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La malattia e la sofferenza: filosofia laica e teologia cattolica

Corriere della Sera -Fabio Cutri- 2006

Mosignor Ravasi: Giobbe insegna: la sofferenza è il culmine della maturità

L' essenza della malattia secondo Monsignor Gianfranco Ravasi sta tutta nel titolo di un libro di Susan Sontag dove la scrittrice, raccontando proprio del suo cancro, la definisce una «metafora».
«Non è mai una questione meramente biologica, si tratta un'esperienza simbolica. Così profonda che paradossalmente si potrebbe affermare che chi non l'ha attraversata non può dirsi una persona davvero matura».

Il malato è messo di fronte alla propria finitezza e percepisce una duplice apertura, agli altri e all'Altro: «Invoca il prossimo perché non lo abbandoni ma, scosso dalla sua caducità, sente anche una vicinanza assai più intima e radicale, quella della trascendenza, del mistero. Le reazioni possono essere diverse, certo. Però il seme della fede è presente persino in quelle che suonano come le più brutali, quando Dio è accusato di essere un imperatore trionfante, un arciere sadico che trafigge senza alcuna pietà: è una bestemmia che al tempo stesso è preghiera, invocazione».

Il riferimento è a Giobbe, il giusto che soffre: «Non è un libro sulla sofferenza, ma appunto sulla possibilità di dimostrare Dio là dove si celebrano le apostasie». La malattia come chiamata, dunque, come risveglio, come domanda a cui la mera terapia non può essere l'unica risposta: «L'ambiente asettico dell'approccio medico non deve diventare asetticità umana. Il malato non si cura soltanto con la potenza della tecnica, ha bisogno della forza dirompente dell'amore». Il paziente ha il diritto alla verità ma anche il dovere di conservare la propria dignità «evitando di imporre i propri tempi a chi gli tiene stretta la mano, resistendo alla tentazione egoista di considerarsi il centro del mondo».

La stessa dignità che Monsignor Ravasi invoca nella discussione sull'eutanasia: «La vita è un puro dono, l'uomo non ha alcun diritto di interromperne né l'inizio né la fine. Così come l'efficacia della terapia non deve mai scadere in forme di accanimento che di umano hanno davvero poco».

IL filosofo G. Vattimo : dovere dell'uomo combattere la malattia con ogni mezzo

Il suo maestro Gadamer, racconta, non sarebbe stato tanto olimpico e solare senza l'esperienza della poliomelite. Del resto Nietzsche parlava di «ebbrezza della convalescenza», sostenendo che i giorni migliori sono proprio quelli in cui si ritrova la salute. Gianni Vattimo non intende però lanciarsi in un elogio della malattia, anzi: «Se ne può fare una virtù, certo, quando la sì supera è come un vaccino che rende più forti. Tuttavia per essere saggi non è per forza necessario ammalarsi! Inoltre la nostra cultura tende a percepire la malattia come la conseguenza di una colpa originaria: ci è difficile immaginare un uomo senza sofferenza. Ma è proprio questa idea il vero peccato originale».

Il filosofo cita l'episodio evangelico del ragazzo nato cieco. «È colpa sua o dei genitori?», viene chiesto a Gesù: «Lui dice che così ha voluto il Padre, una risposta che non spiega nulla. In realtà è la domanda ad essere profondamente sbagliata: chiedere il perché del male è una forma di risentimento, il male non va razionalizzato ma combattuto ed eliminato».

Una missione per cui non va esclusa neppure la manipolazione genetica: «Sono contro tutto ciò che può orientare positivamente l'individuo, come il decidere di farlo nascere biondo e con gli occhi azzurri, ma a favore di tutto quello che può renderlo più libero: dai calli, dalle emorroidi, figuriamoci dal cancro!».

Niente culto del dolore, dunque, anche se c'è del vero nel potere salvifico che un autore cattolico come Luigi Pareyson attribuisce alla sofferenza: «È nel bisogno il momento in cui siamo più solidali con gli altri e in cui nascono i legami indissolubili: l'amico fidato è quello con cui ho combattuto fianco a fianco in montagna». Vattimo è un acceso sostenitore del testamento biologico: «Se la vita è un dono, lasciate che me lo gestisca io. E siccome se mi viene un tumore non credo che sia per volontà di Dio, pretendo di morire da uomo e non come se fossi una pianta»

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