CHI VUOL UCCIDERE IL PAPA ? E NOI POSSIAMO DIFENDERLO?

di Antonio Socci -03.11.2006
www.antoniosocci.it

Mi associo all’invito di padre Livio, di Radio Maria, per pregare per il Papa soprattutto nei giorni del suo viaggio in Turchia. Ripropongo la famosa preghiera scritta da Leone XIII a San Michele Arcangelo, protettore della Chiesa (questa preghiera, fino al Concilio Vaticano II, veniva recitata alla fine di ogni Messa):
“San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia contro le insidie e la malvagità del demonio, sii nostro aiuto. Te lo chiediamo supplici che il Signore lo comandi. E tu, principe della milizia celeste, con la potenza che ti viene da Dio, ricaccia nell'inferno Satana e gli altri spiriti maligni, che si aggirano per il mondo a perdizione della anime. Amen”.

Il Papa è in pericolo.

Lo stiamo scrivendo, come semplici osservatori, da un mese e mezzo su questo giornale e oggi abbiamo alcuni gravi motivi in più per ripeterlo e per suggerire l’annullamento del viaggio in Turchia (dal 28 novembre al 1° dicembre). La Turchia è sempre stato un posto difficile da frequentare per un Papa. Ma nelle ultime settimane le cose si sono ancor più aggrovigliate (e c’è pure un enigmatico precedente che poi vedremo).

Cosa sta accadendo oggi? Dopo il discorso papale di Ratisbona, il 15 settembre scorso, è stato proprio il premier turco Erdogan lo statista musulmano che ha lanciato l’attacco più sorprendente e arrogante contro il Pontefice. Esigendo addirittura le sue scuse. Ora si è saputo che lo stesso Erdogan si è inventato un pretesto e non incontrerà il Papa.

Probabilmente per non alienarsi consensi in vista delle elezioni. Perché l’ostilità turca al Papa si sta allargando ed è sia religiosa che politica. Islamisti e nazionalisti sono le due forze più forti nella società turca di oggi. I primi non perdonano al Papa il discorso di Ratisbona. I secondi non gli perdonano di essersi pronunciato – quando era cardinale – contro l’ammissione della Turchia nella Ue.

Il fatto stesso che un paese importante come la Germania fosse, col governo socialdemocratico, lo sponsor dell’ingresso della Turchia nella Ue, e oggi, con la democristiana Merkel, sia fra i refrattari, viene assurdamente imputato all’influenza del Papa anche dai giornali occidentali e questo alimenta le tensioni. In realtà se il rapporto fra la Turchia è la Ue è precipitato in una grave crisi il Papa non c’entra proprio niente. Le contestazioni che la Ue rivolgerà ad Ankara nel rapporto ufficiale dell’8 novembre prossimo sembra si riferiscano al rispetto dei parametri posti dall’Europa: la situazione di Cipro, la libertà di espressione in Turchia, i diritti delle minoranze etniche e religiose, il rispetto dei diritti umani (per esempio in relazione all’uso della tortura nelle carceri), infine il peso esorbitante dei militari nella vita democratica del Paese.

Questa crisi della trattativa fra Ue e Turchia si accompagna a una grande gelata nelle due opinioni pubbliche. In quella europea coloro che vedono con favore l’ingresso della Turchia sono crollati dal 30 per cento al 21 per cento (dal 2004 al 2006), mentre gli ostili sono aumentati dal 20 al 32 per cento. In Turchia, di riflesso, l’orgoglio nazionalista si è rinvigorito e quanti vogliono l’adesione alla Ue sono in caduta libera (dal 73 al 54 per cento) mentre salgono i contrari (dal 9 al 22 per cento). Ma soprattutto si fanno più forti gli islamisti che preferiscono l’Iran all’Europa (dal 34 al 43 per cento).

La visita del Papa, fin dall’inizio, malgrado le intenzioni della Santa Sede fossero del tutto opposte, si è trovata dentro questa tenaglia politica. Non a caso a sbloccare il “sì” delle autorità turche alla visita era stato l’assassinio a Trebisonda di don Andrea Santoro. Il governo turco aveva l’assoluta necessità di dimostrare all’Europa che si era trattato del gesto del solito “pazzo isolato”. Per questo aveva dato l’ok alla visita del pontefice. Quell’omicidio però ha rivelato quanto forte sia all’interno della Turchia il fanatismo islamista e quanto le autorità siano desiderose più di minimizzare il tutto, con una frettolosa condanna del colpevole singolo, che di sradicare il fenomeno indagando in profondità.
Oggi stanno guadagnando terreno le forze che, all’interno della Turchia, vogliono mettere fine al dialogo considerando un affronto le condizioni poste dalla Ue. Ma non sono soltanto le forze islamiste (le quali vorrebbero trascinare la Turchia a Oriente), probabilmente anche all’interno dello Stato e del nazionalismo turco vi sono pulsioni simili.

In questa opaca situazione, in un Paese che da sempre è crocevia occulto di vari servizi segreti e organizzazioni terroristiche, più d’uno dunque può aver valutato il pesantissimo contraccolpo politico che deriverebbe da un attentato al Papa durante la sua visita. Ieri un fanatico ha sparato in aria minacciando il pontefice.

E’ noto che da qualche mese in Turchia un libro inquietante ha conquistato le vette delle vendite. Si intitola: “Attentato al Papa. Chi ucciderà Benedetto XVI a Istanbul”. E’ un giallo, di pura fantasia ovviamente, ma ha fatto discutere molto per il suo successo e il contesto in cui è uscito. Il suo autore, Yucel Kaya, in una recente intervista, ha fatto considerazioni molto inteligenti: “Nei giorni della visita la sicurezza del pontefice sarà la prima preoccupazione dello Stato turco. La mia paura è un’altra: che altri soggetti possano attentare alla vita del papa, facendo poi ricadere la colpa sulla Turchia”.

Lo scrittore con molta franchezza riconosce pure che “ai turchi papa Ratzinger non piace”. Ma va detto che sono molti altri coloro a cui questo pontefice, che si annuncia come un grande papa per la Chiesa, dà fastidio. In conclusione Kaya dichiara: “Non mi sento così sicuro che andrà tutto liscio. Perchè le cose che possono capitare sono veramente tante, anche senza pensare per forza a una tragedia”.

Ci troviamo dunque nell’angosciante situazione di un possibile attentato annunciato. Naturalmente tutti speriamo che non avvenga mai, che sia un falso allarme. Per la Chiesa sarebbe una tragedia immensa. Ma c’è un precedente inquietante, che riguarda Giovanni Paolo II e – ancora una volta – la Turchia. Tutti ricordano l’attentato a papa Wojtyla, il 13 maggio 1981, del killer turco Alì Agca. Il Papa fu ridotto in fin di vita e sopravvisse per puro miracolo.

E’ meno noto che il nome del killer e la sua intenzione di uccidere il Papa erano conosciuti da almeno un anno e mezzo. Ben prima dell’attentato. Di misterioso infatti, nella vicenda di Agca, non c’è solo il nome dei mandanti. Agca – che apparteneva ai “Lupi grigi” - il 1° febbraio 1979 aveva assassinato Abdi Ipekci, direttore del quotidiano liberale Milliyet, il più importante della Turchia. Sebbene rinchiuso in luglio nel carcere militare di massima sicurezza di Kartel Maltese, il 25 novembre era riuscito ad evadere. Impresa alquanto sorprendente, soprattutto considerando le carceri turche.

Ancora più sorprendente che, il giorno dopo l’evasione, Agca anziché pensare a nascondersi abbia provveduto a mettersi in mostra inviando proprio a Milliyet una lettera dove annunciava l’uccisione di papa Wojtyla alla vigilia del suo viaggio in Turchia: “Gli imperialisti occidentali” scriveva “temendo che la Turchia e le nazioni islamiche possano diventare una potenza politica, militare ed economica nel Medio Oriente, stanno mandando in Turchia, in questo delicato momento, il Comandante delle Crociate, Giovanni Paolo II, spacciato come leader religioso. Se questa visita non sarà revocata, io ucciderò il Papa comandante”.

E’ noto che Wojtyla e Ratzinger non sono uomini da arretrare di fronte alle minacce. Il primo, proprio sei mesi prima dell’attentato, dichiarò “Noi dobbiamo abituarci a subire in un tempo non lontano grandi prove, che richiederanno da parte nostra la disponibilità a perdere la stessa vita…”. Il secondo, papa Ratzinger, addirittura nella messa di insediamento ha affermato: “Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà”, ma di fare come “il buon pastore che offre la sua vita per le pecore”.

Tuttavia i suoi collaboratori hanno il dovere di proteggerlo e – se possiamo formulare un auspicio – in questo caso convincerlo almeno a rinviare questo inquietante viaggio. I rischi sono ormai immensamente più grandi dei benefici.

La solitudine di Erdogan

di Massimo Introvigne
(pubblicato su il Giornale del 3 novembre 2006 con il titolo "Erdogan snobba Ratzinger e volta le spalle all'Europa")

La decisione del primo ministro turco Erdogan di non incontrare il Papa non deriva solo dal discorso di Ratisbona né da calcoli in vista delle elezioni in programma in Turchia nel 2007. Deriva anzitutto dalla solitudine. Amici turchi che conoscono bene il premier lo descrivono come un uomo deluso e stanco. Passa parecchio tempo a leggere: e se è vero - come mi assicurano - che fra i libri che tiene sul comodino c’è Il regno della quantità e i segni dei tempi dell’esoterista francese (ma morto da musulmano al Cairo) René Guénon, si tratta di testi cupi su un’Europa dominata dal materialismo. In Europa ha perso gli amici - Berlusconi (che volle come testimone alle nozze del figlio) e Blair (ormai a fine corsa) - e deve avere sempre più a che fare con nemici storici del suo governo come Prodi.

La Turchia è una semi-democrazia, perché le leggi del Parlamento possono essere bloccate dal veto del Consiglio costituzionale, di cui fanno parte il Presidente della Repubblica e i comandanti militari, e che è espressione dell’ortodossia di quel Kemal Atatürk che una volta, in un impeto di sincerità, affermò che gli sarebbe piaciuto «vedere tutte le religioni affondare in fondo al mare». Ma le vessazioni kemaliste non hanno fatto sparire l’islam, anzi hanno fatto nascere movimenti rigogliosi che, dopo la Seconda guerra mondiale, non potevano non sentire l’attrazione del fondamentalismo.

Nel 2001 il maggiore partito fondamentalista turco ha avuto la sua «svolta di Fiuggi»: la seconda generazione - guidata dai sindaci di Istanbul (Erdogan) e di Ankara (l’attuale ministro degli Esteri Gul) - ha messo in minoranza la prima, dell’ex-premier Erbakan, dichiarato di ripudiare il fondamentalismo e abbracciato un conservatorismo che cita i neo-con americani, si apre ai diritti delle donne e delle minoranze religiose e punta sull’adesione all’Unione Europea, mentre mantiene una forte identità islamica simboleggiata dalla rivendicazione della libertà (non l’obbligo) per le donne di portare ovunque il velo. Erdogan ha vinto le politiche del 2002 e stravinto le amministrative del 2004. Questi successi hanno dato fastidio a due gruppi: i laicisti kemalisti e i fondamentalisti che non mancano neppure nel suo stesso partito. Paradossalmente, i due gruppi collaborano fra loro per isolare Erdogan: così il laicista presidente della Repubblica Sezer e il presidente del Dipartimento degli Affari religiosi Bardakoglu, vicino ai fondamentalisti (le due personalità che incontreranno il Papa), si trovano d’accordo spesso per attaccare il governo.

Il blocco sociale che ha sostenuto Erdogan è composto dalla borghesia del boom economico, che vuole l’ingresso nell’Unione Europea, e dall’ampia base dell’islam politico, che ha scelto il realismo di Erdogan contro il massimalismo di Erbakan, sperando che proprio l’Europa, imponendo alla Turchia l’abolizione del Consiglio costituzionale, aprisse per esempio la strada alla liberalizzazione del velo. Erdogan può ancora vincere le elezioni del 2007, perché l’elettorato si fida ancora meno dei suoi concorrenti: ma l’Europa, dando segni sempre più chiari di insofferenza verso la Turchia, rischia di spingere la base islamica delusa verso un ritorno al fondamentalismo. Nonostante tutto questo, Erdogan sbaglia a non incontrare Benedetto XVI: superando le sue delusioni, l’incontro con chi in fondo condivide con lui molti giudizi sulla storia e sulla morale avrebbe potuto rappresentare per il premier turco una svolta politica e, forse, personale e umana.

Gelo turco sul viaggio del Papa - Parla Massimo Introvigne

Intervista cura di Carlo Silini (Corriere del Ticino [Lugano], 3 novembre 2006)

Tra l'assenza di Erdogan e gli spari di Istanbul

Di motivi perché il prossimo viaggio di Papa Ratzinger in Turchia, previsto tra il 28 novembre e il 1. dicembre prossimi, sarebbe stato colmo di incognite e al limite dell'evento straordinario ne esistevano parecchi già nei mesi scorsi.

Sul piano religioso gli analisti ritenevano che questa sarebbe stata l'occasione d'oro per ritentare un ricongiungimento, almeno parziale, tra cattolicesimo e cristianesimo ortodosso. Sul piano politico c'era molta curiosità per l'arrivo in terra turca del Papa che qualche anno fa, in vesti cardinalizie, affermò che l'ingresso della Turchia in Europa sarebbe un errore, un fatto antistorico. Che cosa si sarebbero detti Ratzinger e il premier europeista Erdogan? Poi c'è stato il discorso di Ratisbona - con l'infelice citazione dell'imperatore Manuele Paleologo II sulla violenza dell'Islam - che ha scatenato le ire dei musulmani (ovviamente anche in Turchia). E di colpo il viaggio papale appariva sotto un'altra ottica: quello di un'ulteriore occasione di chiarimento dei rapporti tra cristiani e musulmani. Mercoledì scorso, come fulmine a ciel sereno è giunto l'annuncio che il primo ministro turco Tayyip Erdogan non incontrerà Benedetto XVI nel periodo nel quale il prelato visiterà la Turchia. E ieri un uomo ha sparato alcuni colpi di pistola davanti al consolato d'Italia a Istanbul pare per protestare contro l'imminente visita di Benedetto XVI (vedi articolo nelle cronache estere). Uno sgarbo e un atto sconsiderato che trasformeranno la trasferta papale in un buco nell'acqua? Ne parliamo con Massimo Introvigne, esperto di religioni - è direttore del Centro Studi Nuove Religioni di Torino - e al contempo esperto di Turchia, Paese al quale ha consacrato un paio di anni fa il saggio «La Turchia e l'Europa. Religione e politica nell'Islam turco», Ed. Sugarco.

Perché il primo ministro di un Paese che intende entrare in Europa decide di non incontrare il Papa che viene a casa sua?

«Credo che ci siano delle ragioni politiche che si accompagnano a ragioni personali. Da diversi mesi Erdogan attraversa un momento di grande delusione»

Delusione da che cosa?

«Delusione perché le reazioni del'Europa nei confronti della Turchia sono sempre più ostili».

È di questi giorni infatti la notizia di un rapporto della commissione europea, che le indiscrezioni preannunciano molto critico, sui progressi compiuti dalla Turchia nel rispetto delle condizioni di adesione all'Unione Europea.
Erdogan è conosciuto per il suo proverbiale ottimismo...

«Sì, ma non dobbiamo dimenticare da dove viene. Erdogan è protagonista della svolta del suo partito, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo AKP, nel 2001 che sino ad allora, con il nome di Refah, era un partito fondamentalista islamico. Refah aveva già vinto le elezioni una volta ma veniva regolarmente sciolto dalla Corte costituzionale e si ricostituiva sotto un altro nome per poi essere risciolto... Nel 2001 c'è stata la rivolta dei "giovani", che poi erano i sindaci, tra cui Erdogan sindaco di Istanbul, nei confronti dei "vecchi", rappresentati dall'ex primo ministro Erbakan. I "giovani" hanno preso i vertici del partito e si sono affidati a ideologi che hanno disegnato un programma non fondamentalista ma conservatore, ispirato ai neocon americani. Hanno insomma costituito un blocco sociale - che gli ha fatto vincere le elezioni politiche del 2002 e stravincere quelle amministrative del 2004 - costituito dal mondo imprenditoriale (le cosiddette "tigri dell'Anatolia", i figli del boom economico che vogliono entrare nell'Unione europea) e dal grosso del movimento fondamentalista che pur con tempi diversi dai vertici del partito ha accettato questa svolta».

Chi l'ha avversata?

«Da una parte i kemalisti che per la prima volta sono stati esclusi tutti dal governo, pur mantenendo il potere in un paese che è semidemocratico perché tutte le leggi devono avere il visto del Consiglio costituzionale che è composto dal presidente della repubblica e dai capi delle varie branche militari. Si tratta di un'anomalia che l'Unione europea da una parte non può tollerare, ma dall'altra sa che se viene rimossa salterebbero tutte le leggi sul velo islamico delle donne e sui simboli religiosi».

E dall'altra?

«Dai fondamentalisti. Non a caso il Papa incontrerà sia il presidente Sezer, un ultralaico custode della fase più antireligiosa di Ataturk, sia il presidente dell'organo di controllo che nomina gli imam Ali Bakayoglu che è un simpatizzante dei fondamentalisti. In realtà i militari utilizzano spesso i fondamentalisti per fare un'azione a tenaglia per mettere in difficoltà il governo Erdogan».

Insomma, deluso dalle reazioni europee sulla Turchia, forse anche dall'infelice frase papale a Ratisbona, Erdogan si sottrae all'incontro con Benedetto XVI anche per evitare di perdere le prossime elezioni?

«Forse vincerà comunque le prossime elezioni perché le alternative sono considerate da gran parte dell'elettorato turco peggiori di lui, ma è chiaro che Erdogan è oggi in difficoltà anche con il suo stesso blocco sociale»

Come mai?

«Perché i militari potrebbero anche accettare l'eliminazione del Consiglio costituzionale se poi questo bastasse per fare entrare la Turchia in Europa, ma poi in realtà ritengono che in Europa troverebbero altre ragioni per escludere il Paese: dalle navi cipriote alla questione armena. Morale: l'elettorato musulmano che vuole l'abolizione dei limiti al velo o al valore giuridico della maturità conseguita dalle scuole private, in gran parte islamiche, non ha avuto quello che voleva. L'elettorato borghese e imprenditoriale che voleva l'ingresso in europa lo vede con sempre maggiore scetticismo».

L'isolamento di Erdogan che effetti può avere?

«Rende meno attraente e meno vitale il modello conservatore turco che non è assolutamente un modello di islam laico. L'Islam laico, del resto, non esiste. È un'invenzione di alcuni pensatori che vivono in Occidente, come Magdi Allam, e che nei paesi a maggioranza musulmana non avrebbero quasi seguito. Esiste invece un modello di Islam conservatore che vuole il velo, che vuole il divieto agli studi storico-critici sul Corano ma che nello stesso tempo è disponibile a qualche apertura sulla libertà religiosa e a molte aperture sulle alleanze internazionali e sui diritti delle donne. Questo è quello che offre il mercato. Ma mi sembra che questa offerta sia stata rimandata al mittente dall'Europa e rischi di sparire».

Non crede che sottrarsi all'incontro papale non giovi comunque alla causa di Erdogan?

«Lo dico da sostenitore di Erdogan: mi pare che il suo sia un errore. Tutto sommato al di là di Ratisbona e dell'adesione turca all'Unione europea, la loro visione della storia e dell'Europa un po' crepuscolare ha molti punti in comune. Abbiamo un pio sufi e un Papa cattolico. Sarebbe stato un incontro che avrebbe potuto segnare una svolta sul piano politico e forse anche sul piano umano per sortire da questa fase depressiva».

Insomma, un'occasione persa.

«Credo di sì, anche se mi pare che forse ci sia stato qualche errore da parte della diplomazia della Santa Sede che ha accettato di incontrare come interlocutori istituzionali, o così sembra a oggi, solo un kemalista massone come è il presidente della Repubblica e un fondamentalista islamico».

E per il Papa che senso ha andare in Turchia in questo momento?

«A dire la verità il Papa ha pensato il viaggio in Turchia ben prima di questi scenari e ben prima di Ratisbona. Il suo non voleva essere un incontro con l'Islam, ma una tappa nel quadro della sua strategia di dialogo ecumenico con gli ortodossi».

Che progetti ha su questo fronte?

«Il Papa pensa che, meno condizionati del patriarcato di Mosca da certi giochi politici di Putin, gli ortodossi con i quali si può arrivare forse addirittura ad un'unione sono quelli che fanno capo al patriarcato detto ecumenico di Costantinopoli: né i russi né i greci, ma tutti gli altri. Quello in Turchia era quindi stato pensato dal Papa come viaggio ecumenico. Se no non si capisce perché vada in Turchia prima di andare nei più grandi Paesi cattolici del mondo come il Brasile o il Messico, o in Paesi politicamente fondamentali come gli Stati Uniti o la Francia. Lui ha enunciato subito come uno degli obiettivi del suo pontificato il passaggio dai grandi abbracci ai risultati concreti nel dialogo almeno con una parte dell'ortodossia».

Com'è suddivisa oggi l'ortodossia?

«In tre grosse parti. Quella che fa capo ai greci che sono diffidenti nei confronti di Roma; quella che fa capo al patriarcato di Mosca dove la base sarebbe anche disponibile, ma il patriarca blocca tutto; e quella diffusa in tutto il resto del mondo che riconosce l'autorità,appunto, del patriarca detto ecumenico di Costantinopoli. Con questa terza branca dell'ortodossia che comunque ha un grande significato simbolico forse riuscirà ad ottenere qualche risultato concreto. Se non l'unione, l'intercomunione, che per il momento non c'è».

Il viaggio, pensato per incontrare il patriarca, potrebbe però richiedere nuovi obiettivi dopo il discorso di Ratisbona che ha fatto infuriare il mondo islamico...

«Sì, ma non è che incontrando il presidente della repubblica turca che è un laico massone possa avanzare il dialogo con l'Islam».

Dopo Ratisbona, tuttavia, un qualche messaggio distensivo all'Islam dovrà pur mandarlo.

«Certo. Ma sono stato in Marocco qualche tempo fa e il maggiore settimanale del Paese aveva un grande titolo: "Et si le Pape avait raison?". Questa è stata una provocazione utile per fare i conti con i fondamentalisti, una provocazione secondo me voluta. Credo in ogni caso che il dialogo con l'Islam non sia al primo posto nell'agenda del Papa».

E cosa c'è al primo posto?

«A me pare che prevalga il problema che sia l'Europa a dovere ritrovare le sue radici. Questo è il Papa dell'Europa, non il Papa della mondializzazione. Pensa che l'uomo malato della cristianità sia l'Europa».

Una visione, detto per inciso, che mette in difficoltà proprio la Turchia.

«Da un certo punto di vista sì: più l'Europa riscopre le sue radici cristiane più nasce un'altra forma di opposizione alla Turchia. Anche se in questo momento l'opposizione alla Turchia non ha niente a che fare con le radici cristiane. A meno di voler ritenere Chirac un fautore delle radici cristiane d'Europa. Ha più a che fare con problemi di immigrazione e con problemi di umori di pancia degli elettorati. In questo momento un politico che si dica a favore dell'integrazione turca in Europa perde voti. Siccome da molte parti si avvicinano le elezioni nessuno o pochi osano dirlo».

Concludendo: mentre le anticipazioni di rapporti europei sono critiche con la Turchia, mentre assistiamo a crisi diplomatiche tra Ankara e Parigi sul genocidio degli armeni, mentre i fondamentalisti turchi manifestano contro il discorso di Ratisbona... che cosa resta da fare la Papa in procinto di recarsi in Turchia?

«Penso che il Papa cercherà di insistere sullo scopo originario del viaggio che era l'aspetto ecumenico con gli ortodossi, anche se poi dirà qualcosa di generico sulla bellezza del dialogo interreligioso. Presenterà il viaggio come un affare intracristiano che si svolge in territorio turco per le causalità della storia».

Con tutti gli scongiuri del caso e senza sopravvalutare gli spari di giovedì all'ambasciata italiana: e se qualcuno cercasse di approfittare del clima di ostilità per colpire il Papa?

«Si colpirebbe non solo il Papa, ma si ucciderebbe definitivamente l'esperimento turco. Probabilmente ci sarebbe un colpo di stato militare con conseguente ritorno al potere dei kemalisti e la fine delle trattative con l'Unione europea che non potrebbe trattare con una dittatura militare. Sarebbe sicuramente la fine del modello turco come possibile terza via tra fondamentalismo e dittatura laica».