CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DELL’ASSEMBLEA GENERALE DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA PER LA VITA SUL TEMA: "QUALITÀ DELLA VITA ED ETICA DELLA SALUTE" (21-23 FEBBRAIO 2005)

INTERVENTO DI S.E. MONS. ELIO SGRECCIA-17.02.2005
Vescovo Presidente

La finalità intesa dal titolo della Conferenza Internazionale, che si accompagna alla XI Assemblea della Pontificia Accademia per la Vita, è quella di compiere un discernimento intorno a due concetti di grande attualità e pregnanza: quello di "qualità di vita" e quello di "salute"; si tratta evidentemente di due concetti che veicolano messaggi tendenti ad una certa sintonia.

Le società sviluppate spingono verso il raggiungimento del migliore livello di qualità di vita e le organizzazioni internazionali intendono assicurare il migliore livello di salute. Questo a partire dagli anni ‘50 in poi.

Che cosa si intenda esattamente con l'espressione "qualità di vita" non è ancora chiaro al grande pubblico e forse neppure ai politici stessi. Neppure un'attenta analisi della letteratura pertinente chiarisce in modo soddisfacente quali siano i contenuti e i parametri di questa qualità.

Non è sempre precisato se si tratta di parametri medico-sanitari, per cui, ad es., nella cartella clinica di un paziente che ha subito un intervento chirurgico si descrive non soltanto il tipo di intervento praticato, le terapie offerte e il percorso riabilitativo previsto, ma si descrive anche (e ciò è prescritto) qual è il livello di qualità di vita che si conserva, intendendo per qualità di vita il grado di autonomia psico-fisica, delle qualità cognitive, la capacità lavorativa residua, la capacità di recupero dei rapporti con la società, con la famiglia e con il mondo del lavoro. Senza dubbio, questo è un significato medico accettabile.

Ma si parla di qualità di vita anche in senso socio-economico: ad esempio, tutti avvertono che la qualità di vita, e cioè i beni di consumo di cui gode la società di oggi, in Italia o in Europa, è più grande di quello che esisteva prima della guerra. Si parla anche di qualità della vita in senso ecologico, un significato questo sempre più pressante e che, come è ovvio, si riferisce alle condizioni ambientali favorevoli alla salute in termini di cibo, acqua, aria, vegetazione, spazi liberi nella città, etc.

Accanto a queste accezioni, progressivamente è emerso un altro significato ben diverso, di carattere spiccatamente riduttivo, perché riferentesi prioritariamente al benessere fisico della persona inteso in senso "selettivo"; in base ad esso, infatti, si afferma che ove non esista un accettabile livello di qualità di vita, la vita stessa perde di valore e non merita di essere vissuta. Di conseguenza, in questa prospettiva, il termine "qualità di vita" assume un carattere oppositivo a quello di "sacralità di vita": in sostanza, si assolutizza la qualità e si relativizza la sacralità. Anzi, si dà al concetto di sacralità anche un significato negativo quale quello di un "vitalismo" ingiustificato.

Si comprende bene come, in una prospettiva interpretativa del genere, il concetto di qualità di vita finisca per implicare anche le questioni dell’eutanasia e dell’eugenismo.

Compito della riflessione proposta dalla PAV sarà, allora, quello di contribuire ad un'opera di chiarificazione concettuale, individuando quali siano i significati compatibili e congrui con la dignità e il diritto alla vita di ogni essere umano e quali, al contrario, si dimostrino incompatibili con tali valori.

Qualcosa di simile al processo descritto per la qualità di vita, si è verificato circa il termine "salute" ed il concetto che esso esprime. La salute è un bene importante per l'uomo; certo non può essere considerato un bene assoluto, poiché la salute suppone quanto meno la sussistenza del valore fondamentale della vita; inoltre, in un'ottica cristiana, soltanto la comunione con Dio (nella pienezza della vita eterna) deve essere considerata un valore assoluto, tanto che per compiere i propri doveri verso Dio e verso il prossimo si può - e talora si deve - accettare anche il rischio di consumare o compromettere la propria salute, e persino la propria vita.

Rimane però vero che, quantunque la salute non rappresenti il bene ultimo della persona, essa costituisce comunque un bene molto importante che esige il dovere morale di conservarla, sostenerla e recuperarla; prevenzione, cura e riabilitazione sono impegni rivolti alla promozione del bene "salute" e all’eliminazione del suo contrario, cioè la malattia.

Ma da quando la OMS ha definito la salute come "completo benessere di natura fisica, psichica e sociale", questo valore è diventato utopico e mitico, inducendo un concetto di benessere edonistico e, talvolta, con significati perfino letali. Basti pensare al fatto che, a motivo della salute della donna, è stato legalizzato l’aborto, e per realizzare i programmi della cosiddetta "salute riproduttiva", oltre all’aborto, si propongono campagne di sterilizzazione, di diffusione della contraccezione di emergenza, ecc.; tutto ciò, si dice, allo scopo di tutelare un bene, la salute, ma di fatto attraverso la soppressione e la negazione di un bene più grande che è la vita del figlio.

Fin dove arriva, allora, il cosiddetto "diritto alla salute"? Esiste un diritto alla salute "a tutti i costi"? O esiste piuttosto un diritto alle cure?

Ma quello che maggiormente meriterebbe di essere messo in luce - e speriamo che il Congresso della PAV consenta questa indagine - è la motivazione di fondo che ha consentito questo viraggio concettuale dei due termini, da un significato del tutto accettabile ad un significato negativo per la vita stessa, in qualche modo al servizio di una cultura della morte.

Come è avvenuto questo? Mi sembra di poter accennare almeno ad una causa profonda; non so se vedo giusto! E’ avvenuta, se così si può dire, una specie di congiunzione di fattori:

a) un fattore di natura filosofica, ovvero l'emergenza di una filosofia utilitarista ed edonista; il bene è ridotto a ricerca del piacere e sconfitta dal dolore, (è la definizione di J. Bentham); anzi, secondo P. Singer, la vita personale è definita dalla capacità di sentire piacere e/o dolore.

b) un fattore più ampiamente culturale: il secolarismo etico e l’indifferentismo. Non esiste l’aldilà, non esiste l’eternità beata, né ha senso il dolore (vedi il Manifesto sull’Eutanasia dell'anno ’74), quello che conta è lo spazio terreno di benessere.

c) un fattore economico-sociale. La disponibilità vera o presunta del benessere economico-sociale che è il fine della politica mondiale.

E’ compito della Accademia per la Vita rintracciare questa "congiunzione perversa di astri" per poter suggerire una visione correttiva e un orizzonte diverso di speranza. Specialmente di fronte ai dati di malessere ed infelicità che si constatano in relazione alla diffusione delle cosiddette "malattie del benessere", al crollo antieconomico della natalità in termini demografici proprio a carico dell’occidente e in termini di miseria del terzo mondo.