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Due diversi commenti
di intelletuali islamici al discorso di Bendetto XVI a Ratisbona.
publicati da www.chiesa.espressonline.it
1. “È necessario
rimettere il Corano nelle mani di ciascun musulmano...”
di Khaled Fouad Allam- nato in Algeria, residente
in Italia, professore di islamologia alle università di Trieste
e di Urbino, molto letto e ascoltato in campo cattolico.
Gli attentati alle torri gemelle perpetrati da Al Qaeda, il massacro
dei bambini di Beslan ad opera di un gruppo fondamentalista ceceno
e i massacri in Algeria firmati dal GIA sono un prodotto dell'islam
come tale oppure sono un prodotto dell'attuale sequenza storica dell'islam?
La violenza sarebbe contenuta geneticamente nell'islam?
A questa grave e inquietante domanda papa Benedetto XVI, dalla cattedra
dove alcuni anni fa insegnava a Ratisbona, ha cercato di rispondere
citando sure e versetti del Corano e racconti sul profeta Mohammed.
Il Santo Padre ha citato un celebre versetto della sura più lunga
del Corano, la sura della Vacca, composta da 286 versetti, una sura
che – per precisare l'affermazione del papa – non fa
parte delle sure della Mecca ma di quelle di Medina: “Nessuna
costrizione nelle cose di fede”.
Va ricordato che il Corano è composto da 114 capitoli detti
sure, ed è suddiviso al suo interno a seconda della provenienza
delle sure. ,
formazione che avrà luogo
dal 622 fino al 632, data della morte del Profeta.
Nel periodo medinese [ = di Medina n.d.r.] , in cui si struttura
la prima comunità dell'islam,
la rivelazione continua. Per i musulmani, ciò significa che
la profezia continua a ispirare la comunità.
La differenza fra sure meccane e medinesi è dunque estremamente
importante, perché su questo punto nell'islam si sono innescate
varie polemiche. Ad esempio, anni fa un celebre teologo e intellettuale
sudanese, Mohammed Taha, affermò che le sure medinesi, che sono
le sure più politiche del Corano, corrispondono ai quadri mentali
e psicologici di un islam del VII secolo, e che probabilmente il profeta
Mohammed, non avendo mai visto la stesura definitiva del testo coranico,
non avrebbe inserito le sure medinesi nel testo coranico ma in un altro
testo.
In seguito a quelle affermazioni, il teologo Taha fu condannato
a morte dal regime sudanese per apostasia e fu impiccato nel 1983.
Il Santo Padre solleva dunque un immenso problema riguardo alla reale
posizione del Corano di fronte alla questione della violenza.
Il problema è veramente complesso, perché il testo coranico
non può considerarsi un semplice libro: ha bisogno di uno strumento
per essere chiarito e interpretato. Già il celebre Averroè nel
suo trattato dal titolo “L’accordo fra religione e filosofia” affermava: “Esistono
nella legge divina, il Corano, dei passaggi che hanno un significato
esteriore, la cui interpretazione è obbligatoria per gli uomini
nella dimostrazione razionale, e che essi non possono interpretare
alla lettera”.
Lo strumento del commentario coranico è fondamentale. Già secoli
fa la teologia classica aveva messo in luce le contraddizioni all'interno
del Corano fra versetti abroganti e versetti abrogati, risolvendole
affermando che se vi sono due principi in contraddizione tra loro,
il principio positivo abroga quello negativo.
Il celebre versetto citato da papa Benedetto XVI può essere
letto secondo due opposte interpretazioni.
Secondo la teologia classica – e secondo la teologia di tipo
liberale – questo versetto dovrebbe abrogare tutti i versetti
che incitano alla violenza.
Ma oggi, in una situazione caratterizzata dal monopolio di una teologia
neofondamentalista, è quel versetto che viene invece di fatto
abrogato, nel senso che molti non ne tengono assolutamente conto, come
fanno ad esempio i salafisti.
Il problema dunque non è tanto ciò che è contenuto
nel testo coranico, ma come gli esseri umani si ispirino ad esso, alla
rivelazione. Perché tutte le società producono la violenza;
ma non tutte risolvono la questione della violenza secondo gli stessi
metodi.
Il cristianesimo ad esempio, come ha brillantemente dimostrato René Girard,
risolve il problema della violenza attraverso la figura di Gesù Cristo
e la sua crocifissione.
Nell'islam invece tutto è demandato alla capacità dei
singoli esseri umani di scegliere tra il bene e il male, come recita
un versetto del Corano: “Dio non cambia il vissuto degli uomini
finché essi non cambino per primi”.
Ma perché ciò avvenga è necessario rimettere
il Corano nelle mani di ciascun musulmano, vale a dire spezzare la
terribile catena del fondamentalismo che si autoproclama unico detentore
della verità.
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2. “L’immagine di un islam violento e irragionevole è fondamentale
nella lezione di Benedetto XVI...”
di Aref Ali Nayed - nato in Libia, attualmente managing
director di un’azienda tecnologica con sede negli Emirati Arabi Uniti,
ha studiato filosofia della scienza ed ermemeutica negli Stati Uniti
e in Canada, ha seguito corsi alla Pontificia Università Gregoriana
di Roma e ha tenuto lezioni al Pontificio Istituto di Studi Arabi e
d’Islamistica. È consulente all’Interfaith Program
dell’università di Cambridge. È musulmano sunnita
osservante e si qualifica “di scuola Asharita in teologia, Malikita
in giurisprudenza e Shadhilita-Rifai nell’orientamento spirituale”.
[...] Dopo l’amabile esordio della sua lezione, Benedetto XVI
improvvisamente evoca un lascito sconvolgente:
“Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente
lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster)
del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo,
forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con
un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di
ambedue”.
Non è chiaro in che senso il dialogo del Paleologo abbia fatto “tornare
in mente” a Benedetto XVI “tutto questo”. Avrei preferito
pensare che a Benedetto XVI fosse tornato in mente il valore della
discussione ragionata basata sulla comune umanità, per il fatto
che un cristiano e un musulmano tenevano una discussione ragionata
nel pieno di una guerra d’assedio. Ma purtroppo penso che una
più probabile interpretazione sia che a Benedetto XVI sia tornata
in mente la presunta intima relazione tra la fede cristiana e la ragione
per il fatto che un cristiano, messo a fronte di un islam violento,
tuttavia concentrava l’attenzione proprio sull’equazione
tra fede e ragionevolezza.
Benedetto XVI, prendendo spunto da una situazione di “assedio”,
fa rivivere una scena dell’assedio di Costantinopoli, con tutto
il simbolismo ad esso associato:
“Fu presumibilmente l'imperatore stesso ad annotare, durante
l'assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo;
si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati
in modo molto più dettagliato che non quelli del suo interlocutore
persiano. Il dialogo si estende su tutto l'ambito delle strutture della
fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto
sull'immagine di Dio e dell'uomo, ma necessariamente anche sempre di
nuovo sulla relazione tra le – come si diceva – tre ‘Leggi’ o
tre ‘ordini di vita’: Antico Testamento, Nuovo Testamento,
Corano. Di ciò non intendo parlare ora in questa lezione; vorrei
toccare solo un argomento – piuttosto marginale nella struttura
dell’intero dialogo – che, nel contesto del tema ‘fede
e ragione’, mi ha affascinato e che mi servirà come punto
di partenza per le mie riflessioni su questo tema”.
È strano che Benedetto XVI abbia selezionato un punto riconosciuto “marginale” di
un oscuro dialogo medievale, scritto in un momento particolarmente
anormale e teso, per cercare un “punto di partenza” della
sua riflessione su “fede e ragione”. Uno potrebbe immaginare
un numero infinitamente ampio di possibili punti di partenza più diretti
ed efficaci.
Molti punti di partenza alternativi avrebbero aiutato Benedetto XVI
a sviluppare i suoi punti su fede e ragione senza usare uno sfigurato
fantoccio dell’islam. Il legame tra il dialogo medievale e il
punto centrale della lezione risulta artificiale e distante; evocare
quel dialogo senza un motivo necessario danneggia le relazioni cristiano-musulmane.
In un tempo in cui abbiamo veramente bisogno di sanare queste relazioni.
Inoltre, di tutte le sezioni del libro dell’imperatore, il papa
sceglie di concentrare l’attenzione su quella concernente la
guerra santa o Jihad:
“Nel settimo colloquio- controversia edito dal prof. Khoury,
l'imperatore tocca il tema della Jihad, della guerra santa. Sicuramente
l'imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: ‘Nessuna
costrizione nelle cose di fede’. È una delle sure del
periodo iniziale, dicono gli esperti, in cui Maometto stesso era ancora
senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva
anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano,
circa la guerra santa”.
È anche interessante che Benedetto, invocando l’autorità di
anonimi “esperti”, sbrigativamente liquidi la chiara e
normativa regola del Corano ‘Nessuna costrizione nelle cose di
fede’ asserendo che essa fu sostenuta da Maometto (la pace
sia sopra di lui) in tempi di debolezza.
Invece di valorizzare questa regola e sfidare i musulmani di oggi a
conformare ad essa la loro vita, il papa liquida un’importante
risorsa islamica per la ragionevolezza e la pace vedendo in essa una
falsa posizione islamica che fu sostenuta solo a motivo di una temporanea
mancanza di potere.
In nessun momento della storia giuristi musulmani
hanno autorizzato legalmente la conversione forzata di popoli di altre
religioni. Questo
vitale versetto è stato il fondamento della tolleranza che i
musulmani hanno mostrato concretamente verso i cristiani e gli ebrei
che vivevano in mezzo a loro. È molto pericoloso per il papa
liquidare un versetto coranico che ha formato nei fatti e forma tuttora
una garanzia di salvezza giuridica e storica per i cristiani e gli
ebrei che vivono tra i musulmani.
Per di più, la scoraggiante asserzione da parte di Benedetto
XVI che Maometto (la pace sia sopra di lui) abbia cambiato a capriccio
i principi e gli insegnamenti giuridici dell’islam, a seconda
della sua debolezza o forza, è semplicemente una eco di ostili
vedute pregiudiziali che affiorano ogni volta nella polemica cristiana
e occidentale contro l’islam. Più saggi e misurati consigli
avrebbero salvato Benedetto XVI dall’adottare simili pregiudizi.
L’immagine di un Profeta opportunista, che Benedetto XVI evoca
di passaggio, è profondamente dolorosa e offensiva per i musulmani.
Che cosa avrebbe provato Benedetto XVI se dei musulmani avessero sostenuto
che la Chiesa cattolica è diventata tollerante con i musulmani
e gli ebrei solo dopo che ha perso il suo potere in Europa, e che questa
tolleranza è stata assicurata nei fatti dagli stati secolari
e non dalla Chiesa, che l’avrebbe fatta propria solo opportunisticamente?
Un punto come questo è prevedibile che arrechi dolore ed offesa.
Si immagini, poi, il dolore e l’offesa che noi musulmani proviamo
quando Benedetto XVI sostiene che il nostro amato Profeta è un
opportunista che insegna una cosa quando è senza potere, solo
per capovolgerla quando diventa più forte.
Benedetto XVI prosegue:
“Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento
tra coloro che possiedono il ‘Libro’ e gli ‘increduli’...”
Di nuovo, Benedetto XVI stranamente liquida, di passaggio, un’altra
risorsa islamica per la tolleranza nei confronti dei cristiani e degli
ebrei. L’islam ha sempre distinto tra il “popolo del Libro” (i
cristiani e gli ebrei) e i semplici pagani. Il popolo del Libro che
vive nelle comunità islamiche ha sempre avuto garantiti i diritti
a pregare in pace grazie soprattutto a questa importante distinzione. È molto
importante notare che alcuni dei ragionamenti d’odio di recenti
terroristi pseudo-islamici hanno fatto di tutto per dissolvere la distinzione
tra cristianesimo e paganesimo (chiamando i cristiani “adoratori
della Croce”) precisamente al fine di rimuovere la protezione
giuridica garantita al cristianesino e all’ebraismo dalla giurisprudenza
islamica. Benedetto XVI sembra implicare che queste distinzioni sono
di scarsa importanza e solo nascondono la pretesa intolleranza dell’islam.
Quindi Benedetto XVI arriva a citare uno dei più sconvolgenti
passaggi del discorso dell’imperatore:
“Egli, in modo sorprendentemente brusco, brusco al punto di stupirci,
si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale
sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: ‘Mostrami
pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto
delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere
per mezzo della spada la fede che egli predicava’”.
Questo passaggio carico d’odio e di offesa è quello
che i media hanno più ripreso e contro cui si sono per lo più scagliate
le reazioni popolari musulmane.
Tragicamente, Benedetto XVI, avendo evocato dal suo storico letargo
questo brano di letteratura dell’odio, manca di prendere personalmente
le distanze dall’opinione del suo autore originale. Egli usa
termini come “brusco”, “al punto da stupirci”, “in
modo così pesante”. Ma in ogni caso, nessuna di queste
epressioni costituisce un giudizio negativo o un rifiuto dell’opinione
dell’autore originale. In realtà, esse possono anche essere
lette come indicative di un sottile sostegno a una supposta audacia
magari un po’ incauta.
Quando uno cita gratuitamente un testo molto oscuro che esprime cose
piene d’odio ha l’obbligo morale di spiegare perché ha
voluto citarlo e l’ulteriore obbligo di replicare ad esso e di
eliminare l’odio che vi è espresso. Altrimenti, è più che
ragionevole pensare che la persona che cita il testo offensivo lo intende
e condivide le vedute espresse in esso.
Affermare che non era presente nessun intento offensivo e che i musulmani
semplicemente non hanno capito il testo, angosciosamente aggiunge insulto
ad ingiuria. Questo è il motivo per cui le quasi-scuse di Benedetto
XVI non sono state ritenute sufficienti da molti musulmani. Tutte le
prese di posizione vaticane fin qui avute, compreso il discorso di
Benedetto XVI, si rammaricano per il fatto che i musulmani avrebbero
male interpretato la lezione del papa e avrebbero reagito male ad essa.
Un simile approccio semplicemente accusa i musulmani di mancanza di
comprensione e di reazione sproporzionata. Questo approccio, invece
di mitemente e umilmente ammettere l’offesa che si è recata,
biasima gli offesi per il modo sbagliato con cui hanno preso l’insulto!
Molti fedeli cattolici, sfortunatamente, hanno visto il rifiuto musulmano
delle quasi-scuse e le reazioni emotive dei musulmani alle parole sul
loro Profeta (la pace sia sopra di lui) come indicative della corretta
ed eroica posizione di Benedetto XVI.
Benedetto prosegue:
“L'imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante,
spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede
mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in
contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. ‘Dio non
si compiace del sangue – egli dice –, non agire secondo
ragione è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto
dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla
fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare
correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per
convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del
proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque
altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…’"
Curiosamente, se uno consulta un buon libro di esegesi coranica classica
(Tafsir) per un’esegesi del versetto “Nessuna costrizione
nelle cose di fede”, troverà spiegazioni che sono molto
simili a ciò che l’imperatore dice a proposito del cuore
e dell’anima come dimora della fede. Tutti i trattati teologici
musulmani hanno una sezione sulla fede (Iman). C’è unanimità tra
tutti i teologi musulmani nel ritenere che la
fede risiede nella dimora del cuore o dello spirito e che nessuna costrizione
fisica può mai
intaccarla.
È interessante notare che Benedetto XVI è stato per
molti anni prefetto della fede della Chiesa cattolica. Il prefetto
della fede è la lontana versione moderna dell’Inquisizione.
L’Inquisizione raramente rispettava la santità del cuore
umano in materia di fede. Tragicamente, per musulmani ed ebrei, specialmente
in Spagna, la Chiesa usava una terrificante batteria di tecniche di
torture fisiche per far convertire musulmani ed ebrei al cristianesimo.
L’Inquisizione non si attenne mai a criteri come quello dell’imperatore: “Per
convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre
né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di
qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte”. Tutti dovremmo imparare da questo criterio.
È coranicamente normativo per i musulmani chiamare al sentiero
di Dio con saggezza, consigli pacati e discussione corretta. Niente
stabilisce nell’islam che si torturi per convertire la gente.
L’Indonesia e la Malesia contano più musulmani che tutti
i paesi arabi sommati. Nessun esercito ha mai invaso quelle terre.
Come si è diffuso là l’islam?
Tuttavia sarebbe disonesto o ingenuo asserire che nessun esercito musulmano
ha mai conquistato qualche terra. In ogni caso, creare un dominio nel
quale Dio può essere liberamente adorato non comporta convertirne
gli abitanti con la forza o con la “spada”. Le conquiste
musulmane raramente si sono trasformate in conversioni forzate. La
prova è evidente: terre dominate dai musulmani hanno ancora
minoranze cristiane. Quanti musulmani o ebrei sono rimasti in Spagna
dopo che i cattolici Ferdinando e Isabella l’hanno riconquistata?
Curiosamente, dei musulmani, come immigranti, sono stati in grado di
rientrare in Europa sotto le politiche multiculturali dell’Europa
secolare. Se la Chiesa cattolica avesse mantenuto il potere questo
sarebbe stato possibile? Lo stesso Benedetto XVI è famoso per
aver respinto la richiesta della Turchia di diventare parte dell’Europa
per mancanza dei diritti religiosi e delle credenziali culturali.
In alcuni passati documenti vaticani i musulmani sono stati talvolta
richiesti di dimenticare il passato (quando riguarda l’Inquisizione
o le Crociate). Nell’islam, il riconoscimento e il rammarico
sono necesssarie precondizioni di veri pentimento e perdono. Benedetto
XVI, citando con fare compunto le odiose accuse di un imperatore morto
tempo fa, dimentica in modo stupefacente l’uso della tortura,
la crudeltà e le violenze nella storia della Chiesa cattolica,
non solo contro i musulmani, ma contro gli ebrei e gli stessi cristiani.
La violenza inflitta, o appoggiata, dalla Chiesa cattolica si è prolungata
fino ai tempi moderni attraverso il sostegno alle conquiste coloniali
europee del resto del mondo. I missionari, specialmente gesuiti, andavano
mano nella mano con i colonialisti nelle Americhe, in Africa e in Asia.
Nella mia Libia natale le armate fasciste italiane e le squadre della
morte erano benedette dalle locali autorità cattoliche nelle
piazze delle cattedrali prima di partire in caccia dei combattenti
della resistenza libica. Questo avveniva alla fine degli anni Trenta.
I soldati etiopici che i fascisti facevano marciare alla testa delle
armate italiane portavano grosse croci rosse sui loro petti, proprio
come i Cavalieri di San Giovanni quando fecero strage degli abitanti
di Tripoli nel Cinquecento.
L’immagine di un cristianesimo non violento ed ellenisticamente
ragionevole contrapposto a un islam violento e irragionevole è fondamentale
nella lezione di Benedetto XVI. Questa immagine di sé è spaventevolmente
superba e dimentica troppi dolorosi fatti storici. È molto importante
per il nostro mondo che noi tutti cominciamo a vedere le travi che
sono nei nostri occhi, piuttosto che le pagliuzze negli occhi dei nostri
fratelli.
Benedetto XVI dice poi:
“L'affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione
mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario
alla natura di Dio. L'editore, Theodore Khoury, commenta: per l'imperatore,
come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest'affermazione è evidente.
Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente.
La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie,
fosse anche quella della ragionevolezza. In questo contesto Khoury
cita un'opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva
che Ibn Hazm si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato
neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare
a noi la verità. Se fosse sua volontà, l'uomo dovrebbe
praticare anche l'idolatria”.
L’“affermazione decisiva” di Benedetto XVI è: “non
agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”.
Questa affermazione è molto complessa ed è aperta a
molte interpretazioni e discussioni. Ciò che stupisce è la
rapidità e la facilità con cui essa è utilizzata
per dar corpo a ciò che finisce per essere uno sconvolgente
falso contrasto tra un cristianesimo amante della pace e ragionevole
e un islam violento e irragionevole!
Il motivo della rapidità e facilità è il fatto
che tale contrasto è un pezzo forte di quelle che possono essere
chiamate “tavole dei contrasti”, spesso utilizzate in qualche
discorso missionario e polemico. L’idea di simili tavole è di
mettere il cristianesimo in cima a una colonna e l’islam in cima
all’altra. Dopo di che uno riempie la tavola con polarità del
tipo: amore-legge, pace-violenza, libertà-schiavitù,
liberazione della donna-oppressione della donna, e così via.
Simili tavole fanno ricordare le tavole che gli ateniesi, i romani
e anche gli idealisti tedeschi (che hanno un’influsso sul papa
bavarese) spesso sviluppavano per contrapporre i “civilizzati” ai “barbari”,
gli “europei” ai “non-europei”.
Sfortunatamente, per i loro proponenti queste tavole non funzionano
mai. Esse sono rozzamente ipersemplificate e creano contrasti alle
spese della verità e dell’equità. Nell’islam,
proprio come nel cristianesimo, non c’è ragione umana
calcolatrice che salvi, ma piuttosto la libera incondizionata grazia
(Rahma) di Dio.
Una delle molte grazie che Dio dona agli esseri umani è il
dono della ragione.
La ragione è un dono di Dio che non può essere al di
sopra di Dio. Questo è il punto centrale di Ibn Hazm; un punto
che è stato parafrasato in forma mutilata dalle dotte fonti
di Benedetto XVI. Ibn Hazm, come i teologi Ashariti con i quali spesso
polemizzava, insisteva sull’assoluta libertà dell’agire
di Dio. In ogni caso Ibn Hazm riconosceva, come molti altri teologi
musulmani, che Dio sceglie liberamente, nella sua compassione verso
le sue creature, di agire ragionevolmente in coerenza con se stesso,
così che noi possiamo usare la nostra ragione per allineare
noi stessi alla guida e agli ordini di Dio.
Ibn Hazm, come molti altri teologi musulmani, teneva fermo che Dio
non è esternamente vincolato da niente, nemmeno dalla ragione.
Comunque, in nessun punto Ibn Hazm sostiene che Dio non impegna se
stesso liberamente e non onora questo suo impegno. Questo divino libero
autoimpegnarsi è detto nel Corano “kataba rabukum ala
nafsihi al-Rahma” (il tuo Dio ha impegnato se stesso alla compassione).
La ragione non deve essere al di sopra di Dio, né essere esternamente
normativa per lui. Può essere normativa solo per grazia di Dio,
a motivo del libero impegnarsi di Dio stesso ad agire in coerenza con
sé.
Per credere in quest’ultima proposizione non c’è bisogno
di essere irrazionali o irragionevoli, con un Dio irrazionale o bizzarro!
Il contrasto tra cristianesimo e islam su questa baase non solo è ingiusto,
ma anche equivoco.
Non c’è dubbio che il papa si sforzi di convincere una
università laica che la teologia ha un posto in un contesto
basato sulla ragione. Tuttavia, questo non dovrebbe arrivare fino al
punto di assoggettare Dio a una ragione che lo vincoli dall’esterno.
La maggior parte dei grandi teologi cristiani, compreso l’amante
della ragione Tommaso d’Aquino, non hanno mai posto la ragione
al di sopra di Dio.
Quando dei teologi musulmani sostengono tale tesi, essi non dovrebbero
essere accusati di irrazionalità o di irragionevolezza. Questa
incomprensione è il diretto risultato delle semplicistiche tavole
dei contrasti che a quanto pare piacciono a studiosi come Theodore
Khoury.
Benedetto XVI non dovrebbe affidare le sue vedute sulla teologia musulmana
a studiosi come Khoury o Samir Khalil Samir. Le loro vedute dell’islam
e dei musulmani sono spesso per lo più scorrette. Il papa non
vuole consultarsi con dei musulmani e nemmeno dar credito ad essi per
conoscere le loro dottrine; ma almeno dovrebbe consultare degli studiosi
seri, che non necessariamente appartengano a una minoranza araba cristiana
o a un ristrettissimo gruppo di orientalisti cattolici.
Benedetto continua:
“A questo punto si apre, nella comprensione
di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma
che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro
la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio è soltanto
un pensiero greco o vale sempre e per se stesso?”.
Il modo con cui Benedetto XVI esprime questa tesi è di nuovo
aperto a molte interpretazioni e contraddizioni. Questo non è il
luogo per sviluppare una questione tanto disputata. Basta dire che
parlare della “natura” di Dio è di per sé problematico.
Anche parlare della ragionevolezza e dell’irragionevolezza è piuttosto
problematico. Che cos’è la ragione di cui parliamo? È una
umana facoltà di comprendere? Se è così, quale
tipo di comprensione? Cognitiva? Emotiva? Spirituale? Oppure la ragione è piuttosto
una sorta di ontologicamente primario agente o emanazione, come il
neoplatonismo spesso pensa? Di quale tipo di ragione e ragionevolezza
stiamo parlando?
Simili questioni richiedono ulteriori e più profonde riflessioni.
In ogni caso questo è il dato interessante: l’ambiguità e
la vaghezza della parola “ragione” consente [al papa]
lo stupefacente salto di unificare la grecità e il cristianesimo
facendo appello all’ellenistico prologo del Vangelo di Giovanni.
Come spiega Benedetto XVI:
“Io penso che in questo punto si manifesti
la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso
migliore e ciò che è fede
in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando il primo versetto del
Libro della Genesi, il primo versetto dell’intera Sacra Scrittura,
Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: ‘In
principio era il Logos’. È questa proprio la stessa
parola che usa l'imperatore: Dio agisce ‘con logos’. Logos
significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice
e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione”.
Qui arriviamo vicini a cogliere una definizione di ciò che Benedetto
XVI intende per ragione: “una ragione che è creatrice
e capace di comunicarsi”. Questo è davvero vicino a ciò di
cui parla Giovanni. Tuttavia, questa ragione è la stessa ragione
dei filosofi greci? Io penso di no. La ragione per molti dei filosofi
greci era più associata con la pura contemplazione o “theoria” che
con la creativa attività o “poiesis”. Inoltre, per
molti dei filosofi greci essa era in quanto tale “capace di comunicarsi”.
La ragione per molti di loro era l’umana capacità di ricevere
questo essere autocomunicantesi.
Pertanto, la grande visione unificante di Benedetto, che mette insieme
il greco e il cristiano, finisce con essere una mossa resa possibile
dalle ambiguità di parole tanto ricche e controverse come “logos” e “ragione”.
Naturalmente simili mosse sono state più volte praticate in
passato, nelle tradizioni teologiche, esegetiche e spirituali dell’ebraismo,
del cristianesimo e dell’islam.
Naturalmente, una grande parte della riflessione medievale dipende
precisamente da questo tipo di salti alimentati dall’ambiguità.
Ma è piuttosto strano che questa medievale tattica del salto
sia usata per gettare un ponte sul fossato tra la fredda razionalistica
ragione dell’università tedesca e il “logos” della
Chiesa cattolica!
Quindi Benedetto XVI fa una stupefacente affermazione hegeliana:
“Giovanni con ciò ci ha donato la
parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte
le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la
loro meta, trovano la loro sintesi”.
Benedetto XVI afferma che Giovanni ha pronunciato la “parola
conclusiva” sul concetto biblico di Dio. Egli fa anche l’affermazione
hegeliana che la fede biblica ha trovato la via “faticosa” e “tortuosa” che
culmina in questa sintesi di Giovanni.
Lascio ai teologi cristiani di varie denominazioni e scuole di commentare
una simile asserzione. Alla luce delle cumulative scoperte delle ricerche
storico-critiche nella Bibbia, è molto strano che sia ancora
possibile fare affermazioni così criticamente discutibili
su una fede biblica che si suppone abbia fatto un lungo viaggio per
culminare in una sintesi greco-cristiana.
Sono sicuro che gli studiosi ebraici troveranno anch’essi difficoltà con
la implicita asserzione che la trama di fede della Torah sia “faticosa” e “tortuosa”,
e che ci voleva Giovanni per far sì che essa culminasse in una
vera e definitiva fede biblica. Mentre la sintesi hegeliana e il suo
culmine suonano meravigliosamente eccitanti per colui che si ritrova
sul culmine, è sicuro che si sentano a disagio tutti quelli
che al culmine si trovano sotto!
Quindi, di nuovo, l’argomentazione salta in una speculazione
hegeliana, ma questa volta introducendo una pericolosa pretesa “europea” per
il cristianesimo:
“In principio era il Logos, e il Logos è Dio,
ci dice l'evangelista. L'incontro tra il messaggio biblico e il pensiero
greco non era un semplice caso. La visione di san Paolo, davanti al
quale si erano chiuse le vie dell'Asia e che, in sogno, vide un Macedone
e sentì la sua supplica: ‘Passa in Macedonia e aiutaci!’ (cfr
Atti 16, 6-10) – questa visione può essere interpretata
come una ‘condensazione’ della necessità intrinseca
di un avvicinamento tra la fede biblica e l'interrogarsi greco”.
Il contrasto tra Asia e Macedonia è usato per giustificare la
strana pretesa che c’è una “necessità intrinseca” di
avvicinamento tra la fede biblica e la riflessione greca.
Quindi è in Europa e non in Asia, e con la ragione europea e
non con la ragione asiatica, che il cristianesimo arriva a unirsi con “l'interrogarsi
greco”. Questo linguaggio hegeliano soffre della medesima tendenza
eurocentrica di molta filosofia idealistica tedesca. Questa tendenza è tanto
più pericolosa perché misconosce
versioni del cristianesimo che si manifestano in contesti non greci
e non europei: per esempio le teologie sudamericane, africane ed asiatiche.
Essa inoltre avanza una pretesa alla ragione in generale, e alla ragione
greca in particolare, e se ne appropria per farla puramente cristiana.
Così i fatti storici di una altrettanto chiara, sia pur parziale,
sintesi ebraico-ellenistica (come in Filone di Alessandria) e musulmano-ellenistica
(come in Al-Farabi, Ikhwan al-Safa, Ibn Sina) sono semplicemente negati
come impossibili. Solo il cristiano è unito con il greco, in
una giovannino-hegeliana europea culminazione.
I musulmani, come i cristiani e gli ebrei, prima e dopo di loro, hanno
prodotto molti profondi sistemi filosofici e teologici, lo scopo dei
quali era l’armonizzazione tra le affermazioni della ragione
umana e le verità della divina rivelazione. I filosofi appena
menzionati non erano soli. Teologi delle scuole Mutazilita, Asharita,
Maturida, Ithna Ashrita, Ismailita, Ibadita e anche Hanbalita si sono
ingegnati ad articolare la loro fede in una forma la più ragionevole
possibile. Anche testi introduttivi della filosofia e della teologia
islamiche lo mostrano con chiarezza. Gli intricati lavori dialettici
e logici dei grandi Abdul Jabbar, Ashari, Baqillani, Jwaini, Ghazali,
Razi, Maturidi, Nasfi, Ibn Rushd, Ibn Sabain e altri sono monumenti
dell’acuminato interesse musulmano per la ragione e la ragionevolezza,
quando si tratta di articolare argomenti di fede. Anche il più conservatore
degli Hanbaliti, Ibn Taimmiyah, ha scritto importanti opere sulla logica
non aristotelica e ha sviluppato argomenti antiaristotelici simili
a quelli di Sesto Empirico!
Benedetto XVI, a chiusura di un lungo passaggio che figurerebbe benissimo
come prefazione alla Filosofia della Religione o alla Filosofia della
Storia di Hegel, arriva a sostenere:
“Nel profondo, si tratta dell'incontro
tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo
veramente dall'intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla
natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva
dire: non agire ‘con
il logos’ è contrario alla natura di Dio”.
La traduzione greca dei Settanta si vede dunque accordare una primazia
che, sono sicuro, suonerà strana a molte orecchie cristiane.
Alla sintesi tra fede biblica e ragione greca è semplicemente
dato un valore definitivo, come fosse il culmine di un processo attraverso
il quale tutte le altre vie di religiosità sono relegate a realtà superate
e sostituite.
Ma Benedetto XVI, come studioso di teologia medievale, sa che non può negare
certi fatti:
“Per onestà bisogna annotare a questo
punto che, nel tardo Medioevo, si sono sviluppate nella teologia tendenze
che rompono questa sintesi tra spirito greco e spirito cristiano. In
contrasto con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista
iniziò con
Duns Scoto una impostazione volontaristica, la quale alla fine, nei
suoi successivi sviluppi, portò all'affermazione che noi di
Dio conosceremmo soltanto la voluntas ordinata. Al di là di
essa esisterebbe la libertà di Dio, in virtù della quale
Egli avrebbe potuto creare e fare anche il contrario di tutto ciò che
effettivamente ha fatto. Qui si profilano delle posizioni che, senz'altro,
possono avvicinarsi a quelle di Ibn Hazm e potrebbero portare fino
all'immagine di un Dio-arbitrio, che non è legato neanche alla
verità e al bene. La trascendenza e la diversità di
Dio vengono accentuate in modo così esagerato, che anche la
nostra ragione, il nostro senso del vero e del bene non sono più un
vero specchio di Dio, le cui possibilità abissali rimangono
per noi eternamente irraggiungibili e nascoste dietro le sue decisioni
effettive”.
Questo passaggio, mentre serve all’intento dell’autore
di mettere definitivamente fuori gioco le teologie ivi menzionate,
mostra almeno che Benedetto XVI è in qualche modo consapevole
che esistono altre possibili teologie, e che le teologie musulmane
non erano le sole a prendersi cura dell’affermazione della sovranità di
Dio contro le umane pretese di governarlo con umani criteri.
Sfortunatamente, egli procede fino a totalmente smantellare queste
teologie come non fossero la vera “fede della Chiesa”. È molto
interessante anche che in un successivo passaggio Benedetto XVI, per
un momento, afferma un amore che trascende la conoscenza, ma poi reinterpreta
questa affermazione sostenendo che è il “logos” che
ama. Così egli sintetizza “logos” e ragione. Esso
finisce con essere ragione che in realtà ama.
Dopo di che scorgiamo, in termini chiari e non ambigui, il vero asserto
fondativo di Benedetto XVI e la ragione ultima delle sue difficoltà con
l’islam:
“Il vicendevole avvicinamento interiore,
che si è avuto
tra la fede biblica e l'interrogarsi sul piano filosofico del pensiero
greco, è un dato di importanza decisiva non solo dal punto di
vista della storia delle religioni, ma anche da quello della storia
universale – un dato che ci obbliga anche oggi. Considerato questo
incontro, non è sorprendente che il cristianesimo, nonostante
la sua origine e qualche suo sviluppo importante nell'Oriente, abbia
infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in Europa. Possiamo
esprimerlo anche inversamente: questo incontro, al quale si aggiunge
successivamente ancora il patrimonio di Roma, ha creato l'Europa e
rimane il fondamento di ciò che, con ragione, si può chiamare
Europa”.
Egli chiaramente sostiene che l’Europa è il
solo luogo nel quale cristianesimo e ragione sono culminati in una
grande sintesi che è la civiltà europea. L’Europa è greco-cristiana
e razionale, e il cristianesimo è greco-europeo e razionale. Se
l’Europa-cristianesimo è da mantenere pura, tutti gli
elementi non europei e non cristiani devono essere tenuti fuori. Ecco
perché l’islam e i musulmani non hanno posto in questa
grande sintesi hegeliana! Questo allarmante scenario di idee neocoloniali
fonda la tesi della natura barbara (non greca) e non europea dell’islam.
L’islam, stando a questo tipo di pensiero, è “asiatico”, “non
razionale” e “violento”. Non ha alcun posto nella “greca”, “razionale” e “ragionevole” Europa.
Ora che Benedetto XVI è arrivato alla sua tesi della sintesi
del greco e del cristiano in un singolo logos, egli procede a scalzare
tutti i tentativi di negare questa sintesi. Egli va a criticare tre
fasi di ciò che chiama “deellenizzazione”:
“Alla tesi che il patrimonio greco, criticamente
purificato, sia una parte integrante della fede cristiana, si oppone
la richiesta della deellenizzazione del cristianesimo – una richiesta
che dall'inizio dell'età moderna domina in modo crescente
la ricerca teologica. Visto più da vicino, si possono osservare
tre onde nel programma della deellenizzazione: pur collegate tra di
loro, esse tuttavia nelle loro motivazioni e nei loro obiettivi sono
chiaramente distinte l'una dall'altra”.
È meglio per i musulmani lasciare ai teologi cristiani il commento
all’equità e all’esattezza delle posizioni di Benedetto
XVI sulla tradizione cristiana. Comunque, a me musulmano appare stupefacente
che Benedetto XVI sembri spazzar via tutti gli sforzi dei Riformatori
come una deellenizzazione che invalida la vera sintesi in precedenza
da lui celebrata. Lascio anche ai teologi protestanti di replicare
alla piazza pulita fatta da Benedetto XVI.
Benedetto XVI biasima anche il teologo von Harnack per il secondo tipo
di deellenizzazione. Di nuovo lascio ai discepoli di von Harnack di
replicare alle posizioni di Benedetto XVI. Mi colpisce comunque come
una cosa strana trovare von Harnack accusato di deellenizzazione. Seguendo
Karl Barth, io credo che von Harnack fosse un ellenizzatore, piuttosto
che il contrario. Egli può anche essere visto come uno che riduce
la teologia a una specie di “phronesis” aristotelica.
Il terzo e ultimo tipo di deellenizzazione, secondo Benedetto XVI, è meritevole
di più attenzione:
“Prima di giungere alle conclusioni alle
quali mira tutto questo ragionamento, devo accennare ancora brevemente
alla terza onda della deellenizzazione che si diffonde attualmente.
In considerazione dell’incontro
con la molteplicità delle culture si ama dire oggi che la sintesi
con l’ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica, sarebbe stata
una prima inculturazione, che non dovrebbe vincolare le altre culture.
Queste dovrebbero avere il diritto di tornare indietro fino al punto
che precedeva quella inculturazione per scoprire il semplice messaggio
del Nuovo Testamento ed inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi
ambienti. Questa tesi non è semplicemente sbagliata; è tuttavia
grossolana ed imprecisa. Il Nuovo Testamento, infatti, e stato scritto
in lingua greca e porta in se stesso il contatto con lo spirito greco – un
contatto che era maturato nello sviluppo precedente dell’Antico
Testamento. Certamente ci sono elementi nel processo formativo della
Chiesa antica che non devono essere integrati in tutte le culture.
Ma le decisioni di fondo che, appunto, riguardano il rapporto della
fede con la ricerca della ragione umana, queste decisioni di fondo
fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi alla
sua natura”.
Qui di nuovo siamo alle prese con una eurocentrica e grecocentrica
arrogante esaltazione del cristianesimo. Lascio ai teologi cristiani
latinoamericani, africani e asiatici di esaminare questa strana appropriazione.
Per una Chiesa che è oggi del tutto internazionale, il papa
davvero va fuori strada quando estrania tutto ciò che non è dentro
la cultura greco-europea. Egli in sostanza sostiene che elementi greci
ed europei sono fondamentali per la fede cristiana stessa. Io trovo
l’intera sua tesi pericolosamente arrogante. Non sono solo l’islam
e i musulmani ad essere minacciati. Sinceramente credo che questa lezione
debba mettere in allarme insieme i musulmani, i cristiani e gli ebrei.
La posizione che crea allarme non è solo quella di un professore
o un teologo, ma di un pontefice cattolico romano che guida milioni
di uomini. È quindi urgente e vitale che musulmani, cristiani,
ebrei e studiosi laici entrino in controversia col papa e sfidino le
sue visioni non solo sull’islam, ma anche su ciò che significa
essere uomo ragionevole e su ciò che significa essere europeo.
Quanto all’islam e al suo Profeta (la pace sia sopra di lui),
secoli di crudeli e malvagi attacchi contro di essi, sia verbali che
fisici, li hanno solo resi più forti. Il sole splenderà a
dispetto di ciò che si sforzeranno di fare nuvole oscure.
Preghiamo per un mondo migliore, un mondo pacifico, un mondo rispettoso.
Impegnamoci in un dialogo che sia basato su mutuo rispetto e si elevi
al di sopra di mere polemiche. L’unico Dio ha creato tutti noi
e ha voluto che fossimo così differenti, impariamo di più l’uno
dall’altro e costruiamo insieme un mondo migliore, per amore
di Dio.
© 2006 Aref Ali Nayed
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