L'esecuzione di don Andrea Santoro e la libertà religiosa in Turchia

Beati i miti.
Vita e martirio di un prete in missione in Turchia

[ di Sandro Magister www.chiesa.espressonline.it]

Don Andrea voleva riabitare il Medio Oriente “come Gesù lo abitò, con il dono umile della vita”. L’hanno ucciso al grido di “Allah è grande”, mentre pregava .

ROMA, 7 febbraio 2006 –
Era inginocchiato a pregare poco prima di celebrare la messa, nella piccola chiesa cattolica di Trabzon, Trebisonda, nel nord della Turchia, sul Mar Nero, quando un giovane gli ha sparato due colpi di pistola alle spalle, al grido di “Allah è grande”. Così è stato ucciso domenica 5 febbraio don Andrea Santoro, 60 anni, della diocesi di Roma, missionario in Turchia. Appena avuta la notizia, il cardinale Camillo Ruini ha diffuso questa nota: “Un sacerdote romano, un parroco di questa diocesi, don Andrea Santoro, da vari anni in Anatolia come 'fidei donum' (dono della fede), è stato proditoriamente ucciso oggi nella chiesa di Trabzon, a lui regolarmente affidata e in cui era intento a pregare. Tutta la Diocesi di Roma, e in particolare i sacerdoti, che amavano e stimavano profondamente don Andrea, già parroco delle parrocchie romane di Gesù di Nazareth e poi dei Santi Fabiano e Venanzio, profondamente colpiti da questa tristissima notizia, elevano al Signore intense preghiere per don Andrea, per la sua anziana madre, per le sorelle e i familiari tutti. Con questo tragico evento si aggiunge un nuovo anello alla lunga catena dei sacerdoti romani che hanno versato il proprio sangue per il Signore. Don Andrea aveva intensamente desiderato e insistentemente chiesto di poter lasciare Roma per l'Anatolia, per essere in quella terra testimone silenzioso e orante di Gesù Cristo, nel rispetto delle leggi locali. La diocesi di Roma, pur nel grande dolore, è orgogliosa di lui e ringrazia il Signore per questa fulgida testimonianza nell'umile certezza che da essa nascerà nuova vita cristiana”.L’indomani, Benedetto XVI ha inviato al cardinale Ruini e al vicario apostolico dell'Anatolia, Luigi Padovese, due telegrammi commossi, di suo pugno. Il papa ha definito don Andrea “coraggioso testimone del Vangelo della carità” e ha invocato che “il suo sangue versato diventi seme di speranza per costruire un'autentica fraternità tra i popoli”.

Ma chi era don Andrea? E perché è stato ucciso?
La testimonianza che segue – diffusa da “Asia News” – traccia di lui un profilo essenziale. Ne è autrice una volontaria italiana che in Turchia l’ha conosciuto bene.

”Fu come un chiodo che rimase nella sua carne...”

di Mariagrazia Zambon

È domenica 5 febbraio. Ho appena terminato la lezione di catechismo ai 12 bambini della nostra parrocchia cattolica qui ad Antiochia, nel sud della Turchia. Padre Domenico mi blocca in giardino: “Ha appena telefonato il vescovo. Hanno sparato a don Andrea neanche un’ora fa. Morto sul colpo”. Don Andrea Santoro, il parroco di Trabzon, Trebisonda. Non ci posso credere. Di lui mi ha sempre colpito la tenacia e la serietà. Incontri rapidi, fugaci, i nostri. Ma sempre intensi e con al centro Dio, la sua parola, il suo Verbo, Gesù Cristo, senza mezzi termini.

Mi raccontano che già nel 1993 don Andrea era venuto in visita in Turchia e qui ad Antiochia si era fermato una ventina di giorni: era il suo primo pellegrinaggio in questa che lui definiva la “grande terra santa dove Dio ha deciso di comunicarsi in maniera speciale all’uomo”. E proprio nella città dove per la prima volta i discepoli di Gesù furono chiamati cristiani ci tenne a fare gli esercizi spirituali in solitudine. Volle incontrarsi anche con l’abuna ortodosso della città e questi, quasi segno promonitore, cogliendo in lui la passione per i cristiani di questa terra di Turchia, gli regalò un piccolo frammento di ferro gelosamente custodito nel basamento del tabernacolo dell’antica chiesa greco-ortodossa di Antiochia. Frammento che la tradizione vuole essere stata una scheggia di uno dei chiodi di Gesù. Era il 30 novembre, festa di sant’Andrea, e il sacerdote, onorato di tale prezioso dono nel giorno del suo onomastico, lo portò con sé di ritorno a Roma. Fu come un chiodo che rimase nella sua carne. Da subito il fascino per questa terra lo ammaliò, in essa riconobbe “le sue ricchezze e la sua capacità – grazie alla luce che Dio vi ha immesso da sempre – di illuminare il nostro mondo occidentale. Ma – diceva – il Medio Oriente ha le sue oscurità, i suoi problemi spesso tragici, i suoi vuoti.

Ha bisogno quindi a sua volta che quel Vangelo che di lì è partito vi sia di nuovo riseminato e quella presenza che Cristo vi realizzò vi sia di nuovo proposta”. Da allora con insistenza aveva chiesto di poter venire quaggiù come sacerdote “fidei donum”. E io lo conobbi a Istanbul, alla fine del 2001 mentre insieme ci cimentavamo nello studio del turco. Vent’anni più grande di me, lo studio per lui fu veramente faticoso, ma non mollava: era troppo importante per lui l’uso della lingua locale per poter comunicare direttamente con la gente ed entrare in sintonia con loro. Diceva: “Il turco è una lingua molto difficile e io sono l’ultimo della classe. Non so come andrà a finire, ma essere l’ultimo è comunque utile: aiuta a sentirsi davvero ultimi, con un’umiltà reale e quotidiana”.

Anche a distanza di tempo ammetteva, con il suo sorriso ironico: “La lingua continua ad essere un’esperienza di povertà: dover sempre imparare, poter dire solo un’infinitesima parte di quello che si vorrebbe dire, riparare i malintesi dovuti proprio alla lingua e subito risanarli, oltre che con le dovute scuse, anche con squisiti cioccolatini italiani” . E poi proseguiva: “Nel preparare le mie omelie ho scoperto che la povertà della lingua mi spinge all’essenzialità, la sua novità mi fa cogliere meglio la novità del Vangelo. La diversità degli uditori, quasi tutti ex musulmani, mi costringe ad andare al cuore dell’annuncio e me ne mostra le insospettabili ricchezze”. Volle dapprima stabilirsi a Urfa, nel sud est della Turchia, ai confini con la Siria, dove rimase tre anni come presenza orante e silenziosa, in quella città – patria di Abramo – dove non si conta neppure un cristiano.

Eppure anche lì era riuscito a farsi benvolere da tutti, persino dall’imam della moschea vicina. E così motivava il senso della sua presenza lì: “Urfa (con Harran, il villaggio di Abramo a circa 45 chilometri dalla città) è per me sempre l’eco delle parole dette da Dio ad Abramo: ‘Lascia la tua terra, la tua patria, la casa di tuo padre verso una terra che ti indicherò. Io ti benedirò e tu sarai una benedizione per tutti i popoli della terra’. Urfa è la partenza di ogni giorno. Urfa è Dio che con una intelligenza, un potere e un amore più grande del nostro ha i suoi disegni su di noi e ci chiede disponibilità. Urfa è la potenza di una benedizione, di una gioia e di una fecondità senza fine, di cui Dio si rende garante. Urfa rimane la radice e la bussola del nostro muoverci in Turchia e in Medio Oriente”.

Continuerà a portarsi nel cuore questa città, anche quando gli sarà chiesto di spostarsi al nord, sul mar Nero, a Trabzon, Trebisonda, per essere parroco della chiesa di Santa Maria fondata da tempi antichi dai cappuccini, rimasta sprovvista di un prete da più di tre anni. Duecentomila abitanti, molte moschee, una chiesa, una piccola comunità cattolica di circa 15 persone, una più folta comunità ortodossa sparsa per la città, un’emigrazione femminile dall’est dell’Europa, preda spesso della prostituzione e dello sfruttamento, un fiume di giovani musulmani che visitano la chiesa. “Qui c’è un mondo caro a Dio”, scriveva don Andrea appena approdato a Trabzon, sulla sua “Finestra per il Medio Oriente” lettera di collegamento che poi è diventata anche un sito, da lui fondata “per raccogliere da questa terra le grandi ricchezze che Dio vi ha deposto e per spedire da lì a qui le ricchezze che Dio ha fatto maturare nei secoli. Un vero e proprio scambio di doni umani, spirituali, culturali e religiosi che possano arricchire entrambi e contrastare quello scambio di odio, di minacce e di guerra che troppo spesso è all’orizzonte”.

Questo il suo obiettivo da sempre: “Aprire una finestra che permetta uno scambio di doni tra la Chiesa cristiana occidentale e quella orientale, riscoprire il flusso di linfa che unisce la radice ebraica e il tronco cristiano, incoraggiare un dialogo sincero e rispettoso tra il patrimonio cristiano e il patrimonio musulmano, una testimonianza del proprio vivere e sentire. Attraverso anzitutto la preghiera, l'approfondimento delle Sacre Scritture, l'eucaristia, la fraternità, l'amicizia fatta di ascolto, di accoglienza, di dialogo, di semplicità, la testimonianza sincera del proprio credere e del proprio vivere”. Ormai la distanza geografica tra noi si era fatta notevole – più di mille chilometri tra l’estremo nord dove si trovava lui e l’estremo sud della Turchia dove mi trovo io – eppure, appena poteva, continuava a partecipare ai ritiri mensili organizzati dal vicariato dell’Anatolia per noi, sparuto gruppetto di religiosi, religiose e laici, sparpagliati in tutta l’Anatolia, a servizio della Chiesa locale. Il Natale di due anni fa cominciò a confidarci la sua preoccupazione per le prostitute e il suo desiderio di fare qualcosa per loro a Trabzon: “La prima volta che passai davanti a un locale le ragazze, quasi tutte cristiane dell’Armenia, ci invitarono ad entrare e a prendere un tè. Con me c’era suor Maria con la croce al collo. Dico loro che è una suora. Si parla dei loro figli, dei monasteri che ci sono da loro, della vita difficile nella loro terra… una di loro è pediatra. Qualche giorno dopo, sempre pregando, passeggiamo nella via principale dello stesso quartiere. Una signora che invitava i suoi clienti da un vicolo laterale vede la croce al collo di suor Maria e sbracciandosi ci viene incontro. Bacia la croce e la mano della suora, si fa il segno della croce e l’abbraccia, chiedendole se ha bisogno di qualcosa. Il protettore si avvicina un po’ infastidito, gli dico che la donna è cristiana e che anche noi lo siamo. I locali sono pieni di donne, spesso giovanissime.

Che fare? Lo chiedo ogni giorno al Signore: che ci apra una porta, chiami qualcuna di esse a cambiare vita e ad aiutare le altre, tocchi il cuore di qualche protettore, mandi qualcun altro a collaborare con noi”. Ho saputo dal vescovo che tempo addietro don Andrea è stato persino in Georgia per prendere contatti con la Chiesa locale in aiuto a queste donne. Una pista d’indagini sul suo omicidio sospetta che il delitto sia legato alla mafia implicata nel traffico di prostitute cristiane provenienti da paesi dell'ex Unione Sovietica. Un’altra pista, invece, punta sulla provocazione politico-religiosa, sostenendo che l’intento degli istigatori del delitto è stato quello di provocare un conflitto tra la religione islamica e quella cristiana, conflitto attualmente immotivato e inesistente in Turchia, ma esasperato un po’ in tutti gli stati islamici in seguito alle vignette blasfeme pubblicate in Danimarca Eppure, penso, una persona più innocua e mite di don Andrea, dove trovarla? Ricordo ancora chiaramente le sue parole l’ultima volta – due mesi fa - che l’ho visto ad Iskenderun, nella sede del vicariato apostolico dell’Anatolia. Durante il nostro ritiro mensile si parlava della croce e lui non esitava a dire: “Spesso mi chiedo perché sono qui e allora mi viene in mente la frase di Giovanni Battista: ‘E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. Sono qui per abitare in mezzo a questa gente e permettere a Gesù di farlo prestandogli la mia carne.

In Medio Oriente Satana si accanisce per distruggere, con la memoria delle origini, la fedeltà ad esse. Il Medio Oriente deve essere riabitato come fu abitato ieri da Gesù: con lunghi silenzi, con umiltà e semplicità di vita, con opere di fede, con miracoli di carità, con la limpidezza inerme della testimonianza, con il dono consapevole della vita”.
Poi fece una lunga pausa. Si tolse gli occhiali a mezza luna tenuti sulla punta del naso, lasciandoli penzolare al collo e con ancor più serietà e pacatezza continuò parlando quasi tra sé: “Mi convinco alla fine che non si hanno due vie: c’è solo quella che porta alla luce passando per il buio, che porta alla vita facendo assaporare l’amaro della morte. Si diventa capaci di salvezza solo offrendo la propria carne. Il male del mondo va portato e il dolore va condiviso, assorbendolo nella propria carne fino in fondo come ha fatto Gesù”. Scese il silenzio nella sala. Non una parola di più, non una di meno. Poi guardò l’orologio. Si alzò di fretta, si scusò e prendendo la sua piccola valigia uscì di corsa dalla stanza. Non voleva rischiare di perdere l’aereo per tornare il più in fretta possibile nella sua Trabzon.

Era inginocchiato a pregare in chiesa quando ieri un proiettile l’ha colpito al cuore.


« Quando Ratzinger mi disse: la Turchia fuori dall'Europa : Atei miscredenti e manovalanza islamica uniti nel crimine anticristiano. Fa seriamente riflettere sulla Turchia e non solo... »

di Antonio Socci

L' avevamo previsto: i cristiani che si trovano nei Paesi musulmani subiranno le ritorsioni della rabbia islamista.

Che il massacro di don Andrea Santoro sia accaduto in Turchia mi fa ricordare ciò che mi disse, sull'ingresso di quel Paese nella Ue, l'allora cardinale Ratzinger, un anno fa. Ma lo vedremo.

Prima va detto che i cristiani sono davvero (e da tempo) i capri espiatori, indifesi disprezzati, dell'una e dell'altra parte, quella laicista europea (così potente nelle burocrazie di Bruxelles) e quella islamista, unite nell'odio anticristiano o nella cristianofobia.
Pur di dare addosso alla Chiesa, anche i giornali italiani sono disposti a contraddirsi. Il Corriere della Sera domenica in un editoriale ha accusato la Chiesa di ambiguità nei confronti dei musulmani, cioè di avvicinarsi a "un'ingiunzione alla censura" riguardo alla libertà di satira. L'ha fatto attribuendo al Vaticano una frase ("la libertà non è un valore assoluto") che semplicemente non esiste nella dichiarazione della Sala Stampa vaticana. Proprio non c'è.
Semmai quel concetto si trova nelle parole usate da Ciampi che invitava al «senso di responsabilità nell'esercizio delle libertà » perché «c'è la libertà di espressione e c'è la libertà religiosa » e «il limite» nell'esercizio di ognuna «sta nel non toccare le altre».
Queste parole significano appunto che la libertà non è un assoluto. Se il Corriere non le condivide deve "bacchettare" Ciampi, non il Vaticano. Perché ha fatto il contrario? Non si sa.

Il solito squilibrato ieri poi, dopo l'uccisione di don Santoro, con un altro editoriale non firmato il Corriere ha capovolto (in apparenza) le posizioni e si è messo elogiare la Chiesa per il motivo opposto, cioè perché - suo dire - per l'omicidio di don Santoro il Vaticano avrebbe scagionato gli islamisti. Anche in questo caso pura fantasia.
La Chiesa non ha scagionato affatto gli islamisti. Qualcuno osservò, durante l'ultimo referendum, che il "Corriere della sera" era evoluto ed era diventato "Corriere della notte (eterna)".
Ora si segnala un'ulteriore evoluzione: è diventato il "Corriere delle Mille e una notte". Infatti al regime turco, che si sta facendo in quattro per dimostrare che la mattanza del prete italiano non c'entra nulla con l'islamismo, offre su un piatto d'argento la soluzione: il solito "squilibrato".
Senza aver fatto indagini, senza essere sul posto e senza conoscere chi ha sparato, Corriere sa già tutto e lo ha scritto in quell'editoriale di ieri intitolato "Niente conclusioni affrettate". Dice: «facile, in questo clima, cadere nella trappola della guerra di civiltà», ma bisogna invece «dare prova di saldezza di nervi» anche se «uno squilibrato» è stato suggestionato dal linguaggio delle manifestazioni islamiste. Come se si trattasse in quelle manifestazioni solo di "violenza verbale", come se lo "squilibrato" fosse un isolato, come se non fossero stati pronunciati verdetti di morte per chi ha fatto quelle vignette, come se in queste ore non fossero state assalite da folle inferocite delle ambasciate (in Siria), chiese e quartieri cristiani in Libano. Come se tutto l'Islam non fosse un immenso lager per i cristiani e come se l'incendio non dilagasse da un Paese islamico all'altro in queste ore.

Anche Emma Bonino, a Istanbul per un convegno, ha subito sposato l'idea del "fanatico" isolato per scagionare i turchi: «Mi auguro che il mondo politico, le istituzioni europee, sappiano leggere e distinguere quello che sta succedendo in questa parte del mondo e che lo sciagurato gesto di un fanatico qui in Turchia non serva a criminalizzare tutto un popolo». Veramente a essere criminalizzati - da una parte e dall'altra - sono solo i cristiani. Ma ai radicali, pur di andar contro la Chiesa, vanno bene anche i turchi.

I cristiani sono il vaso di coccio su cui picchiano simultaneamente gli islamici (considerandoli emissari del volterriano Occidente liberale) e i volterriani d'Occidente per attribuire anche ai cristiani il fondamentalismo degli islamici. Basta aprire l'ultimo numero di Micromega. Il primo saggio, scritto da un "giudice della Corte costituzionale", Gustavo Zagrebelski comincia così: «Cattolicesimo e democrazia sono compatibili? Non è affatto una provocazione; è un problema reale» (ogni italiano medio sa che in questo Paese, dal 1945, per mezzo secolo, a instaurare e garantire per la prima volta la democrazia e la libertà sono stati i cattolici, ma il «giudice costituzionale» non è stato informato).

IL CATTOLICO ZAPATERO (???)
Del resto in Turchia volterriani d'Occidente e islamici fanno a tarallucci e vino. Come c'informa lo stesso Corriere della Sera: «Proprio da stamani, come ha annunciato Erdogan, sui più importanti giornali europei verrà illustrata l'iniziativa che porta, in calce, due autorevoli firme: appunto quella del capo del governo turco, un musulmano, e quella del primo ministro spagnolo, il cattolico Zapatero».
Avete letto bene, il Corriere scrive proprio così: «il cattolico Zapatero». Questi sono i "cattolici" che piacciono agli islamici turchi. Del resto c'è un fatto emblematico del dicembre scorso: l'antica chiesa di San Nicola a Demre, sulla costa turca (è un celebre santuario dal IV secolo, ben prima che nascesse Maometto), chiesa di proprietà del patriarcato ortodosso, è stata trasformata da lorsignori turchi (presto cittadini della Ue) in un museo dove, da due anni, non si può celebrare la Messa neanche per la festa del santo.

Anche due mesi fa la richiesta del patriarca Bartolomeo I ha ricevuto un "no" dalle autorità turche, ma - come ha scritto l'agenzia Asianews - la Chiesa è stata invece data «al muftì della città» che organizzava una "preghiera della pace", durante la quale - il colmo dei colmi - un'associazione locale turca ha rilasciato l'annuale premio per la pace a Jeannine Gramick, una suora cattolica americana - così definita dal quotidiano nazionale religioso turco Radikal - perché accanita difensore dei diritti dei gay e delle lesbiche. Tanto che nel suo discorso di ringraziamento questa 63enne suora ha voluto chiedere perdono a nome del Papa e dei credenti che non dimostrano rispetto per gli omosessuali».

«VI DOMINEREMO»
L'ennesimo gesto di oltraggio e disprezzo contro i cristiani da parte delle autorità turche le quali ovviamente prediligono Zapatero. L'Europa laica ha aperto le porte dell'Europa alla Turchia perilluché si culla nell'illusione che l'Islam turco sia "laico". Ha capito poco.

Al Sinodo dei vescovi del 1999 monsignor Giuseppe Bernardini, arcivescovo di Smirne in Turchia (antica chiesa che ha duemila anni) fece impressione riferendo questo episodio: «Durante un incontro ufficiale sul dialogo islamo-cristiano, un autorevole personaggio musulmano» raccontò il vescovo «rivolgendosi ai partecipanti cristiani, disse a un certo punto con calma e sicurezza: "Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo; grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo". C'è da crederci», aggiunse il vescovo «perché il "dominio" è già cominciato con i petrodollari usati non per creare lavoro nei paesi poveri del Nord Africa e del Medio Oriente, ma per costruire moschee e centri culturali nei paesi cristiani di immigrazione islamica, compresa Roma, centro della cristianità. Come non vedere in tutto questo» concludeva il prelato «un chiaro programma di espansione e di riconquista?».
Per capirlo bisognerebbe considerare la sorte toccata da sempre alle minoranze cristiane,«ma che sappiamo», si chiede Didier Rance in un suo libro-inchiesta, «dell'angoscia di quei contadini cristiani che, in Bangladesh, in Pakistan, in Turchia, vedono le loro figlie di dodici tredici anni prelevate all'uscita della scuola, sposate a forza a vecchi notabili musulmani e assassinate alla morte di questi?». Certo, è vero che proprio per queste cupe condizioni i cristiani di Turchia hanno chiesto che la Ue approvasse l'ingresso del loro Paese in Europa, sperando così di venire meglio tutelati.

Ma l'Europa non ha dato seriamente l'altolà al regime turco sul rispetto dei diritti dei cristiani. È per questo che l'allora cardinal Ratzinger, nell'ottobre 2004, in una conversazione, mi diceva la sua preoccupazione per l'ingresso in Europa di un Paese di 70 milioni di musulmani: «L'amicizia e il rispetto sono necessari verso tutti i Paesi, ma inserire la Turchia in Europa mi sembra contraddittorio. Sono proprio la storia, la cultura e la religione ad aver disegnato il confine dell'Europa con la Turchia. Non si possono ignorare tutte queste cose».

LA STORIA INSEGNA
In effetti l'Europa moderna nasce esattamente resistendo ai tentativi di invasione dell'Impero Turco, fermato a Vienna e a Lepanto. I Turchi arrivarono fino in Friuli nel 1469 con atrocità inenarrabili e nell'estate del 1480 in Puglia espugnando Otranto e passando a fil di spada, uno dopo l'altro, 800 uomini che si rifiutarono non solo di convertirsi ma pure di versare la tassa di sottomissione. Del resto sono sempre i turchi che il 28 maggio 1453 conquistarono la capitale cristiana dell'Oriente, Costantinopoli, devastandola con violenze inumane e trasformando in moschea S. Sofia che sarebbe come trasformare in moschea S. Pietro: «Grande pericolo minaccia l'Italia» scrisse il cardinal Bessarione. Si dirà che sono cose antiche. Ma il genocidio degli Armeni (cristiani) è stato perpetrato con ferocia inaudita dal regime turco novant'anni fa: un milione e 500mila vittime, due milioni di deportati, migliaia di convertiti a forza all'Islam. Fu il primo genocidio del Novecento, ma ancora oggi lo Stato turco non ammette neanche di parlarne. Nel settembre scorso il tribunale turco ha sospeso una conferenza sul massacro degli armeni e in dicembre il famoso scrittore Orhan Pamuk ha passato seri guai giudiziari per averne scritto. L'ambasciatore americano Morghenthau - ebreo che denunciò per primo quell'orrore - scrisse nelle sue memorie del 1918: «Le grandi persecuzioni dei tempi passati sembrano insignificanti di fronte alle sofferenze sopportate dagli armeni nel 1915... Senza alcun dubbio il popolino turco e curdo immolò gli armeni per far piacere al Dio di Maometto, ma gli uomini che concepirono il crimine avevano tutt'altro scopo, essendo tutti atei».

Fa pensare: atei miscredenti e manovalanza islamica uniti in quel crimine anticristiano. Fa seriamente riflettere sulla Turchia e non solo.

(C) Libero 7 febbraio 2006