lo ha effettivamente consegnato
nelle mani di Hezbollah. Più volte l’ONU, gli Stati
Uniti e l'Europa hanno reclamato, invano, dallo stato libanese di
disarmare Hezbollah, che viene finanziato e rifornito dall'Iran,
e di riprendersi il controllo del sud. Ora – dicono gli israeliani – se
non si decide in extremis ad affermare la propria sovranità su
questa organizzazione armata che è al servizio di uno stato
straniero votato alla distruzione dello stato ebraico, il Libano
rischia di veder reso vano tutto il suo faticoso, costoso e promettente
lavoro di ricostruzione degli ultimi vent’anni. Il primo ministro
israeliano Ehud Olmert, con passato nella destra nazionalista, sembra
essere quasi l’unica voce moderata, promettendo reazioni
dolorose ma misurate.
D. – Chi è destinato a soccombere?
R. – I palestinesi. Sono essi i grandi perdenti dell’iniziativa
bellica di Hezbollah, che ha distolto l’attenzione dall’emergenza
umanitaria a Gaza e potrebbe aver fatto deragliare i negoziati semisegreti
miranti non solo al rilascio del caporale Gilad Shalit, ma anche
a un cessate il fuoco generale nella striscia di Gaza e dintorni,
al rilascio di un numero imprecisato di detenuti palestinesi e a
un pur modesto spiraglio di tempi alquanto migliori. In ogni caso,
anche se al termine dell’attuale ennesimo scontro armato su
più fronti si arrivasse al rilascio di detenuti palestinesi
in cambio dei soldati israeliani catturati, il merito sarà rivendicato
da Hezbollah, e non più dal governo palestinese che fa capo
ad Hamas. Nessuno perde più di Hamas, che sperava nella liberazione
dei suoi prigionieri per potersi accreditare di nuovo presso la popolazione
palestinese, e invece rischia di essere aggirato e superato da formazioni
ancor più militanti.
D. – Che cosa può fare il presidente
palestinese Abu Mazen?
R – Il presidente Abu Mazen sembrerebbe ormai ridotto quasi
all’impotenza. È vero che ancora dispone di relativamente
formidabili forze di sicurezza, che si è solo astenuto da
invocare. Ma non vi è dubbio che, soprattutto per lui, l’ipotesi
dell’autoscioglimento dell'Autorità Nazionale Palestinese
deve essere molto attraente. In fondo, l’ANP è stata
creata dagli accordi di Oslo soltanto come struttura interinale per
amministrare temporaneamente alcune porzioni dei Territori Occupati,
in attesa dell’accordo di pace definitivo tra Israele e la
Palestina, allora previsto per il 1999, e poi rimandato al 2000.
Dichiarare la fine dell'ANP, inoltre, sgombrerebbe il campo dall’ambiguo
rapporto tra l’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione
della Palestina, e l’ANP, e restituirebbe pienamente all’OLP
il suo ruolo formale, mai disdetto, di unico rappresentante legittimo
del popolo palestinese sulla scena internazionale, competenza riconosciutagli
da tutti, compreso, dal 1993, Israele. L'autoscioglimento dell’ANP,
poi, annullerebbe di fatto il significato formale della recente vittoria
elettorale di Hamas, ed eserciterebbe enorme pressione su Israele
per riprendere i negoziati di pace con Abu Mazen e con l’OLP,
che egli presiede.
D. – Giudica possibile una tregua in
questa fase?
R. – Le tregue sono sempre possibili e nella storia di questo
conflitto multiplo sono sempre avvenute. Ma l’unica vera via
d’uscita è la pace, che richiede, come ha detto il papa
nell’Angelus del 29 giugno, non solo la buona volontà dei
governi nazionali interessati, ma anche il generoso contributo della
comunità internazionale. Ora più che mai spetta a quest’ultima
mobilitarsi, operare saggiamente e instancabilmente per accompagnare
le nazioni così provate nel cammino verso la pace giusta
e duratura.