Quei seguaci nostrani degli ayatollah

di Massimo Introvigne (il Giornale, 4 novembre 2005)-[www.cesnur.org]

«In questi giorni stiamo assistendo a una ondata mediatica, a mezzo stampa e Tv, contro la Repubblica Islamica dell'Iran. Campagna che vede in prima fila determinati personaggi legati a doppio filo agli ambienti sionisti che pretendono di parlare a nome del popolo italiano ma esprimono solamente il pensiero neo conservatore, antislamico e razzista che viene d'oltre Atlantico. Invitiamo tutte le persone oneste e in buona fede ad esprimere la loro solidarietà al popolo iraniano». Non si tratta di un manifesto no global ma di un comunicato della redazione de Il Puro Islam, una rivista che da Napoli è fatta circolare nelle moschee italiane dove cerca di diffondere le idee degli ayatollah di Teheran. Circola anche in ambienti di estrema sinistra e di estrema destra, che spesso riprendono volentieri le tesi complottiste di questi sciiti italiani manovrati in diretta dalla diplomazia iraniana.

Le teorie del complotto circolano nei due sensi. I dimostranti contro l'ambasciata italiana a Teheran inalberavano tra l'altro ritratti di Edoardo Agnelli definito «martire e figlio dell'Islam». La delirante tesi secondo cui il figlio di Gianni Agnelli non si sarebbe suicidato, ma sarebbe stato ucciso in un complotto ebraico-cristiano, dopo essersi convertito segretamente all'islam sciita, per impedirgli di ereditare il controllo della Fiat, che sarebbe andato agli «ebrei» Elkann, non nasce in Iran, ma tra gli italiani che hanno abbracciato la Shia nella sua versione iraniana.

Gli sciiti italiani sono qualche centinaio: non pochissimi, se si calcola che i «veri» convertiti italiani all'islam sono poche migliaia e che la cifra spesso citata di diecimila include anche chi si «converte» solo formalmente per poter sposare una ragazza musulmana, «dimenticando» la conversione dopo il matrimonio. I più sono diventati sciiti partendo dalla politica: delusi dal comunismo (e alcuni dal fascismo) hanno pensato di trovare nel khomeinismo la vera rivoluzione, tanto più che la loro precedente ideologia già li predisponeva a farsi sedurre dalle sirene di un odio contro gli Stati Uniti, Israele e spesso gli ebrei in genere. Esemplare è la traiettoria del fondatore de Il Puro Islam, il napoletano Luigi «Ammar» De Martino che dall'estremismo politico passa all'Islam nel 1983 e alla Shia nel 1984. Gli sciiti napoletani - ma c'è anche un gruppo romano, articolato nell'Associazione Islamica Iman Mahdi e nel Centro culturale islamico europeo - fanno parte di quella internazionale filo-iraniana che va sotto il nome di Associazione mondiale Ahl-al-Bait («Gente della Casa», riferito alla famiglia del Profeta). Soprattutto, è in cordiali rapporti con il movimento terrorista libanese sciita degli Hezbollah, con cui favorisce i contatti di politici italiani e di cui ricorda costantemente a chi fosse tentato di dimenticarlo il legame con l'Iran e in particolare con l'ayatollah Khamenei. Un editoriale de Il Puro Islam scrive che «non a caso la Guida dell'Hezbollah è anche la nostra guida: Seyed Ali Khamenei, il Wali Faqi dei musulmani a cui va il nostro saluto».

Non moltissimi, dunque, gli sciiti italiani: ma una piccola massa di manovra sulla cui fedeltà Khamenei e il presidente Ahmadinejad possono contare. La sua contiguità ad ambienti dell'estremismo politico permette di mettere continuamente in circolazione parole d'ordine anti-occidentali e antisemite e «teorie del complotto».

Iran: "Lotta intestina fra i gerarchi della teocrazia"

di Massimo Introvigne (il Giornale, 5 novembre 2005)

Da decenni, nel gioco delle parti iraniano spetta all'ayatollah Khamenei, «Guida suprema» della Rivoluzione e capo di una gerarchia religiosa non elettiva, rilasciare dichiarazioni incendiarie sull'«olocausto nucleare» che aspetta i nemici dell'islam, e al presidente della Repubblica gettare acqua sul fuoco. Stavolta è successo il contrario: il presidente Ahmadinejad ha scandalizzato il mondo con la sua retorica, e Khamenei ha fatto una parziale marcia indietro, precisando che le reazioni estreme sono da intendersi come difesa in caso di eventuale aggressione. Nel discorso di Khamenei colpisce anche l'ossessivo richiamo all'unità degli iraniani, e a far cessare le «dispute politiche».

Per capire queste dispute bisogna tornare alle elezioni del 2005, cui la «Guida» ammette otto candidati, escludendo i veri riformisti, che per protesta favoriscono l'astensionismo. In tutti i sondaggi è in testa l'ex-presidente Rafsanjani, un pragmatico che si è riavvicinato negli ultimi mesi alla «Guida» e tuona contro Israele, ma nello stesso tempo mantiene discreti canali di comunicazione con ambienti occidentali. Alcuni «neo-riformisti» (il cui riformismo resta dentro le regole del gioco fissate della «Guida») sostengono l'ex-ministro dell'educazione Moin, altri (fra cui il presidente uscente Khatami) l'ex-presidente del Parlamento Karroubi. L'ala più conservatrice ha come candidato principale il capo della polizia Ghalibaf e come carta di riserva l'ultra-fondamentalista Larijani, principale architetto del sistema di propaganda iraniano, nonché genero del teorico del khomeinismo radicale Motahhari, assassinato pochi mesi dopo la rivoluzione del 1979.

All'ex-sindaco di Teheran Ahmadinejad i sondaggi non danno alcuna chance.

Dal primo turno delle elezioni Rafsanjani esce al primo posto, ma solo con un po' più del 19%, mentre Ahmadinejad a sorpresa è secondo con il 19% e il khatamiano Karroubi terzo con il 17%. Il cattivo risultato di Rafsanjani e l'exploit di Ahmadinejad sorprendono lo stesso Khamenei. Ahmadinejad, per quanto già noto come estremista, non ha giocato la sua campagna sulla politica estera ma sull'economia, in un Paese che ha un tasso di disoccupazione record che spinge un numero impressionante di giovani verso la droga e la prostituzione. La campagna di Rafsanjani, dipinto da Ahmadinejad come corrotto e responsabile del disastro economico, ha perso rapidamente velocità. A questo punto la «Guida suprema», già poco entusiasta di Rafsanjani, lo scarica e mobilita tutte le sue energie per fare eleggere al secondo turno Ahmadinejad, estremista e inesperto ma leale al clero e che si è dimostrato a suo modo popolare.

Le elezioni mostrano un Paese profondamente diviso, e le forze che vi si sono confrontate si stanno ancora combattendo. Sommando una parte delle astensioni e i voti a Karroubi i neo-riformisti (che restano profondamente anti-occidentali) sono una forza con cui la Guida deve fare i conti, dietro la quale ha ancora un peso Khatami. Del pragmatismo di Rafsanjani - per quanto impopolare - la Repubblica islamica avrà ancora bisogno in futuro. Gli stessi estremisti sono usciti divisi da conflitti generazionali e, in parte, teologici che hanno opposto Larijani e Ahmadinejad. Non bisogna farsi illusioni: l'Iran non è sull'orlo di una rivoluzione democratica filo-occidentale.

Ma all'interno del regime si sta sviluppando una guerra per bande, che preoccupa Khamenei a lo spinge a richiamare tutti all'ordine ingiungendo di moderare i toni più accesi.