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Elezioni in Arabia: scoppia la democrazia nel mondo islamico? Intervista a Francesco Zannini, professore di Islam contemporaneo presso il Pontificio Istituto di Studi Arabi ed Islamistica (PISAI). L'oriente non è ancora riuscito a fare sintesi fra mentalità democratica fondata sull'individuo e ispirazione islamica della sua tradizione... di P. Bernardo Cervellera Roma (AsiaNews) - Tutto il mondo celebra oggi le elezioni municipali
in Arabia Saudita. Pur con i molti limiti in cui essi avvengono (non
voto alle donne e agli stranieri residenti; eleggibili solo metà
dei seggi ai consigli municipali; diritto di veto del governo centrale
sugli eletti), da ogni parte si parla di "primi passi nella democrazia".
In questi ultimi tempi abbiamo assistito alle elezioni in Iraq, a
quelle palestinesi, a quelle in Afghanistan. Ma quanto queste elezioni
sono segno di progresso nel mondo islamico? Sono davvero una novità
queste elezioni in Arabia Saudita? Prof. Zannini, che peso dare alle elezioni municipali in Arabia Saudita?
Che cosa sono allora? Queste costituzioni miste sono soltanto una giustapposizione dei
due elementi, islamico e laico. Una parte viene data al popolo, che
deve decidere quali sono i suoi rappresentanti; un'altra è
presa dalla scuola giuridica islamica del paese. In questo modo si
ottengono costituzioni in cui si afferma che "il popolo è
sovrano"; ma poi tutte le volte che si fa una legge, questa deve
essere passata al vaglio degli ulema (i dottori coranici), che sono
un'autorità superiore. Questo avviene in tutti i paesi islamici.
Forse soltanto l'Iraq di Sadddam Hussein aveva una base completamente
laica. La stessa Tunisia, che è uno dei paesi più aperti,
non è un paese laico. Quali problemi vede per la democrazia nel mondo islamico? Il primo problema è che finché non si raggiunge la
piena laicità dello stato, sarà difficile giungere a
una vera democrazia. Ciò non significa che il popolo non possa
salvaguardare un'ispirazione religiosa. In India, i musulmani che
hanno deciso di rimanere nel paese, dopo la partizione col Pakistan,
hanno fatto proprio la scelta di uno stato laico, ma conservando un'ispirazione
islamica nelle loro scelte. Ma in tal modo si parla di ispirazione
e non di normative. Se non c'è la laicità, cosa elegge
il popolo? Ma in questa situazione, tentare una forma democratica anche approssimativa, non è un segno di novità? Le elezioni in Arabia Saudita non vogliono significare che il wahabismo è messo alle strette? E in Iraq, che la gente abbia votato sotto la minaccia dei cecchini, non è un segno che il fondamentalismo perde terreno? Per l'Iraq non ho alcun dubbio. La tradizione irakena, anche sotto Saddam Hussein era di tipo laico. Anche se la gente viveva sotto la dittatura, aveva speranza un giorno di liberarsi del dittatore e creare uno stato liberale. La vera novità è l'Arabia Saudita. Bisognerà vedere come la popolazione reagisce. Alcuni anni fa, ho partecipato a un convegno italo-saudita. E si parlava già allora di stilare una costituzione. L'Iraq è senz'altro simbolo della volontà popolare e colpisce di meno. Per l'Arabia Saudita le elezioni sono davvero una novità. Da anni comunque in Arabia si muove qualcosa. Un tempo parlare di turismo era proibito, proprio per salvaguardare i costumi islamici. Ora è stato costituito perfino una specie di ministero del turismo. È un altro segno che il regno saudita comincia ad aprirsi agli altri stati. Naturalmente, a questo sviluppo non sono estranee le pressioni internazionali. Ad ogni modo il mondo islamico non è ancora riuscito a fare una sintesi fra una mentalità democratica fondata sull'individuo e l'ispirazione islamica della sua tradizione. Dalle sue conoscenze, si può dire che esiste un soggetto islamico che cerca la democrazia? O a provocarla è solo un'influenza dell'occidente? Dalle mie conoscenze dirette, mi sembra che occorra fare alcune
distinzioni: a livello di villaggio vi è già una specie
di democrazia con i consigli locali. Ma questo livello non si interessa
a una democrazia per l'intero stato. Se i capi dicono di partecipare
alle elezioni, tutto il villaggio lo fa, ma solo come decisione comune.
Vi è poi una fascia della popolazione raccolta attorno ai sindacati.
Questi hanno dovuto lottare contro una tradizione che li bollava come
organizzazione straniera occidentale. Il mondo dei sindacati percepisce
in profondità i valori democratici, la gestione della società
da parte del popolo. Poi vi sono i giovani e coloro che sono stati
educati in occidente, oltre che tutta la classe media. La guerra in Afghanistan, l'occupazione dell'Iraq stanno creando più democrazia? La pressione anche militare occidentale è o non è catalizzatrice per i valori della democrazia? Penso che non sia né catalizzatrice, né inibente.
Certo, nei fondamentalisti essa crea un rifiuto, un anti-occidentalismo.
Ma alla fine, chi credeva prima nella democrazia ci crede ancora adesso
e chi non ci crede, non vi crede ancora adesso. In Afghanistan la
struttura tribale è ancora presente in forza; in Iraq c'è
più speranza. AsiaNews, 10 Febbraio 2005
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