Conferenza Episcopale Italiana - copie di fatto e testamento biologico

Conferenza Episcopale Italiana
CONSIGLIO PERMANENTE
Roma, 22-25 gennaio 2007
PROLUSIONE DEL CARDINALE PRESIDENTE

Venerati e cari Confratelli,
..... n°4 ....

Le coppie di fatto
Le nuove problematiche etiche e antropologiche, specialmente a proposito della vita umana e della famiglia, che stanno sempre più emergendo, toccano d’altronde alla radice il senso e i valori della nostra esistenza, e proprio su queste materie assistiamo a ripetute e spesso aspre denunce di una pretesa indebita ingerenza della Chiesa.

Al riguardo una spiegazione convincente e chiarificatrice l’ha data a più riprese il Santo Padre. Così, rivolgendosi al Presidente della Repubblica, ha affermato che la Chiesa e in particolare i fedeli laici, nel dare il loro apporto su questi temi, "lo fanno nel contesto e secondo le regole della convivenza democratica, per il bene di tutta la società e in nome di valori che ogni persona di retto sentire può condividere". Poco dopo, il 9 dicembre, ricevendo l’Unione Giuristi Cattolici, ha precisato che "non è segno di sana laicità il rifiuto alla comunità cristiana, e a coloro che legittimamente la rappresentano, del diritto di pronunziarsi sui problemi morali che oggi interpellano la coscienza di tutti gli esseri umani … Non si tratta, infatti, di indebita ingerenza della Chiesa nell’attività legislativa, propria ed esclusiva dello Stato, ma dell’affermazione e della difesa dei grandi valori che danno senso alla vita della persona e ne salvaguardano la dignità. Questi valori, prima di essere cristiani, sono umani, tali perciò da non lasciare indifferente e silenziosa la Chiesa, la quale ha il dovere di proclamare con fermezza la verità sull’uomo e sul suo destino".

Attualmente l’attenzione è puntata sulle proposte di riconoscimento giuridico delle unioni di fatto, con varie proposte di legge di cui il Senato ha iniziato l’esame e che purtroppo tendono quasi tutte a riconoscere e tutelare tali unioni, sia eterosessuali sia omosessuali, in termini sostanzialmente analoghi a quanto è previsto per la famiglia fondata sul matrimonio, mentre il Governo stesso sembra impegnato ad assumere in questa materia una propria iniziativa. Una pressione nel medesimo senso è inoltre esercitata dai provvedimenti adottati o in discussione in alcune Regioni e Comuni, al di là della dubbia efficacia giuridica di talune di queste iniziative.

Al riguardo abbiamo già ripetutamente espresso la nostra posizione, in piena sintonia con quella della Santa Sede. Personalmente mi permetto di richiamare ciò che ho cercato di dire, in termini approfonditi e motivati, già nella prolusione alla sessione del nostro Consiglio Permanente del 18 settembre 2005. La Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede "circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita pubblica", datata 24 novembre 2002, riassume efficacemente la nostra comune posizione affermando che alla famiglia fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso "non possono essere equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali riconoscimento legale" (n. 4). Da ultimo il Santo Padre ha riconfermato la medesima valutazione nel discorso dell’11 gennaio ai rappresentanti delle Amministrazioni locali di Roma e del Lazio.

Se guardiamo alla situazione dell’Italia, queste posizioni trovano un riscontro quanto mai concreto e persuasivo. Da noi infatti la famiglia svolge un grandissimo ruolo sociale e dà un contributo particolarmente elevato all’educazione dei figli. Al contempo siamo da molti anni alle prese con una gravissima crisi della natalità, che minaccia il futuro del nostro Paese. Preoccupazioni comuni e primarie dei responsabili della cosa pubblica dovrebbero essere quindi il sostegno della famiglia legittima fondata sul matrimonio, in accordo con il dettato costituzionale, e la rimozione di tutti quegli ostacoli di ordine pratico (a proposito dell’alloggio, del lavoro giovanile e della sua stabilità, delle strutture di accoglienza per i bambini più piccoli …), o anche giuridico e fiscale, che dissuadono le giovani coppie dal contrarre matrimonio e dal generare dei figli, senza per questo forzare in alcun modo la libertà delle scelte personali di ciascuno. Le informazioni fornite in questi giorni dall’ISTAT sul persistente desiderio di maternità delle donne italiane e sui problemi che ostacolano la sua realizzazione, e d’altra parte i risultati conseguiti in Francia dalle politiche a favore della natalità, mostrano come questa sfida non sia affatto perduta in partenza. Vi è qui anche tutto lo spazio per una spontanea e benefica collaborazione tra lo Stato e la Chiesa.

Esaminando sempre in concreto la realtà delle unioni di fatto, quelle tra persone di sesso diverso sono certamente in aumento, sebbene restino a livelli assai più contenuti che in altri Paesi, ma la grande maggioranza di loro vive nella previsione di un futuro possibile matrimonio, oppure preferisce restare in una posizione di anonimato e di assenza di vincoli. Le assai meno numerose coppie omosessuali in buona parte vogliono a loro volta rimanere un fatto esclusivamente privato e riservato; altre invece sembrano costituire il principale motore della pressione per il riconoscimento legale delle unioni di fatto, con cui intenderebbero aprire, se possibile, anche la strada per il matrimonio. Nel pieno e doveroso rispetto per la dignità e i diritti di ogni persona, va però osservato che una simile rivendicazione contrasta con fondamentali dati antropologici e in particolare con la non esistenza del bene della generazione dei figli, che è la ragione specifica del riconoscimento sociale del matrimonio.

La legislazione e la giurisprudenza attuali già assicurano la protezione di non pochi diritti delle persone dei conviventi, e pienamente dei diritti dei figli. Per ulteriori aspetti che potessero aver bisogno di una protezione giuridica esiste anzitutto la strada del diritto comune, assai ampia e adattabile alle diverse situazioni, e ad eventuali lacune o difficoltà si potrebbe porre rimedio attraverso modifiche del codice civile, rimanendo comunque nell’ambito dei diritti e dei doveri della persona. Non vi è quindi motivo di creare un modello legislativamente precostituito, che inevitabilmente configurerebbe qualcosa di simile a un matrimonio, dove ai diritti non corrisponderebbero uguali doveri: sarebbe questa la strada sicura per rendere più difficile la formazione di famiglie autentiche, con gravissimo danno delle persone, a cominciare dai figli, e della società italiana. Del resto, il recentissimo Rapporto pubblicato in Inghilterra sulle conseguenze del crollo della famiglia per lo stato della Nazione conferma, sulla base di un’esperienza che in quel Paese è ormai pluridecennale, quanto siano negativi i risultati di quelle politiche nelle quali alcuni pensano di poter trovare un modello per la società italiana.

Esprimono il senso genuino dell’atteggiamento e della sollecitudine della Chiesa alcune considerazioni del Santo Padre, contenute nel discorso del 22 dicembre alla Curia Romana. Riferendosi al suo viaggio in Spagna per la Giornata Mondiale delle famiglie, egli ha detto: "il problema dell’Europa, che apparentemente quasi non vuole più avere figli, mi è penetrato nell’animo. Per l’estraneo, quest’Europa sembra essere stanca, anzi sembra volersi congedare dalla storia". Poi il Papa ha individuato le motivazioni profonde di tale comportamento non solo nella ritrosia a donare ai figli il proprio tempo, e alla fine se stessi, ma anche nella perdita di orientamento, per cui non sappiamo più quale via indicare, quali norme di vita trasmettere, e ancora più radicalmente nell’insicurezza circa il futuro, anzi circa il fatto stesso che sia "cosa buona essere uomo". Perciò una risposta convincente può consistere soltanto nel ritrovamento di un senso e di una speranza che siano più forti delle nuvole che oscurano il futuro: a questo livello è chiaramente la Chiesa stessa la prima ad essere chiamata in causa. Nella stessa chiave il Papa non tace la sua preoccupazione per le leggi sulle coppie di fatto, che relativizzano il matrimonio e rendono ancor più difficile per i giovani del nostro tempo la decisione per un legame definitivo. Il riconoscimento legale delle unioni omosessuali toglie poi "ogni rilevanza alla mascolinità e alla femminilità della persona umana", con un deprezzamento della corporeità in conseguenza del quale l’uomo, "volendo emanciparsi dal suo corpo … finisce per distruggere se stesso". Perciò, "Se ci si dice che la Chiesa non dovrebbe ingerirsi in questi affari, allora noi possiamo solo rispondere: forse che l’uomo non ci interessa? I credenti, in virtù della grande cultura della loro fede, non hanno forse il diritto di pronunciarsi su tutto questo? Non è piuttosto il loro – il nostro – dovere alzare la voce per difendere l’uomo, quella creatura che, proprio nell’unità inseparabile di corpo e anima, è immagine di Dio?"

l testamento biologico
Un’altra questione assai delicata sotto il profilo umano ed etico, di cui il Parlamento ha iniziato l’esame, è quella delle "dichiarazioni anticipate di trattamento". Un punto essenziale, sul quale sembra esservi un ampio consenso, è il rifiuto dell’eutanasia, quali che siano i motivi e i mezzi, le azioni o le omissioni, addotti e impiegati al fine di ottenerla. Al tempo stesso è legittimo rifiutare l’accanimento terapeutico, cioè il ricorso a procedure mediche straordinarie che risultino troppo onerose o pericolose per il paziente e sproporzionate rispetto ai risultati attesi. La rinuncia all’accanimento terapeutico non può giungere però al punto di legittimare forme più o meno mascherate di eutanasia e in particolare quell’"abbandono terapeutico" che priva il paziente del necessario sostegno vitale attraverso l’alimentazione e l’idratazione, come si è espresso nel 2003 il Comitato Nazionale per la Bioetica.

La volontà del malato, attuale o anticipata o espressa attraverso un suo fiduciario scelto liberamente, e quella dei suoi familiari, non possono pertanto avere per oggetto la decisione di togliere la vita al malato stesso. Va inoltre salvaguardato il rapporto, personale e in concreto sommamente importante, tra il medico, il paziente e i suoi familiari, come anche il rispetto della coscienza del medico chiamato a dare applicazione alla volontà del malato, e più in generale della deontologia medica. In questa materia tanto delicata appare dunque una norma di saggezza non pretendere che tutto possa essere previsto e regolato per legge. Sono altrettanto importanti e doverose le terapie che attenuano la sofferenza e una vicinanza affettuosa e costante ai pazienti e alle loro famiglie.

Una vicenda umana dolorosa, che ha coinvolto a lungo la nostra gente, è stata quella di Piergiorgio Welby. Essa mi ha chiamato in causa anche personalmente, quando è giunta la richiesta del funerale religioso dopo la sua morte. La sofferta decisione di non concederlo nasce dal fatto che il defunto, fino alla fine, ha perseverato lucidamente e consapevolmente nella volontà di porre termine alla propria vita: in quelle condizioni una decisione diversa sarebbe stata infatti per la Chiesa impossibile e contraddittoria, perché avrebbe legittimato un atteggiamento contrario alla legge di Dio. Nel prendere una tale decisione non è mancata la consapevolezza di arrecare purtroppo dolore e turbamento ai familiari e a tante altre persone, anche credenti, mosse da sentimenti di umana pietà e solidarietà verso chi soffre, sebbene forse meno consapevoli del valore di ogni vita umana, di cui nemmeno la persona del malato può disporre. Soprattutto ci ha confortato la fiducia che il Dio ricco di misericordia non solo è l’unico a conoscere fino in fondo il cuore di ogni uomo, ma è anche Colui che in questo cuore agisce direttamente e dal di dentro, e può cambiarlo e convertirlo anche nell’istante della morte.

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Camillo Card. Ruini
Presidente