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Un libro uscito da poco negli Stati Uniti alza il velo su un aspetto capitale dell’islam, di cui troppi sanno poco e male: il jihad, la guerra santa. È un aspetto su cui largamente si tace, come fosse un tabù.Anche
tra i cristiani, nella memoria diffusa che si ha della storia della
Chiesa, vi sono a questo proposito dei grossi buchi neri. Il libro che alza il velo sulla guerra santa islamica ha per titolo “The Legacy of Jihad”, l’eredità del jihad, ed è curato da Andrew G. Bostom. È un libro essenzialmente fatto di documenti, molti dei quali per la prima volta tradotti in inglese dall’arabo o dal parsi, oppure ripresi da libri di orientalisti di difficile consultazione per il grande pubblico. I documenti spaziano dal secolo di Maometto, il settimo, fino al ventesimo. E comprendono sia testi classici sul tema del jihad di teologi e giuristi musulmani, sia resoconti di guerra di testimoni antichi e moderni, musulmani e non, sia analisi del jihad ad opera di studiosi di vario orientamento. Corredano il libro miniature che raffigurano momenti di jihad nella storia, e mappe geografiche che documentano l’espansione militare dell’islam secolo dopo secolo, dal settimo all’undicesimo. Ogni mappa è corredata da un sommario che elenca gli atti di guerra in ciascuna regione. Ad esempio, in quel nono secolo in cui Roma fu presa d’assalto e la Sicilia conquistata, le armate musulmane occuparono in Italia Bari e Brindisi per trent’anni, Taranto per quaranta, Benevento per dieci; attaccarono più volte Napoli, Capua, la Calabria, la Sardegna; misero a ferro e fuoco l’abbazia di Montecassino; fecero scorrerie anche nell’Italia del Nord, arrivando dalla Spagna e valicando le Alpi. Dall’imponente documentazione raccolta da Bostom un dato emerge con chiarezza: il jihad non è una delle forme in cui si attuò, in particolari luoghi e momenti, l’espansione dell’islam, ma è un’istituzione connaturata al sistema musulmano stesso, è una sua obbligazione religiosa permanente. Una cosa che stupisce è che a pubblicare in Occidente questa documentazione sia un non specialista. Bostom è medico epidemiologo e vive a Providence nel Rhode Island. Ma forse proprio questa sua non appartenza all’accademia degli orientalisti e islamologi lo rende più libero dai tabù che imbavagliano molti di questi. Contro il proislamismo di larga parte della cultura occidentale hanno scritto pagine graffianti, tra altri, Jacques Ellul, Oriana Fallaci e Bat Ye’or, quest’ultima grande specialista della condizione subordinata imposta sistematicamente dall’islam ai sudditi non musulmani dei paesi conquistati, nonché autrice nel 2005 di un saggio dal titolo eloquente: “Eurabia. The Euro-Arab Axis”. Una tesi centrale dei tre autori citati è che l’islam sia un tutto coerente e irreformabile nei suoi elementi essenziali, e che la libertà e i diritti della persona non vi possano appartanere. Ma anche un autore che non condivide tale tesi ed è anzi uno dei più decisi assertori della compatibilità tra islam e democrazia – Bernard Lewis, uno dei più autorevoli islamologi viventi, professore a Princeton – ha criticato severamente le tendenze proislamiche in voga tra intellettuali e politici occidentali, persino ebrei. In un saggio dal titolo “The Pro-Islamic Jews”, Lewis ha riscostruito come l’idea di un’antica Spagna musulmana tollerante con cristiani ed ebrei – oggi evocata da molti come un’età dell’oro – sia un mito romantico del diciannovesimo secolo, creato proprio da ebrei in polemica con i cristiani. Anche l’adesione della moderna Turchia al campo occidentale e il suo sostegno allo stato d’Israele hanno indotto una diffusa reticenza sui massacri da essa compiuti nel secolo scorso dei cristiani armeni. E ancora, a incoraggiare il generale silenzio sulle guerre sante di ieri e di oggi – come anche sulla schiavitù tuttora praticata dai musulmani in talune regioni, sugli assalti a chiese e sulle uccisioni di cristiani – ci sono la ricerca di un buon vicinato con la crescente immigrazione musulmana in Europa, la paura di attacchi terroristici, la volontà di mostrarsi estranei allo schema dello “scontro di civiltà”. Ma di queste reticenze e silenzi dell’Occidente sono vittime, tra i musulmani, proprio coloro che coraggiosamente si battono per riformare la fede islamica e conciliarla con la democrazia e la modernità. Meno male che, a non lasciarli soli, arrivano libri come questo di Andrew G. Bostom. [ di Sandro Magister www.chiesa.espressonline.it] |