Più che l’islamismo e il laicismo i maggiori pericoli per il cristianesimo sono le bioscienze e le civiltà asiatiche.

[ tratto da un articolo di Sandro Magister su : www.chiesa.espressonline.it]

ROMA – Il cardinale Camillo Ruini il 23 novembre ha tenuto un discorso di quelli "suoi", capitali: una “summa” del suo attuale pensiero sulla Chiesa e sul mondo, con proiezioni sul prossimo futuro.

Il Vangelo nella nostra storia. Chiesa in stato di missione-di Camillo Ruini

«Il panorama attuale [della Chiesa nella storia] è stato modificato, e sembra destinato a esserlo sempre di più, per almeno due fattori che operano a livello mondiale.

Il primo è il cambiamento seguito all’attentato terroristico dell’11 settembre 2001, non solo nella politica internazionale ma anche nei sentimenti collettivi, negli Stati Uniti d’America ma anche in Europa e in Italia. La presenza tra noi degli immigrati – certo da non confondere in alcun modo col terrorismo – fa sentire vicina la questione di una diversità anche religiosa e culturale, prima remota.

IL RISVEGLIO DELL’IDENTITÀ CRISTIANA

Si sono verificati così un risveglio e una rinnovata presa di coscienza della nostra identità religiosa e culturale cristiana, a livello di popolo e anche in una parte ampia e significativa della “cultura laica”.

All’interno della Chiesa e della “cultura cattolica” si registrano sensibilità e valutazioni differenziate. Non sempre vengono percepite le grandi opportunità, e al contempo le difficili sfide – sia culturali sia propriamente pastorali, ma che riguardano in ultima analisi la fede vissuta – poste dal riaffiorare dell’identità cristiana di fronte a una minaccia che pretende di richiamarsi a un’altra religione, per quanto in maniera impropria e illegittima. In vari ambienti cattolici è stata forte la denuncia dei rischi, certamente reali, che questa riscoperta dell’identità venga strumentalizzata e porti a uno snaturamento della fede cristiana, a una sua riduzione a ideologia.

Se però teniamo presente che la fede cristiana stessa, fin dalle sue origini, si rivolge certo anzitutto al cuore e alla coscienza dell’uomo, ma ha anche una ineliminabile dimensione pubblica, l’atteggiamento più congeniale all’indole e alla missione del cristianesimo – oltre che meglio conforme alle necessità attuali dell’Italia, come dell’Europa e dell’intero Occidente – sembra piuttosto quello di rispondere positivamente alla richiesta implicita nel risveglio identitario.

La richiesta è che la fede cristiana possa alimentare – in un’ottica non confessionale ma pienamente rispettosa della libertà religiosa e della distinzione tra Chiesa e stato – una visione della vita e alcuni fondamentali valori etici che forniscano la base dell’identità collettiva delle nostre nazioni. Si ha così, tendenzialmente, il superamento della fase storica del laicismo e del secolarismo, mentre anche all’interno della cultura cattolica l’idea della “laicità” appare da sola del tutto insufficiente ad affrontare la nuova fase storica.

In una simile materia, tanto importante quanto facilmente soggetta a confusioni ed equivoci, appaiono però indispensabili due chiarimenti.

SENZA CHIUSURE NÉ RELATIVISMI

In primo luogo bisogna essere consapevoli che il contributo della nostra fede alla vita e all’autocoscienza dei popoli non può non andare in senso autenticamente cristiano, orientandoli quindi non a una rivendicazione chiusa e conflittuale della propria identità, ma piuttosto a conservare e valorizzare questa identità promuovendo per quanto possibile la comprensione reciproca e la pace, la riconciliazione e la collaborazione anche con popoli di matrici religiose e culturali diverse.

In secondo luogo è ugualmente essenziale rendersi conto che la fede cristiana può svolgere in maniera efficace e duratura un simile ruolo pubblico solo se non si riduce a un’eredità culturale del passato, ma è attualmente creduta e vissuta dalle persone concrete, nella sua verità e autenticità.

Sotto questi profili vanno prese sul serio le preoccupazioni di strumentalizzazione o snaturamento della fede. Nello stesso tempo, come Chiesa, dobbiamo essere attenti a che il dialogo con le altre religioni, e lo stesso ecumenismo con le altre Chiese e comunità cristiane, non siano fraintesi dalla gente come una minore sollecitudine per la fede cattolica, la sua verità e forza di salvezza. Perciò il papa, mentre promuove senza stancarsi il dialogo interreligioso come fattore di pace tra i popoli, riafferma contro le tentazioni relativistiche la fondamentale verità di fede che Gesù Cristo è l’unico salvatore dell’intero genere umano e che la Chiesa cattolica è indefettibilmente unita con lui (vedi la dichiarazione “Dominus Jesus”, dell’agosto 2000).

L’AVVENTO DELLA CINA

Vorrei aggiungere che, se il problema del terrorismo islamico pone oggi all’attenzione generale i rapporti con popolazioni come quelle musulmane, che hanno una forte identità religiosa, e quindi sollecita di rimbalzo il risveglio della nostra identità cristiana, in realtà siamo già entrati in una fase storica in cui non solo l’islam ma altre grandi civiltà, e le nazioni estremamente popolose in cui esse si incarnano, stanno rapidamente uscendo dalle condizioni di sottosviluppo e hanno ormai la capacità, e la volontà, di essere sulla scena mondiale protagoniste non più subalterne, a livello anzitutto economico ma inevitabilmente anche politico e culturale.

Poiché alcune di queste nazioni, ad esempio la Cina, hanno una tradizione culturale in cui la religione, nel senso di fede in un Dio personale, ha da gran tempo un ruolo assai minore che nelle tre “religioni monoteistiche”, probabilmente tra non molti anni dovremo confrontarci con nazioni e civiltà che non ci stimoleranno in maniera diretta, come l’islam, ad approfondire la nostra identità religiosa, e forse spingeranno piuttosto nel senso di una ulteriore secolarizzazione, intesa come denominatore comune di una civiltà in qualche modo planetaria.

Per questo è ancora più importante cogliere l’opportunità attuale perché il nostro e gli altri popoli di matrice cristiana riscoprano il significato e il valore della fede che ha alimentato la loro comune cultura di riferimento.

LA NUOVA “QUESTIONE ANTROPOLOGICA”

Il secondo fattore che sta cambiando il quadro dei rapporti tra fede e cultura, in tutto l’Occidente e anche oltre, è quella che è stata chiamata una nuova “questione antropologica”.

Essa è assai recente, essendo emersa progressivamente negli ultimi decenni, ma ormai non è meno rilevante e capace di incidere delle classiche “questione sociale” e “questione politico-istituzionale”, apertesi con l’avvento della democrazia e del moderno stato di diritto.

La “questione antropologica” si sviluppa su due grandi versanti, tra loro intimamente connessi.

NUOVI COSTUMI, NUOVE LEGGI

Il primo è costituito dalla trasformazione e ridefinizione dei modelli di vita, dei comportamenti diffusi e dei valori di riferimento – cioè del giudizio riguardo a ciò che è bene o è male – e sempre più anche dalle scelte politiche e legislative e della stessa giurisprudenza, trasformazione ormai in corso in Europa e più o meno in tutto l’Occidente con una forza e radicalità prima sconosciute.

Cambiano pertanto in maniera profonda gli assetti sociali e i profili di una civiltà formatasi attraverso i secoli con il contributo determinante del cristianesimo. Ciò avviene con particolare evidenza negli ambiti del riconoscimento della sacralità della vita umana, della famiglia, della procreazione e di tutto il complesso dei rapporti affettivi, che rappresentano, assieme al lavoro, al guadagno e al sostentamento, e naturalmente alla sicurezza del vivere, gli interessi fondamentali e le preoccupazioni quotidiane della gente.

L’UOMO COME PURA NATURA

Il secondo versante della “questione antropologica” sono gli sviluppi delle scienze e delle tecnologie che riguardano il soggetto umano, in particolare il funzionamento del cervello e i processi della generazione.

L’uomo stesso si trova così messo radicalmente in questione, nella sua consistenza biologica come nella coscienza che ha di se stesso, non solo teoricamente, come nel passato, ma anzitutto a livello pratico, del fare e dell’operare tecnologico. Parafrasando la celebre tesi di Marx su Feuerbach, potremmo dire che non si tratta soltanto di interpretare l’uomo, ma soprattutto di trasformarlo: non soltanto però cambiando i rapporti economici e sociali, come voleva Marx, ma in maniera ben più diretta, agendo fisicamente sul soggetto umano.

Da qui deriva una forte tendenza a ricondurre integralmente la nostra intelligenza e la nostra libertà al funzionamento dell’organo cerebrale, dando luogo a una concezione dell’uomo puramente naturalistica, nella quale non c’è spazio per una vera diversità qualitativa del soggetto umano, per la sua trascendenza rispetto al resto della natura di cui pure è parte, e tanto meno per una vita al di là della morte.

La fede cristiana viene messa così “fuori corso”, ma diventa assai difficile anche dare una fondazione razionale a quello che è il quadro di riferimento decisivo della nostra civiltà, ossia al ruolo centrale e alla dignità specifica del soggetto umano, da considerare sempre come un fine e mai come un mezzo, secondo la nota formula dell’imperativo categorico di Kant che riassume tutta la svolta antropologica dell’età moderna: vale a dire quella tendenza a mettere il soggetto umano al centro che ha caratterizzato il nostro sviluppo storico, almeno a partire dall’umanesimo e dal rinascimento, e che ha una matrice chiaramente cristiana.

Non discuto ora le ragioni pro e contro questa riduzione della nostra intelligenza e libertà al funzionamento dell’organo cerebrale. Mi limito ad osservare che essa implica un passaggio – scorretto già a livello metodologico – dalle scienze sperimentali alla visione e interpretazione globale dell’uomo, quindi a un approccio tipicamente filosofico, dimenticando la regola base del metodo scientifico e i limiti delle possibilità cognitive delle scienze sperimentali.

UNA DOMANDA ALLA CHIESA, MA NON SOLO

Da quel che ho detto fin qui la nuova “questione antropologica”, in entrambi i suoi versanti, può comunque apparire soltanto un ostacolo al rapporto tra fede e cultura, o più francamente una spinta ad eliminare la fede dalla nostra civiltà. In realtà essa costituisce piuttosto una grande provocazione, una domanda che chiede risposta: la chiede alla Chiesa e ai cattolici, ma anche agli altri cristiani e a tutti gli uomini – credenti delle diverse religioni o non credenti – che hanno a cuore il valore unico della persona umana e il carattere umanistico della società.

La risposta deve necessariamente articolarsi su molteplici livelli, così come tende a essere globale la “questione antropologica”. Dovrà riguardare pertanto i nostri comportamenti concreti e quotidiani come la ricerca scientifica; la fede vissuta e la pastorale della Chiesa come il pensiero filosofico e teologico; la comunicazione sociale e le creazioni dell’arte come le scelte politiche, legislative ed economiche; in una parola, tutto ciò che forma la cultura di un popolo o di un insieme di popoli.

Questa risposta e il confronto che essa implica con coloro che su queste grandi tematiche si muovono più o meno consapevolmente in senso opposto coinvolgono già adesso – e appaiono destinati a coinvolgere sempre più nei prossimi decenni – non soltanto l’uno o l’altro paese ma l’intero Occidente e anche, sia pure con ritmi e forme diverse, le nazioni di altre civiltà.

FUKUYAMA E HABERMAS

A sostegno mi permetto di citare due libri assai diversi e di autori di formazione diversissima: “L’uomo oltre l’uomo” dell’americano Francis Fukuyama, edito in Italia da Mondadori, e “Tempi di passaggio” del tedesco Jürgen Habermas, edito in Italia da Feltrinelli. Naturalmente, le modalità concrete e i protagonisti di questo confronto sono e saranno diversi nei differenti paesi, a seconda della storia, della cultura, della fisionomia religiosa di ciascuno di essi, ma il confronto stesso segnerà comunque il tempo che sta davanti a noi. E molto probabilmente inciderà sul futuro del cristianesimo in maniera più profonda e duratura dello stesso risveglio identitario provocato dalle minacce del terrorismo islamico.

Card. C. Ruini