FERMARE l' ISLAM CHE PREDICA ODIO

"La Stampa", 29.10.2002
L´EX CAPO DELLA CIA ANALIZZA LA NUOVA ONDATA DI ATTENTATI NEL MONDO
James Woolsey: è un movimento paragonabile al nazismo corrispondente da NEW YORK .
C'È un unico filo che collega la strage di Bali, l'assalto ceceno a Mosca e l'assassinio avvenuto ieri di un diplomatico americano ad Amman: l'estremismo islamico fomentato dai sermoni del wahhabismo militante che si propongono di sollevare l'intero Islam contro il resto del mondo. E' questa l'analisi di James Woolsey, già capo della Cia fra il 1993 e 1995 e oggi partner di uno dei maggiori studi legali di Washington.
Come spiega la scelta del governo russo di usare i gas per porre fine all´attacco dei ceceni?
«E' troppo presto per dare giudizi. Il governo russo si è trovato improvvisamente in una situazione molto difficile, potrebbe avvenire da un giorno all'altro a qualsiasi altro governo, anche a quello italiano».
L'alto numero di vittime civili causato pone comunque l'interrogativo se l'uso di gas possa diventare un metodo per mettere fuori combattimento i kamikaze...
«Si tratta di situazioni difficili. Alcuni tipi di gas possono essere usati ma nel rispetto delle convenzioni internazionali e non devono causare la morte di persone innocenti o renderle disabili. In molte circostanze non è detto tuttavia che i gas possano rivelarsi utili».
Il premier britannico, Tony Blair, ritiene che il blitz di Mosca, la strage di Bali e l'uccisione del diplomatico Usa ad Amman abbiano la stessa matrice. E' d'accordo?
«E' difficile evitare di constatare che l'estremismo ideologico del wahhabismo islamico è in guerra contro di noi, contro la civiltà moderna occidentale. Questa non deve essere certo una scusa per alcune tattiche militari usate dai russi in Cecenia, estremamente brutali. Ma l'Islam wahhabita dell'Arabia Saudita si è unificato con altre forme di Islam radicale ed è sceso in guerra contro la modernità, l'Occidente e gli Stati musulmani moderati come l'Indonesia. Si tratta di un radicalismo che pur manifestandosi da Mosca a Bali ad Amman in maniera diversa ha una matrice comune. Ciò che conta è evitare che questo si trasformi in una guerra fra l'Islam e chi non è musulmano. Bisogna lavorare duro affinché la vasta maggioranza dei musulmani del mondo, gente civile e per bene, combatta assieme a noi questo filone ideologico totalitario».
La minaccia del terrorismo dunque non si limita alla rete di Al Qaeda?
«Dietro Al Qaeda c'è il retroterra culturale e religioso dell'Islam wahhabita. Se leggiamo i sermoni che ogni venerdì vengono letti in Arabia Saudita, accessibili sul web e distribuiti a migliaia di musulmani in tutto il mondo, dicono che tutti gli ebrei sono scimmie e maiali, che esiste l'obbligo di essere in guerra contro ebrei e cristiani, che le donne occidentali commettono costantemente incesti con padri e fratelli e che tutto ciò è accettato nella società occidentale. Danno i numeri. Al Qaeda è il frutto di insegnamenti impartiti nelle scuole religiose islamiche di Paesi come Arabia Saudita e Pakistan. Nell'Occidente e nei Paesi musulmani moderati ci si deve rendere conto che ciò di cui Al Qaeda è espressione è assai più vasto di Al Qaeda stessa. Si può fare un'analogia col nazionalismo in Germania all'indomani della Prima guerra mondiale. Negli Anni Venti e Trenta prese una direzione aggressiva ma non tutti i nazionalisti tedeschi divennero poi nazisti o guardiani nei campi di concentramento; la sostanza intellettuale del nazismo veniva da un nazionalismo virulento che fu un vasto movimento. Nella stessa maniera il movimento wahhabita in Arabia Saudita e in altri Paesi è la base culturale di Al Qaeda».
Toccherebbe dunque ai sauditi adottare i primi rimedi?
«Bisogna appurare che cosa il governo saudita può davvero fare. Come minimo potrebbe cessare di permettere ai suoi ricchi cittadini di esportare verso Pakistan, Indonesia e Cecenia l'odio per l'Occidente, la modernità e i musulmani non wahhabiti. L'odio che esportano è una grande parte del problema».
La prospettiva di un confronto militare con l'Iraq non rischia di distogliere risorse dalla guerra al terrorismo?
«Nessuno dei due fronti può essere messo da parte. Ciò che deve essere accantonato è il terzo gruppo in guerra con noi, quello degli islamici sciiti che costituiscono la ristretta cerchia di potere in Iran. Assomigliano molto agli abitanti di Versailles nel 1788 o del Cremlino nel 1988. La tempesta è quasi sulle loro teste, dovrebbero guardare l'orizzonte e vederla arrivare. I mullah in Iran hanno perso il sostegno degli studenti, delle donne, degli uomini favorevoli alle riforme e stanno perdendo sempre di più gli ayatollah, come Montazeri. Sono molto indeboliti, sarebbe sciocco da parte dell'Occidente attaccarli e spingere così gli studenti a tornare nelle braccia dei mullah. L'Iraq invece è diverso, è come la Germania nazista. Non c'è altra maniera di arrivare a un cambio di regime se non attraverso il disarmo. Non credo che Saddam disarmerà di sua volontà se non sarà obbligato a farlo dall'accordo sul cessate-il-fuoco del 1991 e dalle risoluzioni dell'Onu. Da qui la necessità di muoverci militarmente per privarlo delle armi di distruzione di massa e dei missili che possiede. Se così non fosse sarebbe in grado di avere armi nucleari e missili balistici fra non molto tempo. Non possiamo permetterci si lasciarlo fare».