Compito per l'estate: ristudiare la dottrina
sulla Chiesa
È ciò che prescrive un nuovo documento della congregazione
per la dottrina della fede. Ortodossi e protestanti sono avvertiti: la
Chiesa cattolica è l'unica in cui sussistono gli "elementi
costitutivi essenziali" della Chiesa voluta da Cristo. Perturbazioni
in vista, nel dialogo ecumenico -
di Sandro Magister
fonte : www.chiesa.espressonline.it
ROMA, 10 luglio 2007 – Partito ieri per la sua vacanza sulle Alpi,
Benedetto XVI ha lasciato un compito alla congregazione per la dottrina
della fede: il compito di far ripassare a vescovi, fedeli e soprattutto
teologi alcuni punti controversi della dottrina sulla Chiesa, per fugare "errori
e ambiguità".
La congregazione ha assolto a questo compito col documento pubblicato oggi,
riportato qui sotto integralmente.
Il documento è formulato in cinque domande e risposte. Le prime
tre ribadiscono che la Chiesa cattolica "governata dal successore
di Pietro e dai vescovi in comunione con lui" è l'unica che
si identifica pienamente con la Chiesa istituita da Gesù Cristo
su questa terra.
La quarta e la quinta risposta spiegano in che misura le Chiese ortodosse
d'Oriente e le "comunità ecclesiali" protestanti mancano – le
seconde più delle prime – di "elementi costitutivi essenziali" della
Chiesa voluta da Cristo.
Su questi temi, toccati dal Concilio Vaticano II, nei passati decenni "sono
scorsi fiumi di inchiostro". La congregazione per la dottrina della
fede lo fa notare, in un articolo di commento diffuso assieme al documento
di oggi.
Ma che il documento ottenga di chiudere la discussione, dentro e fuori
la Chiesa cattolica, è improbabile. Basti pensare alle polemiche
seguite a un precedente documento emesso dalla congregazione per la dottrina
della fede con la medesima finalità di fare chiarezza su un punto
essenziale dell'insegnamento della Chiesa, la dichiarazione "Dominus
Iesus" del 2000.
La controversia inciderà soprattutto sul dialogo ecumenico tra
cattolici, ortodossi e protestanti. La congregazione per la dottrina della
fede ne è consapevole, e lo scrive.
Ma scrive anche – riflettendo in pieno il pensiero di Benedetto XVI – che "perché il
dialogo possa veramente essere costruttivo, oltre all’apertura agli
interlocutori, è necessaria la fedeltà alla identità della
fede cattolica".
Ecco dunque, integrali, il documento della congregazione e l'articolo di
commento:
Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti
circa la dottrina sulla Chiesa
Congregazione per la dottrina della fede
Introduzione
Il Concilio Vaticano II, con la Costituzione dogmatica "Lumen gentium" e
con i Decreti sull'Ecumenismo (Unitatis redintegratio) e sulle Chiese orientali
(Orientalium Ecclesiarum), ha contribuito in modo determinante ad una comprensione
più profonda dell'ecclesiologia cattolica. Al riguardo anche i
Sommi Pontefici hanno voluto offrire approfondimenti e orientamenti per
la prassi: Paolo VI nella Lettera Enciclica "Ecclesiam suam" (1964)
e Giovanni Paolo II nella Lettera Enciclica "Ut unum sint" (1995).
Il conseguente impegno dei teologi, volto ad illustrare sempre meglio
i diversi aspetti dell'ecclesiologia, ha dato luogo al fiorire di un'ampia
letteratura in proposito. La tematica si è infatti rivelata di grande
fecondità, ma talvolta ha anche avuto bisogno di puntualizzazioni
e di richiami, come la Dichiarazione "Mysterium Ecclesiae" (1973),
la Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica "Communionis notio" (1992)
e la Dichiarazione "Dominus Iesus" (2000), tutte pubblicate
dalla Congregazione per la Dottrina della Fede.
La vastità dell'argomento e la novità di molti temi continuano
a provocare la riflessione teologica, offrendo sempre nuovi contributi
non sempre immuni da interpretazioni errate che suscitano perplessità e
dubbi, alcuni dei quali sono stati sottoposti all'attenzione della Congregazione
per la Dottrina della Fede. Essa, presupponendo l'insegnamento globale
della dottrina cattolica sulla Chiesa, intende rispondervi precisando
il significato autentico di talune espressioni ecclesiologiche magisteriali,
che nel dibattito teologico rischiano di essere fraintese.
RISPOSTE AI QUESITI
Primo quesito: Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha forse cambiato la
precedente dottrina sulla Chiesa?
Risposta: Il Concilio Ecumenico Vaticano II né ha voluto cambiare
né di fatto ha cambiato tale dottrina, ma ha voluto solo svilupparla,
approfondirla ed esporla più ampiamente.
Proprio questo affermò con estrema chiarezza Giovanni XXIII all’inizio
del Concilio (1). Paolo VI lo ribadì (2) e così si espresse
nell’atto di promulgazione della Costituzione "Lumen gentium": "E
migliore commento sembra non potersi fare che dicendo che questa promulgazione
nulla veramente cambia della dottrina tradizionale. Ciò che Cristo
volle, vogliamo noi pure. Ciò che era, resta. Ciò che la
Chiesa per secoli insegnò, noi insegniamo parimenti. Soltanto ciò che
era semplicemente vissuto, ora è espresso; ciò che era incerto, è chiarito;
ciò che era meditato, discusso, e in parte controverso, ora giunge
a serena formulazione" (3). I Vescovi ripetutamente manifestarono
e vollero attuare questa intenzione (4).
Secondo quesito: Come deve essere intesa l’affermazione
secondo cui la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica?
Risposta: Cristo "ha costituito sulla terra" un’unica Chiesa
e l’ha istituita come "comunità visibile e spirituale" (5),
che fin dalla sua origine e nel corso della storia sempre esiste ed esisterà,
e nella quale soltanto sono rimasti e rimarranno tutti gli elementi da
Cristo stesso istituiti (6). "Questa è l’unica Chiesa
di Cristo, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica
[…]. Questa Chiesa, in questo mondo costituita e organizzata come
società, sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal Successore
di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui" (7).
Nella Costituzione dogmatica "Lumen gentium" (8) la sussistenza è questa
perenne continuità storica e la permanenza di tutti gli elementi
istituiti da Cristo nella Chiesa cattolica8, nella quale concretamente
si trova la Chiesa di Cristo su questa terra.
Secondo la dottrina cattolica, mentre si può rettamente affermare
che la Chiesa di Cristo è presente e operante nelle Chiese e nelle
Comunità ecclesiali non ancora in piena comunione con la Chiesa
cattolica grazie agli elementi di santificazione e di verità che
sono presenti in esse (9), la parola "sussiste", invece, può essere
attribuita esclusivamente alla sola Chiesa cattolica, poiché si
riferisce appunto alla nota dell’unità professata nei simboli
della fede (Credo…la Chiesa "una"); e questa Chiesa "una" sussiste
nella Chiesa cattolica (10).
Terzo quesito: Perché viene adoperata l’espressione "sussiste
nella" e non semplicemente la forma verbale "è"?
Risposta: L’uso di questa espressione, che indica la piena identità della
Chiesa di Cristo con la Chiesa cattolica, non cambia la dottrina sulla
Chiesa; trova, tuttavia, la sua vera motivazione nel fatto che esprime
più chiaramente come al di fuori della sua compagine si trovino "numerosi
elementi di santificazione e di verità", "che in quanto
doni propri della Chiesa di Cristo spingono all’unità cattolica" (11).
"Perciò le stesse Chiese e Comunità separate, quantunque
crediamo che hanno delle carenze, nel mistero della salvezza non sono affatto
spoglie di significato e di peso. Infatti lo Spirito di Cristo non ricusa
di servirsi di esse come di strumenti di salvezza, il cui valore deriva
dalla stessa pienezza della grazia e della verità, che è stata
affidata alla Chiesa cattolica" (12).
Quarto quesito: Perché il Concilio Ecumenico Vaticano II attribuisce
il nome di "Chiese" alle Chiese orientali separate dalla piena
comunione con la Chiesa cattolica?
Risposta: Il Concilio ha voluto accettare l’uso tradizionale del
nome. "Siccome poi quelle Chiese, quantunque separate, hanno veri
sacramenti e soprattutto, in forza della successione apostolica, il Sacerdozio
e l’Eucaristia, per mezzo dei quali restano ancora uniti con noi
da strettissimi vincoli" (13), meritano il titolo di "Chiese
particolari o locali" (14), e sono chiamate Chiese sorelle delle
Chiese particolari cattoliche (15).
"Perciò per la celebrazione dell’Eucaristia del Signore
in queste singole Chiese, la Chiesa di Dio è edificata e cresce" (16).
Siccome, però, la comunione con la Chiesa cattolica, il cui Capo
visibile è il Vescovo di Roma e Successore di Pietro, non è un
qualche complemento esterno alla Chiesa particolare, ma uno dei suoi principi
costitutivi interni, la condizione di Chiesa particolare, di cui godono
quelle venerabili Comunità cristiane, risente tuttavia di una
carenza (17).
D’altra parte l’universalità propria della Chiesa,
governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui,
a causa della divisione dei cristiani, trova un ostacolo per la sua piena
realizzazione nella storia (18).
Quinto quesito: Perché i testi del Concilio e del Magistero successivo
non attribuiscono il titolo di "Chiesa" alle Comunità cristiane
nate dalla Riforma del 16° secolo?
Risposta: Perché, secondo la dottrina cattolica, queste Comunità non
hanno la successione apostolica nel sacramento dell’Ordine, e perciò sono
prive di un elemento costitutivo essenziale dell’essere Chiesa. Le
suddette Comunità ecclesiali, che, specialmente a causa della mancanza
del sacerdozio ministeriale, non hanno conservato la genuina e integra
sostanza del Mistero eucaristico (19), non possono, secondo la dottrina
cattolica, essere chiamate "Chiese" in senso proprio (20).
Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, nell’Udienza concessa al sottoscritto
Cardinale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha
approvato e confermato queste Risposte, decise nella sessione ordinaria
di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.
Roma, dalla Sede della Congregazione per la Dottrina
della Fede, il 29 giugno 2007, nella solennità dei Ss. Pietro
e Paolo, Apostoli.
William Cardinale Levada
Prefetto
Angelo Amato, S.D.B., Arcivescovo tit. di Sila
Segretario
__________
(1) GIOVANNI XXIII, Allocuzione dell’11 ottobre 1962: "…il
Concilio…vuole trasmettere pura e integra la dottrina cattolica,
senza attenuazioni o travisamenti…Ma nelle circostanze attuali il
nostro dovere è che la dottrina cristiana nella sua interezza sia
accolta da tutti con rinnovata, serena e tranquilla adesione…E’ necessario
che lo spirito cristiano, cattolico e apostolico del mondo intero compia
un balzo in avanti, che la medesima dottrina sia conosciuta in modo più ampio
e approfondito…Bisogna che questa dottrina certa e immutabile, alla
quale è dovuto ossequio fedele, sia esplorata ed esposta nella maniera
che l’epoca nostra richiede. Altra è la sostanza del depositum
fidei, o le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina,
ed altro è il modo in cui vengono enunciate, sempre tuttavia con
lo stesso senso e significato" : AAS 54 [1962] 791; 792.
(2) Cf. PAOLO VI, Allocuzione del 29 settembre 1963: AAS 55 [1963] 847-852.
(3) PAOLO VI, Allocuzione del 21 novembre 1964: AAS 56 [1964] 1009-1010
(trad. it. in: L’Osservatore Romano, 22 novembre 1964, 3).
(4) Il Concilio ha voluto esprimere l’identità della Chiesa
di Cristo con la Chiesa Cattolica. Ciò si trova nelle discussioni
sul Decreto Unitatis redintegratio. Lo Schema del Decreto fu proposto
in Aula il 23. 9. 1964 con una Relatio (Act Syn III/II 296-344). Ai modi
inviati dai vescovi nei mesi seguenti il Segretariato per l’Unità dei
Cristiani risponde il 10.11.1964 (Act Syn III/VII 11-49). Da questa Expensio
modorum si riportano quattro testi concernenti la prima risposta.
A) [In Nr. 1 (Prooemium) Schema Decreti: Act Syn III/II 296, 3-6] "Pag. 5, lin. 3-6: Videtur etiam Ecclesiam catholicam inter illas
Communiones comprehendi, quod falsum esset.
R(espondetur): Hic tantum factum, prout ab omnibus conspicitur, describendum
est. Postea clare affirmatur solam Ecclesiam catholicam esse veram Ecclesiam
Christi" (Act Syn III/VII 12).
B) [In Caput I in genere: Act Syn III/II 297-301] "4 - Expressius dicatur unam solam esse veram Ecclesiam Christi; hanc
esse Catholicam Apostolicam Romanam; omnes debere inquirere, ut eam cognoscant
et ingrediantur ad salutem obtinendam...
R(espondetur): In toto textu sufficienter effertur, quod postulatur.
Ex altera parte non est tacendum etiam in aliis communitatibus christianis
inveniri veritates revelatas et elementa ecclesialia"( Act Syn III/VII
15). Cf. anche ibidem punto 5.
C) [In Caput I in genere: Act Syn III/II 296s] "5 - Clarius dicendum esset veram Ecclesiam esse solam Ecclesiam catholicam
romanam...
R(espondetur): Textus supponit doctrinam in constitutione ‘De Ecclesia’ expositam,
ut pag. 5, lin. 24-25 affirmatur" (Act Syn III/VII 15). Quindi la
commissione che doveva valutare gli emendamenti al Decreto Unitatis redintegratio
esprime con chiarezza l’identità della Chiesa di Cristo
e della Chiesa cattolica e la sua unicità, e vede questa dottrina
fondata nella Costituzione dogmatica Lumen gentium.
D) [In Nr. 2 Schema Decreti: Act Syn III/II 297s] "Pag. 6, lin. 1- 24: Clarius exprimatur unicitas Ecclesiae. Non sufficit
inculcare, ut in textu fit, unitatem Ecclesiae.
R(espondetur): a) Ex toto textu clare apparet identificatio Ecclesiae
Christi cum Ecclesia catholica, quamvis, ut oportet, efferantur elementa
ecclesialia aliarum communitatum". "Pag. 7, lin. 5: Ecclesia a successoribus Apostolorum cum Petri successore
capite gubernata (cf. novum textum ad pag. 6, lin.33-34) explicite dicitur ‘unicus
Dei grex’ et lin. 13 ‘una et unica Dei Ecclesia’ " (Act
Syn III/VII).
Le due espressioni citate sono quelle di Unitatis redintegratio 2.5 e
3.1.
(5) Cf. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8.1.
(6) Cf. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio,
3.2; 3.4; 3.5; 4.6.
(7) CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8.2.
(8) Cf. CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Mysterium Ecclesiae,
1.1: AAS 65 [1973] 397; Dich. Dominus Iesus, 16.3: AAS 92 [2000-II] 757-758;
Notificazione sul libro di P. Leonardo Boff, OFM, "Chiesa: carisma
e potere": AAS 77 [1985] 758-759.
(9) Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Ut unum sint, 11.3: AAS 87 [1995-II]
928.
(10) Cf. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8.2.
(11) CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8.2.
(12) CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio, 3.4.
(13) CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio, 15.3;
cf. CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lett. Communionis notio,
17.2: AAS, 85 [1993-II] 848.
(14) CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio, 14.1.
(15) Cf. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio,
14.1; GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Ut unum sint, 56 s : AAS 87 [1995-II]
954 s.
(16) CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio, 15.1.
(17) Cf. CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lett. Communionis
notio, 17.3: AAS 85 [1993-II] 849.
(18) Cf. ibid.
(19) Cf. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio,
22.3.
(20) Cf. CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Dominus Iesus,
17.2: AAS 92 [2000-II] 758.
Articolo di commento ai "Responsa ad quaestiones
de aliquibus sententiis ad doctrinam de Ecclesia pertinentibus"
Le diverse questioni alle quali la Congregazione per la Dottrina della
Fede intende rispondere vertono sulla visione generale della Chiesa quale
emerge dai documenti di carattere dogmatico ed ecumenico del Concilio
Vaticano II, il concilio “della Chiesa sulla Chiesa”, che secondo le
parole di Paolo VI ha segnato una «nuova epoca per la Chiesa» in
quanto ha avuto il merito di aver «meglio tratteggiato e svelato
il volto genuino della Sposa di Cristo» [1]. Non mancano inoltre
richiami ai principali documenti dei Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo
II e agli interventi della Congregazione per la Dottrina della Fede, tutti
ispirati ad una sempre più approfondita visione della Chiesa
stessa, spesso finalizzati ad apportare chiarimenti alla notevole produzione
teologica postconciliare, non sempre immune da deviazioni e inesattezze.
La stessa finalità è rispecchiata nel presente documento
con il quale la Congregazione intende richiamare il significato autentico
di alcuni interventi del Magistero in materia di ecclesiologia perché la
sana ricerca teologica non venga intaccata da errori o da ambiguità.
A questo riguardo va tenuto presente il genere letterario dei “Responsa
ad quaestiones”, che di natura sua non comportano argomentazioni
addotte a comprovare la dottrina esposta, ma si limitano a richiami del
precedente Magistero e pertanto intendono dire una parola certa e sicura
in materia.
Il primo quesito chiede se il Vaticano II abbia mutato la precedente
dottrina sulla Chiesa.
L’interrogativo riguarda il significato di quel “nuovo volto” della
Chiesa che, secondo le citate parole di Paolo VI, il Vaticano II ha offerto.
La risposta, fondata sull’insegnamento di Giovanni XXIII e di Paolo
VI, è molto esplicita: il Vaticano II non ha inteso mutare, e di
fatto non ha mutato, la precedente dottrina sulla Chiesa, ma piuttosto
l’ha approfondita ed esposta in maniera più organica. In
tal senso vengono riprese le parole di Paolo VI nel suo discorso di promulgazione
della Costituzione dogmatica conciliare "Lumen gentium", nelle
quali si afferma che la dottrina tradizionale non è stata affatto
mutata, ma «ciò che era semplicemente vissuto, ora è espresso;
ciò che era incerto, è chiarito; ciò che era meditato,
discusso, e in parte controverso, ora giunge a serena formulazione».[2]
Allo stesso modo c’è continuità tra la dottrina esposta
dal Concilio e quella richiamata nei successivi interventi magisteriali
che hanno ripreso e approfondito la stessa dottrina, costituendone nel
contempo uno sviluppo. In questo senso, ad esempio la Dichiarazione della
Congregazione per la Dottrina della Fede "Dominus Iesus" ha
solo ripreso i testi conciliari e i documenti post-conciliari, senza
aggiungere o togliere nulla.
Nonostante queste chiare attestazioni, nel periodo postconciliare la
dottrina del Vaticano II è stata oggetto, e continua ad esserlo, di interpretazioni
fuorvianti e in discontinuità con la dottrina cattolica tradizionale
sulla natura della Chiesa: se, da una parte, si vedeva in essa una “svolta
copernicana”, dall’altra, ci si è concentrati su taluni
aspetti considerati quasi in contrapposizione con altri. In realtà l’intenzione
profonda del ConcilioVaticano II era chiaramente di inserire e subordinare
il discorso della Chiesa al discorso di Dio, proponendo una ecclesiologia
nel senso propriamente teo-logico, ma la recezione del Concilio ha spesso
trascurato questa caratteristica qualificante in favore di singole affermazioni
ecclesiologiche, si è concentrata su singole parole di facile
richiamo, favorendo letture unilaterali e parziali della stessa dottrina
conciliare.
Per quanto concerne l'ecclesiologia di "Lumen gentium", sono
restate nella coscienza ecclesiale alcune parole chiave: l'idea di popolo
di Dio, la collegialità dei Vescovi come rivalutazione del ministero
dei vescovi insieme con il primato del Papa, la rivalutazione delle Chiese
particolari all’interno della Chiesa universale, l'apertura ecumenica
del concetto di Chiesa e l'apertura alle altre religioni; infine, la questione
dello statuto specifico della Chiesa cattolica, che si esprime nella formula
secondo cui la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, di cui parla
il Credo, "subsistit in Ecclesia catholica".
Alcune di queste affermazioni, specialmente quella sullo statuto specifico
della Chiesa cattolica con i suoi riflessi in campo ecumenico, costituiscono
le principali tematiche affrontate dal documento nei successivi quesiti.
Il secondo quesito chiede come si debba intendere che la Chiesa di Cristo
sussiste nella Chiesa cattolica.
Quando G. Philips scrisse che l’espressione “subsistit in” avrebbe
fatto«scorrere fiumi d’inchiostro» [3], probabilmente
non aveva previsto che la discussione sarebbe continuata così a
lungo e con tale intensità da spingere la Congregazione per la
Dottrina della Fede a pubblicare il presente documento.
Tanta insistenza, d’altronde fondata sui testi conciliari e del Magistero
successivo citati, riflette la preoccupazione di salvaguardare l’unità e
l’unicità della Chiesa, che verrebbero meno se si ammettesse
che vi possano essere più sussistenze della Chiesa fondata da
Cristo. Infatti, come si dice nella Dichiarazione "Mysterium Ecclesiae",
se così fosse si giungerebbe ad immaginare «la Chiesa di
Cristo come la somma - differenziata e in qualche modo unitaria insieme
- delle Chiese e Comunità ecclesiali»o a«pensare che
la Chiesa di Cristo oggi non esista più in alcun luogo e che, perciò,
debba essere soltanto oggetto di ricerca da parte di tutte le Chiese e
comunità» [4]. L'unica Chiesa di Cristo non esisterebbe più come ‘una’ nella
storia o esisterebbe solo in modo ideale ossia in fieri in una futura
convergenza o riunificazione delle diverse Chiese sorelle, auspicata
e promossa dal dialogo.
Ancora più esplicita è la Notificazione della Congregazione
per la Dottrina della Fede nei confronti di uno scritto di Leonardo Boff,
secondo il quale l'unica Chiesa di Cristo «può pure sussistere
in altre Chiese cristiane»; al contrario, - precisa la Notificazione
- «il Concilio aveva invece scelto la parola “subsistit” proprio
per chiarire che esiste una sola “sussistenza” della vera Chiesa,
mentre fuori della sua compagine visibile esistono solo “elementa
Ecclesiae”, che – essendo elementi della stessa Chiesa – tendono
e conducono verso la Chiesa cattolica» [5].
Il terzo quesito chiede perché sia stata usata l’espressione “subsistit
in” e non il verbo “est”.
É stato precisamente questo cambiamento di terminologia nel descrivere
il rapporto tra la Chiesa di Cristo e la Chiesa cattolica che ha dato adito
alle più svariate illazioni, soprattutto in campo ecumenico. In
realtà i Padri conciliari hanno semplicemente inteso riconoscere
la presenza, nelle Comunità cristiane non cattoliche in quanto tali,
di elementi ecclesiali propri della Chiesa di Cristo. Ne consegue che l’identificazione
della Chiesa di Cristo con la Chiesa cattolica non è da intendersi
come se al di fuori della Chiesa cattolica ci fosse un “vuoto ecclesiale”.
Allo stesso tempo essa significa che, se si considera il contesto in cui è situata
l'espressione subsistit in, cioè il riferimento all'unica Chiesa
di Cristo «in questo mondo costituita e organizzata come una società...
governata dal successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui»,
il passaggio da est a subsistit in non riveste un particolare significato
teologico di discontinuità con la dottrina cattolica precedente.
Infatti, poiché la Chiesa così voluta da Cristo di fatto
continua ad esistere (subsistit in) nella Chiesa cattolica, la continuità di
sussistenza comporta una sostanziale identità di essenza tra Chiesa
di Cristo e Chiesa cattolica. Il Concilio ha voluto insegnare che la Chiesa
di Gesù Cristo come soggetto concreto in questo mondo può essere
incontrata nella Chiesa cattolica. Ciò può avvenire una sola
volta e la concezione secondo cui il “subsistit” sarebbe da
moltiplicare non coglie proprio ciò che si intendeva dire. Con la
parola “subsistit” il Concilio voleva esprimere la singolarità e
la non moltiplicabilità della Chiesa di Cristo: esiste la Chiesa
come unico soggetto nella realtà storica.
Pertanto la sostituzione di “est” con “subsistit in”,
contrariamente a tante interpretazioni infondate, non significa che la
Chiesa cattolica desista dalla convinzione di essere l'unica vera Chiesa
di Cristo, ma semplicemente significa una sua maggiore apertura alla particolare
richiesta dell'ecumenismo di riconoscere carattere e dimensione realmente
ecclesiali alle Comunità cristiane non in piena comunione con
la Chiesa cattolica, a motivo dei “plura elementa sanctificationis
et veritatis” presenti in esse. Di conseguenza, benché la
Chiesa sia soltanto una e “sussista” in un unico soggetto storico,
anche al di fuori di questo soggetto visibile esistono vere realtà ecclesiali.
Il quarto quesito chiede perché il Concilio Vaticano II abbia attribuito
il nome di “Chiese” alle Chiese orientali non in piena comunione
con la Chiesa cattolica.
Nonostante l’esplicita affermazione che la Chiesa di Cristo “sussiste” nella
Chiesa Cattolica, il riconoscimento che, anche al di fuori del suo organismo
visibile, si trovano “parecchi elementi di santificazione e di verità” [6],
comporta un carattere ecclesiale, anche se diversificato, delle Chiese
o Comunità ecclesiali non cattoliche. Anch’esse infatti «non
sono affatto spoglie di significato e di peso» nel senso che «lo
Spirito di Cristo non ricusa di servirsi di esse come strumenti di salvezza» [7].
Il testo prende in considerazione anzitutto la realtà delle Chiese
orientali non in piena comunione con la Chiesa cattolica e, richiamandosi
a vari testi conciliari, riconosce loro il titolo di “Chiese particolari
o locali” e le chiama Chiese sorelle delle Chiese particolari cattoliche,
perché restano unite alla Chiesa cattolica per mezzo della successione
apostolica e della valida eucaristia, «per cui in esse la Chiesa
di Dio è edificata e cresce» [8]. Anzi la Dichiarazione "Dominus
Iesus" le chiama espressamente «vere Chiese particolari» [9].
Pur con questo esplicito riconoscimento del loro “essere Chiesa particolare” e
del valore salvifico incluso, il documento non poteva non sottolineare
la carenza (defectus), di cui risentono, proprio nel loro essere Chiesa
particolare. Infatti, per la loro visione eucaristica della Chiesa, che
pone l'accento sulla realtà della Chiesa particolare riunita
nel nome di Cristo nella celebrazione dell'Eucaristia e sotto la guida
del vescovo, esse considerano le Chiese particolari complete nella loro
particolarità [10]. Ne consegue che, stante la fondamentale uguaglianza
fra tutte le Chiese particolari e fra tutti i vescovi che le presiedono,
esse hanno ciascuna una propria autonomia interna, con evidenti riflessi
sulla dottrina del primato, che secondo la fede cattolica è un “principio
costitutivo interno” per l’esistenza stessa di una Chiesa particolare
[11]. Naturalmente sarà sempre necessario sottolineare che il primato
del Successore di Pietro, Vescovo di Roma, non deve essere inteso in modo
estraneo o concorrente nei confronti dei Vescovi delle Chiese particolari.
Esso deve esercitarsi come servizio all’unità della fede e
della comunione, entro i limiti che procedono dalla legge divina e dall’inviolabile
costituzione divina della Chiesa contenuta nella Rivelazione [12].
Il quinto quesito chiede perché non venga riconosciuto il titolo
di "Chiese" alle Comunità ecclesiali nate dalla Riforma.
Al riguardo si deve dire che«la ferita è ancora molto più profonda
nelle comunità ecclesiali che non hanno conservato la successione
apostolica e l’eucaristia valida» [13];pertanto esse«non
sono Chiese in senso proprio» [14], ma “Comunità ecclesiali”,
come attesta l’insegnamento conciliare e post-conciliare [15].
Nonostante queste chiare affermazioni abbiano creato disagio nelle Comunità interessate
e anche in campo cattolico, non si vede, d’altra parte, come a tali
Comunità possa essere attribuito il titolo di “Chiesa”,
dal momento che non accettano il concetto teologico di Chiesa in senso
cattolico e mancano di elementi considerati essenziali dalla Chiesa cattolica.
Occorre, comunque, ricordare che dette Comunità, come tali, per
i diversi elementi di santificazione e di verità in esse realmente
presenti, hanno indubbiamente un carattere ecclesiale e un conseguente
valore salvifico.
Riprendendo sostanzialmente l’insegnamento conciliare e il Magistero
post-conciliare, il nuovo documento, promulgato dalla Congregazione per
la Dottrina della Fede, costituisce un chiaro richiamo alla dottrina cattolica
sulla Chiesa. Oltre a fugare visioni inaccettabili, tuttora diffuse nello
stesso ambito cattolico, esso offre preziose indicazioni anche per il proseguimento
del dialogo ecumenico, che resta sempre una delle priorità della
Chiesa cattolica, come ha confermato anche Benedetto XVI già nel
suo primo messaggio alla Chiesa (20 aprile 2005) e in tante altre occasioni,
specie nel suo viaggio apostolico in Turchia (28 novembre – 1 dicembre
2006). Ma perché il dialogo possa veramente essere costruttivo,
oltre all’apertura agli interlocutori, è necessaria la fedeltà alla
identità della fede cattolica. Solo in tal modo si potrà giungere
all’unità di tutti i cristiani in “un solo gregge e
un solo pastore” (Gv 10, 16) e sanare così quella ferita che
tuttora impedisce alla Chiesa cattolica la realizzazione piena della sua
universalità nella storia.
L’ecumenismo cattolico può presentarsi a prima vista paradossale.
Con l’espressione “subsistit in”, il Concilio Vaticano
II volle armonizzare due affermazioni dottrinali: da un lato, che la Chiesa
di Cristo, malgrado le divisioni dei cristiani, continua ad esistere pienamente
soltanto nella Chiesa cattolica, e, dall’altro lato, l’esistenza
di numerosi elementi di santificazione e di verità al di fuori
della sua compagine, ovvero nelle Chiese e Comunità ecclesiali che
non sono ancora in piena comunione con la Chiesa cattolica. Al riguardo
lo stesso Decreto del Concilio Vaticano II sull’ecumenismo "Unitatis
redintegratio" aveva introdotto il termine plenitudo (unitatis/catholicitatis)
proprio per aiutare a comprendere meglio questa situazione in certo qual
modo paradossale. Benché la Chiesa cattolica abbia la pienezza dei
mezzi di salvezza, «tuttavia le divisioni dei cristiani impediscono
che la Chiesa stessa attui la pienezza della cattolicità ad essa
propria in quei figli, che le sono bensì uniti col battesimo, ma
sono separati dalla sua piena comunione» [16]. Si tratta dunque della
pienezza della Chiesa cattolica, che è già attuale e che
deve crescere nei fratelli non in piena comunione con essa, ma anche nei
propri figli che sono peccatori «fino a che il popolo di Dio pervenga
nella gioia a tutta la pienezza della gloria eterna nelle celeste Gerusalemme» [17].
Il progresso nella pienezza è radicato nel dinamismo dell’unione
con Cristo: «L’unione con Cristo è allo stesso tempo
unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona. Io non posso avere Cristo
solo per me; posso appartenergli soltanto in unione con tutti quelli che
sono diventati o diventeranno suoi. La comunione mi tira fuori da me stesso
verso di Lui, e così anche verso l’unità con tutti
i cristiani» [18].
__________
[1] PAOLO VI, Discorso a chiusura del III periodo del Concilio (21 novembre
1964): EV 1, 290*.
[2] Ibid., 283*.
[3] G. PHILIPS, La Chiesa e il suo mistero nel Concilio Vaticano II (Milano
1975), I, 111.
[4] CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Mysterium Ecclesiae, 1:
EV 4, 2566.
[5] CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Notificazione in merito allo scritto
di p. Leonardo Boff: Chiesa. carisma e potere: EV 9, 1426. Il passo della
Notificazione, pur non essendo formalmente citato nel “Responsum”,
si trova riportato integralmente nella Dichiarazione Dominus Iesus, nella
nota 56 del n. 16.
[6] CONC. ECUMEN. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 8.
[7] CONC. ECUMEN. VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio, n. 3.4.
[8] CONC. ECUMEN. VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio, n. 15.1.
[9]CONGR.PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Dominus Iesus, n. 17: EV 19,
1183.
[10] Cf. COMITATO MISTO CATTOLICO-ORTODOSSO IN FRANCIA, Il primato romano
nella comunione delle Chiese, Conclusioni: in “Enchiridion oecumenicum” (1991),
vol. 4, n. 956.
[11] Cf. CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lettera Communionis notio,
n. 17: EV 13, 1805.
[12] Cf. CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Considerazioni su Il primato
del Successore di Pietro nel mistero della Chiesa, n. 7 e n.10, in: Il
primato del Successore di Pietro nel mistero della Chiesa, Documenti
e Studi, Libreria Editrice Vaticana, 2002, 16 e 18.
[13] CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lettera Communionis notio, n.
17: EV 13, 1805.
[14] CONGR. PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dichiarazione Dominus Iesus,
n. 17: EV 19, 1184.
[15] Cf. CONC. ECUMEN. VATICANO II, Decreto Unitatis Redintegratio, n.
4; GIOVANNI PAOLO II, Lettera apost. Novo millennio ineunte (2001), n.
48: EV 20, 99.
[16] CONC. ECUMEN. VATICANO II, Decreto Unitatis redintegratio, n. 4.
[17] CONC. ECUMEN. VATICANO II, Decreto, Unitatis redintegratio, n. 3.
[18] BENEDETTO XVI, Lettera Enc. Deus caritas est, n.14: AAS 98 (2006)
228-229.
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