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Il Papa a Ratisbona
: discorsi ed omelie
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/travels/2006/index_germania_it.htm
Spianata della Neue Messe, München
Domenica, 10 settembre 2006
Cari fratelli e sorelle!
Innanzitutto vorrei
salutarvi tutti con affetto: sono lieto di potermi trovare di nuovo
tra voi e celebrare insieme con voi la Santa Messa. Sono lieto di poter
ancora una volta visitare i luoghi a me familiari, che hanno avuto
un influsso determinante sulla mia vita, formando il mio pensiero e
i miei sentimenti: i luoghi nei quali ho imparato a credere ed a vivere. È un’occasione
per ringraziare tutti coloro – viventi e morti – che mi
hanno guidato ed accompagnato. Ringrazio Dio per questa bella Patria
e per le persone che me l’hanno resa e me la rendono tuttora
Patria. Abbiamo appena ascoltato le tre letture bibliche che la liturgia
della Chiesa ha scelto per questa domenica. Tutte e tre sviluppano
un duplice tema, che in fondo rimane un unico tema, accentuandone – a
seconda delle circostanze – l’uno o l’altro aspetto.
Tutte
e tre le letture parlano di Dio come centro della
realtà e come
centro della nostra vita personale.
«Ecco il vostro Dio!»,
grida il profeta Isaia (35,4). La Lettera di Giacomo e il brano evangelico
dicono a loro modo la stessa cosa. Vogliono guidarci verso Dio, portandoci
così sulla retta via. Con il tema "Dio", però, è connesso
il tema sociale: la nostra responsabilità reciproca, la nostra
responsabilità per la supremazia della giustizia e dell’amore
nel mondo. Questo viene espresso in modo drammatico nella seconda lettura,
in cui Giacomo, un parente stretto di Gesù, ci parla. Egli si
rivolge a una comunità, nella quale si comincia a essere superbi,
perché in essa si trovano anche persone benestanti e distinte,
mentre c’è il pericolo che la preoccupazione per il diritto
dei poveri venga meno. Giacomo, nelle sue parole, lascia intuire l’immagine
di Gesù, di quel Dio che si fece uomo e, pur essendo di origine
davidica, cioè regale, diventò un uomo semplice tra uomini
semplici, non si sedette su un trono, ma alla fine morì nella
povertà estrema della Croce. L’amore del prossimo, che
in primo luogo è sollecitudine per la giustizia, è la
pietra di paragone per la fede e per l’amore di Dio. Giacomo
lo chiama «legge regale» (cfr 2,8) lasciando intravedere
la parola preferita di Gesù: la regalità di Dio, il dominio
di Dio. Questo non indica un regno qualsiasi che arriverà una
volta o l’altra, ma significa che Dio deve diventare la forza
determinante per la nostra vita e il nostro agire. È questo
che domandiamo, quando preghiamo: «Venga il tuo Regno».
Non chiediamo una qualche cosa lontana, che noi stessi forse non desideriamo
neanche di sperimentare. Preghiamo invece perché la volontà di
Dio determini ora la nostra volontà e così Dio regni
nel mondo; preghiamo dunque perché la giustizia e l’amore
diventino forze decisive nell’ordine del mondo. Una tale preghiera
si rivolge certamente in primo luogo a Dio, ma scuote anche il nostro
stesso cuore. In fondo, lo vogliamo davvero? Stiamo orientando la nostra
vita in quella direzione?
Giacomo chiama la «legge regale»,
la legge della regalità di Dio, anche «legge della libertà»:
se tutti pensano e vivono secondo Dio, allora diventiamo tutti uguali,
diventiamo liberi e così nasce la vera fraternità.
Isaia,
nella prima lettura, parlando di Dio parla al tempo stesso della salvezza
per i sofferenti, e Giacomo, parlando dell’ordine sociale come
espressione irrinunciabile della nostra fede, parla logicamente anche
di Dio, di cui siamo figli. Ma ora dobbiamo rivolgere la nostra attenzione
al Vangelo che racconta la guarigione di un sordo-muto da parte di
Gesù. Anche lì incontriamo di nuovo i due aspetti dell’unico
tema. Tutta la vicenda presenta
però ancora
una dimensione più profonda, che i Padri della Chiesa hanno
messo in luce con insistenza e che concerne in modo speciale anche
noi oggi. I Padri parlano degli uomini e per gli uomini del loro tempo.
Ma quello che dicono riguarda in modo nuovo anche noi uomini moderni. . Noi, semplicemente, non riusciamo più a sentirlo – sono
troppe le frequenze diverse che occupano i nostri orecchi. Quello che
si dice di Lui ci sembra pre-scientifico, non più adatto al
nostro tempo.
Il Vangelo ci racconta che Gesù pose le dita
negli orecchi del sordomuto, mise un po’ della sua saliva sulla
lingua del malato e disse: «Effatà – Apriti!».
L’evangelista ha conservato per noi l’originale parola
aramaica che Gesù allora pronunciò, trasferendoci così direttamente
in quel momento. Quello che lì viene raccontato è una
cosa unica, e tuttavia non appartiene ad un passato lontano: la stessa
cosa Gesù la realizza in modo nuovo e ripetutamente anche oggi.
Ci
introduce nella comunità di coloro che sono capaci di ascoltare
e di parlare; ci introduce nella comunione con Gesù stesso che,
unico, ha visto Dio e quindi ha potuto parlare di Lui (cfr Gv 1,18):
mediante la fede, Gesù vuole condividere con noi il suo vedere
Dio, il suo ascoltare il Padre e parlare con Lui.
Il Vangelo ci
invita a renderci conto che in noi esiste un deficit riguardo alla
nostra capacità di percezione – una carenza che inizialmente
non avvertiamo come tale, perché appunto tutto il resto si raccomanda
per la sua urgenza e ragionevolezza; perché apparentemente tutto
procede in modo normale, anche se non abbiamo più orecchi ed
occhi per Dio e viviamo senza di Lui.
Ma è vero che tutto procede
semplicemente, quando Dio viene a mancare nella nostra vita e nel nostro
mondo? Prima di porre ulteriori domande vorrei raccontare un po’ delle
mie esperienze negli incontri con i Vescovi di tutto il mondo. La Chiesa
cattolica in Germania è grandiosa nelle sue attività sociali,
nella sua disponibilità ad aiutare ovunque ciò si riveli
necessario. Sempre di nuovo, durante le loro visite "ad limina",
i Vescovi, ultimamente quelli dell’Africa, mi raccontano con
gratitudine della generosità dei cattolici tedeschi e mi incaricano
di rendermi interprete di questa loro gratitudine. Anche i Vescovi
dei Paesi Baltici, venuti recentemente, mi hanno parlato di come i
cattolici tedeschi li hanno aiutati in modo grandioso nella ricostruzione
delle loro chiese gravemente fatiscenti a causa dei decenni di dominio
comunista. Ogni tanto, però, qualche Vescovo africano dice: «Se
presento in Germania progetti sociali, trovo subito le porte aperte.
Ma se vengo con un progetto di evangelizzazione, incontro piuttosto
riserve». Ovviamente esiste in alcuni l’idea che i progetti
s ociali siano da promuovere con massima urgenza, mentre le cose che
riguardano Dio o addirittura la fede cattolica siano cose piuttosto
particolari e di minor importanza. Tuttavia l’esperienza di quei
Vescovi è proprio che l’evangelizzazione deve avere la
precedenza, che il Dio di Gesù Cristo deve essere conosciuto,
creduto ed amato, deve convertire i cuori, affinché anche le
cose sociali possano progredire, affinché s’avvii la riconciliazione,
affinché – per esempio – l’Aids possa essere
combattuto affrontando veramente le sue cause profonde e curando i
malati con la dovuta attenzione e con amore. Il fatto sociale e il
Vangelo sono inscindibili tra loro. Dove portiamo agli uomini soltanto
conoscenze, abilità, capacità tecniche e strumenti, là portiamo
troppo poco. Allora sopravvengono ben presto i meccanismi della violenza,
e la capacità di distruggere e di uccidere diventa la capacità prevalente
per raggiungere il potere – un potere che una volta o l’altra
dovrebbe portare il diritto, ma che non ne sarà mai capace.
In questo modo ci si allontana sempre di più dalla riconciliazione,
dall’impegno comune per la giustizia e l’amore. I criteri,
secondo i quali la tecnica entra a servizio del diritto e dell’amore,
si smarriscono; ma è proprio da questi criteri, che tutto dipende:
criteri che non sono soltanto teorie, ma che illuminano il cuore portando
così la ragione e l’agire sulla retta via.
Le popolazioni
dell’Africa e dell’Asia ammirano le nostre prestazioni
tecniche e la nostra scienza, ma al contempo si spaventano di fronte
ad un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell’uomo,
ritenendo questa la forma più sublime della ragione, da imporre
anche alle loro culture. La vera minaccia per la loro identità non
la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel
cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà ed
eleva l’utilità a supremo criterio morale per i futuri
successi della ricerca.
Cari amici, questo cinismo non è il
tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano e
che tutti noi desideriamo! La tolleranza di cui abbiamo urgente bisogno
comprende il timor di Dio – il rispetto di ciò che per
altri è cosa sacra. Questo rispetto per
ciò che gli altri
ritengono sacro presuppone che noi stessi impariamo nuovamente il timor
di Dio. Questo senso di rispetto può essere rigenerato nel mondo
occidentale soltanto se cresce di nuovo la fede in Dio, se Dio sarà di
nuovo presente per noi ed in noi. Questa fede non la imponiamo a nessuno.
Un simile genere di proselitismo è contrario al cristianesimo.
La fede può svilupparsi soltanto nella libertà. Facciamo
però appello alla libertà degli uomini di aprirsi a Dio,
di cercarlo, di prestargli ascolto. Noi qui riuniti chiediamo al Signore
con tutto il cuore di pronunciare nuovamente il suo «Effatà!»,
di guarire la nostra debolezza d’udito per Dio, per il suo operare
e per la sua parola, di renderci capaci di vedere e di ascoltare. Gli
chiediamo di aiutarci a ritrovare la parola della preghiera, alla quale
ci invita nella liturgia e la cui formula essenziale ci ha donato nel
Padre nostro.
Il mondo ha bisogno di Dio. Noi abbiamo bisogno di Dio.
Di quale Dio? Nella prima lettura, il profeta si rivolge a un popolo
oppresso dicendo: «La vendetta di Dio verrà» (cfr
35,4). Noi possiamo facilmente intuire come la gente si immaginava
tale vendetta. Ma il profeta stesso rivela poi in che cosa essa consiste:
nella bontà risanatrice di Dio. La spiegazione definitiva della
parola del profeta, la troviamo in Colui che è morto sulla Croce:
in Gesù, il Figlio di Dio incarnato. La sua "vendetta" è la
Croce: il "No" alla violenza, «l’amore fino alla
fine». È questo il Dio di cui abbiamo bisogno. Non veniamo
meno al rispetto di altre religioni e culture, al profondo rispetto
per la loro fede, se confessiamo ad alta voce e senza mezzi termini
quel Dio che alla violenza oppone la sua sofferenza; che di fronte
al male e al suo potere innalza, come limite e superamento, la sua
misericordia. A Lui rivolgiamo la nostra supplica, perché Egli
sia in mezzo a noi e ci aiuti ad essergli testimoni credibili. Amen!
Spianata dell’Islinger Feld, Regensburg
Martedì, 12 settembre 2006
Cari fratelli nel ministero episcopale e sacerdotale!
Cari fratelli e sorelle!
"Chi crede non è mai solo". Permettetemi di riprendere
ancora una volta il motto di questi giorni e di esprimere la mia gioia
perché qui possiamo vederlo realizzato: la fede ci riunisce
e ci dona una festa. Ci dona la gioia in Dio, la gioia per la creazione
e per lo stare insieme. Io so che in precedenza questa festa ha richiesto
molta fatica e molto lavoro. Attraverso i resoconti dei giornali ho
potuto un po' rendermi conto di quante persone hanno impegnato il loro
tempo e le loro forze per preparare questa spianata in modo così degno;
grazie a loro c’è la Croce qui sulla collina come segno
di Dio per la pace nel mondo; le vie di accesso e di partenza sono
libere; la sicurezza e l'ordine sono garantite; sono stati approntati
alloggi ecc. Non potevo immaginare – e anche adesso lo so solo
sommariamente – quanto lavoro fin nei minimi particolari sia
stato necessario perché potessimo ora trovarci tutti insieme
in questo modo. Per tutto ciò non posso che dire semplicemente "Grazie
di cuore!". Il Signore Vi ricompensi per tutto, e la gioia che
noi ora possiamo sperimentare grazie alla vostra preparazione, ritorni
centuplicata a ciascuno di voi! Mi sono commosso, quando ho sentito
quante persone, in particolare delle scuole professionali di Weiden
ed Amberg, come anche ditte e singole persone, uomini e donne, hanno
collaborato per abbellire anche la mia piccola casa e il mio giardino.
Un po' confuso di fronte a tanta bontà, posso anche in questo
caso dire soltanto un umile "Grazie!" per un tale impegno.
Non avete fatto tutto ciò per un singolo uomo, per la mia povera
persona; in definitiva, l'avete fatto nella solidarietà della
fede, lasciandovi guidare dall'amore per Cristo e per la Chiesa. Tutto
questo è un segno di vera umanità, che nasce dall'essere
toccati da Gesù Cristo.
Ci siamo riuniti per una festa della fede. Ora, però, emerge
la domanda: Ma che cosa crediamo in realtà? Che cosa significa:
credere? Può una tale cosa di fatto ancora esistere nel mondo
moderno? Vedendo le grandi "Somme" di teologia redatte nel
Medioevo o pensando alla quantità di libri scritti ogni giorno
in favore o contro la fede, si è tentati di scoraggiarsi e di
pensare che questo è tutto troppo complicato. Alla fine, vedendo
i singoli alberi, non si vede più il bosco. Ed è vero:
la visione della fede comprende cielo e terra; il passato, il presente,
il futuro, l'eternità – e perciò non è mai
esauribile. E tuttavia, nel suo nucleo è molto semplice. Il
Signore stesso, infatti, ne ha parlato col Padre dicendo: "Hai
voluto rivelarlo ai semplici – a coloro che sono capaci di vedere
col cuore" (cfr Mt 11,25). La Chiesa, da parte sua, ci offre una
piccolissima "Somma", nella quale tutto l'essenziale è espresso: è il
cosiddetto "Credo degli Apostoli". Esso viene di solito suddiviso
in dodici articoli – secondo il numero dei dodoci Apostoli – e
parla di Dio, Creatore e Principio di tutte le cose, di Cristo e la
sua opera della salvezza, fino alla risurrezione dei morti e alla vita
eterna. Ma nella sua concezione di fondo, il Credo è composto
solo di tre parti principali, e secondo la sua storia non è nient'altro
che un'amplificazione della formula battesimale, che lo stesso Signore
risorto consegnò ai discepoli per tutti i tempi quando disse
loro: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole nel
nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19).
In questa visione si dimostrano due cose: la fede è semplice.
Crediamo in Dio – in Dio, principio e fine della vita umana.
In quel Dio che entra in relazione con noi esseri umani, che è la
nostra origine e il nostro futuro. Così la fede, contemporaneamente, è sempre
anche speranza, è la certezza che noi abbiamo un futuro e non
cadremo nel vuoto. E la fede è amore, perché l'amore
di Dio vuole "contagiarci". Questa è la prima cosa:
noi semplicemente crediamo in Dio, e questo porta con sé anche
la speranza e l'amore.
Come seconda cosa possiamo costatare: il Credo non è un insieme
di sentenze, non è una teoria. È, appunto, ancorato all'evento
del Battesimo – ad un evento d'incontro tra Dio e l'uomo. Dio,
nel mistero del Battesimo, si china sull'uomo; ci viene incontro e
in questo modo ci avvicina gli uni agli altri. Perché il Battesimo
significa che Gesù Cristo, per così dire, ci adotta come
suoi fratelli e sorelle, accogliendoci con ciò come figli nella
famiglia di Dio. In questo modo fa quindi di tutti noi una grande famiglia
nella comunità universale della Chiesa. Sì, chi crede
non è mai solo. Dio ci viene incontro. Incamminiamoci anche
noi verso Dio, allora ci avviciniamo gli uni agli altri! Non lasciamo
solo, per quanto sta nelle nostre forze, nessuno dei figli di Dio!
Noi crediamo in Dio. Questa è la nostra decisione di fondo.
Ma ora di nuovo la domanda: questo è possibile ancora oggi? È una
cosa ragionevole? Fin dall'illuminismo, almeno una parte della scienza
s'impegna con solerzia a cercare una spiegazione del mondo, in cui
Dio diventi superfluo. E così Egli dovrebbe diventare inutile
anche per la nostra vita. Ma ogniqualvolta poteva sembrare che ci si
fosse quasi riusciti – sempre di nuovo appariva evidente: i conti
non tornano! I conti sull'uomo, senza Dio, non tornano, e i conti sul
mondo, su tutto l’universo, senza di Lui non tornano. In fin
dei conti, resta l'alternativa: che cosa esiste all'origine? La Ragione
creatrice, lo Spirito Creatore che opera tutto e suscita lo sviluppo,
o l'Irrazionalità che, priva di ogni ragione, stranamente produce
un cosmo ordinato in modo matematico e anche l'uomo, la sua ragione.
Questa, però, sarebbe allora soltanto un risultato casuale dell'evoluzione
e quindi, in fondo, anche una cosa irragionevole. Noi cristiani diciamo: "Credo
in Dio Padre, Creatore del cielo e della terra" – credo
nello Spirito Creatore. Noi crediamo che all'origine c'è il
Verbo eterno, la Ragione e non l'Irrazionalità. Con questa fede
non abbiamo bisogno di nasconderci, non dobbiamo temere di trovarci
con essa in un vicolo cieco. Siamo lieti di poter conoscere Dio! E
cerchiamo di rendere accessibile anche agli altri la ragionevolezza
della fede, come, nella sua Prima Lettera, san Pietro esplicitamente
ha esortato a fare i cristiani del suo tempo e con loro anche noi (cfr
3,15)!
Noi crediamo in Dio. Lo affermano le parti principali del Credo e
lo sottolinea soprattutto la sua prima parte. Ma ora segue subito la
seconda domanda: in quale Dio? Ebbene, crediamo appunto in quel Dio
che è Spirito Creatore, Ragione creativa, da cui proviene tutto
e da cui proveniamo anche noi. La seconda parte del Credo ci dice di
più. Questa Ragione creativa è Bontà. È Amore.
Essa possiede un volto. Dio non ci lascia brancolare nel buio. Si è mostrato
come uomo. Egli è tanto grande da potersi permettere di diventare
piccolissimo. “Chi ha visto me ha visto il Padre”, dice
Gesù (Gv 14,9). Dio ha assunto un volto umano. Ci ama fino al
punto da lasciarsi per noi inchiodare sulla Croce, per portare le sofferenze
dell’umanità fino al cuore di Dio. Oggi, che conosciamo
le patologie e le malattie mortali della religione e della ragione,
le distruzioni dell’immagine di Dio a causa dell’odio e
del fanatismo, è importante dire con chiarezza in quale Dio
noi crediamo e professare convinti questo volto umano di Dio. Solo
questo ci libera dalla paura di Dio – un sentimento dal quale,
in definitiva, nacque l’ateismo moderno. Solo questo Dio ci salva
dalla paura del mondo e dall’ansia di fronte al vuoto della propria
esistenza. Solo guardando a Gesù Cristo, la nostra gioia in
Dio raggiunge la sua pienezza, diventa gioia redenta. Volgiamo durante
questa celebrazione solenne dell’Eucaristia il nostro sguardo
sul Signore che qui davanti a noi è innalzato sulla croce e
chiediamo a Lui la grande gioia che, nell’ora del suo congedo,
Egli ha promesso ai discepoli (cfr Gv 16,24)!
La seconda parte del Credo si conclude con la prospettiva del Giudizio
finale e la terza con quella della risurrezione dei morti. Giudizio – non è che
con ciò ci viene inculcata nuovamente la paura? Ma, non desideriamo
forse tutti che un giorno sia fatta giustizia per tutti i condannati
ingiustamente, per quanti hanno sofferto lungo la vita e poi da una
vita piena di dolore sono stati inghiottiti nella morte? Non vogliamo
forse tutti che l’eccesso di ingiustizia e di sofferenza, che
vediamo nella storia, alla fine si dissolva; che tutti in definitiva
possano diventare lieti, che tutto ottenga un senso? Questa affermazione
del diritto, questo congiungimento di tanti frammenti di storia che
sembrano privi di senso, così da integrarli in un tutto in cui
dominino la verità e l’amore: è questo che s’intende
col concetto di Giudizio del mondo. La fede non vuol farci paura; vuole
però chiamarci alla responsabilità! Non dobbiamo sprecare
la nostra vita, né abusare di essa; neppure dobbiamo tenerla
semplicemente per noi stessi; di fronte all’ingiustizia non dobbiamo
restare indifferenti, diventandone conniventi o addirittura complici.
Dobbiamo percepire la nostra missione nella storia e cercare di corrispondervi.
Non paura ma responsabilità – responsabilità e
preoccupazione per la nostra salvezza, e per la salvezza di tutto il
mondo sono necessarie. A ciò, ciascuno deve dare il proprio
contributo. Quando, però, responsabilità e preoccupazione
tendono a diventare paura, allora ricordiamoci della parola di san
Giovanni: “Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non
pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il
Padre: Gesù Cristo giusto” (1 Gv 2,1). “Qualunque
cosa il nostro cuore ci rimproveri – Dio è più grande
del nostro cuore ed Egli conosce ogni cosa” (1 Gv 3,20).
Celebriamo oggi la festa del “Nome di Maria”. A quante
portano questo nome – la mia mamma e mia sorella ne facevano
parte, come il Vescovo ha ricordato – vorrei quindi esprimere
i miei più cordiali auguri per questo loro onomastico. Maria,
la Madre del Signore, dal popolo fedele ha ricevuto il titolo di Advocata:
lei è la nostra avvocata presso Dio. Così la conosciamo
fin dalle nozze di Cana: come la donna benigna, piena di sollecitudine
materna e di amore, la donna che avverte le necessità altrui
e, per aiutare, le porta davanti al Signore. Oggi abbiamo sentito nel
Vangelo, come il Signore la dona come madre al discepolo prediletto
e, in lui, a tutti noi. In ogni epoca, i cristiani hanno accolto con
gratitudine questo testamento di Gesù, e presso la Madre hanno
trovato sempre di nuovo quella sicurezza e quella fiduciosa speranza,
che ci rendono lieti in Dio e gioiosi nella nostra fede in Lui. Accogliamo
anche noi Maria come la stella della nostra vita, che ci introduce
nella grande famiglia di Dio! Sì, chi crede non è mai
solo. Amen!
Celebrazione dei Vespri nel
Duomo di Ratisbona.
Cari fratelli e sorelle in Cristo! Ci siamo riuniti – cristiani
ortodossi, cattolici e protestanti – per cantare insieme le Lodi
serali di Dio. Il cuore di questa liturgia sono i salmi, nei quali
confluiscono l'Antica e la Nuova Alleanza e la nostra preghiera si
unisce all'Israele credente che vive nella speranza. Questa è un'ora
di gratitudine per il fatto che noi possiamo così pregare insieme
e nel nostro rivolgerci al Signore, possiamo crescere contemporaneamente
nell'unità anche tra noi. Tra i partecipanti a questi Vespri
vorrei salutare cordialmente innanzitutto i rappresentanti della Chiesa
ortodossa. Ritengo già da sempre un grande dono della Provvidenza
il fatto che, come professore a Bonn, ho avuto modo di conoscere e
di amare la Chiesa ortodossa, per così dire, personalmente,
cioè nelle persone di due giovani Archimandriti, diventati poi
Metropoliti, Stylianos Harkianakis e Damaskinos Papandreou. A Ratisbona,
grazie alle iniziative del Vescovo Graber, si aggiungevano ulteriori
incontri: nei Simposi sul "Spindlhof" e a causa dei borsisti
che hanno studiato qui. Sono lieto di poter rivedere qualche volto
a me familiare e di trovare ravvivate le vecchie amicizie.
Fra pochi
giorni si riprenderà a Belgrado il dialogo teologico sul tema
fondamentale della koinonia – nelle due dimensioni che la Prima
Lettera di Giovanni ci indica subito all'inizio, nel primo capitolo.
La nostra koinonia è anzitutto comunione col Padre e col Figlio
suo Gesù Cristo nello Spirito Santo; è la comunione con
lo stesso Dio Trino, resa possibile dal Signore mediante la sua incarnazione
e l'effusione dello Spirito. Questa comunione con Dio crea poi anche
la koinonia tra gli uomini, come partecipazione alla fede degli Apostoli
e così come comunione nella fede – una comunione che nell'Eucaristia
diventa "corporea", edificando l'unica Chiesa che si espande
oltre tutti i confini (cfr 1 Gv 1,3).
Io spero e prego che questi colloqui
portino frutti e che la comunione col Dio vivente che ci unisce, come
la comunione tra noi nella fede tramandata dagli Apostoli, si approfondiscano
e maturino fino a quell'unità piena, dalla quale il mondo può riconoscere
che Gesù Cristo è veramente l'inviato di Dio, il Figlio
di Dio, il Salvatore del mondo (cfr Gv 17,21).
"Perché il
mondo creda" è necessario che noi siamo una cosa sola:
la serietà di questo impegno deve animare il nostro dialogo. Saluto di cuore anche gli amici delle varie tradizioni della Riforma.
Anche in questo contesto si risvegliano molti ricordi nel mio intimo:
ricordi di amici del circolo Jäger-Stählin, che ormai sono
deceduti; con questi ricordi si mescola la gratitudine per gli incontri
di questa ora. Ovviamente, penso in particolare all'impegno di faticosa
ricerca per trovare il consenso circa la giustificazione. Ricordo tutte
le fasi di quel processo fino al memorabile incontro con il defunto
Vescovo Hanselmann qui a Ratisbona – un incontro che poté contribuire
in modo essenziale al raggiungimento della conclusione concorde. Sono
lieto che nel frattempo anche il "Consiglio mondiale delle Chiese
metodiste" abbia aderito a tale Dichiarazione. Il consenso circa
la giustificazione resta per noi un grande impegno, in realtà non
ancora totalmente adempiuto: nella teologia la giustificazione è un
tema essenziale, ma nella vita dei fedeli – mi pare – oggi
appena presente. Anche se a causa degli eventi drammatici del nostro
tempo il tema del perdono reciproco si mostra di nuovo in tutta la
sua urgenza – del fatto che ci è necessario innanzitutto
il perdono da parte di Dio, la giustificazione per mezzo di Lui, si è poco
consapevoli. In gran parte non risulta più alla coscienza moderna
il fatto che davanti a Dio abbiamo veramente dei debiti e che il peccato è una
realtà che può essere superata soltanto per iniziativa
di Dio. Dietro a questo affievolirsi del tema della giustificazione
e del perdono dei peccati sta in definitiva un indebolimento del nostro
rapporto con Dio. Per questo, il nostro primo compito sarà forse
quello di riscoprire in modo nuovo il Dio vivente nella nostra vita.
Ascoltiamo ora con questo proposito ciò che san Giovanni intendeva
dirci poco fa nella lettura biblica. Vorrei sottolineare in modo particolare
tre affermazioni di questo testo complesso e ricco. Il tema centrale
di tutta la Lettera appare nel versetto 15: "Chiunque riconosce
che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli
in Dio". Ancora una volta, come già prima nei versetti
2 e 3 del quarto capitolo, Giovanni mette in luce la confessione che,
in fondo, ci distingue come cristiani: la fede, cioè, nel fatto
che Gesù è il Figlio di Dio venuto nella carne. "Dio
nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel
seno del Padre, Lui lo ha rivelato", si legge alla fine del prologo
del quarto Vangelo (Gv 1,18).
Chi è Dio, lo sappiamo da Gesù Cristo:
dall'unico che è Dio. È mediante
Lui che veniamo in contatto con Dio. Nell'epoca degli incontri multireligiosi siamo facilmente
tentati di attenuare un po' questa confessione centrale o addirittura
di nasconderla. Ma con ciò non rendiamo un servizio all'incontro,
né al dialogo. Con ciò rendiamo soltanto Dio meno accessibile,
per gli altri e per noi stessi.
È importante che noi
poniamo in discussione in modo completo e non soltanto frammentario
la nostra immagine di Dio. Per esserne capaci, deve crescere ed approfondirsi
la nostra comunione personale con Cristo e il nostro amore per Lui.
In questa nostra comune confessione e in questo nostro comune compito
non esiste alcuna divisione tra noi.
Vogliamo pregare, affinché questo
fondamento comune si rafforzi sempre di più. Con ciò ci
troviamo già dentro al secondo argomento che intendevo toccare.
Di esso si parla nel versetto 14 dove si legge: "Noi stessi abbiamo
veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore
del mondo". La parola centrale di questa frase è: μαρτυρουˆ μν – testimoniamo,
siamo testimoni. La confessione deve diventare testimonianza. La parola
soggiacente μάρτυς rievoca il fatto,
che il testimone di Gesù Cristo deve affermare la sua testimonianza
con l'intera sua esistenza, con la vita e con la morte. L'autore della
Lettera dice di sé: "Noi abbiamo veduto". Perché ha
veduto, egli può essere testimone. Presuppone, però,
che anche noi – le generazioni successive – siamo capaci
di diventare vedenti, al fine di potere, come vedenti, dare testimonianza.
Preghiamo dunque il Signore di renderci vedenti! Aiutiamoci a vicenda
a sviluppare questa capacità, per poter rendere vedenti anche
gli uomini del nostro tempo, così che a loro volta, attraverso
tutto il mondo da loro stessi costruito, riescano a riscoprire Dio!
Perché, attraverso tutte le barriere storiche, possano di nuovo
scorgere Gesù, il Figlio mandato da Dio, nel quale vediamo il
Padre. Nel versetto 9 si dice che Dio ha mandato il Figlio nel mondo,
perché noi avessimo la vita. Non possiamo forse costatare oggi
che solo mediante l'incontro con Gesù Cristo la vita diventa
veramente vita? Essere testimone di Gesù Cristo significa soprattutto:
essere testimone di un determinato modo di vivere. In
un mondo pieno di confusione, noi dobbiamo dare nuovamente testimonianza
degli orientamenti che rendono una vita veramente vita. Questo importante
compito comune a tutti i credenti lo dobbiamo affrontare con grande
decisione: è responsabilità dei
cristiani, in questa ora, di rendere visibili quegli orientamenti di
un giusto vivere, che a noi si sono chiariti in Gesù Cristo.
Egli ha riassunto nel suo cammino di vita tutte le parole
della Scrittura: "Ascoltatelo!" (Mc
9,7). Con ciò siamo giunti alla terza parola che, in questa
Lettura, volevo mettere in rilievo: agape – amore. È questa
la parola guida di tutta la Lettera e specialmente del brano che abbiamo
ascoltato. Agape non significa nulla di sentimentale e nulla di esaltato; è qualcosa
di totalmente sobrio e realistico. Ho cercato di spiegarne qualcosa
nella mia Enciclica Deus caritas est. L'agape
(l'amore) è veramente
la sintesi della Legge e dei Profeti. In essa è "avviluppato" tutto;
un tutto, però, che nel quotidiano deve sempre di nuovo essere "sviluppato". Nel versetto 16 del nostro testo si trova la parola meravigliosa: "Noi
abbiamo creduto all'amore". Sì, all'amore l'uomo può credere.
Testimoniamo la nostra fede così che appaia come forza dell'amore, "perché il
mondo creda" (Gv 17,21)! Amen
Altötting, lunedì 11
settembre 2006.
Omelia
della messa, nella piazza del santuario mariano
Nel brano evangelico, Maria rivolge al suo Figlio una richiesta in
favore degli amici che si trovano in difficoltà. [...] Vale
la pena di andare un po' più a fondo nell'ascolto di questo
brano evangelico: per capire meglio Gesù e Maria, ma proprio
anche per imparare da Maria a pregare nel modo giusto. Maria non rivolge
una vera richiesta a Gesù. Gli dice soltanto: "Non hanno
più vino" (Giovanni 2,3). Le nozze in Terra Santa si festeggiavano
per una settimana intera; era coinvolto tutto il paese, e si consumavano
quindi grandi quantità di vino. Ora gli sposi si trovano in
difficoltà, e Maria semplicemente lo dice a Gesù. Non
chiede una cosa precisa, e ancor meno che Gesù eserciti il suo
potere, compia un miracolo, produca del vino. Semplicemente affida
la cosa a Gesù e lascia a Lui la decisione su come reagire.
Vediamo così nelle semplici parole della Madre di Gesù due
cose: da una parte, la sua sollecitudine affettuosa per gli uomini,
l'attenzione materna con cui avverte l'altrui situazione difficile;
vediamo la sua bontà cordiale e la sua disponibilità ad
aiutare. È questa la Madre, verso la quale la gente da generazioni
si mette in pellegrinaggio qui ad Altötting. A lei affidiamo le
nostre preoccupazioni, le necessità e le situazioni penose.
La bontà pronta ad aiutare della Madre, alla quale ci affidiamo, è qui
nella Sacra Scrittura, che la vediamo per la prima volta.
Ma a questo primo aspetto molto familiare a tutti noi se ne unisce
ancora un altro, che facilmente ci sfugge: Maria rimette tutto al giudizio
del Signore. A Nazaret ha consegnato la sua volontà immergendola
in quella di Dio: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga
di me quello che hai detto" (Luca 1, 38). Questo è il suo
permanente atteggiamento di fondo. E così ci insegna a pregare:
non voler affermare di fronte a Dio la nostra volontà e i nostri
desideri, per quanto importanti, per quanto ragionevoli possano apparirci,
ma portarli davanti a Lui e lasciare a Lui di decidere ciò che
intende fare. Da Maria impariamo la bontà pronta ad aiutare,
ma anche l'umiltà e la generosità di accettare la volontà di
Dio, dandogli fiducia nella convinzione che la sua risposta, qualunque
essa sia, sarà il nostro, il mio vero bene.
Possiamo capire, credo, molto bene l'atteggiamento e le parole di Maria;
ci resta però tanto più difficile comprendere la risposta
di Gesù. Già l'appellativo non ci piace: "Donna".
Perché non dice: madre? In realtà, questo titolo esprime
la posizione di Maria nella storia della salvezza. Esso rimanda al
futuro, all'ora della crocifissione, in cui Gesù le dirà: "Donna,
ecco il tuo figlio. Figlio, ecco la tua madre!" (cfr Giovanni
19, 26-27). Indica quindi in anticipo l'ora in cui Egli renderà la
donna, sua madre, madre di tutti i suoi discepoli. D’altra parte,
il titolo evoca il racconto della creazione di Eva: Adamo, in mezzo
alla creazione con tutta la sua ricchezza, come essere umano si sente
solo. Allora viene creata Eva, e in lei egli trova la compagna che
aspettava e che chiama con il titolo di "donna". Così,
nel Vangelo di Giovanni, Maria rappresenta la nuova, la definitiva
donna, la compagna del Redentore, la Madre nostra: l'appellativo apparentemente
poco affettuoso esprime invece la grandezza della sua perenne missione.
Ma ancora meno ci piace ciò che Gesù a Cana dice poi
a Maria: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora
giunta la mia ora” (Giovanni 2, 4). Noi vorremmo obiettare: Molto
hai da fare con lei! È stata lei a darti carne e sangue, il
tuo corpo. E non soltanto il tuo corpo: con il “sì” proveniente
dal profondo del suo cuore ti ha portato in grembo e con amore materno
ti ha introdotto nella vita e ambientato nella comunità del
popolo d’Israele. Ma se così parliamo con Gesù,
siamo già sulla buona strada per comprendere la sua risposta.
Poiché tutto ciò deve richiamare alla nostra memoria
che in occasione dell’incarnazione di Gesù esistono
due dialoghi che vanno insieme e si fondono l’uno con l’altro,
diventano un’unica cosa. C’è innanzitutto il dialogo
che Maria ha con l’arcangelo Gabriele, e nel quale ella dice: “Avvenga
di me quello che hai detto” (Luca 1, 38). Ma esiste un testo
parallelo a questo, un dialogo, per così dire, all’interno
di Dio, di cui ci riferisce la Lettera agli Ebrei, quando dice che
le parole del Salmo 40 sono diventate come un dialogo tra Padre e Figlio – un
dialogo nel quale s'avvia l’incarnazione. L’eterno Figlio
dice al Padre: “Tu non hai voluto né sacrifici né offerte,
un corpo invece mi hai preparato. Ecco, io vengo per fare, o Dio, la
tua volontà” (Ebrei 10,5-7; cfr Salmo 40,6-8). Il “sì” del
Figlio: “Vengo per fare la tua volontà”, e il “sì” di
Maria: “Avvenga di me quello che hai detto” – questo
duplice “sì” diventa un unico “sì”,
e così il Verbo diventa carne in Maria. In questo duplice “sì” l’obbedienza
del Figlio si fa corpo, Maria, con il suo “sì” gli
dona il corpo. “Che ho da fare con te, o donna?” Quello
che nel più profondo hanno da fare l’uno con l’altra, è questo
duplice “sì”, nella cui coincidenza è avvenuta
l’incarnazione. È a questo punto della loro profondissima
unità che il Signore mira con la sua risposta. Proprio lì rimanda
la Madre. Lì, in questo comune “sì” alla
volontà del Padre, si trova la soluzione. Dobbiamo anche noi
imparare sempre nuovamente ad incamminarci verso questo punto; lì emerge
la risposta alle nostre domande.
Partendo da lì comprendiamo ora anche la seconda frase della
risposta di Gesù: “Non è ancora giunta la mia
ora”. Gesù non agisce mai solamente da sé; mai
per piacere agli altri. Egli agisce sempre partendo dal Padre, ed è proprio
questo che lo unisce a Maria, perché là, in questa unità di
volontà col Padre, ha voluto deporre anche lei la sua richiesta.
Per questo, dopo la risposta di Gesù, che sembra respingere
la domanda, lei sorprendentemente può dire ai servi con semplicità: “Fate
quello che vi dirà!” (Giovanni 2,5). Gesù non fa
un prodigio, non gioca col suo potere in una vicenda in fondo del tutto
privata. No, Egli pone in essere un segno, col quale annuncia la sua
ora, l’ora delle nozze, l’ora dell’unione tra Dio
e l’uomo. Egli non “produce” semplicemente vino,
ma trasforma le nozze umane in un’immagine delle nozze divine,
alle quali il Padre invita mediante il Figlio e nelle quali Egli dona
la pienezza del bene, rappresentata nell’abbondanza del vino.
Le nozze diventano immagine di quel momento, in cui Gesù spinge
l’amore fino all’estremo, lascia lacerare il suo corpo
e così si dona a noi per sempre, diventa un tutt'uno con noi – nozze
tra Dio e l’uomo. L’ora della Croce, l’ora dalla
quale scaturisce il Sacramento, in cui Egli si dà realmente
a noi in carne e sangue, pone il suo Corpo nelle nostre mani e nel
nostro cuore, è questa l’ora delle nozze. Così,
in modo veramente divino, viene risolta anche la necessità del
momento e la domanda iniziale largamente oltrepassata. L’ora
di Gesù non è ancora arrivata, ma nel segno della trasformazione
dell'acqua in vino, nel segno del dono festivo, anticipa la sua ora
già in questo momento.
La sua “ora” è la Croce; la sua ora definitiva sarà il
suo ritorno alla fine dei tempi. Continuamente Egli anticipa anche
proprio questa ora definitiva nell’Eucaristia, nella quale viene
sempre già ora. E sempre di nuovo lo fa per intercessione della
sua Madre, per intercessione della Chiesa, che lo invoca nelle preghiere
eucaristiche: "Vieni, Signore Gesù!" Nel Canone la
Chiesa implora sempre di nuovo questa anticipazione dell’"ora",
chiede che venga già adesso e si doni a noi. Così vogliamo
lasciarci guidare da Maria, dalla Madre delle grazie di Altötting,
dalla Madre di tutti i fedeli, verso l’"ora" di Gesù.
Chiediamo a Lui il dono di riconoscerlo e di comprenderlo sempre di
più. E non lasciamo che il ricevere sia ridotto solo al momento
della Comunione. Egli rimane presente nell’Ostia santa e ci aspetta
continuamente. L’adorazione del Signore nell'Eucaristia ha trovato
ad Altötting nella vecchia “camera del tesoro” un
luogo nuovo. Maria e Gesù vanno insieme. Mediante lei vogliamo
restare in dialogo col Signore, imparando così a riceverlo meglio.
Santa Madre di Dio, prega per noi, come a Cana hai pregato per gli
sposi! Guidaci verso Gesù – sempre di nuovo! Amen!
Altötting, lunedì 11
settembre 2006.
Omelia
dei vespri, nella basilica di Sant’Anna, con i sacerdoti e i
seminaristi
Sappiamo che il Signore cerca operai per la sua messe. L’ha detto
Egli stesso: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi!
Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!” (Matteo
9, 37s). Perciò ci siamo qui riuniti: per lanciare questa richiesta
al padrone della messe. Sì, la messe di Dio è grande
ed aspetta degli operai: nel cosiddetto Terzo Mondo – in America
Latina, in Africa, in Asia – la gente aspetta araldi che portino
il Vangelo della pace, il messaggio del Dio fatto uomo. Ma anche nel
cosiddetto Occidente, da noi in Germania, come pure nelle vastità della
Russia è vero che la messe potrebbe essere molta. Mancano, però,
gli uomini che siano disposti a farsi operai nella messe di Dio. È oggi
come allora, quando il Signore fu preso da compassione per le folle
che gli parevano come pecore senza pastore – persone che probabilmente
sapevano molte cose, ma non erano in grado di vedere come orientare
bene la loro vita. Signore, guarda la tribolazione di questa nostra
ora che abbisogna di messaggeri del Vangelo, di testimoni per Te, di
persone che indichino la via verso la "vita in abbondanza"!
Vedi il mondo e lasciati prendere anche adesso dalla compassione! Guarda
il mondo e manda operai! Con questa domanda bussiamo alla porta di
Dio; ma con questa domanda bussa poi il Signore anche al nostro stesso
cuore. Signore, mi vuoi Tu? Non è forse troppo grande per me?
Non sono forse io troppo piccolo per questo? “Non temere”,
ha detto l’Angelo a Maria. “Non temere, ti ho chiamato
per nome”, dice mediante il profeta Isaia (43,1) a noi – a
ciascuno di noi.
Dove andiamo, se diciamo “sì” alla chiamata del
Signore? La descrizione più concisa della missione sacerdotale – che
vale analogamente anche per religiose e religiosi – ci è data
dall’evangelista Marco che, nel racconto della chiamata dei Dodici
dice: “Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche
per mandarli” (Marco 3, 14). Stare con Lui e, come inviati, essere
in cammino verso la gente – queste due cose vanno insieme e,
insieme, costituiscono l’essenza della vocazione spirituale,
del sacerdozio. Stare con Lui ed essere mandati – due cose inscindibili
tra loro. Solo chi sta “con Lui” impara a conoscerlo
e può annunciarlo veramente. E chi sta con Lui, non trattiene
per sé ciò che ha trovato, ma deve comunicarlo. Avviene
come ad Andrea che disse al suo fratello Simone: “Abbiamo trovato
il Messia!” (Giovanni 1,41). “E lo condusse da Gesù”,
aggiunge l’evangelista (Giovanni 1,42). Il papa Gregorio Magno,
in una sua omelia, disse una volta che gli angeli di Dio, a qualunque
distanza vadano con le loro missioni, si muovono sempre in Dio. Sono
sempre con Lui. E parlando degli angeli, san Gregorio pensò anche
ai vescovi e ai sacerdoti: ovunque vadano, dovrebbero sempre “stare
con Lui”. La prassi lo afferma: dove i sacerdoti, a causa dei
grandi compiti, permettono che lo stare col Signore si riduca sempre
di più, lì perdono infine, nonostante la loro attività forse
eroica, la forza interiore che li sostiene. Quello che fanno diventa
alla fine un vuoto attivismo. Stare con Lui – come si può realizzare?
Bene, la prima cosa e la più importante per il sacerdote è la
Messa quotidiana, celebrata sempre con profonda partecipazione interiore.
Se la celebriamo veramente da persone oranti, se uniamo la nostra parola
e il nostro agire alla parola che ci precede e al rito della celebrazione
eucaristica, se nella comunione ci lasciamo veramente abbracciare da
Lui e Lo accogliamo – allora stiamo con Lui.
Un modo essenziale dello stare col Signore è l’adorazione
eucaristica. Altötting ha ottenuto una nuova “camera del
tesoro”. Laddove una volta si custodivano i tesori del passato,
oggetti preziosi della storia e della pietà, si trova adesso
il luogo per il vero tesoro della Chiesa: la presenza permanente del
Signore nel suo Sacramento. Il Signore, in una delle sue parabole,
ci racconta del tesoro nascosto nel campo. Chi l’ha trovato,
così dice a noi, vende tutti i suoi averi per poter comprare
il campo, perché il tesoro nascosto supera ogni altro valore.
Il tesoro nascosto, il bene sopra ogni altro bene, è il Regno
di Dio – è Gesù stesso, il Regno in persona. Nell’Ostia
sacra Egli è presente, il vero tesoro, sempre per noi raggiungibile.
Solo nell’adorazione di questa sua presenza impariamo a riceverlo
in modo giusto – impariamo il comunicarci, impariamo dall'interno
la celebrazione dell’Eucaristia.
Ratisbona, martedì 12 settembre
2006.
Omelia dei
vespri ecumenici, nella cattedrale
Ci siamo riuniti – cristiani ortodossi, cattolici e protestanti – per
cantare insieme le lodi serali di Dio. Il cuore di questa liturgia
sono i salmi, nei quali confluiscono l'Antica e la Nuova Alleanza e
la nostra preghiera si unisce all'Israele credente che vive nella speranza.
Questa è un'ora di gratitudine per il fatto che noi possiamo
così pregare insieme e nel nostro rivolgerci al Signore, possiamo
crescere contemporaneamente nell'unità anche tra noi.
Tra i partecipanti a questi Vespri vorrei salutare cordialmente innanzitutto
i rappresentanti della Chiesa ortodossa. [...] Fra pochi giorni riprenderà a
Belgrado il dialogo teologico sul tema fondamentale della “koinonia” – nelle
due dimensioni che la Prima Lettera di Giovanni ci indica subito all'inizio,
nel primo capitolo. La nostra “koinonia” è anzitutto
comunione col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo nello Spirito
Santo; è la comunione con lo stesso Dio Trino, resa possibile
dal Signore mediante la sua incarnazione e l'effusione dello Spirito.
Questa comunione con Dio crea poi anche la “koinonia” tra
gli uomini, come partecipazione alla fede degli Apostoli e così come
comunione nella fede – una comunione che nell'Eucaristia diventa "corporea",
edificando l'unica Chiesa che si espande oltre tutti i confini (cfr
1 Giovanni 1, 3). Io spero e prego che questi colloqui portino frutti
e che la comunione col Dio vivente che ci unisce, come la comunione
tra noi nella fede tramandata dagli Apostoli, si approfondiscano e
maturino fino a quell'unità piena, dalla quale il mondo può riconoscere
che Gesù Cristo è veramente l'inviato di Dio, il Figlio
di Dio, il Salvatore del mondo (cfr Giovanni 17, 21). "Perché il
mondo creda" è necessario che noi siamo una cosa sola:
la serietà di questo impegno deve animare il nostro dialogo.
Saluto di cuore anche gli amici delle varie tradizioni della Riforma.
[...] Il consenso circa la giustificazione resta per noi un grande
impegno, in realtà non ancora totalmente adempiuto: nella teologia
la giustificazione è un tema essenziale, ma nella vita dei fedeli – mi
pare – oggi appena presente. Anche se a causa degli eventi drammatici
del nostro tempo il tema del perdono reciproco si mostra di nuovo in
tutta la sua urgenza – del fatto che ci è necessario innanzitutto
il perdono da parte di Dio, la giustificazione per mezzo di Lui, si è poco
consapevoli. In gran parte non risulta più alla coscienza moderna
il fatto che davanti a Dio abbiamo veramente dei debiti e che il peccato è una
realtà che può essere superata soltanto per iniziativa
di Dio. Dietro a questo affievolirsi del tema della giustificazione
e del perdono dei peccati sta in definitiva un indebolimento del nostro
rapporto con Dio. Per questo, il nostro primo compito sarà forse
quello di riscoprire in modo nuovo il Dio vivente nella nostra vita.
Ascoltiamo ora con questo proposito ciò che san Giovanni intendeva
dirci poco fa nella lettura biblica. Vorrei sottolineare in modo particolare
tre affermazioni di questo testo complesso e ricco. Il tema centrale
di tutta la Lettera appare nel versetto 15: "Chiunque riconosce
che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli
in Dio". Ancora una volta, come già prima nei versetti
2 e 3 del quarto capitolo, Giovanni mette in luce la confessione che,
in fondo, ci distingue come cristiani: la fede, cioè, nel fatto
che Gesù è il Figlio di Dio venuto nella carne. "Dio
nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel
seno del Padre, Lui lo ha rivelato", si legge alla fine del prologo
del quarto Vangelo (Giovanni 1, 18). Chi è Dio, lo sappiamo
da Gesù Cristo: dall'unico che è Dio. È mediante
Lui che veniamo in contatto con Dio. Nell'epoca degli incontri multireligiosi
siamo facilmente tentati di attenuare un po' questa confessione centrale
o addirittura di nasconderla. Ma con ciò non rendiamo un servizio
all'incontro, né al dialogo. Con ciò rendiamo soltanto
Dio meno accessibile, per gli altri e per noi stessi. È importante
che noi poniamo in discussione in modo completo e non soltanto frammentario
la nostra immagine di Dio. Per esserne capaci, deve crescere ed approfondirsi
la nostra comunione personale con Cristo e il nostro amore per Lui.
In questa nostra comune confessione e in questo nostro comune compito
non esiste alcuna divisione tra noi. Vogliamo pregare, affinché questo
fondamento comune si rafforzi sempre di più.
Con ciò ci troviamo già dentro al secondo argomento che
intendevo toccare. Di esso si parla nel versetto 14 dove si legge: "Noi
stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio
come salvatore del mondo". La parola centrale di questa frase è:
testimoniamo, siamo testimoni. La confessione deve diventare testimonianza.
La parola soggiacente rievoca il fatto, che il testimone di Gesù Cristo
deve affermare la sua testimonianza con l'intera sua esistenza, con
la vita e con la morte. L'autore della Lettera dice di sé: "Noi
abbiamo veduto". Perché ha veduto, egli può essere
testimone. Presuppone, però, che anche noi – le generazioni
successive – siamo capaci di diventare vedenti, al fine di potere,
come vedenti, dare testimonianza. Preghiamo dunque il Signore di renderci
vedenti! Aiutiamoci a vicenda a sviluppare questa capacità,
per poter rendere vedenti anche gli uomini del nostro tempo, così che
a loro volta, attraverso tutto il mondo da loro stessi costruito, riescano
a riscoprire Dio! Perché, attraverso tutte le barriere storiche,
possano di nuovo scorgere Gesù, il Figlio mandato da Dio, nel
quale vediamo il Padre. Nel versetto 9 si dice che Dio ha mandato il
Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita. Non possiamo
forse costatare oggi che solo mediante l'incontro con Gesù Cristo
la vita diventa veramente vita? Essere testimone di Gesù Cristo
significa soprattutto: essere testimone di un determinato modo di vivere.
In un mondo pieno di confusione, noi dobbiamo dare nuovamente testimonianza
degli orientamenti che rendono una vita veramente vita. Questo importante
compito comune a tutti i credenti lo dobbiamo affrontare con grande
decisione: è responsabilità dei cristiani, in questa
ora, di rendere visibili quegli orientamenti di un giusto vivere, che
a noi si sono chiariti in Gesù Cristo. Egli ha riassunto nel
suo cammino di vita tutte le parole della Scrittura: "Ascoltatelo!" (Marco
9, 7).
Con ciò siamo giunti alla terza parola che, in questa lettura,
volevo mettere in rilievo: “agape” – amore. È questa
la parola guida di tutta la Lettera e specialmente del brano che abbiamo
ascoltato. “Agape” non significa nulla di sentimentale
e nulla di esaltato; è qualcosa di totalmente sobrio e realistico.
Ho cercato di spiegarne qualcosa nella mia enciclica “Deus Caritas
Est”. L’”agape”, l'amore, è veramente
la sintesi della Legge e dei Profeti. In essa è "avviluppato" tutto;
un tutto, però, che nel quotidiano deve sempre di nuovo essere "sviluppato".
Nel versetto 16 del nostro testo si trova la parola meravigliosa: "Noi
abbiamo creduto all'amore". Sì, all'amore l'uomo può credere.
Testimoniamo la nostra fede così che appaia come forza dell'amore, "perché il
mondo creda" (Giovanni 17, 21)!
Aula Magna dell’Università di
Regensburg Martedì, 12 settembre 2006
Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni.
Illustri Signori, gentili Signore! È per me un
momento emozionante stare ancora una volta sulla cattedra dell'università e
una volta ancora poter tenere una lezione. I miei pensieri, contemporaneamente,
ritornano a quegli anni in cui, dopo un bel periodo presso l'Istituto
superiore di Freising, iniziai la mia attività di insegnante
accademico all’università di Bonn. Era – nel 1959 – ancora
il tempo della vecchia università dei professori ordinari. Per
le singole cattedre non esistevano né assistenti né dattilografi,
ma in compenso c'era un contatto molto diretto con gli studenti e soprattutto
anche tra i professori. Ci si incontrava prima e dopo la lezione nelle
stanze dei docenti. I contatti con gli storici, i filosofi, i filologi
e naturalmente anche tra le due facoltà teologiche erano molto
stretti. Una volta in ogni semestre c'era un cosiddetto dies academicus,
in cui professori di tutte le facoltà si presentavano davanti
agli studenti dell'intera università, rendendo così possibile
una vera esperienza di universitas: il fatto che noi, nonostante tutte
le specializzazioni, che a volte ci rendono incapaci di comunicare
tra di noi, formiamo un tutto e lavoriamo nel tutto dell'unica ragione
con le sue varie dimensioni, stando così insieme anche nella
comune responsabilità per il retto uso della ragione – questo
fatto diventava esperienza viva. L'università, senza dubbio,
era fiera anche delle sue due facoltà teologiche. Era chiaro
che anch'esse, interrogandosi sulla ragionevolezza della fede, svolgono
un lavoro che necessariamente fa parte del "tutto" dell'universitas
scientiarum, anche se non tutti potevano condividere la fede, per la
cui correlazione con la ragione comune si impegnano i teologi. Questa
coesione interiore nel cosmo della ragione non venne disturbata neanche
quando una volta trapelò la notizia che uno dei colleghi aveva
detto che nella nostra università c'era una stranezza: due facoltà che
si occupavano di una cosa che non esisteva – di Dio. Che anche
di fronte ad uno scetticismo così radicale resti necessario
e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione e ciò debba
essere fatto nel contesto della tradizione della fede cristiana:
questo, nell'insieme dell'università, era una convinzione indiscussa.
Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente
lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster)
del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo,
forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con
un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di
ambedue. Fu poi probabilmente l'imperatore stesso ad annotare, durante
l'assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo;
si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati
in modo molto più dettagliato che non le risposte dell'erudito
persiano. Il dialogo si estende su tutto l'ambito delle strutture della
fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto
sull'immagine di Dio e dell'uomo, ma necessariamente anche sempre di
nuovo sulla relazione tra le "tre Leggi": Antico Testamento – Nuovo
Testamento – Corano.
Vorrei toccare in questa lezione solo un argomento – piuttosto
marginale nella struttura del dialogo – che, nel contesto del
tema "fede e ragione", mi ha affascinato e che mi servirà come
punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema. Nel settimo
colloquio (διάλεξις – controversia)
edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jihād (guerra
santa). Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: "Nessuna
costrizione nelle cose di fede". È una delle sure del periodo
iniziale in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato.
Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate
successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza
soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra
coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli",
egli, in modo sorprendentemente brusco, si rivolge al suo interlocutore
semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e
violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto
ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane,
come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che
egli predicava". L'imperatore spiega poi minuziosamente le ragioni
per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa
irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio
e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue; non agire
secondo ragione (σὺν λόγω) è contrario
alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo.
Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di
parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza
e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario
disporre né del proprio braccio, né di strumenti per
colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare
una persona di morte…". L'affermazione decisiva in questa
argomentazione contro la conversione mediante la violenza è:
non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. L'editore,
Theodore Khoury, commenta: per l'imperatore, come bizantino cresciuto
nella filosofia greca, quest'affermazione è evidente. Per la
dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente.
La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie,
fosse anche quella della ragionevolezza. In questo contesto Khoury
cita un'opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva
che Ibn Hazn si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato
neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare
a noi la verità. Se fosse sua volontà, l'uomo dovrebbe
praticare anche l'idolatria.
Qui si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella
realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida
in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione
sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero
greco o vale sempre e per se stesso?
L'ellenizzazione del cristianesimo
Io penso che in questo punto si manifesti la profonda
concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e
ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando
il primo versetto del Libro della Genesi, Giovanni ha iniziato il prologo
del suo Vangelo con le parole: "In principio era il λόγος". È questa
proprio la stessa parola che usa l'imperatore: Dio agisce con logos.
Logos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice
e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci
ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola
in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono
la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e
il logos è Dio, ci dice l'evangelista. L'incontro tra
il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La
visione di san Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell'Asia
e che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica: "Passa
in Macedonia e aiutaci!" (cfr At 16,6-10) – questa visione
può essere interpretata come una "condensazione" della
necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica
e l'interrogarsi greco.
In realtà, questo avvicinamento ormai era avviato
da molto tempo. Già il nome misterioso di Dio dal roveto ardente,
che distacca questo Dio dall'insieme delle divinità con molteplici
nomi affermando soltanto il suo essere, è, nei confronti del
mito, una contestazione con la quale sta in intima analogia il tentativo
di Socrate di vincere e superare il mito stesso. Il processo iniziato
presso il roveto raggiunge, all'interno dell'Antico Testamento, una
nuova maturità durante l'esilio, dove il Dio d'Israele, ora
privo della Terra e del culto, si annuncia come il Dio del cielo e
della terra, presentandosi con una semplice formula che prolunga la
parola del roveto: "Io sono". Con questa nuova conoscenza
di Dio va di pari passo una specie di illuminismo, che si esprime in
modo drastico nella derisione delle divinità che sono soltanto
opera delle mani dell'uomo (cfr Sal 115). Così, nonostante tutta
la durezza del disaccordo con i sovrani ellenistici, che volevano ottenere
con la forza l'adeguamento allo stile di vita greco e al loro culto
idolatrico, la fede biblica, durante l'epoca ellenistica, andava interiormente
incontro alla parte migliore del pensiero greco, fino ad un contatto
vicendevole che si è poi realizzato specialmente nella tarda
letteratura sapienziale. Oggi noi sappiamo che la traduzione greca
dell'Antico Testamento, realizzata in Alessandria – la "Settanta" –, è più di
una semplice (da valutare forse in modo poco positivo) traduzione del
testo ebraico: è infatti una testimonianza testuale a se stante
e uno specifico importante passo della storia della Rivelazione, nel
quale si è realizzato questo incontro in un modo che per la
nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato
decisivo. Nel profondo, vi si tratta dell'incontro tra fede e ragione,
tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall'intima
natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero
ellenistico fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non
agire "con il logos" è contrario alla natura di Dio.
Per onestà bisogna annotare a questo punto che,
nel tardo Medioevo, si sono sviluppate nella teologia tendenze che
rompono questa sintesi tra spirito greco e spirito cristiano. In contrasto
con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista iniziò con
Duns Scoto una impostazione volontaristica, la quale alla fine portò all'affermazione
che noi di Dio conosceremmo soltanto la voluntas ordinata. Al di là di
essa esisterebbe la libertà di Dio, in virtù della quale
Egli avrebbe potuto creare e fare anche il contrario di tutto ciò che
effettivamente ha fatto. Qui si profilano delle posizioni che, senz'altro,
possono avvicinarsi a quelle di Ibn Hazn e potrebbero portare fino
all'immagine di un Dio-Arbitrio, che non è legato neanche alla
verità e al bene. La trascendenza e la diversità di Dio
vengono accentuate in modo così esagerato, che anche la nostra
ragione, il nostro senso del vero e del bene non sono più un
vero specchio di Dio, le cui possibilità abissali rimangono
per noi eternamente irraggiungibili e nascoste dietro le sue decisioni
effettive. In contrasto con ciò, la fede della Chiesa si è sempre
attenuta alla convinzione che tra Dio e noi, tra il suo eterno
Spirito creatore e la nostra ragione creata esista una vera analogia,
in cui certo le dissomiglianze sono infinitamente più grandi
delle somiglianze, non tuttavia fino al punto da abolire l'analogia
e il suo linguaggio (cfr Lat IV). Dio non diventa più divino
per il fatto che lo spingiamo lontano da noi in un volontarismo puro
ed impenetrabile, ma il Dio veramente divino è quel
Dio che si è mostrato come logos e come logos ha agito e agisce
pieno di amore in nostro favore. Certo, l'amore "sorpassa" la
conoscenza ed è per questo capace di percepire più del
semplice pensiero (cfr Ef 3,19), tuttavia esso rimane l'amore del Dio-logos,
per cui il culto cristiano è λογικὴ λατρεία – un
culto che concorda con il Verbo eterno e con la nostra ragione (cfr
Rm 12,1).
Il qui accennato vicendevole avvicinamento interiore,
che si è avuto tra la fede biblica e l'interrogarsi sul piano
filosofico del pensiero greco, è un dato di importanza decisiva
non solo dal punto di vista della storia delle religioni, ma anche
da quello della storia universale – un dato che ci obbliga anche
oggi. Considerato questo incontro, non è sorprendente che il
cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante
nell'Oriente, abbia infine trovato la sua impronta storicamente decisiva
in Europa. Possiamo esprimerlo anche inversamente: questo
incontro, al quale si aggiunge successivamente ancora il patrimonio
di Roma, ha creato l'Europa e rimane il fondamento di ciò che,
con ragione, si può chiamare Europa.
La dis-ellenizzazione del cristianesimo
Alla tesi che il patrimonio greco, criticamente purificato,
sia una parte integrante della fede cristiana, si oppone la richiesta
della dis-ellenizzazione del cristianesimo – una richiesta che
dall'inizio dell'età moderna domina in modo crescente la ricerca
teologica. Visto più da vicino, si possono osservare tre onde
nel programma della dis-ellenizzazione: pur collegate tra di loro,
esse tuttavia nelle loro motivazioni e nei loro obiettivi sono chiaramente
distinte l'una dall'altra. La dis-ellenizzazione emerge dapprima in
connessione con i postulati fondamentali della Riforma del
XVI secolo. Considerando la tradizione delle scuole teologiche,
i riformatori si vedevano di fronte ad una sistematizzazione della
fede condizionata totalmente dalla filosofia, di fronte cioè ad
una determinazione della fede dall'esterno in forza di un modo di pensare
che non derivava da essa. Così la fede non appariva
più come vivente parola storica, ma come elemento inserito nella
struttura di un sistema filosofico. Il sola Scriptura invece
cerca la pura forma primordiale della fede, come essa è presente
originariamente nella Parola biblica. La metafisica appare come un
presupposto derivante da altra fonte, da cui occorre liberare la fede
per farla tornare ad essere totalmente se stessa. Con la sua affermazione
di aver dovuto accantonare il pensare per far spazio alla fede, Kant
ha agito in base a questo programma con una radicalità imprevedibile
per i riformatori. Con ciò egli ha ancorato la fede esclusivamente
alla ragione pratica, negandole l'accesso al tutto della realtà.
La teologia liberale del XIX e del XX secolo apportò una
seconda onda nel programma della dis-ellenizzazione: di essa rappresentante
eminente è Adolf von Harnack. Durante il tempo dei miei studi,
come nei primi anni della mia attività accademica, questo programma
era fortemente operante anche nella teologia cattolica. Come punto
di partenza era utilizzata la distinzione di Pascal tra il Dio dei
filosofi ed il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Nella mia prolusione
a Bonn, nel 1959, ho cercato di affrontare questo argomento. Non intendo
riprendere qui tutto il discorso. Vorrei però tentare di mettere
in luce almeno brevemente la novità che caratterizzava questa
seconda onda di dis-ellenizzazione rispetto alla prima. Come pensiero
centrale appare, in Harnack, il ritorno al semplice uomo Gesù e
al suo messaggio semplice, che verrebbe prima di tutte le teologizzazioni
e, appunto, anche prima delle ellenizzazioni: sarebbe questo messaggio
semplice che costituirebbe il vero culmine dello sviluppo religioso
dell'umanità. Gesù avrebbe dato un addio
al culto in favore della morale. In definitiva, Egli viene
rappresentato come padre di un messaggio morale umanitario. Lo scopo
di ciò è in fondo di riportare il cristianesimo
in armonia con la ragione moderna, liberandolo, appunto, da elementi
apparentemente filosofici e teologici, come per esempio la
fede nella divinità di Cristo e nella trinità di Dio.
In questo senso, l'esegesi storico-critica del Nuovo Testamento sistema
nuovamente la teologia nel cosmo dell'università: teologia,
per Harnack, è qualcosa di essenzialmente storico e quindi di
strettamente scientifico. Ciò che essa indaga su Gesù mediante
la critica è, per così dire, espressione della ragione
pratica e di conseguenza anche sostenibile nell'insieme dell'università.
Nel sottofondo c'è l'autolimitazione moderna della ragione,
espressa in modo classico nelle "critiche" di Kant, nel frattempo
però ulteriormente radicalizzata dal pensiero delle scienze
naturali. Questo concetto moderno della ragione si basa, per dirla
in breve, su una sintesi tra platonismo (cartesianismo) ed empirismo,
che il successo tecnico ha confermato. Da una parte si presuppone la
struttura matematica della materia, la sua per così dire razionalità intrinseca,
che rende possibile comprenderla ed usarla nella sua efficacia operativa:
questo presupposto di fondo è, per così dire, l'elemento
platonico nel concetto moderno della natura. Dall'altra parte, si tratta
della utilizzabilità funzionale della natura per i nostri scopi,
dove solo la possibilità di controllare verità o falsità mediante
l'esperimento fornisce la certezza decisiva. Il peso tra i due poli
può, a seconda delle circostanze, stare più dall'una
o più dall'altra parte. Un pensatore così strettamente
positivista come J. Monod si è dichiarato convinto platonico
o cartesiano.
Questo comporta due orientamenti fondamentali decisivi
per la nostra questione.
Soltanto il tipo di certezza derivante dalla sinergia di
matematica ed empiria ci permette di parlare di scientificità.
Ciò che pretende di essere scienza deve confrontarsi con questo
criterio. E così anche le scienze che riguardano le cose umane,
come la storia, la psicologia, la sociologia e la filosofia, cercano
di avvicinarsi a questo canone della scientificità.
Importante per le nostre riflessioni, comunque, è ancora il
fatto che il metodo come tale esclude il problema Dio, facendolo
apparire come problema ascientifico o pre-scientifico. Con questo,
però, ci troviamo davanti ad una riduzione del raggio di scienza
e ragione che è doveroso mettere in questione.
Torneremo ancora su questo argomento. Per il momento basta tener presente
che, in un tentativo alla luce di questa prospettiva di conservare
alla teologia il carattere di disciplina "scientifica", del
cristianesimo resterebbe solo un misero frammento. Ma dobbiamo dire
di più: è l'uomo stesso che con ciò subisce una
riduzione.
Poiché allora gli interrogativi propriamente umani,
cioè quelli del "da dove" e del "verso dove",
gli interrogativi della religione e dell'ethos, non possono trovare
posto nello spazio della comune ragione descritta dalla "scienza" e
devono essere spostati nell'ambito del soggettivo. Il soggetto decide,
in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile,
e la "coscienza" soggettiva diventa in definitiva l'unica
istanza etica. In questo modo, però, l'ethos e la religione
perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell'ambito
della discrezionalità personale.
È questa una condizione pericolosa per l'umanità: lo costatiamo
nelle patologie minacciose della religione e della ragione – patologie
che necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal
punto che le questioni della religione e dell'ethos non la riguardano più.
Ciò che rimane dei tentativi di costruire un'etica partendo dalle regole
dell'evoluzione o dalla psicologia e dalla sociologia, è semplicemente
insufficiente.
Prima di giungere alle conclusioni alle quali mira tutto
questo ragionamento, devo accennare ancora brevemente alla terza
onda della dis-ellenizzazione che si diffonde attualmente. In
considerazione dell’incontro con la molteplicità delle
culture si ama dire oggi che la sintesi con l’ellenismo, compiutasi
nella Chiesa antica, sarebbe stata una prima inculturazione, che non
dovrebbe vincolare le altre culture. Queste dovrebbero avere il diritto
di tornare indietro fino al punto che precedeva quella inculturazione
per scoprire il semplice messaggio del Nuovo Testamento ed inculturarlo
poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti. Questa tesi non è semplicemente
sbagliata; è tuttavia grossolana ed imprecisa. Il Nuovo Testamento,
infatti, e stato scritto in lingua greca e porta in se stesso il contatto
con lo spirito greco – un contatto che era maturato nello sviluppo
precedente dell’Antico Testamento. Certamente ci sono elementi
nel processo formativo della Chiesa antica che non devono essere integrati
in tutte le culture. Ma le decisioni di fondo che, appunto, riguardano
il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana, queste decisioni
di fondo fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi
alla sua natura.
Con ciò giungo alla conclusione. Questo tentativo,
fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dal suo
interno, non include assolutamente l’opinione che ora si debba
ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, rigettando le convinzioni
dell’età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello
spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo
grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo
e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati.
L’ethos della scientificità, del resto, è volontà di
obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento
che fa parte della decisione di fondo dello spirito cristiano. Non ritiro,
non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta
invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso
di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle
possibilità dell'uomo, vediamo anche le minacce che emergono
da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle.
Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo
nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a
ciò che è verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo
ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. In questo senso
la teologia, non soltanto come disciplina storica e umano-scientifica,
ma come teologia vera e propria, cioè come interrogativo sulla
ragione della fede, deve avere il suo posto nell'università e
nel vasto dialogo delle scienze.
Il dialogo fra culture e religioni
Solo così diventiamo anche capaci di
un vero dialogo delle culture e delle religioni – un dialogo
di cui abbiamo un così urgente bisogno. Nel mondo occidentale
domina largamente l'opinione, che soltanto la ragione positivista
e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le
culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa
esclusione del divino dall'universalità della ragione un attacco
alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte
al divino è sorda e respinge la religione nell'ambito delle
sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture.
E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali, con
l'intrinseco suo elemento platonico, porta in sé, come ho cercato
di dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con le sue
possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare
la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro
spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato
di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda
sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata
dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare – alla
filosofia e alla teologia.
Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l'ascoltare
le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell'umanità,
specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di
conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile
del nostro ascoltare e rispondere.
Qui mi viene in mente una parola di Socrate a Fedone. Nei colloqui
precedenti si erano toccate molte opinioni filosofiche sbagliate, e
allora Socrate dice: "Sarebbe ben comprensibile se uno, a
motivo dell'irritazione per tante cose sbagliate, per il resto della
sua vita prendesse in odio ogni discorso sull'essere e lo denigrasse.
Ma in questo modo perderebbe la verità dell'essere e subirebbe
un grande danno".
L'occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione
contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così può subire
solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all'ampiezza della
ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo
il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla
fede biblica, entra nella disputa del tempo presente. "Non
agire secondo ragione (con il logos) è contrario alla natura
di Dio", ha detto Manuele II, partendo dalla
sua immagine cristiana di Dio, all'interlocutore persiano. È a
questo grande logos, a questa vastità della ragione, che
invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori.
Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell'università.
(11 settembre, 2006) Corriere
della Sera
l' Intervista «Scontro di civiltà perché non
difendiamo le nostre radici»
Il Sen. Pera-filosofo ateo:
qui da noi passa qualsiasi cosa contro la religione e nessuno
s' indigna
No alla cultura della resa, la
tradizione cristiana è più importante di
qualsiasi politica sociale
Senatore Marcello Pera, ha sentito oggi le
parole di papa Joseph Ratzinger? Ha detto che l' Islam si spaventa
di fronte ad un Occidente che esclude totalmente Dio dalla
visione dell' uomo. Che la vera minaccia per loro non viene
vista nella fede cristiana, ma nel disprezzo di Dio, nel dileggio
del sacro. Lei condivide questa visione?
«Ovviamente». La colpa dello scontro
tra l' Islam e l' Occidente, quindi, è dell' Occidente,
per la sua perdita d' identità, per la sua civiltà ormai
secolarizzata? «Il concetto è che la crisi di identità dell'
Occidente, in particolare dell' Europa, è la vera causa
che provoca uno scontro di civiltà. Una tesi che il Papa
aveva già espresso».
Eppure lei si è più volte espresso
contro l' Islam. Si ricorda quando esplose la polemica per
le vignette satiriche contro Maometto?
«Ricordo bene. Ed è un ottimo esempio
per capire. Quelle vignette sono un nulla rispetto a ciò che
qui in Europa facciamo passare contro Gesù Cristo, il
Papa, Mosè, i rabbini. In quella circostanza l' Europa
usò due pesi e due misure: censurò il suo sacro
diritto di libertà di stampa e di espressione e chiese
scusa. Si vergognava di se stessa. E non capiva che, così facendo,
alimentava proprio lo scontro che vuole ad ogni costo evitare».
Alimentava lo scontro chiedendo scusa?
«Alimentava lo scontro non difendendo la
propria identità e la propria religione. L' ho detto:
qui da noi passa qualsiasi cosa contro la nostra religione ma
nessuno si indigna, nessuno si preoccupa di offendere qualcun
altro».
Lei difese anche le magliette di scherno contro
l' Islam realizzate dal leghista Roberto Calderoli...
«Non difesi le magliette. Me la sono presa
con la reazione che c' è stata dall' altra parte: per
protestare contro quelle magliette finirono per assaltare la
nostra ambasciata e uccisero un cristiano. Mi sembra una reazione
decisamente spropositata».
Dunque, alla fine, nello scontro tra Islam
e Occidente la colpa di chi è?
«La colpa è del fondamentalismo e
del terrorismo islamico, ma anche l' Occidente ha le
sue responsabilità perché nasconde le sue radici
e ha smarrito la sua identità».
Che valore hanno queste parole del Papa pronunciate
proprio alla vigilia dell' Undici settembre?
«Senz' altro oggi hanno un particolare valore.
Ci ricordano che l' 11 settembre fu colpito l' Occidente giudaico
e cristiano perché oggi esso produce una civiltà distorta,
non più religiosa. Qui da noi abbiamo sviluppato una cultura
della resa».
Cultura della resa?
«La cultura della resa, sì. Il positivismo,
il relativismo, l' individualismo, il multiculturalismo, il secolarismo».
Il Papa ha parlato anche dell' importanza
che i progetti sociali e il Vangelo siano inscindibili tra
di loro. Ha paura che si tenda a promuovere con urgenza i progetti
sociali dimenticando le cose che riguardano Dio e la fede cattolica.
Condivide?
«Sì. La difesa dei valori che sono
alla base della tradizione cristiana oggi è più importante
di qualunque politica sociale. L' agenda è cambiata e
dobbiamo scegliere: o ci rendiamo conto che la secolarizzazione è una
grave malattia spirituale e cambiamo strada, oppure fra poco
saremo tutti eurabici».
Arachi Alessandra |
Ratisbona, mercoledì 13 settembre
2006.
Benedizione
del nuovo organo della “Alte Kapelle”
Questa veneranda casa di Dio, la basilica di Nostra Signora della “Alte
Kapelle”, è stata rinnovata in modo splendido e ottiene
col giorno di oggi un nuovo organo che, in quest'ora, verrà benedetto
e destinato solennemente al suo scopo: la glorificazione di Dio e l'edificazione
della fede.
Fu un canonico di questa collegiata, Carl Joseph Proske, a dare nell'Ottocento
impulsi essenziali per il rinnovamento della musica sacra. Il canto
gregoriano e l'antica polifonia vocale classica vennero integrati nello
svolgimento liturgico. La cura della musica sacra liturgica nella “Alte
Kapelle” aveva un'importanza che si estendeva ben oltre i confini
della regione e faceva di Ratisbona un centro del movimento della riforma
della musica sacra, il cui influsso giunge fino al presente.
Nella costituzione sulla sacra liturgia del Concilio Vaticano II, “Sacrosanctum
Concilium”, si evidenzia che "il canto sacro, unito alle
parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne" (n.
112). Questo significa che la musica e il canto sono più di
un abbellimento del culto; infatti fanno essi stessi parte dell'attuazione
della liturgia. Una solenne musica sacra con coro, organo, orchestra
e canto del popolo non è un'aggiunta che incornicia e rende
piacevole la liturgia, ma un modo importante di partecipazione attiva
all'evento di culto. L'organo, da sempre e con buona ragione, viene
qualificato come il re degli strumenti musicali, perché riprende
tutti i suoni della creazione e dà risonanza alla pienezza dei
sentimenti umani. Inoltre, trascendendo come ogni musica di qualità la
sfera semplicemente umana, rimanda al divino. La grande varietà dei
timbri dell'organo, dal piano fino al fortissimo travolgente, ne fa
uno strumento superiore a tutti gli altri. Esso è in grado di
dare risonanza a tutti gli ambiti dell'esistenza umana. Le molteplici
possibilità dell'organo ci ricordano in qualche modo l'immensità e
la magnificenza di Dio.
Il Salmo 150 parla di trombe e flauti, di arpe e cetre, di cembali
e timpani: tutti questi strumenti musicali sono chiamati a dare il
loro contributo alla lode del Dio trinitario. In un organo, le numerose
canne e i registri devono formare un'unità. Se qua o là qualcosa
si blocca, se una canna è stonata, questo in un primo momento è percettibile
forse soltanto da un orecchio esercitato. Ma se più canne
non sono più ben intonate, allora si hanno delle stonature e
la cosa comincia a divenire insopportabile. Anche le canne di quest'organo
sono esposte a cambiamenti di temperatura e a fattori di affaticamento. È questa
un'immagine della nostra comunità. Come nell'organo una mano
esperta deve sempre di nuovo riportare le disarmonie alla retta consonanza,
così dobbiamo anche nella Chiesa, nella varietà dei doni
e dei carismi, trovare mediante la comunione nella fede sempre di nuovo
l'accordo nella lode di Dio e nell'amore fraterno. Quanto più,
attraverso la Liturgia, ci lasciamo trasformare in Cristo, tanto più saremo
capaci di trasformare anche il mondo, irradiando la bontà, la
misericordia e l'amore per gli uomini di Cristo.
I grandi compositori con la loro musica volevano in definitiva, ciascuno
a modo suo, glorificare Dio. Johann Sebastian Bach, sul titolo di molte
delle sue partiture ha scritto le lettere S. D. G.: “Soli Deo
Gloria”, alla sola gloria di Dio. Anche Anton Bruckner metteva
all'inizio le parole: “Dem lieben Gott gewidmet”, dedicato
al buon Dio. Che tutti i frequentatori di questa magnifica basilica,
mediante la grandiosità dell'edificio e attraverso la liturgia
arricchita dall'armonia del nuovo organo e dal canto solenne, siano
guidati alla gioia della fede. |