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Con il "manifesto contro il terrorismo", i musulmani "moderati" riscuotono un importante riconoscimento politico da parte delle istituzioni italiane. Si aprono prospettive per la creazione di una consulta. Ancora da sciogliere il nodo del non dialogo all'interno della comunità islamica.

La drammatica situazione di guerra e di violenza in cui vive l'Iraq da più di un anno ha messo la comunità islamica in Italia, in maniera evidente, sotto i riflettori degli osservatori politici e dell'opinione pubblica. Il coinvolgimento di cittadini italiani come vittime in operazioni di sequestri, uccisioni ad opera di frange estremiste di matrice islamica, ha in qualche modo "costretto" i musulmani in Italia ad uscire allo scoperto per dire la loro circa quello che sta accadendo e a prendere una posizione riguardo al rapporto tra ciò che sta accadendo in Iraq e non solo e la loro religione, tirata sempre in ballo da coloro che commettono atti di terrorismo in nome della jihad e della difesa dell'islam.

Le dinamiche relazionali in seno alla complessa e variegata comunità islamica in Italia sono sempre state caratterizzate da forti conflitti fra le diverse anime che compongono questa realtà. Le tensioni interne hanno distolto l'attenzione della comunità da una questione importante: come accreditarsi presso la società come una comunità integrata e rispettosa della legge dello Stato ed impegnata civilmente nella lotta per la difesa dei diritti umani in Italia come in Arabia Saudita, in Usa come in Sudan e così via.

La lotta intestina che coinvolge diversi componenti di questa minoranza rende difficile il dialogo al suo interno. Vi sono delle organizzazioni che hanno una connotazione prettamente religiosa che fanno riferimento alle moschee, che fino ad oggi non si sono risparmiati colpi bassi tra di loro per accreditarsi, a scapito l'una dell'altra, come unico ente rappresentativo dei musulmani in Italia. E ci sono altre realtà rappresentate da associazioni laiche, culturali, da intellettuali indipendenti, che si sono lasciate trascinare a loro volta in questa imbarazzante situazione di scontro e di accuse e contro-accuse.

Oggi, l'emergenza che suscita il fenomeno del terrorismo di matrice islamica è riuscita a mettere d'accordo - almeno così sembra - musulmani osservanti, musulmani credenti non osservanti, musulmani "atei". Rappresentanti di queste diverse "categorie" di musulmani hanno di recente firmato un manifesto dei musulmani "moderati" contro qualsiasi forma di terrorismo e di violenza e indetto una manifestazione contro questo flagello sociale in occasione del triste anniversario dell'11 settembre. L'obiettivo era quello di richiamare l'opinione pubblica e le istituzioni sull'impegno dei musulmani cittadini italiani contro il terrorismo e a favore della pace e della convivenza pacifica.

L'iniziativa è stata accolta favorevolmente da molti. "Un documento di alto valore religioso, culturale e politico, e anche atto di contrapposizione coraggiosa e pacifica alla barbarie terroristica di matrice islamica". Così il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu ha definito il "Manifesto contro il terrorismo e per la pace" firmato dagli esponenti della realtà islamica in Italia, pubblicato sul Corriere della sera il 2 settembre scorso.

"Ben vengano tutte le prese di posizione che si distanziano da ogni clima di contrapposizione, a patto però che ci siano tutti, senza esclusione di alcuni. Queste operazioni sono positive perché mostrano alla pubblica opinione che la comunità islamica non è nemico dichiarato dell'Italia, ma al contrario partecipa alla sua vita democratica. Ma non significa che i musulmani firmatari sono i soli musulmani che partecipano a questa discussione. Perché così non è". Si legge in una intervista rilasciata dal sociologo Stefano Allievi all'agenzia Sir.

Infatti uno degli effetti collaterali che ha avuto questa importante operazione, è il fatto che ci sono state delle lamentele da parte di organizzazioni islamiche circa la loro esclusione da questa operazione. "Non abbiamo firmato perché nessuno ci ha informato di questo manifesto prima che venisse pubblicato", si legge in un comunicato del direttivo dell'Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii) redatto il 9 settembre scorso. Questa esclusione è stata concepita dall'Ucoii come "un tentativo di introdurre una ulteriore contraddizione in una comunità che ne soffre già molte".

Dietro questa nota polemica si nasconde il problema spinoso della rappresentanza della comunità presso le istituzioni. Fra i firmatari dell'appello figurano rappresentanti del Centro islamico d'Italia (Grande moschea di Roma) e della Comunita religiosa islamica (Coreis) che in passato, insieme all'Ucoii, hanno provato (senza riuscirci) ad istituire un organo rappresentativo della Comunità. L'operazione del "Manifesto", colta positivamente dal ministro Pisanu, rilancia di fatto la proposta del governo italiano di costruire una "consulta dei musulmani d'Italia" come strumento per favorire il dialogo tra lo Stato e la "maggioranza dei musulmani moderati".

La Consulta dovrà occuparsi di scuola, lavoro, assistenza religiosa nelle carceri e negli ospedali, di cimiteri, di macellazione halal e della questione della formazione degli imam. Pisanu ha affermato che non sarà un organismo rappresentativo, ma avrà solo una funzione consultiva e perciò vi faranno parte persone che saranno scelte dal ministro tra "musulmani di lingua italiana, di sicura fede democratica e provata lealtà costituzionale".

Un passo importante verso il riconoscimento politico di una piena cittadinanza dell'islam italiano, tuttavia non facile da compiere perché occorre prima capire quali saranno i criteri di individuazione degli interlocutori che dovranno far parte di tale consulta. Secondo Allievi, il ministro dell'Interno "sembra voler scegliere alcuni interlocutori per escluderne altri". "Può essere una operazione legittima - dice il sociologo - ma sicuramente non conveniente, perché non funzionerebbe. Se noi vogliamo dare un peso reale al rapporto con la comunità islamica, dobbiamo parlare con chi è ascoltato dalla comunità e non con autoproclamati leader. La rappresentanza del-l'islam in Italia sarà sempre per definizione plurale".

Secondo l'islamologo Enzo Guolo, "lo scambio politico proposto nel "Manifesto" è palese: l'istituzionalizzazione di un islam italiano che faccia da diga al fondamentalismo, in cambio di un'Intesa con lo Stato che consegni la rappresentanza dell'islam ai "moderati". Il ministro Pisanu, che ha da tempo aperto la strada ai moderati, ha indicato la strada della "nazionalizzazione" degli imam affermando che dovranno parlare italiano e dare garanzia sul rispetto dell'identità nazionale e dell'ordinamento giuridico-politico del paese. "Un'indicazione - dice Guolo - che prelude alla formazione statale delle guide dei musulmani ma che necessita della firma di un'intesa. E che funge da sbarramento nei confronti dell'islam "straniero".

Guolo però pone delle domande molto importanti. "È possibile istituzionalizzare l'islam italiano senza la componente neotradizionalista (islam del-le moschee, in particolare quelle legate al-l'U-coii, ndr)? Meglio una rassicurante rappresentanza senza rappresentatività o un'ambigua rappresentatività reale almeno nelle leadership? Coloro che si riconoscono nel "Manifesto" ritengono che solo consegnando loro la rappresentanza si toglierà forza agli islamisti. Ma proprio l'esclusione dell'islam neotradizionalista, di fatto senza precedenti in Europa, potrebbe alimentare una conflittualità destinata a palesare la debolezza della rappresentanza moderata. Qualora il rifiuto del-l'Ucoii al jihadismo fosse davvero senza riserve potrebbe poi venire meno un importante argine al terrorismo".

Sul versante del dialogo interreligioso, il dilagare del fenomeno del terrorismo di matrice islamica si pone come un preoccupante ostacolo sulla via dell'incontro della società civile con l'islam in Europa e in Italia in particolare.

Secondo Paolo Branca, docente di arabo all'Università Cattolica di Milano, vi è un islam moderato composto da "una maggioranza silenziosa che non fa notizia". Per l'islamologo, "il dialogo con l'islam deve essere favorito ma senza "peccare di ingenuità (…). Se da una parte sono molto nette le posizioni estreme che si schierano contro la presenza musulmana in Italia, altrettanto perniciosa è la posizione buonista che è superficiale e poco seria. In mezzo ci sta tutto uno spazio enorme di lavoro serio sulle esigenze concrete che richiede competenza, impegno, pazienza e capacità".

Mostafa El Ayoubi