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Il cristianesimo prossimo venturo. l'avvento della cristianità globale “The Next Christendom. The Coming of Global Christianity”, malamente rifatto in italiano con “La Terza Chiesa. Il cristianesimo nel XXI secolo”. L’autore è Philip Jenkins, storico delle religioni, professore alla Pennsylvania State University. Questo libro è molto letto in Vaticano e fuori, dai responsabili della Chiesa cattolica: rappresenta per la politica mondiale della Chiesa quello che è stato “The Clash of Civilizations” di Samuel P. Huntington per la geopolitica in genere.
Le cifre nude della mutazione analizzata da Jenkins sono la prima cosa che colpisce. La cristianità europea si contrae, mentre si espande con velocità travolgente la cristianità del sud del mondo. Lo stesso avviene per la Chiesa cattolica: già oggi ci sono meno cattolici in tutta l’Olanda che nella sola area metropolitana di Manila. Ma ciò che più sconvolge è la qualità di questo cristianesimo in espansione in Africa, in Asia e in America Latina. L’opinione corrente è che esso sia una copia sbiadita e arretrata del cristianesimo europeo. O peggio, la versione volgare e oscurantista della fede razionale e tollerante del nord. Ma questi giudizi di squalifica impediscono di cogliere i reali connotati del nuovo cristianesimo che avanza. I tratti dominanti di questo nuovo cristianesimo sono pentecostali ed evangelical: profonda fede personale, moralità esigente e puritana, ortodossia della dottrina, vincolo comunitario, forte spirito di missione, profezia, guarigioni, visioni. Per dirla in un’immagine: il “Fire from Heaven”, il fuoco dal cielo, che intitola il celebre saggio di Harvey Cox del 1995. Nelle statistiche mondiali – ad esempio nella “World Christian Encyclopedia” curata da David B. Barret – parte di questo nuovo cristianesimo va sotto la dizione di “Chiese indipendenti”: e sono già un quinto dei due miliardi di cristiani di tutto il mondo. Ma anche dentro le Chiese protestanti storiche e più ancora dentro la Chiesa cattolica romana crescono forme di religione riconducibili a quei tratti. Per la Chiesa cattolica, un esempio lampante sono le Filippine. Tolto un 4-5 per cento di musulmani, le Filippine erano fino a pochi decenni fa un paese quasi totalmente cattolico. Oggi non più. I pentecostali e altri gruppi evangelical hanno conquistato a sé l’8 per cento della popolazione. Ma la Chiesa cattolica ha resistito molto più che altrove alla sfida posta dalle nuove comunità. Come? Lasciando crescere dentro di sé movimenti che sono pentecostali nella forma ma fermamente cattolici nella sostanza. Uno di questi movimenti, con milioni di seguaci, si chiama El Shaddai, da un nome di Dio nell’Antico Testamento. L’emigrazione filippina nel mondo lo sta espandendo in decine di altri paesi. Già oggi le Filippine contano più cattolici di qualsiasi paese europeo, e per numero di battesimi all’anno battono Italia, Spagna, Francia e Polonia messe assieme. A metà del secolo è probabile che saranno il primo paese al mondo per popolazione cattolica, con 130 milioni di fedeli. Diverso è il caso del Brasile. I pentecostali protestanti erano nel 1940 appena un milione in tutta l’America Latina. Oggi sono 50 milioni e circa la metà sono in Brasile, un quinto della popolazione. Qui la Chiesa cattolica non ha resistito alla sfida come nelle Filippine. Le “comunità ecclesiali di base”, su cui la gerarchia aveva inizialmente puntato, hanno ristretto invece che allargato la platea dei fedeli. La teologia della liberazione, di matrice centroeuropea, ha ispirato una élite ancor più ristretta e autoreferenziale, agli antipodi delle correnti evangelical in strepitosa espansione tra i ceti popolari. Oggi nella gerarchia cattolica vi sono segni di ripensamento: è significativo il percorso dell’attuale arcivescovo di San Paolo del Brasile, il cardinale Cláudio Hummes, partito da posizioni socialprogressiste e ora vicino al movimento carismatico, versione cattolica del pentecostalismo.
Della sfida posta dal nuovo cristianesimo che avanza, la Chiesa cattolica comincia a essere consapevole, a partire dai suoi vertici. Incerte appaiono però le diagnosi e le risposte. Nel 1992 Giovanni Paolo II definì “lupi famelici” le sette protestanti in piena espansione tra i cattolici dell’America Latina. Più recentemente il cardinale Joseph Ratzinger è tornato a segnalare il pericolo, in un discorso tenuto al senato italiano il 13 maggio 2004. La sua spiegazione è stata che a fomentare e a finanziare le sette è l’establishment protestante degli Stati Uniti, per interessi di dominio politico: “Gli Stati Uniti promuovono ampiamente la protestantizzazione dell’America Latina e quindi il dissolvimento della Chiesa cattolica ad opera di forme di chiese libere, per la convinzione che la Chiesa cattolica non potrebbe garantire un sistema politico ed economico stabile, e dunque fallirebbe come educatrice delle nazioni, mentre ci si aspetta che il modello delle chiese libere renderà possibile un consenso morale e una formazione democratica della volontà pubblica, simili a quelli caratteristici degli Stati Uniti”. La tesi non è nuova. Jenkins, nel suo libro, mostra gli elementi che sembrerebbero comprovarla. Ma molto più convincenti sono le prove che adduce a favore della spontaneità dell’espansione del nuovo cristianesimo, come pure della sua irriducibilità a un gretto conservatorismo sociale e politico. A proposito del piano anticattolico denunciato da Ratzinger, Jenkins sostiene che è un errore incolpare pentecostali ed evangelical. Nel suo ultimo libro, uscito nel 2003 e molto discusso negli Stati Uniti, mostra che “The New Anti-Catholicism” caratterizza piuttosto l’opinione liberal dominante nei media americani ed europei. Non solo. Una grande novità di questi ultimi anni, accelerata con l’amministrazione Bush, è l’avvicinamento tra gli evangelical e i cattolici moderati, negli Stati Uniti: un paese che è di fede cristiana in proporzioni schiaccianti e continuerà ad esserlo prevedibilmente anche nei decenni futuri, a differenza di quanto sta accadendo in Europa.
Un punto debole per la Chiesa cattolica, di fronte all’espansione del nuovo cristianesimo, è la sua squilibrata distribuzione di preti. In termini di rapporto tra clero e fedeli, il nord è quattro volte meglio fornito del sud. E lo squilibrio è aggravato dal fatto che è il sud il principale terreno d’espansione delle nuove Chiese. In Brasile, il numero dei pastori protestanti ha superato quello dei preti cattolici già alla metà degli anni Ottanta. Ma siccome nelle diocesi del nord i preti sono in calo drammatico e i seminari semivuoti, accade che l’unico flusso consistente di preti su scala mondiale, nella Chiesa cattolica, sia oggi dal sud al nord. I preti importati dall’Africa o dall’India sono divenuti un fatto diffuso nelle parrocchie d’Europa. E lasciano più sguarnite di prima le comunità dei fedeli nei paesi d’origine, vulnerabili alla predicazione dei missionari evangelical. Jenkins commenta: “Vista da una prospettiva globale, una simile politica può essere descritta, al meglio, come penosamente miope; al peggio, come suicida per le fortune cattoliche”. Quanto alla dialettica tra conservatori e progressisti, l’evoluzione
in corso mette i secondi sempre più fuori gioco. Se il futuro
della Chiesa è nel sud del mondo, il cattolicesimo che lì
fiorisce è agli antipodi dell’agenda liberal dei fautori
di un Concilio Vaticano III. Il prossimo conclave ne terrà
sicuramente conto. Sandro Magister- www.chiesa.espressonline.it
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