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Il testamento biologico per approfondire
: Bioetica Intervento
di Francesco D'Agostino A breve distanza dalla nomina del nuovo Comitato Nazionale per la
Bioetica (avvenuta nel mese di giugno del 2002), il Ministro della
Sanità, Girolamo Sirchia, lo ha investito di una nutrita serie
di quesiti bioetici, tra i quali spicca quello che ha per oggetto
il c.d. testamento biologico. Il Comitato, che ha subito attivato
un gruppo di lavoro in merito, dovrà quindi fornire al Ministro
un proprio parere, che si preannuncia complesso, articolato, ben
difficilmente condivisibile da parte di tutti e quindi, presumibilmente,
tutt’altro che rapido. Di che cosa si tratti, quando si parla di testamento biologico, credo sia ben noto a tutti. Il testamento biologico o testamento di vita, come qualcuno preferisce chiamarlo, traducendo in modo maggiormente pedissequo l’espressione anglosassone living will, è un documento, redatto con ponderazione analoga a quella che è doveroso utilizzare per i testamenti “tradizionali”, e dotato (o almeno così si spera) di altrettanto analoga certezza legale, con il quale il testatore affida al medico indicazioni anticipate di trattamento, nel caso infausto in cui in futuro possa perdere la capacità di autodeterminazione, a causa di una malattia acuta o degenerativa assolutamente invalidante, soprattutto da un punto di vista mentale, o di un incidente eccezionalmente grave. In astratto, il testamento di vita potrebbe limitarsi contenere indicazioni, perché il medico massimizzi gli sforzi di salvaguardia della vita di chi lo ha sottoscritto; ma si tratterebbe evidentemente di indicazioni che non farebbero altro che confermare il dovere deontologico e giuridico del medico di operare sempre e comunque per la salvezza del paziente. Nella realtà concreta delle cose, la redazione di un testamento biologico è auspicato da e per coloro che, prefigurandosi ipotesi tragiche come quelle descritte, ritengono che in situazione patologiche estreme sia un bene per gli uomini morire anziché continuare a vivere e preferiscono quindi essere uccisi che essere curati. Sul testamento di vita è in atto da anni un accanito dibattito
bioetico. Una cosa è certa: ha fatto benissimo il Ministro a chiedere al Comitato nazionale per la Bioetica un esplicito pronunciamento su di un tema, come questo, sul quale è necessario giungere a un meditato confronto pubblico e che inevitabilmente dovrà diventare oggetto di regolazione legislativa. Anche perché in questo modo sarà possibile riaprire il grande, secolare dibattito sull’eutanasia, nelle forme assolutamente nuove che esso è andato assumendo in questi ultimi decenni. Che la vera posta in gioco nel dibattito sul testamento biologico sia quella della legalizzazione dell’eutanasia non c’è alcun dubbio. Il successo che ha avuto l’eufemismo suicidio assistito potrebbe far pensare ad alcuni che ciò di cui si discute è semplicemente come dar valore legale ad un’estrema, doverosa forma di rispetto nei confronti della volontà di non essere curato espressa con piena consapevolezza e in forme rigorosamente garantite dal soggetto. Ma non è così. Ne dà prova la legislazione olandese sull’eutanasia, che depenalizza questa pratica, qualificandola appunto come forma di rispetto verso la volontà del malato e poi subito la dilata, autorizzando il medico a sopprimere il paziente, anche in assenza di un esplicito testamento biologico, nel presupposto che la tutela del miglior interesse del malato (in concreto: quello di essere ucciso) possa essere affidata non solo al soggetto direttamente interessato, ma anche a chi di lui si prende cura, come appunto il medico. Ci troviamo di fronte a un esempio emblematico di come sia facile, in “questioni di vita e di morte” inoltrarsi in quel pendio scivoloso, tante volte denunciato da alcuni bioeticisti: si parte col ritenere che bisogna legalizzare situazioni estreme, problematiche e tutto sommato rare (in concreto l’eutanasia praticata su esplicita e consapevole richiesta, pur se anticipata, del paziente), e si arriva poi subito a estendere la legalizzazione a casi simili, solo estrinsecamente analogabili ai precedenti (l’eutanasia senza esplicita e consapevole richiesta). Questo “scivolamento” da una parte è concettualmente inaccettabile, ma dall’altra è obiettivamente e paradossalmente necessario: i fautori dell’eutanasia sanno che ben difficilmente la redazione di testamenti biologici può diventare una prassi abituale e consolidata… Giungiamo così al cuore del nostro problema. Se i fautori dell’eutanasia volessero davvero, col legittimare questa pratica, rendere omaggio alla volontà sovrana delle persone, dovrebbero radicalmente escludere dall’uccisione pietosa tutti coloro che non abbiano lasciato alcuna indicazione al riguardo, o che abbiano lasciato indicazioni ambigue o inattendibili, o che le abbiano rilasciate in condizioni psichiche e mentali tali, da far ritenere plausibile una loro incapacità di intendere e di volere. Ma così non è. I movimenti a favore dell’eutanasia si muovono a tutto campo; insistono perché tutti i soggetti adulti e responsabili sottoscrivano i testamenti, ma aggiungono poi che comunque dei testamenti si può anche fare a meno, perché esisterà pur sempre qualcuno che con la sua volontà integrerà la volontà non espressa o espressa in modo insoddisfacente dal malato. Così questi movimenti si moltiplicano e diventano sempre più vivaci. Le numerosissime Right-to-die Societies diffuse principalmente ma non esclusivamente nel mondo anglosassone si sono federate e attivano continuamente manifestazioni in tutti i paesi avanzati. Tra le nuove frontiere della libertà quella dell’eutanasia come rivendicazione del diritto di morire è arrivata ad occupare ormai uno dei primi posti, almeno nell’immaginario occidentale. Dietro tutto questo si cela un paradosso, messo perfettamente a fuoco su “Le Monde” del primo giugno 2002, in un articolo intitolato L’euthanasie est dépassé. L’autrice, Paula La Marne, sostiene una tesi inoppugnabile: L’eutanasia è sorpassata : non esiste più alcuna l’esigenza di dare una morte pietosa a malati incurabili, preda di sofferenze terribili e invincibili; la medicina palliativa, uno dei veri, autentici trionfi della medicina novecentesca, svuota dal di dentro la valenza di ogni richiesta eutanasica.Il dolore delle malattie terminali può essere combattuto, fronteggiato, ridotto in termini assolutamente accettabili; può, in molti casi, essere vinto. La medicina palliativa non esiste per garantire la guarigione da malattie spesso incurabili; esiste per garantire una qualità di vita decisamente accettabile per il malato. Desta meraviglia, sostiene “Le Monde” quanto sia scarsa la conoscenza dei progressi della palliazione, quanti pochi investimenti vengano posti in essere per comunicare ai malati questo messaggio di speranza e di fiducia. E’ un paradosso, continua il quotidiano, l’atteggiamento generalizzato di disinteresse che riscuote questo ramo del sapere medico in un’epoca così sensibile, come la nostra, al dolore fisico generato dalle malattie; ed è uno scandalo che solo una metà delle facoltà mediche francesi abbiano attivato cattedre di medicina palliativa. Come spiegare questo scandalo e questo paradosso? Il presupposto di ogni ricerca
in tema di palliazione e di ogni pratica di medicina palliativa è strettamente
ippocratico: Se la medicina palliativa si è diffusa
e consolidata è perché sono esistiti ed esistono
medici e ricercatori che a fronte dei dolori delle malattie terminali
non scelgono la via breve della soppressione pietosa del malato,
ma la via lunga della cura. Una via, oltre tutto, onerosa, sia in
termini strettamente monetari, che in termini di forte impegno di
assistenza personale ai malati… Dietro molte pressioni pro-eutanasiche
si colloca certamente il sincero e pietoso desiderio di veder cessare
di soffrire tanti malati terminali. Ma si colloca anche una particolare
visione del mondo, a suo modo forse sincera, ma certamente non pietosa: quella
per la quale solo la vita sana è da ritenere autentica
vita umana, pienamente degna di rispetto e protezione; quella
per la quale la malattia è da combattere socialmente solo
quando sia curabile o sia comunque (come in alcune –e solo
alcune- forme di handicap) socialmente tollerabile. Le filosofie nichiliste (n.d.r.)
: Non ci troviamo più di fronte ad un semplice dilemma bioetico,
ma ad una sfida radicale, che investe né più né meno
che il senso stesso della presenza dell’uomo nel mondo. Gli
stessi tragici temi dai quali eravamo partiti, le sofferenze dei
malati terminali, i testamenti biologici, appaiono in qualche modo
rimpiccoliti e banalizzati. Riflettendo sulla
sua morte, l’uomo
arriva ben presto a scoprire che riflette non su di un evento, su
di un qualcosa che, pur se ineluttabilmente, prima o poi gli avviene;
riflette piuttosto sulla sua mortalità, su ciò che
egli è. Può essere, questo, un pensiero così inquietante
da esigere di essere esorcizzato. |