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O la pace o la
vita.
Il falso dilemma smascherato da Benedetto XVI
Parlando ai vescovi svizzeri, il papa dà risposta
alla principale obiezione rivolta contro la gerarchia della Chiesa
dai cattolici progressisti. E ai vescovi tedeschi dice...
di Sandro Magister -www.chiesa.espressonline.it
ROMA, 16 novembre 2006 – Nel secondo dei due discorsi rivolti
ai vescovi svizzeri in visita “ad limina”, Benedetto XVI
ha risposto a quella che è forse l’obiezione più ricorrente
rivolta contro il papa e la gerarchia della Chiesa dalle correnti cattoliche
progressiste.
L’obiezione è che la gerarchia della Chiesa da un lato – quello
della vita e della famiglia – predichi verità definite innegoziabili,
pure e dure, impositive anche nelle decisioni politiche, e dall’altro
lato – quello della pace, della giustizia, della salvaguardia della
natura – annacqui invece la “differenza cristiana” e
pronunci parole deboli, acquiescenti con i poteri mondani.
Secondo le correnti cattoliche progressiste, la priorità andrebbe
rovesciata. La Chiesa dovrebbe mettere al primo posto la battaglia per
la pace, la giustizia e la difesa della natura, ed essere invece più comprensiva
con le moderne “soggettività” per quanto riguarda
la vita e la famiglia.
Benedetto XVI ha detto ai vescovi svizzeri d’aver molto riflettuto
su questo. E la sua convinzione è che in effetti esista nel mondo
d’oggi una scissione tra “due parti della moralità”.
La pace, la giustizia, la difesa della natura fanno oggetto quasi di
una nuova religione, a prescindere dalle soluzioni proposte, che secondo
il papa “sono spesso molto unilaterali e non sempre credibili”.
Sulla vita e la famiglia ha largo seguito invece una “antimoralità” contraria
a quella proposta dalla Chiesa.
La risposta di Benedetto XVI è che è necessario “ricollegare
queste due parti della moralità e rendere evidente che esse
vanno inseparabilmente unite tra loro”.
Infatti, “solo se si rispetta la vita umana dalla concezione fino
alla morte è possibile e credibile anche l'etica della pace”.
In questo, papa Joseph Ratzinger si pone pienamente nel solco del suo
predecessore.
Basti ricordare quanto disse Giovanni Paolo in un’udienza al Movimento
per la Vita, il 22 maggio 2003:
“Un'elementare coerenza esige che chi cerca la pace difenda la
vita. Nessuna azione per la pace può essere efficace se non ci
si oppone con la stessa forza agli attacchi contro la vita in ogni sua
fase, dal suo sorgere sino al naturale tramonto”.
In quegli stessi mesi del 2003 papa Karol Wojtyla godeva di largo consenso
per la sua predicazione contro la guerra in Iraq.
Quando però – come nel discorso citato – disse che
l’azione per la pace e quella contro l’aborto sono tutt’uno,
immediatamente fu criticato da molti di quegli stessi che applaudivano
le sue condanne della guerra.
Ecco qui di seguito il passaggio del discorso di Benedetto XVI ai
vescovi svizzeri relativo alle due morali:
”Il nostro annuncio si scontra con una specie di antimoralità...”
di Benedetto XVI, 9 novembre 2006
Sento spesso dire che una nostalgia di Dio, di spiritualità,
di religione esiste oggi nelle persone e che si ricomincia anche a
vedere nella Chiesa [...] una grande portatrice di esperienza spirituale: è come
un albero nel quale possono porre il loro nido gli uccelli, anche se
poi vogliono di nuovo volar via [...].
Quello che invece risulta molto difficile alla gente è la morale
che la Chiesa proclama.
Su questo ho riflettuto – ci rifletto già da molto tempo – e
vedo sempre più chiaramente che, nella nostra epoca, la morale
si è come divisa in due parti.
La società moderna non è semplicemente senza morale,
ma ha, per così dire, “scoperto” e rivendica una
parte della morale che, nell'annuncio della Chiesa negli ultimi decenni
e anche di più, forse non è stata abbastanza proposta.
Sono i grandi temi della pace, della non violenza, della giustizia
per tutti, della sollecitudine per i poveri e del rispetto della creazione.
Questo è diventato un insieme etico che, proprio come forza
politica, ha un grande potere e costituisce per molti la sostituzione
o la successione della religione.
In luogo della religione, che è vista come metafisica e cosa
dell'al di là – forse anche come cosa individualistica – entrano
i grandi temi morali come l'essenziale che poi conferisce all'uomo
dignità e lo impegna. [...]
Questa moralità esiste ed affascina anche i giovani, che si
impegnano per la pace, per la non violenza, per la giustizia, per i
poveri, per la creazione. E sono davvero grandi temi morali, che appartengono
del resto anche alla tradizione della Chiesa. I mezzi che si offrono
per la loro soluzione sono poi spesso molto unilaterali e non sempre
credibili, ma su questo non dobbiamo soffermarci ora. [...]
L'altra parte della morale, che non di rado viene colta in modo assai
controverso dalla politica, riguarda la vita.
Fa parte di essa l'impegno per la vita, dalla concezione fino alla
morte, cioè la sua difesa contro l'aborto, contro l'eutanasia,
contro la manipolazione e contro l'auto-legittimazione dell'uomo a
disporre della vita.
Spesso si cerca di giustificare questi interventi con gli scopi apparentemente
grandi di poter con ciò essere utili alle generazioni future
e così appare addirittura come cosa morale anche il prendere
nelle proprie mani la vita stessa dell'uomo e manipolarla.
Ma, dall'altra parte, esiste anche la consapevolezza che la vita umana è un
dono che richiede il nostro rispetto e il nostro amore dal primo fino
all'ultimo momento, anche per i sofferenti, gli handicappati e i deboli.
In questo contesto si pone poi anche la morale del matrimonio e della
famiglia.
Il matrimonio viene sempre di più emarginato. Conosciamo l'esempio
di alcuni paesi, dove è stata fatta una modifica legislativa,
secondo la quale il matrimonio adesso non è più definito
come legame tra uomo e donna, ma come un legame tra persone. Con ciò ovviamente è distrutta
l'idea di fondo [del matrimonio] e la società, a partire dalle
sue radici, diventa una cosa totalmente diversa.
La consapevolezza che sessualità, eros e matrimonio come unione
tra uomo e donna vanno insieme – "I due saranno una sola
carne", dice la Genesi –, questa consapevolezza s'attenua
sempre di più. Ogni genere di legame sembra assolutamente normale:
il tutto presentato come una specie di moralità della non-discriminazione
e un modo di libertà dovuta all'uomo. Con ciò, naturalmente,
l'indissolubilità del matrimonio è diventata un'idea
quasi utopica che, proprio anche in molte persone della vita pubblica,
appare smentita. Cosi anche la famiglia si disfa progressivamente.
Certo, per il problema della diminuzione impressionante del tasso di
natalità esistono molteplici spiegazioni, ma sicuramente ha
in ciò un ruolo decisivo anche il fatto che si vuole avere la
vita per se stessi, che ci si fida poco del futuro e che, appunto,
si ritiene quasi non più realizzabile la famiglia come comunità durevole,
nella quale può poi crescere la generazione futura.
In questi ambiti, dunque, il nostro annuncio si scontra con una consapevolezza
contraria della società, con una specie di antimoralità che
si appoggia su di una concezione della libertà vista come facoltà di
scegliere autonomamente senza orientamenti predefiniti, come non-discriminazione,
quindi come approvazione di ogni tipo di possibilità, ponendosi
così in modo autonomo come eticamente corretta.
Ma l'altra consapevolezza non è scomparsa. Essa esiste, e io
penso che noi dobbiamo impegnarci per ricollegare queste due parti
della moralità e rendere evidente che esse vanno inseparabilmente
unite tra loro.
Solo se si rispetta la vita umana dalla concezione fino alla morte è possibile
e credibile anche l'etica della pace; solo allora la non violenza può esprimersi
in ogni direzione, solo allora accogliamo veramente la creazione e
solo allora si può giungere alla vera giustizia.
Penso che in ciò abbiamo davanti un grande compito: da una
parte, non far apparire il cristianesimo come semplice moralismo ma
come dono nel quale ci è dato l'amore che ci sostiene e ci fornisce
poi la forza necessaria per saper “perdere la propria vita”;
dall'altra, in questo contesto di amore donato, progredire anche verso
le concretizzazioni, per le quali il fondamento ci è sempre
offerto dal Decalogo che, con Cristo e con la Chiesa, dobbiamo leggere
in questo tempo in modo progressivo e nuovo.
__________
E il giorno dopo, ai vescovi tedeschi...
Il giorno dopo l’incontro con i vescovi svizzeri, il 10 novembre,
Benedetto XVI ha anche incontrato un gruppo di vescovi tedeschi in
visita “ad limina”.
Con questi suoi connazionali il papa si è soffermato su alcune
questioni di notevole portata anche per la Chiesa universale. Tra le
quali:
1. La secolarizzazione
“Ritengo che la Chiesa in Germania debba considerarla come una
sfida provvidenziale e affrontarla con coraggio. Noi cristiani non
dobbiamo temere il confronto spirituale con una società che
dietro la sua ostentata superiorità intellettuale nasconde
la perplessità dinanzi alle domande esistenziali ultime. Le
risposte che la Chiesa trae dal Vangelo del Logos fatto uomo in verità si
sono dimostrate valide nei confronti con il pensiero degli ultimi due
millenni; hanno una valenza duratura. Rafforzati da questa consapevolezza,
possiamo dare conto a tutti coloro che ci chiedono ragione della speranza
che è in noi (cfr. 1 Pietro 3, 15)”.
2. L’islam
“Questo vale anche per i nostri rapporti con i fedeli delle altre
religioni, soprattutto con i molti musulmani che vivono in Germania,
e ai quali andiamo incontro con rispetto e benevolenza. Proprio loro,
che osservano le loro convinzioni e i loro riti religiosi spesso con
grande serietà, hanno diritto di ricevere la nostra testimonianza
umile e salda in favore di Gesù Cristo. Per poterla dare con
una forza persuasiva, occorre però un impegno serio. Per questo,
nei luoghi in cui la popolazione musulmana è numerosa, dovrebbero
essere disponibili degli interlocutori cattolici con conoscenze adeguate
sia linguistiche sia della storia delle religioni, che li rendano capaci
di dialogare con i musulmani. Questo dialogo, però, presuppone
innanzitutto una solida conoscenza della propria fede cattolica”.
3. La religione nelle scuole
“Innanzitutto occorre preoccuparsi dei programmi di studio per
l’insegnamento della religione, che devono essere ispirati al
Catechismo della Chiesa Cattolica, affinché nel corso degli
studi venga trasmessa la totalità della fede e delle consuetudini
della Chiesa. In passato, non di rado il contenuto della catechesi
veniva posto in secondo piano rispetto ai metodi didattici. La presentazione
integrale e comprensibile dei contenuti della fede è un aspetto
decisivo per l’approvazione dei libri di testo per l’insegnamento
della religione. Non meno importante è anche la fedeltà degli
insegnanti alla fede della Chiesa e la loro partecipazione alla vita
liturgica e pastorale delle parrocchie o delle comunità ecclesiali
nel cui territorio svolgono il loro lavoro. Nelle scuole cattoliche,
inoltre, è importante che l’introduzione alla visione
cattolica del mondo e alla pratica della fede, come pure l'integrale
formazione cattolica della personalità, siano trasmesse in modo
convincente non soltanto durante l’ora di religione, bensì durante
tutta la giornata scolastica – non da ultimo attraverso la testimonianza
personale degli insegnanti”.
4. Le facoltà di teologia
“Non si sottolineerà mai abbastanza che la fedeltà al ‘Depositum
fidei’, così come viene presentato dal magistero della
Chiesa, è per eccellenza il presupposto per una seria ricerca
e un insegnamento serio. Questa fedeltà è anche un’esigenza
dell’onestà intellettuale per chiunque svolge un compito
di insegnamento accademico su incarico della Chiesa. I Vescovi hanno
qui il dovere di dare il loro ‘nihil obstat’ da responsabili
di vertice solo dopo un esame coscienzioso. Solo una facoltà teologica
che si sente obbligata a rispettare questo principio potrà essere
in grado di dare un contributo autentico allo scambio spirituale all'interno
delle università”.
5. I seminari
“Al riguardo, il Concilio Vaticano II, nel suo decreto ‘Optatam
Totius’, ha stabilito norme importanti che, purtroppo, non sono
ancora state pienamente attuate. Ciò vale in particolare per
l’istituzione del cosiddetto corso introduttivo prima dell’inizio
degli studi veri e propri. Questo non dovrebbe soltanto trasmettere
una solida conoscenza delle lingue classiche, che occorre espressamente
esigere per lo studio della filosofia e della teologia, ma anche la
familiarità con il catechismo, con la pratica religiosa, liturgica
e sacramentale della Chiesa. Dinanzi al crescente numero di persone
interessate e di candidati che non provengono più da una formazione
cattolica tradizionale, un tale anno introduttivo è urgentemente
necessario. Inoltre, durante questo anno lo studente può raggiungere
una chiarezza maggiore sulla sua vocazione al sacerdozio. D’altro
canto, le persone responsabili della formazione sacerdotale hanno la
possibilità di farsi un’idea del candidato, della sua
maturità umana e della sua vita di fede. I cosiddetti giochi
delle parti con una dinamica di gruppo, i gruppi di autocoscienza ed
altri esperimenti psicologici sono invece meno adatti allo scopo e
possono creare piuttosto confusione ed incertezza”.
6. Preti e laici
“E importante che i profili specifici delle diverse missioni
non vengano confusi. L'omelia durante la santa messa è un compito
legato al ministero ordinato; quando è presente un numero sufficiente
di sacerdoti e di diaconi, spetta a loro la distribuzione della santa
comunione. Inoltre, continua ad essere avanzata la richiesta perché i
laici possano svolgere delle funzioni di guida pastorale. A tale riguardo,
non possiamo discutere le questioni che vi sono connesse solo alla
luce della convenienza pastorale, poiché qui si tratta di verità della
fede, vale a dire della struttura sacramentale-gerachica voluta da
Gesù Cristo per la sua Chiesa. Poiché questa si fonda
sulla Sua volontà come anche la delega apostolica poggia sul
Suo mandato, esse sono sottratte all’intervento umano. Solo il
sacramento dell’ordinazione autorizza chi lo riceve a parlare
e ad agire ‘in persona Christi’”.
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