SOMMARIO RASSEGNA STAMPA

Bioetica e multiculturalismo

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Con «multiculturalità» indichiamo il fatto contemporaneo della compresenza, in un medesimo spazio fisico (territorio statuale) e relazionale (società civile), di gruppi di individui portatori di diverse culture investite – almeno in linea di principio – di pari dignità ed equo trattamento.

È evidente, tuttavia, come ogni concezione culturale comporti una molteplicità di stili di elaborazione teorica e di pensiero pratico intorno a questioni decisive per ogni essere umano, quali la fede e il lavoro, i rapporti familiari e sociali, fino alla vita in se stessa, alla salute e alla malattia.

Ogni concezione culturale implica inoltre un proprio modello di riferimento antropologico da cui, per esempio a proposito di vita, salute e malattia, derivano le coordinate che determinano i possibili approcci terapeutici e le modalità medico-sanitarie operative. Tali sono gli ambiti specifici in cui si esercita l’opzione normativoprescrittiva del «multiculturalismo», volta a trovare un accomodamento giuridico e politico fra le differenze pubblicamente date. Notiamo allora come possa esistere uno «spazio plurale» di riflessione sull’uomo in quanto nascente, vivente e morente, e come si imponga, alla luce del fatto della multiculturalità, il nodo cruciale del rapporto tra bioetica e multiculturalismo.

Sono le società occidentali in grado di disporsi adeguatamente a livello di teoria e, di conseguenza, a quello di governo, di fronte alle precise e pressanti richieste dei membri dei gruppi minoritari immigrati?
Quale peso può essere riservato alle loro valutazioni radicate in contesti e tradizioni culturali diversi da quelli della maggioranza?
Su quali basi culturali si può intavolare una negoziazione allo scopo di regolare e vincolare i comportamenti di un grande numero di individui culturalmente eterogenei?

Di fronte a simili interrogativi, sembra farsi strada l’opportunità di rielaborare i termini della bioetica tenendo conto delle appartenenze culturali e delle rivendicazioni dei membri delle minoranze, per cercare una piattaforma comune su cui costruire il dialogo fra i diversi soggetti.

La sfida odierna sta forse nella definizione di un modello bioetico transculturale di tipo relazionale che sia capace di riferirsi a valori universali – indispensabili nella risoluzione dei quesiti sollevati – giungendovi attraverso la dimensione umana della relazionalità, che nel fatto della multiculturalità può trovare una matrice di disfacimento, ma anche un fattore di arricchimento.

Se infatti tra i molti orientamenti culturali può enfatizzarsi una tensione che allontana tra loro i portatori delle identità, fino a spezzarne i legami, tuttavia lo stimolo della diversità può nutrire relazioni più profonde e significative per gli attori in gioco. I rapporti sociali in quanto culturali sollecitano, nella loro evoluzione, un vedere relazionale che garantisca una bioetica attenta a tutti gli aspetti dell’umano: va offerto un riscontro alle voci del dibattito pubblico e ai protagonisti di difficili storie personali obbligati a sostenere una forte prossimità di convivenza, ma (ancora) privi di un linguaggio sufficientemente condiviso per esporre le reciproche esigenze e per trovare le risposte più adeguate.

Le più accorte «teorie del multiculturalismo», soprattutto in ambito anglo-americano, spingono ad accogliere le richieste delle minoranze culturali garantendo specifici diritti di gruppo solo a condizione che a ogni individuo vengano assicurate chiare tutele contro i soprusi eventualmente messi in atto dalla comunità originaria di fronte a scelte eccentriche rispetto a essa. Ciò va forse oggi ritradotto in senso più marcatamente transculturale nelle questioni legate alle problematiche di inizio e fine vita, ai progressi tecnico-scientifici e alle loro applicazioni sull’uomo, alle definizioni di limiti e procedure affinché la persona umana sia sempre mantenuta come l’orizzonte autentico e il fine ultimo di ogni azione.

Matteo L. Bellati

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