Incontri
di civiltà.
Come Joseph Ratzinger guarda all’islam
di Sandro Magister-
www.chiesa.espressonline.it
L’autore del saggio, Samir Khalil Samir, gesuita, egiziano, è docente
di islamologia e di storia della cultura araba all’Université Saint-Joseph
di Beirut e al Pontificio Istituto Orientale di Roma; è fondatore
del Centre de Recherche Arabes Chrétiennes; ed è presidente
dell’International Association for Christian Arabic Studies.
Nel settembre del 2005 ha partecipato, a Castel Gandolfo, a un incontro
di studio con Benedetto XVI sul concetto di Dio nell’islam.
Il primo lancio on line di questo saggio è avvenuto il 26 aprile
2006 su “Asia News”, l’agenzia specializzata sull’Asia – tradotta
anche in cinese – fondata e diretta a Roma da padre Bernardo Cervellera,
del Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME)
Introduzione
Benedetto XVI è forse fra le poche personalità ad aver
capito profondamente l’ambiguità in cui si dibatte l’islam
contemporaneo e la sua fatica nel trovare un posto nella società moderna.
Nello stesso tempo egli sta proponendo all’islam una via per
costruire la convivenza mondiale e con le religioni basata non sul
dialogo religioso, ma culturale e di civiltà, basata sulla razionalità e
su una visione dell’uomo e della natura umana che viene prima
di qualunque ideologia o religione. Questo puntare al dialogo culturale
spiega la sua scelta di assorbire il pontificio consiglio per il dialogo
interreligioso dentro al più grande pontificio consiglio per
la cultura.
Mentre il papa chiede all’islam un dialogo basato sulla cultura,
sui diritti umani, sul rifiuto della violenza, nello stesso tempo egli
chiede all’Occidente di ritornare a una visione della natura
umana e della razionalità in cui non si escluda la dimensione
religiosa. In questo modo – e forse soltanto così – si
potrà evitare un conflitto delle civiltà, trasformandolo
invece in un dialogo fra le civiltà.
Il totalitarismo islamico è diverso dal cristianesimo
Per comprendere il pensiero di Benedetto XVI sulla religione islamica,
occorre seguirne l’evoluzione. Un documento davvero essenziale
si trova nel suo libro scritto insieme a Peter Seewald nel 1996, quando
era ancora cardinale, dal titolo “Il sale della terra”. Alle
pagg. 274-278, egli fa alcune considerazioni e mette in luce alcune
differenze fra l’islam e la religione cristiana e l’occidente.
Egli mostra anzitutto che nell’islam non c’è un’ortodossia,
perché non c’è un’autorità, un magistero
dottrinale comune. Questo rende il dialogo difficile: quando dialoghiamo,
non dialoghiamo “con l’islam”, ma con dei gruppi.
Ma il punto chiave che egli affronta è quello sulla shari’a.
Egli dice:
“Il Corano è una legge religiosa che abbraccia tutto,
che regola la totalità della vita politica e sociale e suppone
che tutto l’ordinamento della vita sia quello dell’islam.
La shari’a plasma una società da cima a fondo. Di conseguenza,
l’islam può sfruttare le libertà concesse dalle
nostre costituzioni, ma non può porre tra le sue finalità quella
di dire: sì, ora siamo anche noi enti di diritto pubblico; ora
siamo presenti [nella società] come i cattolici e i protestanti.
A questo punto [l’islam] non ha ancora raggiunto pienamente il
suo vero scopo, si trova ancora in una fase di alienazione”.
Questa fase si potrà concludere solo con l’islamizzazione
totale della società. Quando ad esempio un islamico si trova
in un società occidentale, lui può godere o sfruttare
alcuni elementi, ma non si identificherà mai con il cittadino
non musulmano, perchè non si trova in una società musulmana.
Il cardinale Ratzinger ha visto quindi con chiarezza una difficoltà essenziale
del rapporto socio-politico con il mondo musulmano, che viene dalla
concezione totalizzante della religione islamica, profondamente diversa
dal cristianesimo. Per questo egli insiste nel dire che non dobbiamo
cercare di proiettare sull’islam la visione cristiana del rapporto
tra politica e religione. Ciò sarebbe difficilissimo: l’islam è una
religione totalmente diversa dal cristianesimo e dalla società occidentale
e questo non rende facile la convivenza.
In un seminario a porte chiuse, tenuto a Castelgandolfo l’1 e
il 2 settembre 2005, il papa ha insistito e sottolineato la stessa
idea: la profonda diversità fra islam e cristianesimo. Stavolta è partito
da un punto di vista teologico, tenendo conto della concezione islamica
della rivelazione: il Corano “è disceso” su Maometto,
non è “ispirato” a Maometto. Per questo il musulmano
non si sente in diritto di interpretare il Corano, ma è legato
a questo testo emerso in Arabia nel VII secolo. Questo porta alle stesse
conclusioni di prima: l’assolutezza del Corano rende molto più difficile
il dialogo, perché le possibilità di interpretazione
sembrano escluse e comunque molto ridotte.
Come si vede, il suo pensiero da cardinale si prolunga nella sua visione
come pontefice, che mette in luce le profonde differenze fra islam
e cristianesimo.
Il 24 luglio in Val d’Aosta, subito dopo l’Angelus, ad
una domanda se l’islam può essere considerato una religione
di pace, risponde: “Io non chiamerei questo in parole generiche,
certamente l’islam contiene degli elementi in favore della pace,
come contiene altri elementi”. Anche se non in modo esplicito,
Benedetto XVI fa comprendere che l’islam soffre di ambiguità verso
la violenza, giustificandola in vari casi. E aggiunge: “Dobbiamo
sempre cercare di trovare gli elementi migliori”. Un altro chiede
allora se gli attacchi dei terroristi possono essere considerati anticristiani.
La sua risposta è netta: “No, generalmente l’intenzione
sembra essere molto più generale e non precisamente diretta
alla cristianità”.
Dialogo fra culture più fruttuoso del dialogo interreligioso
A Colonia, il 20 agosto, papa Benedetto XVI ha il suo primo grande
incontro con rappresentanti della comunità musulmana. In un
discorso relativamente lungo, egli dice:
“Sono certo di interpretare anche il vostro pensiero nel porre
in evidenza tra le preoccupazioni quella che nasce dalla constatazione
del dilagante fenomeno del terrorismo”.
Qui mi piace il fatto che lui coinvolga i musulmani, dicendo loro che
abbiamo la stessa preoccupazione. Nel testo italiano, che ho confrontato
col tedesco, ho trovato che manca una frase: “So
che siete numerosi a rigettare con forza, anche pubblicamente, in particolare
qualunque legame tra il terrorismo e la vostra fede, e a condannarlo
chiaramente”.
Più avanti dice che “il terrorismo
di qualunque matrice esso sia, è una scelta perversa e crudele
[una parola che ripete tre volte - ndr] che calpesta il diritto sacrosanto
alla vita e scalza le fondamenta stesse di ogni civile convivenza”.
Poi, di nuovo, viene a coinvolgere il mondo islamico:
“Se insieme riusciremo a estirpare dai cuori il sentimento di
rancore, a contrastare ogni forma di intolleranza e ad opporci ad ogni
manifestazione di violenza, fermeremo l’ondata di fanatismo crudele
che mette a repentaglio la vita di tante persone, ostacolando il progresso
della pace nel mondo. Il compito è arduo, ma non impossibile
e il credente può arrivarci”.
Mi è piaciuta molto la sottolineatura sull’ “estirpare
dai cuori il sentimento di rancore”: Benedetto XVI ha
capito che una delle cause del terrorismo è questo sentimento
di rancore. E più avanti:
“Cari amici, sono profondamente convinto che, senza cedimenti
alle pressioni negative dell’ambiente, dobbiamo affermare i valori
del rispetto reciproco, della solidarietà e della pace”. E ancora:
“Abbiamo un grande spazio di azione in cui sentirci uniti al
servizio dei fondamentali valori morali; la dignità della persona
e la difesa dei diritti, che da tale dignità scaturiscono, devono
costituire lo scopo di ogni progetto sociale, di ogni sforzo posto
in essere per attuarlo”.
E qui viene una frase essenziale:
“È questo un messaggio scandito in modo inconfondibile
dalla voce sommessa, ma chiara della coscienza. Solo sul riconoscimento
della centralità della persona si può trovare una comune
base di intesa superando eventuali contrapposizioni culturali e neutralizzando
la forza dirompente delle ideologie”.
Dunque, prima ancora della religione, c’è la voce della
coscienza, e tutti dobbiamo lottare per i valori morali, la dignità della
persona, la difesa dei diritti.
Per Benedetto XVI, perciò, il dialogo va basato sulla centralità della
persona, che supera sia le contrapposizioni culturali sia le ideologie.
E penso che sotto le ideologie si possano comprendere anche le religioni.
Questa è una delle idee-forza del papa: essa spiega anche perché ha
unito il pontificio consiglio per il dialogo interreligioso e il consiglio
per la cultura, sorprendendo tutti. La scelta nasce dalla sua profonda
visione, e non è, come si è detto nella stampa, per “far
fuori” monsignor Michael Fitzgerald, meritevole di molta riconoscenza.
Forse c’è anche questo, ma non è lo scopo.
L’idea essenziale è che il dialogo con l’islam e
con le altre religioni non può essere essenzialmente un dialogo
teologico o religioso, se non in senso largo di valori morali. Esso
deve invece essere un dialogo di culture e di civiltà.
Vale la pena ricordare che già nel lontano 1999 il cardinale
Ratzinger ha partecipato a un incontro con il principe Hassan di Giordania,
il metropolita Damaskinos di Ginevra, il principe Sadruddin Aga Khan,
morto nel 2003, e il gran rabbino di Francia René Samuel Sirat.
Musulmani, ebrei e cristiani erano invitati da una fondazione per il
dialogo interreligioso e interculturale, a creare un punto di dialogo
culturale fra di loro.
Questo passo verso il dialogo culturale è di estrema importanza.
In tutti i dialoghi che si fanno con il mondo musulmano, appena si
comincia a trattare temi religiosi, si inizia a parlare di palestinesi,
Israele, Iraq, Afghanistan, insomma di tutti i conflitti politici o
culturali. Con l’islam non si riesce mai a fare un discorso squisitamente
teologico: non si può parlare della trinità, dell’incarnazione,
ecc. Una volta, a Cordoba nel 1977, si è fatto un convegno sulla
nozione di profezia. Dopo aver trattato del carattere profetico di
Cristo come visto dai musulmani, un cristiano ha esposto il carattere
profetico di Maometto dal punto di vista cristiano e ha osato dire
che la Chiesa non lo può riconoscere come profeta; al limite
potrebbe definirlo tale ma solo in un senso generico, come si dice
che Marx è “il profeta” dei tempi moderni. Risultato:
abbiamo dovuto interrompere l’incontro e per tre giorni non si è parlato
che di questo.
I momenti più fruttuosi nei miei incontri con il mondo musulmano
sono stati quando si parlava di questioni interdisciplinari o interculturali.
Ho partecipato più volte, invitato dai musulmani, a incontri
interreligiosi in varie parti del mondo musulmano: sempre si è parlato
di incontro di religioni e civiltà, o culture. Due settimane
fa, a Isfahan, nell’Iran, il titolo era “Incontro di civiltà e
religioni”. Il 19 settembre prossimo, alla Pontificia Università Gregoriana
a Roma, si terrà un incontro organizzato dal ministero della
cultura in Iran con l’Italia e anche questo avrà a tema
l’incontro fra le culture, con la presenza dell’ex presidente
iraniano Khatami.
Il papa ha capito questo aspetto importante: discutere di teologia
può avvenire solo tra pochi, ma non tra islam e cristianesimo,
certo non per il momento. Invece si tratta di affrontare il vivere
insieme sotto gli aspetti concreti della politica, dell’economia,
della storia, della cultura, delle usanze.
Razionalità e fede
Un altro fatto mi sembra molto importante. In un dialogo del 25 ottobre
2004 tra lo storico Ernesto Galli della Loggia e l’allora cardinale
Ratzinger, a un certo momento il cardinale, parlando di teologia, ricorda
i “semi del Verbo” e sottolinea l’importanza della
razionalità nella fede cristiana, vista dai Padri della Chiesa
come il compimento della ricerca di verità presente nella filosofia.
Galli della Loggia allora dice: “La vostra speranza, che è identica
alla fede, porta con se un logos e questo logos può divenire
un’apologia, una risposta che può essere comunicata agli
altri”, a tutti.
Il cardinale Ratzinger risponde: “Noi non vogliamo creare un
impero di potere, ma abbiamo una cosa comunicabile alla quale va incontro
un’attesa della nostra ragione. È comunicabile perché appartiene
alla nostra comune natura umana e c’è un dovere di comunicare
da parte di chi ha trovato un tesoro di verità e amore. La razionalità era
quindi postulato e condizione del cristianesimo, che rimane un’eredità europea
per confrontarci in modo pacifico e positivo, sia con l’islam,
sia con le grandi religioni asiatiche”.
Per lui, dunque, il dialogo è a questo livello, cioè fondato
sulla ragione. Andando oltre, egli aggiunge:
“Questa razionalità diventa pericolosa e distruttiva per
la creatura umana se diventa positivista [e qui egli fa la critica
all’Occidente - ndr], che riduce i grandi valori del nostro essere
alla soggettività, [al relativismo] e diventa così un’amputazione
della creatura umana. Non vogliamo imporre a nessuno una fede che si
può accettare solo liberamente, ma come forza vivificatrice
della razionalità dell’Europa essa appartiene alla nostra
identità”.
Qui viene il passaggio essenziale:
“È stato detto che non dobbiamo parlare di Dio nella costituzione
europea, perché non dobbiamo offendere i musulmani e i fedeli
di altre religioni. È vero il contrario. Ciò che offende
i musulmani e i fedeli di altre religioni non è parlare di Dio
o delle nostre radici cristiane, ma piuttosto il disprezzo di Dio e
del sacro che ci separa dalle altre culture e non crea una possibilità di
incontro, ma esprime l’arroganza di una ragione diminuita, ridotta,
che provoca reazioni fondamentaliste”.
Benedetto XVI ammira nell’islam la certezza basata sulla fede,
in opposizione all’Occidente che relativizza tutto; e ammira
nell’islam il senso del sacro, che invece sembra essere sparito
in Occidente. Egli ha capito che il musulmano non è offeso dal
crocifisso, dai segni religiosi: questa è in realtà una
polemica laicista che tende a eliminare il religioso dalla società.
I musulmani non sono offesi dai simboli religiosi, ma dalla cultura
secolarizzata, dal fatto che Dio ed i valori che essi collegano con
Dio sono assenti da questa civiltà.
Questa è anche la mia esperienza, quando ogni tanto converso
con musulmani che lavorano in Italia. Mi dicono: in questo paese c’è tutto,
possiamo vivere come vogliamo, ma purtroppo non vi sono “principii” (questa è la
parola che usan o). Questo è sentito molto dal papa, che dice:
torniamo alla natura umana, basata sulla razionalità, sulla
coscienza, che dà idea dei diritti umani; e non riduciamo la
razionalità a qualcosa di impoverito, ma integriamo il religioso
nella razionalità; il religioso è parte della razionalità.
In questo a me sembra che Benedetto XVI abbia meglio precisato la visione
di Giovanni Paolo II. Per il papa polacco il dialogo con l’islam
doveva aprirsi alla collaborazione su tutto, anche nella preghiera.
Benedetto XVI mira a punti più essenziali: la teologia non è ciò che
conta, almeno non in questa fase storica; importa il fatto che l’islam è la
religione che si sta sviluppando di più e che diviene sempre
più un pericolo per l’Occidente e per il mondo. Il pericolo
non è l’islam in genere, ma una certa visione dell’islam
che non rinnega mai apertamente la violenza e genera terrorismo e fanatismo.
D’altra parte egli non vuole ridurre l’islam a un fenomeno
socio-politico. Il papa ha capito profondamente l’ambiguità dell’islam,
che è insieme l’uno e l’altro, che talvolta gioca
su uno o sull’altro fronte. E lancia la proposta che se vogliamo
trovare una base comune, dobbiamo uscire dal dialogo religioso per
mettere fondamenti umanistici all base di questo dialogo, perché solo
questi sono universali e comuni a tutti gli esseri umani. L’umanesimo è un
fattore universale, mentre le fedi possono essere fattori di scontro
e divisione.
Sì alla reciprocità, no al buonismo
La posizione del papa non cade mai nella giustificazione del terrorismo
e della violenza. Talvolta anche fra personalità ecclesiastiche
si scivola in un relativismo generico: in fondo la violenza c’è in
tutte le religioni, anche fra i cristiani. Oppure: la violenza è giustificata
come risposta ad altre violenze… No, questo papa non ha mai
fatto allusioni del genere.
D’altra parte egli non cade nemmeno nell’atteggiamento
di certo cristianesimo occidentale segnato dal buonismo e dai complessi
di colpa. Di recente, tra i musulmani, c’è chi ha domandato
che il papa chieda scusa per le crociate, il colonialismo, i missionari,
le vignette, ecc. Benedetto XVI non cade in questa trappola, perché sa
che le sue parole potrebbero essere utilizzate non per costruire un
dialogo, ma per distruggerlo. Questa è l’esperienza
che noi abbiamo del mondo musulmano: tutti questi atti, molto generosi
e profondamente spirituali, di chiedere perdono per i fatti storici
del passato, sono strumentalizzati e vengono presentati dai musulmani
come una rivincita: ecco – dicono – lo riconoscete voi
stessi, siete colpevoli. Questi fatti non suscitano mai una reciprocità.
A questo proposito, vale la pena ricordare il discorso di Benedetto
XVI all’ambasciatore del Marocco, il 20 febbraio 2006, quando
ha fatto un’ allusione, al “rispetto delle altrui convinzioni
e pratiche religiose, affinché in maniera reciproca, in tutte
le società, sia realmente assicurato a ciascuno l’esercizio
della religione liberamente scelta”. Sono due piccole affermazioni,
ma importantissime sulla reciprocità dei diritti di libertà religiosa
fra paesi occidentali e islamici e sulla libertà di cambiare
religione, un fatto proibito nell’Islam. Il bello è che
egli ha osato farle: nel mondo politico ed ecclesiale spesso si ha
paura ad accennare a queste cose. Basta vedere il silenzio che vige
sulle violazioni alla libertà religiosa presenti in Arabia Saudita.
Mi piace molto questo papa, il suo equilibrio, la sua chiarezza. Egli
non fa nessun compromesso: continua a sottolineare la necessità di
annunciare il Vangelo in nome della razionalità e dunque non
si lascia influenzare da chi teme e denuncia un preteso proselitismo.
Il papa chiede sempre le garanzie perché si possa “proporre” la
fede cristiana e perché essa possa essere “liberamente
scelta”.
di Samir Khalil Samir S.I.
In Europa c'è posto per
l'Islam?
Una analisi del pensiero di Benedetto XVI
Come e perché l’islam
può far parte dell’Europa “catholica”.
A due condizioni: forte identità cristiana e autoriforma
musulmana.
Conferenza letta a Denver, Colorado, su invito dell’arcidiocesi.
In Europa cristianesimo e islam sono inseparabili.
In Francia, i musulmani sono cinque milioni e mezzo e tra vent’anni
si prevede che saranno il doppio. Già oggi superano nel numero
i cattolici francesi che vanno a messa ogni domenica. A Evry, a sud
di Parigi, è sorta dodici anni fa una nuova chiesa cattedrale,
capolavoro riconosciuto di uno degli architetti più famosi
al mondo, lo svizzero Mario Botta. La domenica è semivuota.
Ed è invece brulicante di fedeli la vicina moschea. Il suo
imam, Khalil Merroun, ha affermato in un’intervista: “La
Chiesa cattolica dovrebbe convincersi che l’Europa non le appartiene.
Il consiglio che dò ai miei colleghi cattolici è di
interrogarsi a fondo sul perché i loro fedeli non vivono la
loro spiritualità”.
Ma quale spiritualità ispira la nuova cattedrale
di Evry? La chiesa ha l’aspetto di un cilindro tagliato
da un piano inclinato, con una corona d’alberi sulla sommità e
una croce, scarsamente visibile. L’interno è quasi
tutto aniconico, privo di arti figurative. Pareti nude che dovrebbero
dar respiro alla trascendenza, ma che in realtà restano
mute, impermeabili alla rivelazione discesa da Dio, della quale
mancano le tracce visibili capaci di indicare la strada ai fedeli
in cammino. Anche a Roma, nella capitale della Chiesa cattolica,
vi sono i segni di questo spaesamento.
Domenica 26 marzo Benedetto XVI si recherà a Tor Tre Teste
a visitare una parrocchia romana di periferia, dove l’ebreo
secolarizzato americano Richard Meier – altro grandissimo dell’architettura
d’oggi – ha progettato e costruito una chiesa che è anch’essa
un capolavoro di linee, di superfici, di luci, ma rimane taciturna
nel tradurre questo afflato emotivo in realtà e sacramento,
in materialità di Chiesa terrena e celeste.
L’IRRUZIONE DEL RELIGIOSO NELLO SPAZIO PUBBLICO
Questi citati sono i riflessi nell’architettura, anche
sacra, di quello smarrimento di identità che è dell’Europa
d’oggi, e che si è reso manifesto nella mancata menzione
delle “radici cristiane” nel discusso preambolo del
trattato costituzionale dell’Unione.
Per una parte della cultura europea d’oggi, lo spazio pubblico
deve essere impermeabile al fatto cristiano. E questo deve essere
reciso dall’insieme della civiltà europea in cui ha
le sue radici e a cui dà linfa. Invece, è proprio il
contrario che accade oggi nel mondo, Europa compresa: ovunque c’è un
impetuoso ritorno del religioso nello spazio pubblico.
Dove per religioso si intendono le corpose Chiese storiche:
- la cattolica, rinvigorita dalla politicità carismatica
di papa Karol Wojtyla e dalla guida teologica di Benedetto XVI;
- le protestanti d’impronta americana evangelical;
- le ortodosse, con il loro modello bizantino di
congiunzione fra trono e altare.
- Più l’ebraismo intrecciato al destino
concretissimo di Israele, un popolo, una terra, uno stato.
- Più l’islam, in cui fede, politica
e legge sacra tendono a fare tutt’uno e, dovunque oggi si voti,
il consenso va a partiti fortemente ispirati dalla legge coranica,
ultimo caso eclatante quello della Palestina.
Ai musulmani si chiede di accettare le regole costitutive della
democrazia. Ma deve valere anche il processo opposto: all’islam,
come ad ogni religione, deve essere riconosciuta la facoltà di
incarnare i suoi principi di fede negli ordinamenti civili, purché compatibili
con la carta dei principi ai quali né l’islam né l’Occidente
possono rinunciare, carta valida per tutti, principi “scanditi
in modo inconfondibile dalla voce sommessa ma chiara della coscienza” (parole
di Benedetto XVI ai musulmani incontrati a Colonia).
Il caso dell’Iraq è esemplare. Con Saddam Hussein
non è caduto un immaginario stato “laico” depurato
da fedi fondamentaliste, ma un sistema ateistico rozzamente copiato
da modelli europei d’impronta nazista, che si sostanziava nella
sanguinosa repressione dell’islam sciita e dei curdi. Viceversa,
il nuovo stato iracheno, di cui è stata approvata la costituzione,
sarà genuinamente laico proprio se e perché i suoi
ordinamenti politici consentiranno e rifletteranno il pieno esplicarsi
sulla scena pubblica della religione islamica, nel rispetto della
pluralità delle fedi e delle tradizioni diverse.
Il modello americano di sfera pubblica democratica e di presenza
religiosa diffusa non è il solo cui ispirarsi. In Europa c’è il
modello italiano di equilibrio tra lo stato laico e la Chiesa cattolica,
con complementarità “concordata” tra le due sovranità e
integrata da intese con ciascuna delle altre religioni. Nei paesi
a dominante islamica è naturale che si sviluppino modelli
appropriati di intreccio tra il politico e il religioso.
“DUAE CIVITATES”
Questi due filosofi greci per primi aprirono l’ordine della
società a un ordine superiore, trascendente, con ciò de-divinizzando
i “poteri di questo mondo” e liberando l’uomo dalla
schiavitù nei loro confronti. Nel cristianesimo, il grande
teorizzatore della doppia cittadinanza terrena e celeste è sant’Agostino
in quel suo capolavoro che è “La città di Dio”,
scritta poco dopo l’invasione di Roma da parte dei “barbari” nel
410, uno shock paragonabile a quello che è stato per noi l’11
settembre 2001. Nella storia e nella cultura cristiana questa teoria
di Agostino – che è profondamente biblica – ha
segnato un’impronta fortissima. Ma non è stata solo
studiata sui libri. Essa parla anche attraverso le architetture,
le opere d’arte, le chiese. Come vi sono oggi – l’ho
ricordato – chiese che riflettono nella loro struttura
lo smarrimento delle radici cristiane, così vi sono chiese,
in numero sterminato, edificate secolo dopo secolo ovunque nel mondo
cristiano, che invece attestano visivamente l’intreccio delle “duae
civitates” celeste e terrena.
Una di queste – emblematica – è la cattedrale
di Monreale, in Sicilia, eretta nel XII secolo dai re normanni che
pochi decenni prima avevano liberato l’isola dal dominio musulmano.
Le sue dimensioni sono grandiose, paragonabili a quelle della basilica
di San Pietro a Roma. Ma, soprattutto, le sue mura interne sono rivestite
di mosaici a fondo d’oro di 6340 metri quadrati di superficie.
Lungo le pareti vi sono scene dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Sopra il trono del re, in cima alla navata, c’è Cristo
che incorona il normanno Guglielmo II. Sopra il trono del vescovo,
dirimpetto al primo, Guglielmo II offre la nuova cattedrale a Maria.
E nel catino dell’abside (vedi foto) un colossale Cristo benedicente
ha nella mano sinistra il Vangelo aperto sulle parole, in latino
ed in greco: “Io sono la luce del mondo; chi segue me non cammina
nelle tenebre”. Il Cristo nell’abside è il risorto,
il “Pantokrator”, colui che tutto regge, e con la sua
luce, il suo sguardo, la sua potenza avvolge il popolo cristiano
che cammina su questa terra e si riunisce nella chiesa a celebrare
le sacre liturgie.
La cattedrale di Monreale è l’epifania, la manifestazione
visibile della “Civitas Dei”: la città di Dio
che sotto la regalità totale di Cristo unisce in sé sia
la città celeste degli angeli e dei santi, rappresentata
nei mosaici, sia la città terrena degli uomini pellegrini
nel mondo, nella quale il popolo dei fedeli cristiani
si mescola alle genti in attesa dell’annuncio del Vangelo,
così come a tutti quelli che rifiutano Dio fino ad assolutizzarsi
nell’antitesi alla sua città, nella “civitas
diaboli”, la città del demonio. Come la “Civitas
Dei”, anche la Chiesa è insieme celeste e terrena,
e la sua componente terrena rimane mescolata alla città degli
uomini fino al giudizio finale.
Ciò che contraddistingue l’islam è che esso
ha al suo centro il sacro combattimento dei suoi fedeli non
solo per l’unico Dio contro l’idolatria , ma anche per
l’affermazione della “umma”, la comunità musulmana
mondiale, contro la “civitas diaboli” identificata con
i non musulmani.
Da quando Maometto ruppe con la comunità ebraica
di Medina, l’islam pensa se stesso come una comunità in
permanente esodo, su questa terra, verso una meta che è tutta
al di là della storia terrena.
L’islam è essenzialmente profetico,
sempre in battagliero cammino verso un mondo che è oltre, |
...quando invece il cristianesimo è insieme
profetico, sacerdotale e regale, e il Cristo cosmico “Pantokrator” è lo
stesso che si offre, qui e ora, nell’umile “pane
quotidiano” del suo corpo e del suo sangue nell’eucaristia. |
| Per l’islam Maometto è “il profeta”,
l’ultimo e il più grande di tutti, e
la sua profezia è sempre in atto; |
...mentre invece, per il cristianesimo la profezia è chiusa
da quando il Figlio di Dio “è disceso dal cielo” nell’uomo
Gesù |
| mentre per i musulmani c’è di Dio, nella storia,
solo la sua parola increata, eterna e immutabile, il Corano. |
.Per i cristiani la “Civitas Dei” è già presente
nella storia, sebbene ad essa mescolata e non ancora
rivelata nella pienezza del suo compimento; |
Anzitutto perché, nonostante le diversità e i conflitti, esso è da
sempre parte dell’Europa, ne è elemento costitutivo.
Lo dicono gli archi moreschi sull’esterno dell’abside
della cattedrale di Monreale. Lo dice il suo chiostro, con al centro
della fontana una colonna a forma di palmizio stilizzato, arabeggiante.
La grande moschea musulmana di Cordoba, iniziata nell’VIII
secolo in Spagna, è a sua volta una selva di colonne romane
ed è impreziosita da mosaici in puro stile di Bisanzio. L’intero
mondo mediterraneo medievale, sia cristiano che musulmano, aveva
come originaria fonte comune l’eredità della Roma antica.
L’EUROPA GLOBALE
L’Europa come civilizzazione ha confini molto più estesi
di quelli che oggi s’immaginano, quando li facciamo coincidere
con quelli politici dell’Unione Europea.
L’Europa di cui per primo parla lo storico Erodoto nel V secolo
avanti Cristo è inizialmente identificata con la Grecia.
Ma già l’impresa di Alessandro Magno ne dilata enormemente
lo spazio fino all’Asia centrale e all’India. Da lì nasce la “koiné” ellenistica,
col greco come lingua comune.
E su questo spazio Roma estende il suo impero, che
include entrambe le sponde del Mediterraneo, e la valle del Nilo,
e l’Oriente fino al regno dei Parti, e a nord arriva al Danubio,
al Reno, alla Britannia.
È dentro questa civilizzazione, non necessariamente contro
di essa, che nasce e si espande a partire dal VII secolo l’islam,
che man mano conquista la sponda sud del Mediterraneo e la Sicilia,
penetra in Spagna, e ad Oriente contende lo spazio all’impero
romano-cristiano bizantino. La rottura dei commerci e degli scambi
culturali che interviene per un certo periodo tra le due sponde sud
e nord del Mediterraneo – identificata dalla storiografia successiva
nella frattura tra Maometto e Carlomagno – non cancella il
fatto che
Certo, l’islam è anche quello che sottomette
e fa scomparire le fiorenti Chiese dell’Oriente cristiano
e del Nordafrica.
È quello che spinge il suo dominio oltre i Pirenei, che arriva
persino a prendere d’assalto e a saccheggiare la Roma dei papi,
nell’anno 847.
È quello che distrugge i luoghi santi di Gerusalemme e
riconquista la terra di Gesù temporaneamente persa con le Crociate.
È quello che fa capitolare Costantinopoli nel 1453 e
più di un secolo dopo è battuto e respinto a Lepanto ma non arretra,
anzi, ancora un secolo dopo mette sotto assedio Vienna.
Intanto, però, anche all’interno del suo spazio cristiano
l’Europa è dilaniata da guerre sanguinose con l’islam
alleato ora dell’uno ora dell’altro regno.
In quello stesso momento, dall’Ottocento in poi, nasce
anche il mito di una passata età dell’oro, di un’età di
pacifico dialogo multiculturale tra islam e giudeocristianesimo, età collocata
ora in Sicilia, ora in Spagna, ora a Baghdad. In realtà,
di leggenda in larga misura si tratta. Anche nell’Andalusia
dominata dagli Almoadi, così frequentemente ricordata e
lodata, ebrei e cristiani erano sudditi di second’ordine,
sistematicamente vessati, e i due massimi esponenti di quell’epoca
cosiddetta d’oro, l’ebreo Maimonide e il musulmano
Averroé, grande traduttore e interprete di Aristotele, finirono
entrambi la loro vita in esilio.
ISLAM EUROPEO
L’attuale tentazione di escludere la Turchia dall’Europa
ha dunque delle ragioni comprensibili, che Joseph Ratzinger
ha messo in evidenza prima d’essere eletto papa. Ma questa
spinta ad escludere che cristianesimo e islam possano interagire
positivamente è l’effetto perverso di sviluppi molto
recenti.
È da pochi decenni, non da secoli, che dalla Turchia
sono stati falcidiati gli armeni ed espulsi i greci ortodossi.
È solo da pochi decenni che gli ebrei sono scomparsi dai paesi
arabi e del Maghreb.
È da pochi decenni che sono spariti dall’Algeria i numerosi
spagnoli, italiani, francesi, sia cristiani che ebrei, che l’abitavano.
È da pochi decenni che Alessandria d’Egitto è abitata
solo da arabi musulmani e non è più la città cosmopolita
che era sempre stata, dove greci e italiani si mescolavano agli egiziani.
È da pochi decenni che le minoranze cristiane nei paesi arabi
del Medio Oriente si sono ridotte ancor più di numero, spopolate
dall’esodo verso Occidente.
Per non dire di quello che è accaduto alla fine del XX secolo nella
ex Iugoslavia, dove lo scontro di civiltà teorizzato da Samuel
Huntington si è concretizzato in conflitti tra cattolici,
ortodossi e musulmani, con eccidi e spostamenti di popoli
colpevoli d’aver oltrepassato confini politico-religiosi vecchi
di secoli.
Certo, non tranquillizza che un partito islamista radicale come
Hamas abbia vinto le elezioni dello scorso 25 gennaio in Palestina.
Ma se si guardano i fatti sull’arco di secoli – e si
guarda il recente prorompere del religioso nello spazio pubblico – l’alternativa
al radicalismo islamista non può essere l’islam “laico” sognato
da molti in Occidente, intellettuali e governanti. Questo
islam “laico” è appannaggio di regimi autoritari
senza futuro come quello della Siria, oppure di rari scrittori e
uomini d’affari secolarizzati, quasi tutti fuorusciti dai rispettivi
paesi, che non hanno nel mondo musulmano praticamente alcun seguito.
Storicamente, un islam “laico” di grande forza e dimensione
che sia diventato anche un solido stato moderno è quello della
Turchia di Kemal Ataturk. Ma nella stessa Turchia esso è da
tempo sensibilmente in regresso, e il governo è oggi detenuto
da un partito conservatore, democratico in alcuni suoi tratti, e
apertamente religioso.
Anche in Palestina la disfatta di Fatah – il partito che fu
di Yasser Arafat – nelle recenti elezioni ha segnato la fine
di un sistema di potere “laico” sovrimposto, ispirato
a vecchi modelli europei, socialisti e nazionalisti. La vittoria
di Hamas è l’affermazione di un partito che ha saputo
reislamizzare la società. Un’affermazione ottenuta
con procedura democratica, col voto. Ma la democrazia non è solo
procedura, è cultura: una cultura fatta di libertà individuale
e di libera intersezione tra politica e religione.
Il primo percorso è molto difficile ma possibile.
È difficile perché il Corano non è il parallelo di ciò che
per i cristiani sono le Sacre Scritture, ma è piuttosto il parallelo
di Cristo, il Verbo eterno di Dio sceso in terra: e quindi il Corano non è ritenuto
dai musulmani interpretabile e adattabile come lo sono le Sacre Scritture, “divinamente
ispirate” ma pur sempre scritte da uomini. Ma è possibile perché nel
mondo musulmano – soprattutto sciita ma anche sunnita, dal Marocco alla
Turchia all’Indonesia – vi sono correnti che ammettono e praticano
diverse letture del Corano, alcune capaci di coniugarne i principi con la moderna
democrazia.
Proprio a questo molteplice approccio dei musulmani alla rivelazione
divina Benedetto XVI ha dedicato un incontro di studio lo scorso
settembre a Castelgandolfo, assieme a suoi ex allievi di teologia.
Sulla seconda via d’integrazione dei musulmani in
Europa, l’educazione delle menti, Benedetto XVI
ha insistito incontrando a Colonia, lo scorso 20 agosto, alcuni
esponenti della comunità musulmana in Germania. Dopo aver
condannato con parole taglienti il terrorismo compiuto “quasi
potesse essere cosa gradita a Dio”, il papa si è rivolto
così a quei musulmani: “Voi
guidate i credenti nell’islam e li educate nella fede musulmana.
L’insegnamento è il veicolo attraverso cui si comunicano
idee e convincimenti. La parola è la strada maestra nell’educazione
della mente. Voi avete, pertanto, una grande responsabilità nella
formazione delle nuove generazioni. Insieme, cristiani
e musulmani, dobbiamo far fronte alle numerose sfide che il nostro
tempo ci propone”. È questo il dialogo
interreligioso e interculturale fra cristiani e musulmani che Benedetto
XVI vuole. Ai “cari amici musulmani” ha
chiesto unità d’azione “al
servizio dei fondamentali valori morali scanditi in modo inconfondibile
dalla voce sommessa ma chiara della coscienza”. Questa è una
voce che parla a tutti e che il papa confida sia ascoltata e messa
in pratica da tutti.
Weekend di studio sull’islam
tra il papa e suoi ex allievi di teologia
ROMA, 23 gennaio 2006 – L’islam è un tema sul
quale, negli anni, Joseph Ratzinger ha scritto poco. Ma è un
tema che gli è ben presente, tanto più da quando è divenuto
papa. Lo scorso settembre, a Castelgandolfo , Benedetto XVI
ha dedicato proprio all’islam due giornate di studio, a porte
chiuse, assieme a due esperti islamologi e a un gruppo di suoi ex
allievi di teologia. Dell’incontro era trapelata la notizia.
Ma fino allo scorso 5 gennaio nulla si sapeva di ciò che vi
si era detto.
Il 5 gennaio, però, uno degli ex allievi di Ratzinger che
hanno partecipato all’incontro, il gesuita americano Joseph
Fessio, rettore della Ave Maria University di Naples in
Florida e fondatore dell’editrice Ignatius Press,
ne ha fornito un ampio resoconto in uno dei più ascoltati
talk show radiofonici degli Stati Uniti: Hugh Hewitt Show.
Nell’intervista, padre Fessio ha riferito anche il
pensiero espresso dal papa nel corso della discussione.
A suo giudizio, Benedetto XVI riterrebbe inconciliabili l’islam
e la democrazia.
Tuttavia, interpellato da www.chiesa, un altro dei partecipanti all’incontro, Samir
Khalil Samir, gesuita egiziano, professore di islamologia all’Université Saint-Joseph di
Beirut e al Pontificio Istituto Orientale di Roma, ha dato
una diversa interpretazione del pensiero del papa. A giudizio di
padre Samir, Benedetto XVI riterrebbe sì molto difficile
conciliare islam e democrazia, ma non impossibile.
Intervenendo nella discussione, il papa avrebbe proprio voluto spiegare
le ragioni di questa difficoltà.
* * *
L’incontro dello scorso settembre a Castelgandolfo è stato l’ultimo
di una serie di incontri di Ratzinger con suoi ex allievi, uno all’anno.
I primi furono quando Ratzinger era professore di teologia a Ratisbona. Divenuto
arcivescovo di Monaco, lo pregarono di continuare ed egli accettò. Lo
stesso avvenne quando si trasferì a Roma come prefetto della congregazione
per la dottrina della fede. Gli incontri duravano un finesettimana e avvenivano
di solito in un monastero. Al termine dell’incontro del 2004 i partecipanti
si lasciarono con già fissato il tema dell’anno seguente: l’islam,
o più precisamente, il concetto islamico di Dio. Già fissati erano
anche i due esperti che avrebbero introdotto la discussione: padre
Samir
Khalil Samir e un altro gesuita islamologo,
Christian Troll, tedesco.
Nella primavera del 2005, eletto Ratzinger papa, i suoi ex allievi pensarono
che la cosa sarebbe finita. Ma non fu così. Benedetto XVI disse loro che
ci teneva moltissimo a continuare. Il che sta avvenendo. Per l’incontro
del 2006 il tema sarà il rapporto tra cristianesimo e scienza.
* * *
Ecco dunque i passaggi centrali del resoconto radiofonico di padre
Joseph Fessio, intervistato da Hugh Hewitt:
”E il Santo
Padre, con la sua calma beata ma con nettezza, disse...” Da:
The
Hugh Hewitt Show, 5 gennaio 2006
JF(padre Josef Fessio) :
La
relazione introduttiva di padre Troll fu molto interessante. La basò su
uno studioso musulmano del Pakistan di nome Rashan, per vari anni professore
all’Università di Chicago, e la posizione di Rashan
era che l’islam può entrare in dialogo con la modernità,
ma solo se reintepreta radicalmente il Corano, e prende la
specifica legislazione del Corano, come il taglio della mano per i
ladri, o l’avere quattro mogli, o altre cose, e coglie i principi
sottostanti a queste specifiche norme che risalgono all’Arabia
del VII secolo, e li applichiamo oggi, e li modifichiamo, per una nuova
società in cui le donne sono rispettate nella loro piena dignità,
in cui la democrazia ha rilevanza, la libertà religiosa ha rilevanza,
e così via. E se l’islam fa questo, allora sarà in
grado di entrare in dialogo effettivo e di vivere con le altre religioni
e gli altri tipi di cultura.
HH ( Hugh Hewitt ) :
Era ottimista? Pensava che ciò possa accadere?
JF:
Lui lo era. Ma è interessante
notare che in tutti i seminari che ricordo Joseph Ratzinger, padre
Ratzinger, ha sempre lasciato che gli studenti parlassero. Se interveniva,
lo faceva alla fine. Invece questa è stata la prima volta, a
mia memoria, in cui egli è intervenuto subito. E io sono ancora
scosso dal suo intervento, tanto è stato poderoso.
HH: E che cosa ha detto il papa?
JF:
La tesi, dunque, che era stata proposta da padre Troll
era che l’islam può entrare nel mondo moderno se il Corano è reinterpretato
prendendo la specifica legislazione e ritornando ai principi, e poi adattando
questo ai nostri tempi, specialmente alla dignità che noi riconosciamo
alle donne e che è arrivata attraverso il cristianesimo, naturalmente.
E subito il Santo Padre, con la sua calma beata ma con nettezza, disse che questo
pone un fondamentale problema, poiché, disse, nella tradizione islamica
Dio ha dato la sua parola a Maometto, ma è una parola eterna. Non è parola
di Maometto. È così com'è per sempre, è sempre
uguale. Non c’è possibilità di adattarla o di interpretarla,
mentre invece nel cristianesimo, nell’ebraismo, la dinamica è completamente
differente, è Dio che agisce attraverso le sue creature. E quindi non è solo
la parola di Dio, è la parola di Isaia. Non è solo la parola di
Dio, ma è la parola di Marco. Dio ha fatto uso delle sue creature e le
ha ispirate a dire la sua parola al mondo, e quindi ha stabilito una Chiesa nella
quale egli dà l’autorità ai suoi seguaci di trasmettere la
tradizione e di interpretarla. C’è un’intima logica nella
Bibbia cristiana, che permette ciò e richiede che sia adattato e applicato
alle nuove situazioni. Io sono stato... Vorrei proprio saper dire questo con
la calma e la bellezza con cui lui si espresse, ma lui è il papa e io
no, vero? Questa è una delle ragioni. Una fra tante, ma il suo vedere
questa distinzione tra il Corano che è visto come qualcosa che
scende dal cielo e che non può essere adattato o applicato, e
la Bibbia che è una parola di Dio che arriva attraverso una comunità umana,
ecco, questo mi ha davvero scosso.
HH: E allora è corretto descriverlo come pessimista circa la prospettiva
di una modernità che si adatti all’islam nel modo in cui la modernità s’è adattata
al cristianesimo?
JF:
Beh, direi al contrario.
HH: Sì. Intendo questo.
JF:
Appunto, che il cristianesimo possa adattarsi alla
modernità come ha fatto... come gli ebrei fecero con l’Egitto o
i cristiani fecero con la Grecia. Poiché noi possiamo prendere ciò che
lì è buono e possiamo elevarlo attraverso la rivelazione di Cristo
nella Bibbia. Ma l’Islam è bloccato. È bloccato a
un testo che non può essere adattato, o nemmeno interpretato appropriatamente.
HH: E quindi il papa è pessimista sul cambiamento, poiché esso
richiederebbe una radicale reinterpretazione di ciò che il Corano è?
JF:
Appunto, cioè non è possible
per niente, poiché va contro la vera natura del Corano, così come
inteso dai musulmani.
HH: E dunque, anche quel processo dialettico che è stato la Riforma non è possibile
nell’islam?
JF:
No. E poi una seconda cosa che egli non disse, ma
che io avrei detto, avrei potuto dire in quel momento... e questo da un punto
di vista cattolico, è che non c’è nessuno che interpreti
il Corano ufficialmente. La Chiesa cattolica ha un interprete ufficiale, che è il
Santo Padre con i vescovi.
Dunque, stando al resoconto di padre Fessio,
Benedetto XVI giudicherebbe l’islam incompatibile con la
democrazia.
Stando invece a un altro partecipante al medesimo incontro, l’islamologo
gesuita Samir Khalil Samir, il papa sarebbe meno pessimista. Riterrebbe
possibile l’incontro tra islam e democrazia, ma “a
condizione di una radicale reinterpretazione del Corano e della concezione
stessa della rivelazione divina”.
Nel secondo giorno del colloquio di Castelgandolfo, intervenendo
come esperto, padre Samir sviluppò proprio questo aspetto
della questione. La disputa non è solo teorica. L’una
o l’altra interpretazione ha forti riflessi anche geopolitici.
La complessiva strategia americana in Iraq e nel Grande Medio Oriente è fondata
proprio sulla possibilità che in quelle regioni musulmane
nasca e cresca la democrazia. E così il futuro dei milioni
di immigrati musulmani in Europa. Un islam conciliato con la democrazia
ne consente l’integrazione. Un islam incapace di distinguere
tra Dio e Cesare li trattiene in stato di “alienazione”.
È quanto scrisse anni fa Ratzinger in uno dei suoi rari commenti
sull’islam, in tre pagine del libro-intervista “Il
sale della terra”, pubblicato in Germania nel 1996, negli
Stati Uniti l’anno seguente – per i tipi dell’Ignatius
Press, l’editrice di padre Joseph Fessio – e in
Italia nel 2005 dalle Edizioni San Paolo.
È il brano riportato qui sotto. Da leggersi con l’avvertenza
che da quando fu scritto sono passati quasi dieci anni densissimi
di avvenimenti e di ulteriori riflessioni:
”La shari’a plasma una società da
cima a fondo...”
di Joseph Ratzinger
Anzitutto, si deve ricordare che l’islam
non è una grandezza unitaria, non ha nemmeno un’istanza
unitaria, perciò il dialogo con l’islam non è sempre
un dialogo con determinati gruppi. Nessuno può parlare
a nome di tutto l’islam, che non ha un magistero dottrinale
comune. Indipendentemente dalle divisioni tra sunniti e
sciiti, esso si presenta anche in diverse varianti. C’è un’islam “nobile” rappresentato
ad esempio dal re del Marocco, e c’è quello estremista
e terrorista, che però non deve neppure essere identificato
con l’islam in generale, poiché gli si farebbe comunque
torto.
È importante chiarire che l’islam pensa e organizza
in maniera completamente diversa i rapporti tra società, politica
e religione. Se oggi si discute in Occidente della possibilità di
facoltà teologiche islamiche o del concetto di islam come
ente di diritto pubblico, si presuppone allora che tutte le religioni
siano ovunque strutturate in modo uguale; che esse si adattino tutte
a un sistema democratico, con i suoi ordinamenti e i suoi spazi di
libertà, garantiti proprio da questi stessi ordinamenti. Tutto
questo, però, appare in contraddizione con l’essenza
stessa dell’islam, che non conosce affatto la separazione tra
la sfera politica e quella religiosa, che il cristianesimo portava
in sé fin dall’inizio. Il Corano è una
legge religiosa che abbraccia tutto, che regola la totalità della
vita politica e sociale e suppone che tutto l’ordinamento della
vita sia quello dell’islam. La shari’a plasma una società da
cima a fondo. Di conseguenza l’islam può sfruttare
tali libertà, concesse dalle nostre costituzioni, ma non può porre
tra le sue finalità quella di dire: sì, ora siamo anche
noi ente di diritto pubblico, ora siamo presenti come i cattolici
e i protestanti. A questo punto esso non ha ancora raggiunto pienamente
il suo vero scopo, si trova ancora in una fase di alienazione.
Diversamente dai nostri modelli,
l’islam pensa la realtà della vita e della società in
maniera assolutamente totalizzante, esso abbracccia tutto e il suo
ordinamento della vita è diverso dal nostro. Esiste
un chiaro assoggettamento della donna all’uomo, come anche
un ordinamento del diritto penale e delle relazioni sociali molto
rigido e opposto ai nostri moderni concetti di società. Deve
esserci chiaro che non si tratta di una confessione come tante altre,
e non si inserisce nello spazio di libertà della società pluralistica.
Se lo si presenta così, come oggi talvolta capita, l’islam è declinato
secondo un modello cristiano e non è visto nella sua vera
essenza. Perciò il problema del dialogo con l’islam è naturalmente
molto più complicato di quanto avvenga nel dialogo tra cristiani.
Il rafforzamento mondiale dell’islam è un fenomeno
che presenta vari aspetti. Da una parte vi concorrono degli aspetti
finanziari. Il potere finanziario raggiunto dai paesi arabi permette
loro di costruire dappertutto grandi moschee e di assicurare una
presenza di istituzioni culturali musulmane. Questo però è sicuramente
solo un fattore. l’altro è una identità rafforzata
ed una nuova autocoscienza.
Nella situazione culturale del secolo XIX e dell’inizio del
secolo XX, dunque fino agli anni Sessanta, la superiorità dei
paesi cristiani era militarmente, politicamente, industrialmente
e culturalmente così significativa, che l’islam era
confinato in secondo piano e le civiltà di tradizione cristiana
si potevano configurare come la potenza vittoriosa della storia
mondiale. Poi è sopravvenuta la grande crisi morale del
mondo occidetnale, che è poi il mondo cristiano. Di fronte
alle profonde contraddizioni dell’Occidente e alla sua confusione
interiore – di fronte alla quale contemporaneamente si sviluppava
una nuova potenza economica dei paesi arabi – si è risvegliata
l’anima islamica: siamo noi che abbiamo una identità migliore,
la nostra religione resiste, voi non ne avete più nessuna.
Oggi sono proprio questi i sentimenti del mondo musulmano: i paesi
occidentali non sono più in grado di portare nessun messaggio
di carattere morale, hanno da offrire al mondo solo know-how; la
religione cristiana ha abdicato, non esiste più come religione;
i cristiani non hanno più morale né fede, ci sono
solo i resti di qualche moderna idea illuministica; noi abbiamo
la religione che resiste.
Così i musulmani hanno ora la consapevolezza che l’islam,
alla fine, è davvero rimasto sulla scena come la religione
più vitale, che essi hanno da dire al mondo qualcosa e che
sono dunque la vera forza religiosa del futuro. Prima la shari’a
e tutto il resto erano usciti di scena, ora c’è il
nuovo orgoglio. Così si è risvegliato un
nuovo entusiasmo, una nuova intensità nel voler vivere l’islam.
Questa è la sua grande forza: abbiamo un messaggio morale,
che è ininterrotto dall’epoca dei profeti, e diremo
al mondo come si può vivere, i cristiani non lo possono
più fare. Con questa forza interiore dell’islam,
che sta affascinando anche gli ambienti accademici, dobbiamo sicuramente
confrontarci.
Il libro da cui è stato tratto il brano:
Joseph Ratzinger, “Il sale della terra. Cristianesimo e
Chiesa cattolica nel XXI secolo”, un colloquio con Peter
Seewald, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2005
Precisazioni sul pensiero del
Papa sull'Islam
Padre Fessio ammette di aver “riferito
male ciò che il Santo Padre effettivamente disse”.
Riconosce che “la messa a punto di Samir
Khalil Samir è accurata”.
E spiega:
“La più importante chiarificazione
[che intendo fare] è che il Santo Padre non ha detto, né io ho
detto, che ‘l’islam è incapace di riforma’. [...]
Ho fatto un serio errore di precisione quando ho detto che il Corano ‘non
può essere adattato o applicato’ e che ‘non c’è possibilità di
adattarlo o interpretarlo’. Questo è certamente ciò che
il Santo Padre non ha detto. Sicuramente il
Corano può essere ed è stato interpretato e applicato. Ho
fatto una sintesi (troppo) sbrigativa della distinzione che il Santo Padre
ha fatto tra il dinamismo interiore del Corano come testo divino consegnato
come tale a Maometto, e quello della Bibbia che è sia parola di Dio
sia parola di uomini ispirati da Dio, dentro una comunità che contiene
interpreti autorizzati divinamente nominati (i vescovi in comunione col papa)”.
Padre Fessio aggiunge d’essere incorso anche in incomprensioni
di linguaggio:
“L’incontro del Santo Padre
con i suoi ex allievi era informale. L’introduzione e la
discussione erano in tedesco e il Santo Padre non parlava su un
testo preparato. Il mio tedesco è passabile, ma non interamente
affidabile. I miei successivi commenti in un’intervista radiofonica
in diretta furono estemporanei. Penso di aver parafrasato il Santo
Padre con una complessiva fedeltà, ma l’aver riferito
da parte mia ciò che egli disse è stata una mancanza
di discrezione, e le mie parafrasi improvvisate in un’altra
lingua non dovrebbero essere usate per una accurata esegesi del
pensiero del Santo Padre”. Insomma: “Vorrei
che siano rimesse le cose al giusto posto e che sia evitata una
difficoltà non necessaria al Santo Padre. La verità è sempre
cruciale, ma specialmente qui dove la posta in gioco è così alta.
Sono dispiaciuto di aver oscurato la verità con i miei non
chiari commenti”.
Lettera del 20 gennaio a “The Washington Times”
* * *
Anche Padre troll chiarisce:
“Ho preso parte al seminario di
cui parla padre Fessio e mi è capitato di essere la persona
che ha tenuto la relazione introduttiva su Fazlur Rahman, da lui
citata.
“Posso solo dire che le parole riportate del Santo Padre, tra l’altro,
mettono a fuoco il ben noto punto di differenza essenziale tra la teologia
classica musulmana e quella cattolica, concernente la parola di Dio e la rivelazione/ispirazione.
Esso suggerisce anche che il pensiero teologico musulmano deve tener conto
del peso delle sue profondamente radicate convinzioni di fede e della visione
teologica cui continua a dar forma.
“Comunque assolutamente non ricordo che il Santo Padre abbia detto le
parole riportate alla fine di un paragrafo della nota di D. Pipes, ‘The
Pope and the Koran’, secondo cui ‘non c’è possibilità di
adattarlo o di interpretarlo’.
“Il Santo Padre è abbastanza bene informato per sapere che sono
esistite ed esistono tuttora, probabilmente in crescita, altre interpretazioni
della realtà coranica in rapporto a una teologia della rivelazione.
Queste visioni e ricerche musulmane, sembra, non informano (ancora?) il pensiero
e la ricerca di un considerevole movimento od organizzazione islamica – e
non sappiamo quali futuri problemi si prospettino a questo riguardo – ma
esistono e sono vivacemente discusse in molti luoghi, sia nell’accademia
che fuori.
“Un dibattito aperto su queste materie
non sembra ancora possibile nel mondo arabo,
ma la società turca e quella indonesiana consentono uno spazio relativamente
maggiore per esporre e discutere simili idee, e i paesi cosiddetti occidentali
offrono anche più spazio.
“Recentemente ho pubblicato il saggio ‘Progressives Denken im
Zeitgenössischen Islam’ (‘Rassegna critica sul pensiero progressista
nell’islam contemporaneo’) nel numero 4 di ‘Islam und Gesellschaft’,
che esamina questo pensiero religioso. L’originale tedesco e la traduzione
inglese possono essere richiesti a Franziska Bongartz, Friedrich-Ebert-Stiftung.
D-10785 Berlin, Hiroshimastr. 17, e-mail: Franziska.Bongartz@fes.de”.
17 gennaio 2006- lettera a Daniel Pipes.
* * *
Il professor Stephan Horn, tedesco, salvatoriano, coordinatore del
Ratzinger-Schülerkreis, ossia del circolo degli ex allievi dell’attuale
papa, scrive:
“Caro Sandro Magister,
a proposito dell’incontro privato (non segreto)
del Ratzinger-Schülerkreis col Santo Padre, confermo
la correzione che padre Joe Fessio ha inviato al direttore
del Washington Times. Anche il vostro servizio ‘Islam
e democrazia” ha bisogno di una correzione. L’argomento
dell’incontro non era ‘Islam e democrazia’.
Parlando dell’intervento del prof. Troll, padre
Fessio si richiamò alle tesi proposte da un teologo
musulmano per spiegare il Corano al moderno mondo occidentale.
Nel far questo, padre Fessio spiegò la cosa agli
ascoltatori di The Hugh Hewitt Show usando anche la parola ‘democrazia’.
Egli fece riferimento a un intervento fatto dal Santo
Padre che in realtà riguardava un tema teologico:
la differenza del concetto di rivelazione nel Corano
e nella rivelazione cristiana. Così l’articolo
dà ai lettori un’impressione erronea riguardo
al pensiero del Santo Padre. Il rispetto per il Santo
Padre e per la verità mi obbliga ad offire questa
correzione della presentazione da voi fatta, a nome del
Ratzinger-Schülerkreis”.
24 gennaio 2006, lettera a Sandro Magister
* * *
Gerald E. Nora dagli Stati Uniti e Stefano Ceccanti dall’Italia
commentano:
Nora – che insegna diritto alla Loyola University di Chicago – sottolinea
che “è importante distinguere i differenti
contesti delle distinte affermazioni del papa sull’islam. L’intuizione
del papa che l’islam ha un impedimento a cambiare che il
cristianesimo non ha (cioè un Corano che è la
letterale, non interpretabile parola di Dio, contrapposto alla
Bibbia che contiene molteplici parole di umani ispirati da Dio) è importante metterla in evidenza
quando degli occidentali anticipano con slancio superottimistico una riforma
dell’islam. Dunque ha fatto
bene il papa ad evidenziare questo punto quando il gruppo di discussione
a Castelgandolfo si è messo sulla strada sbagliata. Ciò è coerente con altre
sue osservazioni che riconoscono le molte forme (cioè gli aspetti non
monolitici) che l’islam ha assunto nella sua storia dentro i limiti posti
dalla legge coranica e i diversi sistemi di governo”.
Ceccanti – che insegna diritto costituzionale all’Università di
Roma La Sapienza – ricorda che “studiando
le dichiarazioni islamiche dei diritti, ho notato che ciò che osta al
riconoscimento di democrazia e di diritti è esattamente il peso del
Corano, che è usato direttamente come norma vigente, dato che è visto
come parola di Dio senza mediazioni. Per risolvere durevolmente
il nodo giuridico e politico bisogna prima affrontare e risolvere
quello teologico. Infatti,
esaminando poi le singole costituzioni dei paesi musulmani, si
trovano sino ad oggi solo equilibri pragmatici (tipo definire la
Shari’a ‘una fonte
del diritto’) che non mettono al riparo da ondate di involuzione. L'evoluzione
del mondo musulmano verso la democrazia è dunque possibile, ma trova ostacoli
seri”.