Caso Welby

Welby chiede pubblicamente l'eutanasia

Lettera aperta al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
Da Piergiorgio Welby, Co-Presidente dell’Associazione Coscioni

Caro Presidente,
scrivo a Lei, e attraverso Lei mi rivolgo anche a quei cittadini che avranno la possibilità di ascoltare queste mie parole, questo mio grido, che non è di disperazione, ma carico di speranza umana e civile per questo nostro Paese.

Fino a due mesi e mezzo fa la mia vita era sì segnata da difficoltà non indifferenti, ma almeno per qualche ora del giorno potevo, con l’ausilio del mio computer, scrivere, leggere, fare delle ricerche, incontrare gli amici su internet. Ora sono come sprofondato in un baratro da dove non trovo uscita.
La giornata inizia con l’allarme del ventilatore polmonare mentre viene cambiato il filtro umidificatore e il catheter mounth, trascorre con il sottofondo della radio, tra frequenti aspirazioni delle secrezioni tracheali, monitoraggio dei parametri ossimetrici, pulizie personali, medicazioni, bevute di pulmocare. Una volta mi alzavo al più tardi alle dieci e mi mettevo a scrivere sul pc. Ora la mia patologia, la distrofia muscolare, si è talmente aggravata da non consentirmi di compiere movimenti, il mio equilibrio fisico è diventato molto precario. A mezzogiorno con l’aiuto di mia moglie e di un assistente mi alzo, ma sempre più spesso riesco a malapena a star seduto senza aprire il computer perchè sento una stanchezza mortale. Mi costringo sulla sedia per assumere almeno per un’ora una posizione differente di quella supina a letto. Tornato a letto, a volte, mi assopisco, ma mi risveglio spaventato, sudato e più stanco di prima. Allora faccio accendere la radio ma la ascolto distrattamente. Non riesco a concentrarmi perché penso sempre a come mettere fine a questa vita. Verso le sei faccio un altro sforzo a mettermi seduto, con l’aiuto di mia moglie Mina e mio nipote Simone. Ogni giorno vado peggio, sempre più debole e stanco. Dopo circa un’ora mi accompagnano a letto. Guardo la tv, aspettando che arrivi l’ora della compressa del Tavor per addormentarmi e non sentire più nulla e nella speranza di non svegliarmi la mattina.
Io amo la vita, Presidente. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso – morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita – è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio ... è lì, squadernato davanti a medici, assistenti, parenti. Montanelli mi capirebbe. Se fossi svizzero, belga o olandese potrei sottrarmi a questo oltraggio estremo ma sono italiano e qui non c’è pietà.

Starà pensando, Presidente, che sto invocando per me una “morte dignitosa”. No, non si tratta di questo. E non parlo solo della mia, di morte.

La morte non può essere “dignitosa”; dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, in special modo quando si va affievolendo a causa della vecchiaia o delle malattie incurabili e inguaribili. La morte è altro. Definire la morte per eutanasia “dignitosa” è un modo di negare la tragicità del morire. È un continuare a muoversi nel solco dell’occultamento o del travisamento della morte che, scacciata dalle case, nascosta da un paravento negli ospedali, negletta nella solitudine dei gerontocomi, appare essere ciò che non è. Cos’è la morte? La morte è una condizione indispensabile per la vita. Ha scritto Eschilo: “Ostico, lottare. Sfacelo m'assale, gonfia fiumana. Oceano cieco, pozzo nero di pena m'accerchia senza spiragli. Non esiste approdo”.

L’approdo esiste, ma l’eutanasia non è “morte dignitosa”, ma morte opportuna, nelle parole dell’uomo di fede Jacques Pohier. Opportuno è ciò che “spinge verso il porto”; per Plutarco, la morte dei giovani è un naufragio, quella dei vecchi un approdare al porto e Leopardi la definisce il solo “luogo” dove è possibile un riposo, non lieto, ma sicuro.
In Italia, l’eutanasia è reato, ma ciò non vuol dire che non “esista”: vi sono richieste di eutanasia che non vengono accolte per il timore dei medici di essere sottoposti a giudizio penale e viceversa, possono venir praticati atti eutanasici senza il consenso informato di pazienti coscienti. Per esaudire la richiesta di eutanasia, alcuni paesi europei, Olanda, Belgio, hanno introdotto delle procedure che consentono al paziente “terminale” che ne faccia richiesta di programmare con il medico il percorso di “approdo” alla morte opportuna.
Una legge sull’eutanasia non è più la richiesta incomprensibile di pochi eccentrici. Anche in Italia, i disegni di legge depositati nella scorsa legislatura erano già quattro o cinque. L’associazione degli anestesisti, pur con molta cautela, ha chiesto una legge più chiara; il recente pronunciamento dello scaduto (e non ancora rinnovato) Comitato Nazionale per la bioetica sulle Direttive Anticipate di Trattamento ha messo in luce l’impossibilità di escludere ogni eventualità eutanasica nel caso in cui il medico si attenga alle disposizioni anticipate redatte dai pazienti. Anche nella diga opposta dalla Chiesa si stanno aprendo alcune falle che, pur restando nell’alveo della tradizione, permettono di intervenire pesantemente con le cure palliative e di non intervenire con terapie sproporzionate che non portino benefici concreti al paziente. L’opinione pubblica è sempre più cosciente dei rischi insiti nel lasciare al medico ogni decisione sulle terapie da praticare. Molti hanno assistito un famigliare, un amico o un congiunto durante una malattia incurabile e altamente invalidante ed hanno maturato la decisione di, se fosse capitato a loro, non percorrere fino in fondo la stessa strada. Altri hanno assistito alla tragedia di una persona in stato vegetativo persistente.
Quando affrontiamo le tematiche legate al termine della vita, non ci si trova in presenza di uno scontro tra chi è a favore della vita e chi è a favore della morte: tutti i malati vogliono guarire, non morire. Chi condivide, con amore, il percorso obbligato che la malattia impone alla persona amata, desidera la sua guarigione. I medici, resi impotenti da patologie finora inguaribili, sperano nel miracolo laico della ricerca scientifica. Tra desideri e speranze, il tempo scorre inesorabile e, con il passare del tempo, le speranze si affievoliscono e il desiderio di guarigione diventa desiderio di abbreviare un percorso di disperazione, prima che arrivi a quel termine naturale che le tecniche di rianimazione e i macchinari che supportano o simulano le funzioni vitali riescono a spostare sempre più in avanti nel tempo. Per il modo in cui le nostre possibilità tecniche ci mantengono in vita, verrà un giorno che dai centri di rianimazione usciranno schiere di morti-viventi che finiranno a vegetare per anni. Noi tutti probabilmente dobbiamo continuamente imparare che morire è anche un processo di apprendimento, e non è solo il cadere in uno stato di incoscienza.

Sua Santità, Benedetto XVI, ha detto che “di fronte alla pretesa, che spesso affiora, di eliminare la sofferenza, ricorrendo perfino all'eutanasia, occorre ribadire la dignità inviolabile della vita umana, dal concepimento al suo termine naturale”. Ma che cosa c’è di “naturale” in una sala di rianimazione? Che cosa c’è di naturale in un buco nella pancia e in una pompa che la riempie di grassi e proteine? Che cosa c’è di naturale in uno squarcio nella trachea e in una pompa che soffia l’aria nei polmoni? Che cosa c’è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l’ausilio di respiratori artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale, svuotamento intestinale artificiale, morte-artificialmente-rimandata? Io credo che si possa, per ragioni di fede o di potere, giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni si possa “giocare” con la vita e il dolore altrui.
Quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti, ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiede di mettere fine ad una sopravvivenza crudelmente ‘biologica’ – io credo che questa sua volontà debba essere rispettata ed accolta con quella pietas che rappresenta la forza e la coerenza del pensiero laico.

Sono consapevole, Signor Presidente, di averle parlato anche, attraverso il mio corpo malato, di politica, e di obiettivi necessariamente affidati al libero dibattito parlamentare e non certo a un Suo intervento o pronunciamento nel merito. Quello che però mi permetto di raccomandarle è la difesa del diritto di ciascuno e di tutti i cittadini di conoscere le proposte, le ragioni, le storie, le volontà e le vite che, come la mia, sono investite da questo confronto.

Il sogno di Luca Coscioni era quello di liberare la ricerca e dar voce, in tutti i sensi, ai malati. Il suo sogno è stato interrotto e solo dopo che è stato interrotto è stato conosciuto. Ora siamo noi a dover sognare anche per lui.

Il mio sogno, anche come co-Presidente dell’Associazione che porta il nome di Luca, la mia volontà, la mia richiesta, che voglio porre in ogni sede, a partire da quelle politiche e giudiziarie è oggi nella mia mente più chiaro e preciso che mai: poter ottenere l’eutanasia. Vorrei che anche ai cittadini italiani sia data la stessa opportunità che è concessa ai cittadini svizzeri, belgi, olandesi.

Piergiorgio Welby

Parla il medico di Welby
Blogosfere

Mi sono trovato di fronte un uomo malato che vive in un appartamento di una periferia romana, al quarto piano con un ascensore stretto. E' in una piccola stanza, di fronte a lui solo un televisore. L'unica finestra è lontana dal letto, per cui non riesce a guardare fuori. L'unica persona ad assisterlo giorno e notte è la moglie, supportata da un'assistenza sociale attivata dal Comune per poche ore a settimana.

Ho visto il Sig. Welby solo due volte. Lui è attaccato dal 1997 al respiratore e dal 2002 ne è completamente dipendente. Non ha una nutrizione artificiale e nemmeno un sondino nasogastrico, come erroneamente è stato riportato da un esponente del partito radicale nella trasmissione televisiva "Primo Piano" .Si nutre da qualche mese solo con un'alimentazione semiliquida.

Nella seconda ed ultima visita da me effettuata il 25 novembre scorso, considerando la malattia di base (la distrofia muscolare), ho rilevato che le sue condizioni fisiche non fossero di una gravità tale da far supporre che stesse morendo. Il sig. Welby urinava naturalmente. Evacuava solo attraverso svuotamento ogni due, tre giorni, aiutato dalla moglie. La valutazione del dolore fisico da lui riferito era molto lieve, non assumeva farmaci per questo sintomo.

Sicuramente ho rilevato un dolore psicologico e molta rabbia e ancora di più un profondo dolore spirituale .Quando parlo del dolore spirituale non intendo un dolore che riguarda la propria fede ma un dolore intimo, profondo ed esistenziale che può attanagliare chiunque di noi, sia ateo che credente. E' quando non si riesce a dare più senso alla vita come tale.

Il sig. Welby è stato indirizzato all'Antea dall'Associazione Luca Coscioni. L'ho visto come dicevo solo due volte.

Data la situazione clinica e sociale gli ho proposto l'assistenza presso la nostra struttura sanitaria Hospice Antea, ma si è rifiutato. Quindi gli ho proposto di assisterlo in casa , come siamo soliti fare con la nostra Unità Operativa di Cure Palliative Domiciliari, assicurandogli una forte presenza dei nostri operatori, che comprende anche l'assistenza psicologica e soprattutto spirituale. Il Sig. Welby non ha accettato neanche questa proposta.

 Allora gli ho prospettato una terapia ansiolitica e antidepressiva, in quanto assumeva un blando ansiolitico solo la sera, ma ha rifiutato. A questo punto l'unica soluzione era proporre una sedazione, anche perchè questa era la sua richiesta, ma soprattutto perché era l'unico strumento in mio possesso per curare la sua sofferenza.

Lui aveva molta difficoltà a deglutire e le vene superficiali erano difficilmente reperibili e sclerotizzate, per cui ho proposto una sedazione per via sottocutanea, ma la richiesta del Signor Welby diventò molto specifica :
"Voglio essere sedato e contemporaneamente staccato dal respiratore".

Ho risposto che non potevo in quanto la sua era una vera e propria richiesta di eutanasia, e che comunque le modalità che gli avevo offerto erano una valida alternativa alla sofferenza.

Gli ho assicurato che gli sarei stato vicino quando la morte lo avrebbe raggiunto naturalmente e lo avrei accompagnato fino all'ultimo minuto, e che sarebbe morto serenamente. Inoltre, dal punto di vista medico, ritenevo che durante la sedazione la morte sarebbe sopraggiunta in pochi giorni, per la normale evoluzione della malattia stessa,ed anche perché lui rifiutava qualsiasi forma di accanimento terapeutico, compreso l'utilizzo di aghi per la nutrizione per via endovenosa e il sondino naso gastrico per la nutrizione entrale,.

La sedazione da me effettuata, ribadisco, sarebbe stata somministrata solo per non farlo soffrire e non per accelerare la morte o addirittura provocarla.In questo modo il respiratore artificiale non avrebbe influito se non in minima parte sul processo irreversibile a cui sarebbe andato incontro. Tutto ciò sarebbe stato effettuato rispettando il diritto alla autodeterminazione e allo stesso tempo si sarebbe evitata qualsiasi forma di accanimento terapeutico sulla sua persona, visto anche, il suo rifiuto ad accettare qualsiasi strumento per prolungare artificialmente la sua vita.

Ricordo comunque che la sedazione non è un atto definitivo, ma è reversibile in quanto il paziente può essere svegliato qualora se ne ravvisi la necessità, anche se nel caso specifico sarebbe stato abbastanza improbabile che ciò potesse avvenire. Sono convinto che se il sig. Welby si fosse rivolto a noi prima, accettando le cure Palliative, avremmo avuto la possibilità di garantirgli una migliore qualità di vita, aiutandolo a riconsiderare la vita sempre degna di essere vissuta, seppure da malato.

 Dopo questa mia proposta il sig. Welby ha ribadito quanto già espresso: " voglio essere sedato e subito essere staccato dal respiratore".

Tengo a precisare che, qualora avessi agito in tal senso, comunque contro la mia volontà e la mia etica di medico e di uomo, il mio nome, quello di Antea, e quello di tutte le Cure Palliative sarebbe stato strumentalizzato  nella battaglia mediatica e politica condotta in nome dell'eutanasia. Battaglia di cui ritengo che il Sig. Welby sia in questo momento artefice e al tempo stesso vittima. 

E questo non posso e non voglio che accada mai. Sono contrario all'eutanasia, oltre che per motivi etici, nessun uomo deve e può togliere la vita ad un altro uomo, anche perché esistono i mezzi per aiutare le persone a non sentirsi sole, abbandonate, a non soffrire. Mezzi che possono evitare qualsiasi sofferenza per aiutare a valorizzare qualsiasi momento della vita: sono le Cure Palliative, e che  io medico palliativista,   ritenendole  le più adeguate  avevo proposto. Se applicate nel loro senso più profondo e  con operatori professionalmente preparati, annullano la richiesta di eutanasia. E non lo dico come assioma, ma in base all'esperienza maturata attraverso l'assistenza che l'Antea ha garantito ad oltre 10.000 malati terminali non solo oncologici.

Ricordo che l'Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene le Cure Palliative  il mezzo più idoneo per prendersi cura dei pazienti in fase terminale per accompagnare dignitosamente le persone sofferenti alla morte. Le Cure Palliative, mi piace sottolineare, sono contro qualsiasi forma di accanimento terapeutico e contro l'eutanasia.

Purtroppo bisogna rilevare che nella società attuale si fa evidentemente prima a parlare di eutanasia,  che  prendersi cura  degli oltre 140.000 malati terminali stimati in Italia ogni anno, quindi  investire sulla formazione del personale e sulla realizzazione di centri  e reti socio-sanitarie per le Cure Palliative.

Mi dispiace, come medico e uomo, che mentre scrivo il Sig. Piergiorgio Welby stia soffrendo, e insieme a lui la moglie Mina. Mi dispiace soprattutto di non poterlo aiutare, come  faccio ogni giorno, per molte persone, dai bambini agli ultranovantenni, in condizioni simili e a volte anche più gravi della sua,  con l'èquipe dell'Antea e mediante le Cure Palliative.

Giuseppe Casale-Coordinatore Unità Operativa Cure Palliative ANTEA


Consiglio Superiore Sanità:
NON C'E' ACCANIMENTO TERAPEUTICO

20 DIC 2006

(AGI) - Roma - Contro Piergiorgio Welby non c'e' accanimento terapeutico. E' quanto prevede il parere del consiglio superiore di Sanita' (Css) riunitosi dopo una discussione ampia che ha coinvolto 51 membri.
"Voglio tuttavia sottolineare che - afferma Franco Cuccurullo, presidente del Css - la valutazione sulla sussistenza o meno di forme di accanimento terapeutico nei trattamenti sanitari cui e' sottoposto il signor Piergiorgio Welby ha assunto una dimensione piu' vasta che trascende dal caso in se' per toccare ambiti e considerazioni di valenza generale su temi di estrema attualita', come quello del diritto del cittadino a rifiutare cure e trattamenti sanitari in determinate situazioni della vita".

Tra i punti salienti del parere, il presidente del Consiglio superiore di sanita' sottolinea "in primo luogo il fatto che l'accanimento terapeutico non e' ancora definito compiutamente dal punto di vista scientifico nelle sue diverse accezioni e circostanze. Se infatti non esistono dubbi sulla sussistenza di accanimento terapeutico nei suoi confini estremi, come nel caso di trattamenti oggettivamente sproporzionati, inutili, se non addirittura peggiorativi della qualita' della vita in pazienti ormai prossimi alla morte, ben piu' complesso e' esprimersi in quei casi di rifiuto della terapia laddove il paziente presenta condizioni tali da non far desumere la prossimita' del decesso.  Ma ugualmente complesso e' anche affrontare una serie di situazioni intermedie laddove la percezione soggettiva del paziente sul trattamento cui e' sottoposto potrebbe condurre a definire accanimento terapeutico un trattamento di per se' risolutivo per la salute del paziente".

"Parimenti significativa e' la valutazione sul fatto che il concetto di accanimento terapeutico non deve essere totalmente omologato a un altro principio fondamentale che e' quello del diritto all'autodeterminazione del paziente e cioe' al come, entro quali ambiti e principi, possa essere esercitato il suo diritto al rifiuto delle cure. In ultimo, proprio a partire da tale constatazione di incertezza sui confini e i principi entro i quali condurre scelte cosi' importanti per la difesa del diritto all'autodeterminazione e del dovere del medico alla tutela della salute del paziente abbiamo indicato al Ministro la necessita' di promuovere nuovi e piu' cogenti indirizzi e linee guida in materia", ha aggiunto Cuccurullo.

Nel vitalismo odierno, venature di necrofilia

Francesco D'Agostino

Che cosa veramente "vuole" Piergiorgio Welby?
Intendo: cosa vuole lui, proprio lui, Welby (e non l’associazione che egli presiede o la parte politica che lo annovera tra i suoi membri)? Vuole l’eutanasia? Vuole rinunciare alle terapie di sostegno vitale cui è sottoposto? Vuole la fine di un inutile accanimento terapeutico? Vuole una "robusta" terapia del dolore? Vuole richiamare l’attenzione dei politici e dell’opinione pubblica sul valore dell’autodeterminazione dei malati, anche in casi tragici ed estremi? Vuole trasformare il suo tragico caso "privato" in un caso "pubblico", per orientare, come è lecito che faccia un leader politico, la politica sanitaria del paese?
Potrei continuare a formulare ipotesi su ipotesi (tutte peraltro ben fondate), ma sarebbe inutilmente defatigante: è evidente che Welby vuole tutto o può voler tutto ciò che si è detto. Il problema è che tutto ciò che egli vuole (o può volere) diventa, nel gioco mediatico che ci assedia da tutte le parti, costitutivamente sfuggente, ambiguo, polisenso e si presta ad essere sforzato e deformato in mille modi.
Possiamo farci qualcosa? Certo: possiamo e dobbiamo esigere da parte di tutti, e in primo luogo da noi stessi, un estremo rigore concettuale e lessicale. E’ difficilissimo, ma dobbiamo provarci ad ogni costo, se non vogliamo che il "caso Welby" divenga, come tante altre volte è successo, il pretesto per alterazioni irreversibili non solo del nostro sistema giuridico, ma anche e soprattutto della comune sensibilità etico-sociale del nostro paese.
Prendiamo come esempio un tema cruciale, quello del rifiuto delle terapie. Non possiamo confonderlo con la richiesta di eutanasia, cioè di una "buona morte", che da nessuna parte nel nostro ordinamento giuridico ottiene un qualsiasi riconoscimento. Quello del rifiuto delle cure è un diritto personale, di rango addirittura costituzionale, la cui violazione da parte di un medico (o di chicchessia) potrebbe addirittura far scattare una denuncia penale. Per un giurista questo è un dato incontrovertibile, che può essere sicuramente applicato al caso Welby: non c’è dubbio che, mentre una sua domanda di eutanasia non potrebbe che essere respinta, sarebbe invece doveroso rendere ossequio alla sua volontà, ove egli, dopo aver dato prova della sua piena capacità di intendere e di voler, esigesse la sospensione di una qualsiasi terapia gli venisse applicata, anche salvavita (ma che cosa "veramente" voglia Welby - se cioè voglia l’eutanasia o la sospensione delle cure - purtroppo non è affatto chiaro). Si può aggiungere che, così come Welby ha il pieno diritto di rifiutare una terapia, il medico che lo ha in cura ha l’assoluto dovere di praticargli le terapie compassionevoli, le terapie del dolore che meglio si adattano alla sua circostanza, anche nel caso in cui i dolori che lo possano assalire siano la conseguenza del suo rifiuto di terapie. Il caso, insomma, potrebbe giuridicamente essere ritenuto molto semplice.
Perché allora questa semplicità non viene riconosciuta? Il punto è che ciò che è semplice per il diritto (che in questi casi ragiona in modo freddo ed elementare, utilizzando il codice lecito/illecito) non lo è più, quando ci poniamo sul piano caldo e intricato dell’esperienza umana integrale, che arriva subito al vertice della complessità adottando (e non potrebbe fare altrimenti) il codice bene/male, un codice che solo gli ingenui pensano si possa ridurre nei termini (peraltro suggestivi) dell’autodeterminazione personale, delle preferenze soggettive e perfino della "dignità della vita" (espressione sfuggente e divenuta ormai polisensa). Ma proprio per questo gli appelli che vediamo continuamente rivolti al legislatore perché intervenga, con quello che è il suo unico, possibile strumento, e cioè la legge, per incrinare con riferimento a specifici casi concreti il principio ippocratico della difesa della vita, appaiono poco meditati: la legge, strumento inevitabilmente freddo, rigido, burocratico, formale, è lo strumento peggiore da utilizzare quando sono in gioco questioni estreme e di frontiera, come quelle che investono vita e morte, e che chiedono invece intelligenza appassionata e sottile, duttilità, empatia, partecipazione solidale.
La medicina ha già la sua legge, alla quale i medici devono attenersi: il giuramento di Ippocrate, che proibisce l’eutanasia, ce ne presenta una delle più suggestive formulazioni. Al diritto dello Stato dobbiamo chiedere una cosa sola, che vincoli i medici al loro giuramento, che è giuramento per la vita, che li vincoli a questa fedeltà, soprattutto oggi, in un mondo in cui si diffonde un sottile e terribile gusto per la morte. A Welby qualcuno è arrivato a formulare un vero e proprio anti-augurio, terribile perché obiettivamente necrofilo: quello di non arrivare a vedere il giorno di Natale. A Welby, come ad ogni essere umano, bisogna invece fare auguri di vita: perché questa e solo questa è la cifra reale e riassuntiva della nostra comune esperienza.

Avvenire 21-12-2006

Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri
COMUNICATO STAMPA

“Piergiorgio Welby, illuminato dalla sua verità, ha compiuto il suo cammino fino in fondo”
– ha dichiarato Amedeo Bianco, Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici
Chirurghi e degli Odontoiatri, alla notizia del tragico epilogo di una vicenda umana che ha toccato
le nostre coscienze.
“La prima emozione è quella di un vuoto sospeso tra dolore e timore perché quella verità non illumina il tutto, né quelle certezze sono unanimemente condivise. I problemi sollevati dalla sua straordinaria testimonianza restano – ha continuato Bianco - e costituiscono per tutti motivo di impegno morale e civile a ricercare punti di equilibrio e di reciproco rispetto tra opzioni etiche differenti”.
“Noi, come medici e come cittadini, offriamo a questo dibattito etico e civile la nostra Deontologia che guida il nostro agire professionale; un insieme di principi e valori che non abbiamo raccolto chissà dove, ma dentro le infinite storie che costellano la nostra quotidiana azione di tutela.
La volontà informata e consapevole di ogni paziente è il fondamento di legittimità etica (e giuridica!) di ogni atto diagnostico e terapeutico. In ogni relazione di cura, unica ed irripetibile, questo diritto all’autodeterminazione trova due limiti etici e giuridici e cioè la disponibilità della vita quale bene primario tutelato e la coscienza del medico quale espressione della sua autonomia a garanzia del paziente stesso. Questi limiti sono stati e restano, per un medico un ostacolo insuperabile in ogni scelta volta a provocare o favorire la fine di una vita anche se espressamente e consapevolmente richiesto dal paziente.
"
“Tra queste colonne di Ercole – ha aggiunto il Presidente della FNOMCeO - si muovono le
nostre azioni professionali, per interpretare le tante piccole e grandi storie di sofferenze accettate, tollerate, rifiutate in progetti di vita variamente negata e variamente pretesa e nelle quali è nostro dovere offrire sempre e comunque una proposta di aiuto. Dobbiamo rendere possibile e concreta, con ogni mezzo, questa straordinaria funzione di aiuto che compete a tutti i soggetti di cura e che va rivolto ai pazienti, alle famiglie, sollevando il loro dolore, riempiendo le loro solitudini, dando loro le certezze possibili alle angosce del futuro, per dare un opportunità in più di scegliere come vivere con dignità la propria morte. Credo che, anche questo, sia quanto il Sig. Welby ha voluto lasciarci “.

Con cortese preghiera di pubblicazione
Ufficio Stampa Fnomceo: 0636203299-0636203238-0636203216
informazione@fnomceo.it
Comunicato del 21.12.2006

Il testo integrale del comunicato diffuso venerdì sera dall’ufficio stampa e comunicazioni sociali del Vicariato di Roma:

“In merito alla richiesta di esequie ecclesiastiche per il defunto dott. Piergiorgio Welby, il Vicariato di Roma precisa di non aver potuto concedere tali esequie perché, a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica (vedi il Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2276-2283; 2324-2325). Non vengono meno però la preghiera della Chiesa per l’eterna salvezza del defunto e la partecipazione al dolore dei congiunti”.

Nessun rispetto nemmeno per la sua volontà
di Stefano Lorenzetto -Il Giornale

Di una sola cosa possiamo star sicuri: Piergiorgio Welby era infinitamente migliore di coloro che l’hanno ammazzato. È nella prova suprema che vengono fuori la verità e il coraggio d’un uomo e Welby ha ordinato al medico: staccami prima di tutto il respiratore automatico, e solo dopo somministrami i farmaci per combattere il dolore. Gli era ostile la macchina, non la vita. Ma il dottor Mario Riccio, l’anestesista arrivato da Cremona per dargli la morte, non ha voluto accontentarlo. «Era improponibile dal punto di vista deontologico e giuridico, avrebbe sofferto troppo», s’è giustificato.
La moglie Mina ha dichiarato che suo marito aveva il terrore di morire soffocato. A giudicare dalla richiesta posta al medico, si stenta persino a crederlo. Possibile che Welby non conoscesse bene, per averle a lungo soppesate, le implicazioni cliniche, morali e legali che quella sua intimazione sottendeva? Staccami il respiratore, cioè fai cessare l’accanimento terapeutico, com’è nel mio diritto di persona pretendere. Poi, assistimi con le medicine appropriate per alleggerire l’inevitabile dolore che ne deriverà, impediscimi di diventare cianotico a causa dell’asfissia, tienimi la mano. Che credevate? È proprio per questo, mica per un intento persecutorio, che i malati di distrofia muscolare o di sclerosi laterale amiotrofica a un certo punto della loro malattia degenerativa vengono in fretta e furia intubati e restano attaccati per sempre a un ventilatore polmonare: per non farli soffocare.
Su avanti, ditemi: capitasse a voi, che cosa chiedereste, in quel preciso istante, al medico? Di lasciare che il vostro stesso respiro vi strozzi, come se aveste un cappio al collo o un sacchetto di cellofan in testa? Pensateci bene. È di questo, non di altro, che si sta discutendo. E non c’è testamento biologico che tenga, di fronte a un evento di tale spropositata cogenza. Quando subentra la paralisi della muscolatura respiratoria, il paziente cessa di vivere per anossia, lentamente, crudelmente, a meno che non lo sottopongano a tracheotomia. «Io l’ho assistito un malato così, un ragazzo di Milano», mi ha spiegato il dottor Giovanni Battista Guizzetti, un medico che da molti anni si prende cura di 14 lungodegenti in stato vegetativo. «S’era raccomandato di non fargli nulla, di lasciarlo andare. Però me l’aveva detto mentre ancora respirava bene. Quando è subentrata la crisi finale, sentendosi morire soffocato ha chiesto con l’ultimo filo di voce: “Fatemi la tracheotomia!”». E mentre si chinava a praticargliela in extremis, il dottor Guizzetti sapeva d’obbedire al giuramento d’Ippocrate e diceva a se stesso: «E se fra uno, cinque o dieci anni si trovasse la cura per la distrofia e la sclerosi? In passato chi avrebbe dato qualche chance a un malato di Aids?».
Il medico venuto da Cremona se n’è fregato della tempistica imposta da Welby. Ha preferito adottare il sistema collaudato dagli aguzzini che eseguono le sentenze capitali nelle prigioni degli Stati Uniti. Più sicuro, meno sporco. I boia americani prima imbottiscono il condannato a morte di sodio thiopental, un anestetico ad azione rapida che fa perdere conoscenza; quindi gli iniettano bromuro di curaro che provoca il collasso del diaframma, in modo da impedire ai polmoni di espandersi; infine mettono nella flebo la dose letale vera e propria di cloruro di potassio che ferma il cuore. Nel caso di Welby il distacco dal tubo ha semplicemente sostituito il bromuro di curaro: la macchina ha smesso di gonfiargli i polmoni. Ma il dottor Riccio dovrebbe spiegarci quale sostanza ha provocato l’arresto cardiaco dopo 40 minuti di spasmi. E dirci qualcosa di più, su quei terribili 40 minuti, perché se nel braccio della morte di Huntsville, in Texas, dove per queste faccende hanno la mano, non c’è condannato che non rovesci le orbite all’indietro e non rantoli atrocemente – ho testimonianze dirette su questa barbarie – è assai difficile immaginare che in un appartamento di Roma possa essere accaduto come per incanto qualcosa di diversoIl paziente Welby aveva chiesto per sé l’esatto contrario di ciò che ha avuto. Si preoccupava per la moglie, per la sorella, per il medico, per gli amici radicali, lui. Fanno sempre così, quelli che muoiono: si preoccupano per quelli che restano. Perciò via il respiratore, e poi la sedazione, ha detto. Non viceversa. La tempistica non è affare di poco conto. Chissà quante volte ci avrà pensato e ripensato, nelle sue lunghe giornate di solitudine. «Mi devo concentrare sulla mia morte. È la prima volta che muoio», s’era confidato. L’hanno interpretata come una frase ironica, pronunciata per stemperare la tensione. Stolti. Ma non lo capite? Voleva mettere d’accordo tutti. Medici, carabinieri, giudici, politici, opinione pubblica. Pure la Chiesa, che non trova nulla da ridire sul fatto che il malato possa rifiutare cure sproporzionate, tali da prolungare soltanto un’agonia senza speranza.
È sempre richiesto un altissimo sacrificio personale per mettere d’accordo tutti e questo sessantenne annichilito dall’infermità si apprestava volontariamente ad andarvi incontro a testa alta. Aveva addirittura reclamato che gli dessero i sedativi per bocca, una volta interrotta la ventilazione polmonare, come se con quel gesto intendesse lasciare a futura memoria una qualche traccia di volontarietà – il deglutire – e nel contempo volesse sollevare chiunque da qualsivoglia responsabilità penale. È la stessa determinazione che due mesi fa lo aveva spinto a strapparsi da solo il respiratore, ricavandone 40 giorni di medicazioni e di sofferenze aggiuntive.
Ora gli scocciava l’ennesimo ago infilato in vena con la forza. Non l’hanno accontentato. Strano. Di solito l’ultimo desiderio del condannato a morte viene sempre esaudito, non esiste carnefice al mondo che si sottragga all’obbligo di accendergli una sigaretta o servirgli un doppio cheeseburger con patatine. Con l’ultimo battito di palpebre ha anche invocato una melodia che lo accompagnasse nel commiato: «V-i-v-a-l-d-i». Niente. Non s’è trovato neppure il Cd con le musiche del Prete rosso, gli è toccato andarsene sulle note di Bob Dylan. Chissà perché i radicali, sempre tanto sensibili ai risvolti mediatici delle loro azioni – e, anzi, solo a quelli – stavolta non si sono portati al seguito neppure uno straccio di cronista che ci raccontasse questo tragico requiem.
Non è stato accontentato in nulla, Piergiorgio Welby. Chiedeva di morire da vivo. L’hanno fatto morire da morto. Ora il dottor Riccio confessa che «no, non è stata una cosa facile». Da domani lo sarà meno ancora. E così per sempre, sino alla fine dei giorni.

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it