AIDS e morale cattolica .
La
castità
AIDS, la maggiore minaccia per
l’Africa
dai tempi del traffico degli schiavi
di Michael F. Czerny S.I.
Malattia e vergogna spesso vanno a braccetto. In molte società africane
alcune malattie – un esempio su tutti è la lebbra – sono
per tradizione considerate ignominiose e impure. I parenti tendono
a nascondere il fatto che qualche loro caro ha contratto una tale
malattia, spesso fino a quando è troppo tardi.
Il virus HIV, essendo incurabile e trasmesso sessualmente, assume
una particolare forza quando diffonde anche la vergogna e il marchio
d’infamia. Alcuni esempi illustrano la sofferenza, l’isolamento
e il rifiuto che tale malattia comporta.
Ad Abidjan, Jacques, che vive con le sue quattro mogli, si ammala
con una sintomatologia di febbre, tosse e perdita di peso. Si reca
all’ospedale con la moglie più giovane. Dal test risulta
che ha la tbc e che è anche sieropositivo. Gli vengono fatte
raccomandazioni sul suo stato di sieropositivo e viene incoraggiato
a dirlo alle altre mogli. Lui non solo non lo dice, ma continua ad
avere con loro rapporti sessuali.
Nello Swaziland, il principe Tfohlongwane parla in favore della segregazione
dei sieropositivi e dei malati di AIDS: “Non si devono tenere
le mele marce nello stesso cesto di quelle buone, altrimenti anche
esse alla fine si guasteranno”.
In Nigeria, si dice che un amministratore militare abbia ordinato
l’arresto e l’imprigionamento di tutti i malati di AIDS
nel suo stato, affermando che tale decisione avrebbe aiutato a impedire
il diffondersi del virus HIV.
In Sudafrica la comunità di Gugu Dhlamini ha ucciso una donna
soltanto perché aveva reso pubblica la propria sieropositività.
Le persone temevano che il fatto che vivesse tra loro avrebbe gettato
un marchio d’infamia sull’intera comunità.
Il risultato del marchio d’infamia e della discriminazione è una
dannosa e distruttiva separazione: i puri dagli impuri, i normali
dagli anormali e, sempre, “noi” da “loro”.
Gesù rivela la sua sensibilità nei confronti di questo
potente sotterfugio culturale nel suo incontro con l’adultera.
Oltre ad essere portatrice per eccellenza del marchio d’infamia,
essa incarna l’intera nazione israelita che reca i segni dell’infedeltà religiosa
al patto con Dio. “Chi è senza peccato scagli la prima
pietra” (Giovanni 8,7).
Che cos’è la prima pietra? È il
giudizio dal quale deriva il marchio d’infamia, la discriminazione,
l’esclusione o la persecuzione di un altro o di gruppi di altri.
Il marchio d’infamia fa parte di quella generale struttura
di classificazioni e regole che noi chiamiamo cultura, e possiede
un enorme potere.
Un aspetto che non può essere ignorato nella battaglia condotta
dalla Chiesa contro l’HIV e l’AIDS è lo scontro
di culture, che appare evidente nel modo in cui gli africani e gli
occidentali considerano alcune questioni chiave.
Ad esempio, in Europa e in America la ragione principale del marchio è la
paura della sofferenza e il rifiuto della morte.
Al contrario, la cultura africana – e in questo essa è vicina
alla fede cristiana – accetta la sofferenza come parte della
vita, non è tanto preoccupata della malattia, della sventura,
dell’agonia e della morte, ed è di grande sostegno nei
confronti di coloro che soffrono. Quindi il marchio deriva dalla confusione,
dall’ignoranza e dalla vergogna nei confronti della sessualità.
Per gli occidentali, è la rivoluzione sessuale degli anni Sessanta
a cui si deve in buona parte l’atteggiamento prevalente nei confronti
della sessualità e la definizione di comportamenti e valori
che ora sono esportati in tutto il mondo, sotto l’impulso della
globalizzazione. È un paradigma incentrato sull’individuo
e sulla sua autonomia. In senso positivo, ha permesso alle donne di
giocare un ruolo più importante al di fuori delle mura domestiche
e nella società, liberandole da alcune strutture patriarcali,
che disconoscono le loro peculiarità e impediscono loro di far
sentire la propria voce.
Ma non si può negare che l’atteggiamento occidentale nei
confronti della sessualità abbia un lato oscuro, e la Chiesa è impegnata
senza sosta nel porvi rimedio. Secondo la cultura dominante e globalizzata,
le persone trovano il loro valore non in ciò che sono, ma in
ciò che hanno e che consumano: beni, potere, piacere e prestigio.
La felicità e il successo si identificano con un grande consumo.
Il mito dominante della cultura della globalizzazione è che
il sesso è soltanto un’altra cosa “da avere”.
Il sesso riguarda soltanto il singolo, è una questione di preferenze
individuali e di comportamento privato. Da un punto di vista morale è equiparato
a bere e mangiare, in quanto si verifica come risposta a un appetito
e unicamente per il piacere.
Questo è il comportamento occidentale. L’esperienza africana è stata
molto diversa. Ci sono tabù che incoraggiano il controllo di
sé in materia di sessualità. Alcune tradizioni sono contrarie
alle relazioni sessuali durante la gravidanza e l’allattamento
e in caso di adulterio. In molti gruppi etnici, la verginità prima
del matrimonio è obbligatoria. Invece di considerare tali
comportamenti fuori moda, come accade in Occidente, bisognerebbe impegnarsi
per studiare il modo di incoraggiare tali pratiche attribuendo valore
a questi elementi positivi della cultura africana.
In Africa la fecondità è un valore primario, perché genera
la vita, e la castità è un valore in quanto protegge
la vita e la qualità della vita, la quale è concepita
come un legame diretto tra i vivi e i morti. La sessualità è considerata
moralmente neutra e, di per sé, né buona né cattiva.
Spesso viene paragonata al fuoco in una casa. Il fuoco può essere
domato e usato per cucinare; in caso contrario, può bruciare
il tetto e l’intera casa. L’immagine del fuoco è molto
calzante e aiuta a capire perché le culture tradizionali, radicate
nell’habitat locale, mantengano norme per il comportamento sessuale.
L’ideale cristiano di sessualità è un insieme dinamico
di libertà e di responsabilità integrata nella personalità ad
ogni stadio della vita.
Il suo nome tradizionale è castità:
l’unità interiore vissuta di un essere corporeo e spirituale.
Castità significa modulare e ordinare la propria sessualità al
servizio dei rapporti e della comunione con gli altri, dell’amore
e dell’amicizia.
Lo scopo della castità è di
rendere ognuno capace di amare nel modo personale specifico di
ogni sesso,
per essere pronto ad affrontare correttamente il matrimonio, il celibato
religioso o lo stato di single.
La castità è un compito
molto personale che richiede tutta la vita, ma il significato della
sessualità va talmente al di là del singolo individuo
che la castità comprende anche uno sforzo culturale: “Esiste
una interdipendenza tra il miglioramento personale e il progresso della
società” (Gaudium et Spes, 25)
I paesi ricchi hanno criticato duramente la Chiesa africana per non
aver distribuito profilattici al fine di risolvere la crisi. Una
breve risposta a tali critiche è che la morale cattolica è in
realtà più fedele ai valori della cultura africana, la
quale non giustifica il sesso libero né tratta la sessualità come
una merce di consumo. La campagna a favore dei profilattici sa di imperialismo
culturale e, in tale frangente, la posizione della Chiesa sarà sempre
dalla parte dei poveri.
Ma, naturalmente, il problema è molto più complesso,
e bisogna ammettere che la Chiesa si trova costretta, ai limiti della
sua capacità, a parlare con coerenza e al tempo stesso in modo
opportuno alla gente nelle situazioni più diverse. I laicisti
optano per un approccio pragmatico, il più in uso al giorno
d’oggi, fondato sul problema della salute pubblica. Dal canto
suo, invece, la Chiesa è tenuta a offrire a chi la ascolta un
ideale morale e spirituale piuttosto che un approccio puramente pragmatico,
e ci sono molte persone che hanno deciso pregiudizialmente, quale che
sia la ragione, di ignorare tale messaggio. Se qualcuno ha voltato
le spalle all’ideale di responsabilità personale aperto
a generare la vita, è credibile che abbia bisogno o che apprezzi
il consiglio della Chiesa su come ridurre al minimo le conseguenze
portatrici di morte delle sue azioni? Un tale appello alla comune decenza
sarà difficilmente ascoltato, e il rischio di apparire di supporto
a comportamenti promiscui, oltraggiosi e distruttivi è troppo
alto perché la Chiesa possa tollerarlo.
La Chiesa non affronta la pandemia del HIV e dell’AIDS come “un
problema da risolvere”. Essa piuttosto ascolta la voce del Signore
che dice: “Io sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano
in abbondanza” (Giovanni 10,10). Sull’esempio di Gesù,
la Chiesa chiama i suoi fedeli all’amore disinteressato e al
servizio, e quindi alla vita piena per tutti. In che modo quindi la
cultura – il marchio d’infamia e la discriminazione in
superficie, la sessualità nel profondo e la giustizia nella
società – si pone come sfida ai cattolici africani nell’era
dell’AIDS? E quale sfida riserva la cultura ai cattolici di altri
paesi perché mostrino una solidarietà ben informata
e ben diretta con loro?
1. Toccare i soggetti “marchiati” e
gli esclusi.
Quando i genitori, i parenti, gli amici e i conoscenti scoprono che
un bambino è nato con una grave disabilità fisica e mentale,
non sono fortemente tentati di rifiutare, emarginare ed escludere il
bambino? E, sin dal primo momento, non esiste il pericolo che al bambino
venga fatto sentire il peso della delusione e della vergogna di tutti,
a cominciare dai suoi genitori? E non abbiamo sentito storie strazianti
di discriminazione contro bambini, adolescenti o adulti disabili, messi
al bando e trattati come se non fossero esseri umani autentici? Nella
misura in cui questo è vero, può darsi che ci aiuti a
capire in parte come l’HIV/AIDS agisca a livello culturale. E,
se siamo in grado di opporci a questa “inevitabile maledizione”,
in larga misura lo dobbiamo a Jean Vanier – il fondatore di “L’Arche” e
di “Fede e Luce” – che per 40 anni ha aiutato la
Chiesa a scoprire che i disabili non solo sono il cuore della comunità,
ma hanno un’autentica missione ecclesiale e sociale.
Vanier non ha operato questa trasformazione denunciando il marchio
dei disabili, ma accettandoli, amandoli e ponendoli al centro della
comunità. È bene quindi sapere che, per liberarci dal
meccanismo del marchio legato all’HIV/AIDS, non basta cambiare
i nostri pensieri e le nostre parole. Non è sufficiente neppure
in Africa, dove politici, campioni dello sport, star della musica e
leader religiosi denunciano l’emarginazione o addirittura dichiarano
di essere loro stessi sieropositivi. Infatti, essendo importanti, ricchi
e potenti, essi appaiono al sicuro dal pericolo della discriminazione,
mentre la gente comune è troppo povera e troppo vulnerabile
per godere di tale immunità.
Combattere la discriminazione significa stendere le proprie mani,
toccare, fare. Come Gesù si identificò con i sofferenti, noi cristiani
siamo oggi chiamati a identificarci con i vulnerabili e i sofferenti
di fronte alla grande minaccia dell’HIV/AIDS. È il tipico
modo di operare della Chiesa che reca consolazione agli orfani, ai
vedovi, ai nonni e alle intere famiglie come ai molti vulnerabili bambini
e donne le cui vite sono state devastate a causa della malattia. In
altre parole, una Chiesa che include gli esclusi,
attira a sé e
tocca gli “appestati”.
2. Dire un “sì” radicale alla sessualità umana.
Affermare la dignità delle persone significa formare la loro
moralità, spingerle verso la vita e la libertà. Questo
vuol dire avere il coraggio di dire “no” a se stessi
e insegnare il “no” agli altri, in nome del “sì” alla
vita. Non tutti i bisogni sono legittimi, non tutte le scelte sono
sagge, corrette e portatrici di vita. Il cosiddetto “cambiamento
di comportamento” è il lodevole tentativo di instillare
la responsabilità etica senza invocare Dio o esprimere giudizi
morali. La Chiesa promuove la difesa di un comportamento retto nonché il
cambiamento di ciò che ha bisogno di essere cambiato, ma ognuno è peccatore,
ed essa chiama tutti alla conversione, al pentimento, alla determinazione.
La morale cattolica affronta il discorso della sessualità con
persone di età differenti, in modo da rendere giustizia a
questo grande dono e mistero. Questo perché il tema della morale è al
centro della lotta della Chiesa contro l’AIDS, della formazione
dei seguaci di Cristo e del servizio alle persone in difficoltà.
Un insegnamento chiaro ed efficace spesso esige una risposta generosa.
Lo scorso anno, a Durban, 72 giovani delegati di undici paesi africani
si sono impegnati pubblicamente a combattere l’HIV con l’assunzione
di uno stile di vita che promuova un comportamento sano e morale: “Siamo
consapevoli che gli stili di vita e le società sono cambiati
e possono cambiare in meglio grazie ai nostri sforzi. Perciò,
con rinnovato impegno ed energia, noi intendiamo promuovere la vita
tramite il rinnovamento della nostra società nel campo del comportamento,
come africani che rispondono all’Africa, a cominciare da noi
stessi”.
Molti, in Occidente, considererebbero tale aspirazione poco realistica,
se non addirittura assurdamente fuori moda. Tuttavia, dal punto di
vista di chi si trova in prima linea, tale coraggiosa analisi e tale
determinata risoluzione meritano ammirazione e sostegno. Anche nelle
culture e nelle consuetudini africane vi sono pecche, come, ad esempio,
la vulnerabilità di bambini e adolescenti agli abusi, la condizione
delle donne, lo status sessuale degli uomini. Tale critica costituisce
il compito degli africani in Africa. La morale sessuale cristiana è stata
forse sempre controcorrente e lo è oggi in modo nuovo nell’epoca
dell’AIDS, in cui si oppone ai miti globali della sessualità.
Essa, quando è necessario, mette in discussione anche gli
africani e le loro culture.
3. In merito alla giustizia distributiva e alla
solidarietà generosa.
In Occidente spesso molti si domandano perché l’AIDS
si manifesti in modo così grave in Africa e per quale motivo
le statistiche siano peggiori che in qualsiasi altro luogo del mondo.
A questa insistente domanda si può rispondere con una sola parola:
povertà. Non è una risposta che incontri molto entusiasmo
da parte degli occidentali. Eppure i membri poveri ed emarginati della
società africana non hanno accesso all’educazione di base,
all’informazione relativa all’HIV e all’AIDS, alla
cura della salute, al lavoro, al trattamento e al sostegno. Una simile
situazione di ingiustizia rende più persone maggiormente vulnerabili
alla minaccia dell’HIV e alle tragiche conseguenze dell’AIDS
di quanto non accadrebbe se avessero uno standard di vita un po’ più simile
a quello occidentale.
Quando, nel 2000, il presidente sudafricano Thabo Mbeki ha affermato
che la vera causa dell’AIDS è la povertà piuttosto
che l’HIV, è stato ampiamente criticato. Ma c’è una
buona parte di vero nella sua controversa affermazione, e i vescovi
africani hanno identificato e articolato ciò che c’è di
valido nella sua intuizione: il virus si sviluppa in modo direttamente
proporzionale alla povertà.
Per combattere l’AIDS in maniera responsabile, dobbiamo insegnare
il rispetto per il sacro valore della vita e il corretto approccio
alla sessualità. Ma fare questo senza considerare le condizioni
spesso estremamente difficili in cui vivono le persone in Africa significherebbe
insistere sempre sulle buone intenzioni e sul solo potere della volontà,
trascurando quelle forze e quelle strutture che opprimono letteralmente
i poveri. Allora si cadrebbe nel moralismo senza fare nulla di positivo.
Perciò, che li si chiami riduzione della povertà, sviluppo
sostenibile, sfide del Millennio o lotta all’AIDS, si tratta
sempre degli stessi obiettivi: la speranza è che la Chiesa in
Occidente sia in grado di seguire la Chiesa in Africa nella lotta per
la giustizia e la sconfitta dell’AIDS.
Conclusioni
A. Il marchio e la discriminazione sono reazioni legate all’ignoranza,
alla paura, all’insicurezza, non molto diverse da quelle che
avrebbe chiunque in qualunque altra parte del mondo fosse minacciato
dall’HIV o da altre forme profondamente disturbanti di insufficienze
umane. Il marchio e la discriminazione vanno condannati, ma occorre
anche capirne le cause, e si rende perciò necessario un autentico
mutamento culturale.
B. La sessualità riveste sempre e in ogni luogo una misteriosità importante,
e il modo in cui gli africani si appropriano della loro sessualità dovrebbe
essere ascoltato e apprezzato, come la Chiesa cerca di fare.
La minaccia
dell’HIV non cambia la morale della Chiesa – fondata sulle
Sacre Scritture e su duemila anni di tradizione – ma la diffusione
del virus rende più pressante per la Chiesa trasmettere e comunicare
la propria morale ai fedeli, in particolare ai giovani, e a coloro
che, esplicitamente o implicitamente, condividono i valori cristiani. C’è urgente bisogno di resistere alla cultura globalizzata
e di promuovere i valori africani, e non si può non riconoscere
che la morale cattolica è un modo importante per raggiungere
tali obiettivi.
C. Il servizio e la giustizia sociale sono parte integrante della
risposta della Chiesa all’AIDS. Questo è il motivo per cui la Chiesa,
in modo del tutto naturale, unisce al ministero pastorale la cura della
salute, l’esercizio della compassione e il sostegno spirituale,
la morale personale, l’etica sociale e l’educazione alla
prevenzione. Offrire compassione senza considerare
le strutture del peccato, o predicare la morale e la prevenzione
senza combattere la povertà significa disprezzare la tradizione
della Chiesa e negare la sua missione di proclamare il Regno di Dio,
nel quale il peccato e la morte sono sconfitti per sempre.
Tratto
dalla rivista : La Civiltà Cattolica