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Cinesi a Milano come i musulmani. |
| di Massimo Introvigne (il Giornale, 14 aprile 2007)
Cinesi e musulmani, pure così diversi, hanno in comune un complesso di superiorità. Ai musulmani il Corano assicura che sono la migliore nazione che sia mai apparsa sulla scena della storia. Tra i cinesi è radicata la convinzione che la parola «cultura» abbia veramente senso solo se applicata alla cultura cinese. Le somiglianze, tuttavia, si fermano qui. I cinesi in Italia sono presenti fin dal 1920, quando vennero a Milano alcuni fra coloro che la Francia aveva reclutato in Cina per sminare i campi della Prima guerra mondiale. Ma solo dal 1980 il fenomeno è diventato di massa, come conferma una ricerca in corso di cui chi scrive è condirettore e che coinvolge diversi sociologi dell'Università di Torino. Anche senza contare i clandestini (difficili da trovare: nell'ultimo anno su 5.000 espulsioni solo 71 hanno riguardato cinesi), gli immigrati regolari cinesi in Italia (114.000) rappresentano un record nell'Unione Europea. La Gran Bretagna ne ha 70.000, la Francia - dove contro i cinesi, i cui negozi sono accusati di concorrenza sleale, sono spesso scoppiati tumulti - solo 30.000. Un quarto degli immigrati cinesi nell'Unione Europea si concentra in Italia: e di questi il 23,4% vive in Lombardia e il 23,3% in Toscana, anche se comunità come Torino e Napoli sono in forte crescita. È una presenza coesa, perché la maggior parte degli immigrati viene da due regioni, lo Zhejiang e il Fujian. Con l'immigrazione di massa sono aumentati anche il traffico di clandestini e la presenza della criminalità organizzata cinese in Italia, già confermata da sentenze definitive. I cinesi sono gli immigrati con il maggiore reddito medio e la più alta percentuale di proprietari di immobili e di imprenditori (anche se alcuni hanno solo un banchetto al mercato). Dati che farebbero pensare a un'alta integrazione: ma non è così. La comunità, come ha detto un intervistato nella nostra ricerca sociologica, mette in atto «meccanismi di autoisolamento»: per ragioni culturali ma anche a protezione di reti economiche di cui non si vuole che gli estranei si occupino troppo. La speranza d'integrazione sta nei giovani che vanno a scuola, e arrivano anche all'università: anche qui riescono meglio degli altri immigrati, ma spesso sono ostacolati dalle famiglie che preferiscono richiamare in negozio un prezioso lavorante. L'integrazione degli immigrati cinesi non è impossibile. Occorre tuttavia una politica intelligente e ferma, che - come ha detto a Milano il sindaco Moratti - non tolleri le Chinatown come «zone franche», di cui s'impadronirebbe subito la criminalità organizzata, governi i numeri dell'immigrazione senza aperture indiscriminate, e convinca i cinesi che chi reclama diritti deve fare lo sforzo culturale di capire e accettare anche i relativi doveri. |
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