Ad esempio, i versetti più bellicosi
del Corano non "abrogano" affatto quelli più tolleranti
e pacifici, come invece pretendono i fautori della guerra santa
di Sandro Magister -www.chiesa.espressonline.it
ROMA, 4 giugno 2007 – I 38 autorevoli musulmani che lo scorso ottobre
firmarono la "Lettera aperta a Sua Santità papa Benedetto XVI" a
commento della sua lezione del 12 settembre a Ratisbona, sono saliti a
100.
I loro nomi e le loro qualifiche sono riportate in calce alla "Lettera",
in un grande rilancio che ne ha fatto "Islamica Magazine", il
trimestrale edito negli Stati Uniti e stampato in Giordania che ne ha curato
per primo la pubblicazione.
I 100 appartengono a decine di nazioni e alle diverse correnti del pensiero
islamico, sunniti e sciiti: evento rarissimo. Tra essi c'è Aref
Ali Nayed, del quale www.chiesa ha già pubblicato in anteprima due
saggi a commento della lezione di Ratisbona, e che di nuovo interviene
nel dossier dedicato da "Islamica Magazine" alle tesi su fede,
ragione e violenza esposte da Benedetto XVI a Ratisbona.
Lo scorso 11 maggio Nayed ha tenuto una "lectio" a Roma, al
Pontificio Istituto di Studi Arabi e di Islamistica, sul tema della "compassione" come
primo attributo di Dio nella teologia islamica. In passato, Nayed – che
ha un incarico all'università di Cambridge ed è musulmano
osservante "di scuola Asharita in teologia, Malikita in giurisprudenza
e Shadhilita-Rifai nell’orientamento spirituale” – è stato
anche docente del PISAI, per due anni.
Ad ascoltare la sua lezione, tra il pubblico, c'erano rappresentanti delle
ambasciate degli Stati Uniti, della Russia e di altri paesi. E c'era il
direttore di "Islamica Magazine", Sohail Nakhooda, giordano.
L'indomani, 12 maggio, accompagnato da padre Miguel Angel Ayuso Guixot,
preside del PISAI, Nayed ha avuto colloqui in segreteria di stato vaticana.
Uno dei punti critici che rendono difficile la comprensione tra cristiani
e musulmani è l'interpretazione del Corano. La "Lettera dei
100" non affronta direttamente la questione, pur avendola sullo
sfondo.
A nuove interpretazioni del Corano si dedicano invece da tempo alcuni validi
studiosi sia musulmani che cristiani.
In campo musulmano la ricerca avviene sotto traccia e sinora con incidenza
minima sulle letture dominanti.
In campo cristiano gli studi sono più alla luce del sole. Ma esigerebbero
molta più attenzione di quella che ottengono.
Un'importante intervista su questo tema è apparsa sul n. 4 del 2007
della rivista "Il Regno", edita a Bologna dai religiosi dehoniani.
L'intervistato è Michel Cuypers, 56 anni, belga, piccolo fratello
di Gesù, la comunità religiosa fondata nel secolo XX da Charles
de Foucauld.
Cuypers ha trascorso dodici anni in Iran, dapprima in un lebbrosario a
Tabriz, poi studiando la lingua e la letteratura persiana a Teheran. Ha
conseguito il dottorato in letteratura persiana all’Università di
Teheran nel 1983. Poi ha studiato l’arabo in Siria e in Egitto e
nel 1989 si è trasferito al Cairo, dove risiede.
È ricercatore presso l'Istituto Domenicano per gli Studi Orientali,
fondato al Cairo mezzo secolo fa dai domenicani islamologi Georges Anawati,
Jacques Jomier e Serge Beaurecueil.
Dal 1994 Cuypers ha interamente concentrato i suoi studi sulla composizione
del testo del Corano, adottando il metodo dell’analisi retorica.
I suoi articoli e saggi vengono sempre più apprezzati anche da studiosi
musulmani. È uscito da pochi giorni, in Francia, un suo libro dedicato
all'analisi di un capitolo del Corano: "Il banchetto. Una lettura
della sura al-Ma’ida", con prefazione dell'eminente studioso
musulmano Mohamed-Ali Amir-Moezzi.
L'intervista pubblicata da "Il Regno", originalmente in francese,
ha per autore Francesco Strazzari. Eccola:
La Bibbia, il Corano e Gesù: come arrivare al cuore
del credo musulmano
Intervista con Michel Cuypers
D. – Fratel Michel Cuypers, ci parli della sua ricerca e del suo
nuovo libro: "Il banchetto. Una lettura della sura al-Ma’ida".
R. – Da una dozzina d’anni porto avanti una ricerca sulla composizione
del testo del Corano con il metodo chiamato “analisi retorica”,
già sperimentato negli studi biblici. Questa ricerca beneficia di
due secoli e mezzo di studi sulla Bibbia e da una ventina d’anni è stata
sistematizzata in modo eccellente da Roland Meynet, gesuita, professore
di teologia biblica alla Pontificia Università Gregoriana di Roma.
Si tratta della riscoperta delle tecniche di scrittura e di composizione
che gli scribi del mondo semitico antico utilizzavano per redigere i loro
testi. La parola “retorica” si deve quindi in questo caso prendere
nel senso preciso di “arte della composizione del testo” (che
corrisponde a una parte soltanto di ciò che Aristotele intendeva
con "dispositio", la retorica).
La retorica biblica e, più ampiamente, semitica differisce completamente
da quella greca, che ha segnato tutta la nostra cultura occidentale e anche
la cultura araba, dopo che essa si è aperta all'eredità di
quella greca.
Essa è fondata su un principio semplice, la simmetria, che può prendere
la forma di parallelismi sinonimici, antitetici o complementari (ossia
i tre tipi di parallelismi che l’esegesi biblica, con Robert Lowth
e le sue "Lezioni sulla poesia sacra degli ebrei", apparse nel
1753, ha messo in evidenza nei Salmi), o ancora la forma del chiasmo o “parallelismo
inverso” (AB/B’A’), e infine il “concentrismo”,
quando appare un elemento centrale fra due versanti simmetrici del testo
(AB/x/B’A’).
Tali corrispondenze si presentano a diversi livelli testuali: membri, gruppi
di membri ecc., fino a sette, otto livelli per testi importanti. L’individuazione
di queste simmetrie permette di dividere il testo in unità semantiche
e di evidenziarne la struttura, che ne orienta a sua volta l’interpretazione.
Infatti lo scopo finale di questa tecnica d’analisi, come per tutte
le esegesi, è comprendere il senso del testo. La mia ricerca è dunque
assolutamente interdisciplinare, poiché applico al Corano un sistema
d’analisi che proviene dagli studi biblici.
All’inizio non era che un’ipotesi di ricerca: si voleva verificare
se effettivamente l’analisi retorica biblica fosse applicabile al
Corano. Ho cominciato analizzando alcune delle sure brevi e presto è risultato
evidente che questo sistema si adattava perfettamente all’analisi
del testo coranico: a livello di teoria non cambiava nulla, tutti i principi
si verificavano esattamente nel testo del Corano.
Dopo lo studio di una trentina di sure brevi, che sono attribuite all’inizio
della profezia maomettana, ho voluto iniziare l’analisi di una sura
lunga. Ho scelto la sura 5 (chiamata normalmente “La tavola imbandita”,
in arabo al-Ma’ida), perché essa secondo la tradizione sarebbe
l’ultima in ordine di tempo: in questo modo il metodo si sarebbe
applicato sia per i testi dell’inizio cronologico del Corano sia
per quelli della fine. Questo avrebbe permesso di trarre deduzioni ponderate
e affermare che verosimilmente la totalità del Corano è costruita
secondo questi stessi principi di composizione.
D. – Perché usare la retorica come analisi della struttura
del Corano? In precedenza lei aveva praticato una lettura "atomistica",
frammentaria, per piccole unità semantiche.
R. – Quella di restare sconcertato e presto scoraggiato dall’apparente
disordine del testo coranico è un’esperienza assolutamente
comune a qualsiasi lettore, specie a un lettore non musulmano che non sia
cresciuto con questo testo sin dall’infanzia. Il Corano non si dipana
in maniera lineare, come sviluppo progressivo di uno o più temi,
come ci ha insegnato la retorica greca. I soggetti nel Corano si mescolano:
un tema appena accennato è presto interrotto, per riapparire casomai
in seguito; e alcuni incisi introducono talvolta un argomento completamente
estraneo al contesto. Il lettore ha presto l’impressione di un’incoerenza
totale e viene trascinato suo malgrado in una lettura atomistica, discontinua,
di frammenti indipendenti gli uni dagli altri.
È bene notare che non siamo solo noi, occidentali moderni, ad avere
quest’impressione. Già nel Corano alcuni neofiti convertiti
all’islam fanno notare la cosa al Profeta (Corano 25, 32), e nelle
prime generazioni musulmane certuni criticarono questo aspetto del Corano,
che porterà poi alla produzione di tutta una serie di opere nel
tentativo di giustificare la coerenza (nazm) del Libro, ma i cui argomenti
non sono convincenti e trattano soltanto alcuni dettagli, di modo che il
problema comunque resta.
Gli islamologi occidentali moderni per molto tempo hanno semplicemente
preso atto, come fatto evidente, di questa incoerenza del testo. E poiché tutti
praticavano il metodo storico-critico, trovavano nelle incoerenze del testo
argomenti per individuare degli strati redazionali, delle inserzioni tardive
o dei rifacimenti, a cui talvolta non esitavano dare un ordine più “logico”,
spostando certi versetti.
La ricerca di un ordine nel testo appariva dunque come una vera sfida.
Negli anni Ottanta del XX secolo qualche islamologo isolato ha cercato
di comprendere la composizione delle brevi sure dell’epoca della
Mecca (la prima della rivelazione coranica), con risultati molto parziali,
dichiarando altresì che era ormai impossibile trovare un qualunque
ordine nelle lunghe sure composte nell’epoca di Medina (che si collocano
all’inizio del testo del Corano ma che cronologicamente sono considerate
le ultime). Poiché le mie analisi sulle sure brevi avevano dato
risultati assolutamente positivi, occorreva tentare sulle lunghe sure medinesi.
Da qui è nato "Il banchetto".
D. – In che cosa differisce la sua lettura dalle
altre?
R. – Essenzialmente nel fatto che l’analisi retorica del testo
permette una lettura contestuale. La frammentazione del testo è stata
senza dubbio la ragione principale per la quale tutti gli studiosi classici
commentano il Corano versetto per versetto, al di fuori di qualsiasi considerazione
del contesto letterario in cui è inserito. È la ragione per
la quale spiegano i versetti con elementi esterni al testo, ciò che
tecnicamente chiamano le “occasioni della rivelazione”: ricorrendo
ad aneddoti o fatti della vita del Profeta, attinti dalle tradizioni (hadîth)
attribuite al Profeta o ai suoi compagni, esprimono la ragione storica
per la quale questo o quel versetto è stato rivelato, attribuendogli
così un determinato senso.
Ora, quando un versetto è ricollocato nel suo contesto e delimitato
dalla struttura testuale di cui fa parte, il suo vero senso appare spesso
senza che ci sia bisogno di ricorrere a queste “occasioni della rivelazione”,
che molto spesso si può ipotizzare siano state costruite "post
eventum" per spiegare le ombre del testo.
Faccio un esempio. Il versetto 106 della sura 2 riporta queste parole di
Dio: "Non abroghiamo un versetto né te lo facciamo dimenticare
senza dartene uno migliore o uguale". Questo versetto è stato
presentato dai giuristi, i fuqahâ', come il fondamento coranico della
loro teoria dell’abrogazione, secondo la quale certi versetti del
Corano ne abrogano altri. Questa teoria ha permesso di risolvere apparenti
contraddizioni fra versetti, soprattutto quelli normativi. Si considera
dunque che i versetti più recenti abroghino i più antichi,
e per determinare quali sono i più recenti si è deciso
a priori che i versetti più duri e più restrittivi debbano
essere i più recenti e che questi abroghino quelli precedenti,
più miti o tolleranti.
Tornando al versetto citato, se lo si ricolloca nel suo contesto si vede
che il senso è assolutamente diverso: è una risposta ad alcuni
ebrei che protestavano contro Maometto perché aveva incluso, nella
sua proclamazione del Corano, dei versetti della Torah, modificandoli.
A questa accusa di “falsificazione” Dio risponde che egli è libero
d’abrogare una rivelazione precedente sostituendola con una nuova,
migliore. Si tratta dunque dell’abrogazione della Torah da parte
del Corano e non del Corano al suo interno.
Malgrado parecchi studiosi musulmani, nel corso del XX secolo, e ancora
recentemente l’islamologa francese Geneviève Gobillot, abbiano
denunciato con forza questo errore d’interpretazione, esso continua
ad avere largamente corso. È una questione di grande attualità,
poiché gli estremisti islamici si servono di questo argomento per
affermare che specialmente i versetti più duri della sura 9 (29
e 73), che incitano i musulmani a combattere gli infedeli, abrogano circa
130 versetti più tolleranti, che invece aprono la strada a una coesistenza
pacifica fra i musulmani e le altre comunità.
Fedeli alla logica dell’abrogazione così come essi la comprendono,
gli estremisti (come già fecero antichi commentatori) considerano
la sura 9 come l’ultima rivelata, che abroga specialmente i versetti
più “aperti” e tolleranti della sura 5, mentre invece
ogni cosa in quest’ultima mostra che si tratta di un testo-testamento
che conclude la rivelazione.
D. – Che cosa permette di affermarlo?
R. – La sola analisi retorica non permette di giungere a questa conclusione:
ciò è possibile attraverso una contestualizzazione della
sura, nel quadro di un approccio intertestuale. Essa contiene in effetti
diverse citazioni assolutamente chiare della Bibbia o di testi para-biblici:
la ribellione dei figli di Israele, che rifiutano di entrare nella Terra
promessa (ripresa dal libro dei Numeri), l’assassinio di Abele da
parte di Caino, la legge del taglione, una sentenza della Mishna (ripresa
testualmente), scene apocrife dell’infanzia di Gesù, come
pure un’evocazione assai misteriosa dell’ultima cena (da cui
il titolo della sura).
Queste cose sono note da lungo tempo. Ma una lettura attenta del testo
rivela diverse altre reminiscenze bibliche, meno evidenti ma non meno reali,
che messe insieme non lasciano alcun dubbio sul retroterra deuteronomico
della sura: la mescolanza di leggi e di racconti, il tema centrale dell’alleanza,
l’ingresso in una terra santa, il lessico (la ripetizione dell’“oggi” di
Dio, le ingiunzioni a obbedire ai precetti ecc.).
Il Deuteronomio si presenta come il testamento profetico di Mosè che
chiude il Pentateuco, la Torah: infatti egli muore alla fine del libro.
Secondo la tradizione, la sura 5 sarebbe stata rivelata al momento del
solenne pellegrinaggio di addio del Profeta, morto poco dopo. La somiglianza
delle situazioni è impressionante, eccetto per il fatto che Mosè non
entra nella terra promessa, mentre Maometto si trova con la sua comunità trionfante
nella terra santa del santuario della Mecca.
Il racconto della rivolta dei figli d’Israele, se figura dapprima
nel libro dei Numeri, è poi ripreso nel Deuteronomio. Questo racconto è la
chiave di comprensione di tutta la sura 5: illustra il rifiuto della gente
del Libro, ebrei e cristiani, di entrare nell’alleanza islamica,
al contrario invece dei musulmani. Alla fine della sura l’evocazione
della cena è ancora legata alla tematica dell’alleanza, in
un contesto in cui si colgono tracce del discorso d’addio di Gesù nel
Vangelo di Giovanni, altro discorso-testamento. Infine occorre rilevare
che la sura si conclude con il giudizio di Gesù, che nega formalmente
davanti al Signore di aver affermato di essere il Figlio di Dio e, al contrario,
proclama solennemente il più puro monoteismo (5, 116-117).
Questa è l’ultima parola, cronologicamente parlando, della
rivelazione coranica e corrisponde esattamente alla fine del testo del
Libro, poiché la sura 112 proclama lo stesso monoteismo intransigente,
negando qualsiasi filiazione in Dio (le sure 113 e 114, due preghiere che
non figurano in certi codici primitivi, devono essere considerate come
un inquadramento liturgico del Corano insieme alla sura 1: la sura 112 è dunque
la conclusione reale del Libro).
D. – Considera importante che in questo momento si affronti il Corano
con una metodologia scientifica quali l’ermeneutica e l’esegesi
biblica?
R. – In effetti lo considero di fondamentale importanza. L’esegesi
tradizionale islamica, dopo aver dato tutto ciò che poteva, da lungo
tempo ha finito le sue risorse: per molti decenni non ha fatto che ripetere
i commenti dei primi tre o quattro secoli dell’Egira. I grandi commentari
classici restano testi di riferimento e occorre consultarli, specialmente
per le questioni di grammatica o di filologia, ma non possono affatto dare
risposta ai problemi dell’uomo moderno, che vive in tutt’altro
mondo.
È proprio per questo che sono apparsi nel XX secolo importanti commenti
ideologici, fra i quali i più conosciuti sono quelli dell’indo-pachistano
Mawdûdî e dell’egiziano Sayyid Qutb, ideologo dei Fratelli
Musulmani: sono interpretazioni del Corano in funzione delle istanze sociali
e politiche attuali. Le correnti islamiche contemporanee vi fanno direttamente
riferimento; il loro slogan è quello del ritorno al Corano, al di
là di tutte le deviazioni e decadenze della storia della comunità musulmana.
Ma è proprio questa la domanda: come “ritornare al Corano”?
La via più rapida e più facile è proiettare su di
esso le proprie personali aspirazioni, manipolando il testo a proprio piacimento.
Un crescente numero di intellettuali musulmani denuncia con forza questo
modo di procedere e auspica uno studio scientifico del testo, come i cristiani
hanno fatto per la Bibbia. Il cammino è evidentemente molto lungo
e laborioso e i risultati sono imprevedibili: da qui forse il timore che
suscita. Da parte musulmana la ricerca in questo senso non è che
ai primi passi, a parte qualche eccezione, mentre gli orientalisti occidentali
già da un secolo e mezzo hanno fornito una quantità enorme
di dati (che si possono trovare specialmente nell’"Enciclopedia
dell’islam" e nella recentissima "Encyclopaedia of the
Qur'ân"). I grandi centri della teologia musulmana, come l’università al-Azhar
del Cairo, sono finora molto diffidenti nei confronti di queste metodologie
moderne.
D. – Come arrivare al cuore del Corano, senza
lasciarsi prendere dalle diverse tradizioni interpretative che possono
causare deviazioni?
R. – Il “metodo”, se così si può dire,
non è differente da quello necessario per qualunque altra ricerca
scientifica, ed è la capacità critica. Essa richiede un’ascesi
dello spirito: saper prendere le distanze dall’oggetto di studio,
essere pronti a rimettere in questione le idee ricevute e a scoprire l’inaspettato
(non è vero che si trova solo ciò che si cerca!), non affermare
nulla senza averlo dimostrato, piegarsi nello studio del testo alla disciplina
delle scienze umane moderne (linguistica, storia, critica letteraria soprattutto).
Il pensatore francese d’origine algerina Muhammad Arkoun ha affermato
con ragione e un po’ d’umorismo che il modo più efficace
di lottare contro la violenza e il terrorismo degli estremisti islamici
sarebbe quello d’imporre, nell’educazione dei giovani, la lettura
dell’"Enciclopedia del Corano", frutto di questo tipo d’approccio
scientifico e critico al Libro. La grande difficoltà è che
in Medio Oriente l’educazione si fonda essenzialmente sulla tradizione
e la memorizzazione e non sulla riflessione e lo spirito critico. È un
fenomeno culturale, che rende problematico il progresso scientifico in
generale e l’evoluzione dell’esegesi in particolare.
D. – Questo approccio al testo coranico, a suo parere, può dare
l’impressione di attaccare l’islam o, viceversa, di arrivare
alla purezza della fede coranica?
R. – L’islam non si è costruito solo a partire dal Corano.
Gli hadîth, attribuiti al profeta e che formano la Sunna (o le tradizioni
che risalgono agli imam per gli sciiti), e in seguito l’elaborazione
del diritto musulmano (il fiqh) e della legge (shari'a) hanno giocato un
ruolo altrettanto importante, se non maggiore. Il commento (tafsîr)
del Corano fa parte della tradizione islamica. Per spiegare il testo, i
commentari classici ricorrono principalmente alle “circostanze della
rivelazione”, di cui ho parlato sopra, cioè a un principio
esterno al testo.
L’analisi retorica, invece, prende in esame solamente il testo così com’è,
nella sua versione canonica. Metodologicamente astrae dalla tradizione
(almeno in un primo momento) e, poiché affronta il testo in modo
completamente diverso, giunge spesso a interpretazioni che non concordano
con essa. Tuttavia non attacca assolutamente il cuore della fede musulmana,
al contrario la pone ancora più in luce, liberandola da aggiunte
che l’hanno appesantita lungo la storia.
L’esempio che ho fatto sopra ne è una prova: il termine
cronologico della rivelazione maomettana (fine della sura 5) e la conclusione
del Libro (la sura 112) hanno un contenuto identico, sottolineando il fatto
che il monoteismo islamico rifiuta rigorosamente l’idea della filiazione
divina di Gesù: si è al cuore del credo musulmano. Si potrebbe
fare ancora l’esempio dell’evocazione della cena nei versetti
112-115: i commentari tradizionali sono estremamente ingannevoli, poiché trattano
il testo come un racconto meraviglioso, che descrive con compiacenza le
ricche vivande del pasto che Dio fa scendere dal cielo.
Una lettura attenta del testo vi trova invece molte reminiscenze del discorso
sul pane di vita, nel capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, cosa che dà immediatamente
tutta un’altra dimensione al testo, quella dell’allusione alla
nuova alleanza portata da Gesù e alla scelta che s’impone
agli apostoli (e ai cristiani dopo di loro) di entrare in questa alleanza
oppure di oltrepassarla, abbracciando quella portata da Maometto. La lettura
contestuale e intertestuale permette di uscire dall’aneddotica per
raggiungere dimensioni teologiche ignorate dai commentari antichi e tuttavia
assolutamente conformi alla fede islamica.
D. – I teologi musulmani comprenderanno che l’analisi retorica
del testo apre a un’interpretazione di esso che dovrebbe permettere
un rinnovamento dell’esegesi coranica come ha fatto per l’esegesi
biblica?
R. – Sono cose che richiedono tempo. Ricordiamoci delle difficoltà incontrate
agli inizi dall’esegesi moderna nella Chiesa cattolica. Esistono
poi varie scuole di pensiero: l’analisi retorica biblica ha dovuto
imporsi non contro ma a fianco dell’approccio storico-critico della
Bibbia, che è stata la sola scuola riconosciuta per lungo tempo.
Visto il peso enorme della tradizione nell’islam, si può prevedere
che le cose avanzeranno più lentamente (“a velocità geologica”,
come scherzava un grande conoscitore dell’islam). Sarà senza
dubbio il compito gravoso e difficile degli intellettuali musulmani – che
avranno perfettamente assimilato lo spirito scientifico moderno –,
quello di tessere il legame fra le teologie tradizionali e i nuovi approcci
al testo coranico. Questi intellettuali sono perfettamente consapevoli
della posta in gioco, ed è la ragione per cui non ho esitato a sollecitare
la prefazione al mio libro a un eminente ricercatore musulmano, il professor
Mohamed-Ali Amir-Moezzi.
D. – L’analisi retorica colloca il Corano nel contesto della
letteratura semitica antica. Ciò cosa comporta? Quali sono le conseguenze?
R. – Ciò presuppone innanzitutto che si consideri il Corano
un testo letterario. Già negli anni trenta del secolo XX il grande
pensatore e scrittore egiziano Taha Husein reclamava il diritto di leggere
il Corano come opera letteraria, a fianco di Omero o Shakespeare. Il fatto
di analizzare il Corano sotto il profilo della retorica semitica colloca
in effetti questo testo nel quadro della letteratura della tarda antichità.
Si conoscono le resistenze dell’islam tradizionale a un simile approccio,
perché il Corano è considerato parola divina discesa dal
cielo, dove esso viene custodito su un tavolo celeste. Questa parola è di
conseguenza considerata senza alcun legame d’origine con qualsiasi
realtà terrena. Tale posizione teorica, nella pratica evidentemente
non tiene: il Corano è stato scritto in “lingua araba chiara”,
come afferma esso stesso, una lingua che ha fatto nascere, fin dalle origini
dell’esegesi coranica, analisi grammaticali e lessicologiche in relazione
alla lingua araba esistente, a un luogo e a un’epoca ben definiti.
Dunque non si vede perché il considerare la composizione del testo
dal punto di vista della sua similitudine con la composizione degli altri
testi semitici dell’antichità possa porre un vero problema
teologico. La retorica, così come la definiamo, non è altro
che una grammatica del testo, a un livello superiore di quella delle parole
e della frase.
Al di là di questa possibile difficoltà, i musulmani dovrebbero
rallegrarsi di scoprire che questo testo, tanto criticato da certuni per
la sua incoerenza, è in realtà ben costruito, con molta finezza,
talvolta addirittura fino a una sofisticata raffinatezza. A condizione,
ovviamente, di accettare che vi possano essere in esso un’altra logica
e un’altra retorica, diverse da quelle della tradizione greca. Certi
musulmani potrebbero persino vedervi un po’ affrettatamente una prova
del carattere miracoloso del Corano.
D. – Una domanda molto frequente: il Corano deve essere preso interamente
alla lettera, o qualcosa può essere lasciato al passato?
R. – La domanda si pone anche per la Bibbia e la risposta che si
può dare è la stessa. Compito principale dell’esegesi è dire
la lettera del testo, il più fedelmente possibile. Ma questa lettera è complessa
e piena di contraddizioni apparentemente impossibili da conciliare. Da
qui la necessità di un’interpretazione che tenga conto non
solo del dettaglio del testo, ma anche dell’insieme del Libro.
E se si ritiene che questi testi fondamentali siano testi vivi, che abbiano
ancora oggi qualcosa da dirci, non si può non tenere conto, nella
loro lettura, dell’evoluzione morale e spirituale dell’umanità.
Già il grande pensatore riformista egiziano, lo sceicco Muhammad
Abduh (morto nel 1905), affermava che non si possono mettere tutti i versetti
del Corano sullo stesso piano: molti sono circostanziali, valgono per una
data situazione, quella della fondazione della comunità musulmana,
ormai da tempo superata.
Accanto a questi versetti ve ne sono altri che riflettono una saggezza
universale, valida per tutti i tempi, ed è su questi che occorre
fondare la fede e la pratica religiose. Questo è ciò che
fanno i 38 e poi 100 intellettuali musulmani che hanno firmato la "Lettera
aperta a sua santità Benedetto XVI", fra i quali un gran numero
di gran muftì di diversi paesi: in quel documento mettono in evidenza
dei versetti che permettono una pacifica convivenza dei musulmani con le
altre comunità umane.
Ciò può significare che essi considerano implicitamente
i versetti bellicosi, che si trovano soprattutto nella sura 9 già citata,
come caduchi nella loro applicazione. Ma occorrerebbe che questo fosse
dichiarato ufficialmente e con chiarezza, considerato come definitivo e
irrevocabile. Qui però ci si scontra con un’altra difficoltà,
quella dell’assenza di un magistero nell’islam, che possa compiere
autorevolmente un tale passo.
D. – Ancora una domanda: con l’islam il
dialogo dev'essere culturale o religioso?
R. – Senza entrare qui nell’opportunità o meno dei rimpasti
strutturali della curia pontificia, mi sembra evidente che il dialogo con
i musulmani, così come con le altre religioni, non possa essere
che entrambe le cose.
Se si crede alle dichiarazioni del Concilio Vaticano II, in particolare
alla "Nostra aetate", è chiaro che l’islam rappresenta
una delle maggiori religioni del nostro tempo, più vicina al cristianesimo,
per le sue radici storiche, della maggior parte delle altre religioni.
Essa ha certo uno statuto differente dall’ebraismo, albero sul quale
si è innestato il cristianesimo, ma possiede tratti comuni essenziali
con la nostra fede, così come sono segnalati dal testo conciliare.
La Lettera agli Ebrei non dice anche che “chi s’accosta a Dio
deve credere che egli esiste e che egli ricompensa coloro che lo cercano” (Eb
11,6)? E di rimando il Corano dichiara due volte che “coloro che
credono [i musulmani], i giudei, i sabei o i nazareni e chiunque crede
in Allah e nell’ultimo giorno e compia il bene, non avranno da temere
[dell’inferno] e non saranno afflitti” (5, 69; cf. anche 2,
62).
Ma è vero che l’islam non è soltanto una religione,
ma è anche una cultura, vasta e molteplice proprio come il cristianesimo,
e questo aspetto deve ugualmente fare parte del dialogo. Padre Georges
Anawati, fondatore dell’Istituto domenicano per gli studi orientali
del Cairo, amava ripetere: “Né cultura senza religione, né religione
senza cultura”.
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