Riconoscere le convivenze?
Riconoscerle
per legge (introducendo nel nostro codice - in analogia con quanto è
avvenuto in Francia - un nuovo istituto, il PACS, cioè il
patto civile di solidarietà)?
Riconoscerle,
indipendentemente dal fatto che i partner siano di sesso
diverso o dello stesso sesso?
Ammetterle all'adozione?
Queste, ed altre domande, stanno crescendo nell'opinione
pubblica italiana e diventeranno, con ogni probabilità,
questioni non marginali nella prossima campagna elettorale.
Di fughe in avanti, chiaramente volte a predisporre
l'accettazione psicologico-sociale dell'"evento", ne
percepiamo ormai molte. Alcuni Comuni italiani hanno già
istituito pubblici registri per le coppie di conviventi (siè però prestata
ben poca attenzione al fatto che, indipendentemente dall'irrilevanza
giuridica di simili
registri, le conseguenti registrazioni sono state
numericamente irrisorie). A Roma, uno dei Municipi della
capitale ha tentato (ma per ora il progetto è fallito) di
fare lo stesso. Ma soprattutto è sul piano delle
provocazioni che sembra che il dibattito si stia collocando:è tipica la
convocazione, in una centralissima piazza di Roma, di una manifestazione per "benedire laicamente" le
unioni di fatto di personaggi, più o meno mediaticamente
conosciuti, da parte di altri personaggi dotati di un
carisma fornito loro dalla carica istituzionale di cui sono
portatori (come può essere quello di cui gode un altissimo
magistrato, che ha posto deplorevolmente tale carisma al
servizio di una causa che non è istituzionalmente sua).
In una società democratica la battaglia delle idee non
può
che essere sempre benvenuta, perché della società
democratica il dibattito e il confronto costituiscono
l'essenza più preziosa. A condizione, però, che di
dibattito
e di confronto davvero si tratti. Quando invece al posto
delle idee fioccano gli slogan; quando il ragionamento,
soprattutto il ragionamento lucido e pacato, viene
sostituito da cortei e da invettive; quando si operano
assurdi corto-circuiti, appiattendo uno sull'altro
clericalismo e difesa del matrimonio e chiamando a raccolta
gli anticlericali, come se la lotta a favore del PACS sia
una lotta per i diritti civili, oppressi dall'oscurantismo
religioso, della democrazia e del suo spirito più autentico
non ne rimane più nemmeno l'ombra. Siamo ancora in attesa
di
un argomento, di un solo argomento consistente, a favore del
riconoscimento legale dei PACS. Un breve ragionamento,
assolutamente laico, potrà convincerci di quanto appena
detto.
Le coppie di fatto si dividono in due categorie: quelle
che non vogliono e quelle che non possono sposarsi. Delle
prime, ragionando in linea di stretto principio, non solo è
opportuno, ma è doveroso che il diritto non si occupi:
l'intenzione dei conviventi (apprezzabile o meno che sia sul
piano strettamente morale) è proprio quella - pur potendolo
fare - di non legarsi giuridicamente e non si vede proprio
perché la legge dovrebbe far loro la "violenza" di
considerarle comunque legate, sia pure attraverso un labile
PACS, contro la loro volontà. Si osserva: ma queste
coppie
escludono solo il matrimonio "tradizionale", non altre
forme
di riconoscimento giuridico; se chiedono l'istituzione del
PACS è proprio perché vorrebbero usufruire di alcuni
diritti
(in genere di carattere economico), che non sono attualmente
riconosciuti se non alle coppie sposate. Ma la ragione per
la quale tali diritti non sono loro riconosciuti è che esse
non hanno l'intenzione di assumere quei doveri che sono
parte essenziale dell'istituto matrimoniale. Non si può, in
buona sostanza, non valutare se non come parassitaria e
quindi indebita l'intenzione di coloro che pretendono un
riconoscimento pubblico della loro convivenza per ottenere
diritti senza doveri. Peraltro, i giuristi ben sanno che
praticamente tutti quei diritti al cui riconoscimento
aspirano i partner di una unione di fatto possono essere
attivati tramite il diritto volontario e senza alcuna
necessità di introdurre nel codice nuovi istituti. Il
testamento, ad es., esiste proprio per far sì che si possa
trasmettere il proprio patrimonio a chi non avendo vincoli
legali e/o familiari col testatore sarebbe escluso dalla
successione legittima. La locazione della casa di comune
residenza può essere stipulata congiuntamente dai due
partner, in modo tale che al momento della morte dell'uno
essa possa, senza alcuna difficoltà, proseguire a carico
dell'altro. Non è vero, in altre parole, che ai conviventi
vengano negati specifici diritti civili: la differenza
rispetto al matrimonio sta semplicemente qui, che quei
diritti che la legge riconosce automaticamente alla coppia
che contrae matrimonio (assieme a corrispondente numero di
doveri) nel caso delle convivenze devono essere, per dir
così, attivati dai conviventi stessi. Il che, oltre tutto, è
particolarmente coerente col principio, tipicamente moderno,
dell'autonomia della persona, un principio che viene
costantemente rivendicato ed elogiato dalla cultura c.d."laica" e che non si vede perché,
solo nel caso delle convivenze, debba essere messo da parte.
Le coppie che non possono sposarsi si dividono a loro
volta in due sotto-categorie. La prima è composta da coloro
che non possono ancora sposarsi per impedimenti transitori
di tipo in genere legale (ad es. per la minore età o perché
uno dei partner è in attesa del divorzio, ecc.). Per queste
coppie l'offerta del PACS è senza senso: la stessa
difficoltà, destinata a risolversi comunque da sola, che
preclude loro le nozze precluderebbe loro anche il PACS. La
seconda sotto-categoria è composta invece da quelle coppie
che vorrebbero sì sposarsi, ma ritengono di non poterlo
fare, per difficoltà economiche, e rimandano quindi, a volte
sine die, il matrimonio. L'autentico modo di venire incontro
ai bisogni sociali di queste coppie non è certo quello di
offrire loro un "piccolo matrimonio" (secondo l'incisiva
e
ironica definizione del Card. Ruini), come è appunto il
PACS, che non risolverebbe alcuna delle difficoltà in
questione, ma quello di attivare quelle iniziative sociali a
favore della famiglia, che oltre tutto sarebbero doverose
già in base al dettato della nostra Costituzione.
Cosa resta dunque delle istanze sociali, che
giustificherebbero l'introduzione in Italia del PACS? Sembra
nulla di nulla. A meno che non si voglia vedere dietro la
richiesta del PACS una richiesta profondamente diversa,
quella di una prima forma di riconoscimento legale delle
coppie omosessuali, che dovrebbe aprire la strada, in tempi
ora come ora imprevedibili, ma che per alcuni dovrebbero
essere brevi, ad una compiuta equiparazione al matrimonio
tout court del matrimonio omosessuale. Che le cose stiano
proprio così è fuor di dubbio, per le esplicite
dichiarazioni fatte dai principali rappresentanti del
movimento degli omosessuali e dai loro simpatizzanti.
L'onestà intellettuale vorrebbe allora che di questo
e
solo di questo si parlasse: se cioè abbia una sua
coerenza
giuridica l'allargare l'istituto matrimoniale alle coppie
omosessuali. Ma di fatto questo discorso viene
sistematicamente eluso (pur venendo continuamente, ma
indirettamente richiamato), perché nessuno è in grado
di
dare argomenti consistenti per dimostrare la necessità di
alterare in modo così plateale e radicale quella struttura
eterosessuale del matrimonio, che appartiene a tutte le
culture e a tutta la storia da noi conosciuta.
È noto che ciò a cui aspirano le coppie omosessuali
(peraltro nemmeno tutte, anzi solo una piccola parte di
esse) è, prima ancora che il riconoscimento di diritti
economici e sociali, un riconoscimento simbolico del loro
rapporto. Ma il diritto non esiste per offrire
riconoscimenti simbolici, bensì per dare risposte pubbliche
ad esigenze sociali, che superano la mera dimensione privata
dell'esistenza. Perché ad es. il diritto dà un
riconoscimento pubblico al matrimonio e non all'amicizia?
Perché l'amicizia, che pure attiva un vincolo, che può
essere in alcuni casi esistenzialmente ancora più
significativo di quello coniugale, non ha rilievo sociale,
ma esclusivamente personale. Il matrimonio invece, fondando
la famiglia, e garantendo l'ordine delle generazioni, ha un
rilievo sociale del tutto caratteristico, che ne giustifica
la giuridicizzazione.
La coppia omosessuale non crea famiglia: lo impedisce
la
sua costitutiva sterilità. Come superare questa difficoltà,
se non potenziando il carattere mimetico della coppia
omosessuale rispetto a quella eterosessuale? Di qui, la
pretesa, confusa, ma dotata di una certa qual coerenza, di
ammettere le coppie omosessuali (e in specie quelle"sposate")
all'adozione. Poco importa che la psicologia dell'età evolutiva
insista nel sottolineare quanto sia rilevante l'esigenza per i bambini
di possedere una doppia figura genitoriale, maschile e femminile: di
fronte all'ideologia, anche le argomentazioni della scienza vengono
messe da parte.
Siamo tutti testimoni che si è aperta una partita
decisiva, inimmaginabile fino a qualche decennio fa, che ha
per oggetto la famiglia e attraverso la famiglia la stessa
identità umana. La famiglia chiede di essere difesa; ma per
difenderla non c'è bisogno di argomenti teologici o
religiosi; bastano comuni argomenti umani, perché ciò che
la
famiglia tutela e promuove è innanzi tutto il bene umano.
Chi ritiene che sia giunto il tempo per ripensare in modo
assolutamente radicale la realtà della famiglia ha l'onere
di provare fino in fondo le sue tesi eversive e di non darle
per evidenti; ha il dovere di entrare in un dialogo serrato
con chi è di diverso avviso; e soprattutto deve saper e
voler rinunciare alle scorciatoie delle provocazioni e delle
manifestazioni di piazza, che ben poco aiuto possono dare al
confronto e al progresso delle idee. Sarebbe preoccupante se
nell'Italia di oggi non ci fosse più uno spazio per un tale
stile dialogico.
FRANCESCO D'AGOSTINO
Presidente dell'Unione Giuristi cattolici Italiani
(©L'Osservatore Romano - 14 Gennaio 2006)