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| UNIONI DI FATTO |
Riconoscere le
convivenze? Riconoscerle per legge (introducendo
nel nostro codice - in analogia con quanto è
avvenuto in Francia - un nuovo istituto, il PACS, cioè il patto
civile di solidarietà -altrimenti trasformato in " DICO "-)? Queste, ed altre domande, stanno crescendo nell'opinione pubblica italiana e diventeranno, con ogni probabilità, questioni non marginali nella prossima campagna elettorale. Di fughe in avanti, chiaramente volte a predisporre l'accettazione
psicologico-sociale dell'"evento", ne percepiamo ormai molte.
Alcuni Comuni italiani hanno già
istituito pubblici registri per le coppie di conviventi (siè però prestata
ben poca attenzione al fatto che, indipendentemente dall'irrilevanza
giuridica di simili registri, le conseguenti registrazioni sono state Ma la ragione per la quale tali diritti non sono loro riconosciuti è che esse non hanno l'intenzione di assumere quei doveri che sono parte essenziale dell'istituto matrimoniale. Non si può, in buona sostanza, non valutare se non come parassitaria e quindi indebita l'intenzione di coloro che pretendono un riconoscimento pubblico della loro convivenza per ottenere diritti senza doveri. Peraltro, i giuristi ben sanno che praticamente tutti quei diritti al cui riconoscimento aspirano i partner di una unione di fatto possono essere attivati tramite il diritto volontario e senza alcuna necessità di introdurre nel codice nuovi istituti. Il testamento, ad es., esiste proprio per
far sì che si possa trasmettere il proprio patrimonio a chi non
avendo vincoli legali e/o familiari col testatore sarebbe escluso dalla
successione legittima. La locazione della casa di comune residenza può essere
stipulata congiuntamente dai due partner, in modo tale che al momento
della morte dell'uno essa possa, senza alcuna difficoltà, proseguire
a carico dell'altro. Non è vero, in altre parole, che ai conviventi
vengano negati specifici diritti civili: la differenza rispetto
al matrimonio sta semplicemente qui, che quei Perché l'amicizia, che pure attiva un vincolo, che può
essere in alcuni casi esistenzialmente ancora più
significativo di quello coniugale, non ha rilievo sociale, ma esclusivamente
personale. Il matrimonio invece, fondando la famiglia, e garantendo l'ordine
delle generazioni, ha un rilievo sociale del tutto caratteristico, che
ne giustifica la giuridicizzazione. La Costituzione COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA- PRINCIPI FONDAMENTALI 2-La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. (art. 29) La famiglia è concepita
come una società originaria le cui basi non derivano dallo
Stato, ma si sono sviluppate attraverso un processo millenario. I
nostri costituenti hanno anticipato il costume, a quel tempo non prevalente,
riconoscendo la parità giurìdica e morale dei coniugi.
Soltanto con la riforma del diritto di famiglia nel 1975 è stato
attuato il principio costituzionale. È
stata abolita la supremazia del marito: 30-È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed
educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio. 31-La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo. La Corte Costituzionale Accanto alla famiglia legittima fondata sul matrimonio ed esplicitamente riconosciuta dall'art. 29 della nostra Costituzione, si pone oggi socialmente la famiglia di fatto: quell'unione tra soggetti di sesso diverso in cui manca il vincolo matrimoniale e che si basa sull'affetto e sul reciproco rispetto dei doveri familiari. Questa forma di convivenza, per poter avere giuridica rilevanza, presuppone una certa stabilità e serietà di intenti. Più precisamente la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha specificato che, al fine di distinguere tra semplice rapporto occasionale e famiglia di fatto, si deve tenere soprattutto conto del carattere di stabilità del rapporto, carattere che conferisce certezza al rapporto stesso e lo rende rilevante sotto il profilo giuridico. La Corte Costituzionale ha ripetutamente affermato che la
convivenza more uxorio ( = come coniugi) non
può essere assimilata alla famiglia, così da desumerne
l'esigenza di una parificazione di trattamento». Inoltre è stata sancita dal nuovo codice di procedura penale la
facoltà di astensione dal deporre contro l'imputato, concessa
ai suoi prossimi congiunti, anche al convivente more uxorio. LINK: Giurisprudenza della Corte costituzionale in materia di rilevanza della convivenza more uxorio I giuristi [LINK : DOTTRINA GIURIDICA CHE EMERGE DA PRONUNCIAMENTI , LEGGI E SENTENZE] I Patti di Convivenza Come stipulare oggi un "patto di convivenza" ? LINK : LE UNIONI DI FATTO NELLA LEGISLAZIONE VIGENTE COME
STABILIRE PATTI DI CONVIVENZA. Per ciò che concerne le unioni tra omosessuali, pur riconoscendo in via astratta la possibilità che esse rappresentino una valida comunità di vita ed affetti, è difficile ottenere poi un'effettiva tutela giuridica a causa della riprovazione sociale che ancor oggi spesso accompagna tali legami. Conseguentemente, esclusa una rilevanza esterna di tali unioni, risulta difficile anche una regolamentazione interna dei rapporti patrimoniali. Vi sono stati però limitati interventi favorevoli al riconoscimento di una qualche rilevanza giuridica di dette unioni da parte di taluni giudici (Tribunale di Roma 20 novembre 1982, di Firenze 11 agosto 1986) che hanno qualificato "more uxorio" la "convivenza tra persone dello stesso sesso", riconoscendo alle prestazioni tra essi effettuate la natura di atti di adempimento di obbligazioni naturali; ovvero da parte del Comune di Bologna che ai fini della partecipazione al bando del 1992 per l'assegnazione degli alloggi ha parificato la convivenza di persone dello stesso sesso alla convivenza more uxorio. TUTELA Per quanto concerne la famiglia di fatto tra persone di sesso diverso piena rilevanza giuridica viene concessa solo alle situazioni concernenti i figli generati dai conviventi, i quali secondo quanto stabilisce l'art. 30 della Costituzione, non devono trovarsi in posizione deteriore rispetto ai figli legittimi. Per quanto riguarda, invece, il rapporto tra conviventi, non si ritiene sia possibile applicare le norme previste per la famiglia legittima e ciò lo si può evincere dal dettato dell'art. 29 Cost. atteso che questa norma attribuisce alla famiglia legittimamente costituita una particolare tutela, in considerazione della peculiarità e dell'importanza sociale svolta dalla famiglia quale luogo di formazione e sviluppo della persona. La stessa tutela non viene riconosciuta alla famiglia di fatto in quanto manca in essa la formale assunzione, da parte dei conviventi, di un impegno socialmente rilevante. Da tutto ciò consegue la difficoltà di disciplinare una situazione di fatto, anche se non sono del tutto assenti aperture nei suoi confronti, riconducendola nell'ambito delle formazioni sociali previste dall'art. 2 Cost. Tale soluzione permette di estendere alla famiglia di fatto quelle norme, proprie della famiglia legittima, che prescindono dall'esistenza di un vincolo formale. Anche i rapporti patrimoniali tra i conviventi, così come quelli personali, non ricalcano puntualmente le norme previste per le unioni legittime. SCIOGLIMENTO Lo scioglimento della convivenza non abbisogna di nessun atto formale, come del resto la sua "istituzione" a differenza del matrimonio che presuppone la continuità del rapporto e, di conseguenza, le formalità previste per il divorzio. I "p.a.c.s." - PA.tto di C.ivile S.olidarietà . Non è un matrimonio ma un accordo legale tra persone non necessariamente dello stesso sesso, è stato creato in Francia nel 1999: i gay italiani chiedono che venga adottato anche in Italia. La differenza, rispetto alla legge recentemente approvata in Spagna, sta nel concetto di matrimonio: il governo Zapatero ha equiparato la possibilità di sposarsi a etero e gay, mentre la legge francese garantisce diritti civili, senza parlare di matrimonio. Il Pacs francese. La legge riconosce alle due persone -etero o omo, non è specificato- molti diritti connessi al matrimonio, come il diritto-dovere alla reciproca solidarietà materiale. Il Pacs prevede la possibilità di lasciare eredità al partner, il vincolo a interpellare il partner da parte dei medici in caso di malattia dell'altro, la pensione di reversibilità, la possibilità di subentro nell'affitto dell'abitazione. E' in base a questa legge francese che un cittadino italiano e uno francese hanno potuto stringere una sorta di regolarizzazione della loro convivenza il 21 ottobre 2002 a Roma, ma sul territorio francese del Consolato della Capitale. La legge 99-944 del 15 novembre 1999 è firmata dall'attuale presidente della Repubblica Jacques Chirac e dall'allora primo ministro Lionel Jospin. La legge spagnola. La norma sostenuta dal governo Zapatero,
invece, approva il matrimonio tra omosessuali. Il Parlamento iberico
ha approvato la nuova legge che legalizza l'unione civile tra omosessuali,
equiparandola a quella tradizionale. Il provvedimento, fortemente voluto
dal premier socialista e votato il 30 giugno 2005, rivoluziona l'istituto
delle nozze, stabilendo che le unioni gay hanno lo stesso status di quelle
eterossessuali, con tutti i diritti che ne conseguono: eredità,
pensione e adozione di bambini. I testi sui quali si sta lavorando prevedono che il Pacs debba avere forma scritta e sia redatto davanti ad un ufficiale dello stato civile che provvederà a trascriverlo nei registri dello stato civile. Il patto verrebbe automaticamente sciolto in caso di morte o matrimonio di uno dei contraenti. In generale, si mira a estendere ai conviventi di fatto alcuni istituti previsti per il rapporto fondato sul matrimonio, come la successione nel contratto di locazione e la possibilità di prendere decisioni in caso di malattia del partner. LINK : UNA INDAGINE SOCIOLOGICA SULLE UNIONI DI FATTO L'opinione di chi si professa ateo LINK: DOCUMENTO DELL'UNIONE DEGLI ATEI ED AGNOSTICI ITALIANI Il pensiero del Papa
Le parole pronunciate dal Santo Padre sono suonate come una nuova 'scomunica' verso le coppie di fatto eterosessuali e gay. Allo stesso tempo Papa Ratzinger ha difeso il ruolo essenziale della Chiesa nella difesa dei principi della dignità della persona. ''Di fronte al crescente laicismo che pretende ridurre la vita religiosa dei cittadini alla sfera privata senza che possa manifestarsi mai nella vita sociale e pubblica - ha detto il Pontefice - la Chiesa sa molto bene che il messaggio cristiano rafforza e illumina i principi basilari di ogni convivenza, come il dono sacro della vita, la dignità della persona insieme all'uguaglianza e inviolabilita' dei suoi diritti, il valore irrinunciabile del matrimonio e della famiglia che non può essere equiparato ne' confuso con altre forme di unioni umane''. Quindi, riferendosi in modo particolare alla situazione del Messico, ma allargando anche lo sguardo alla situazione di altre nazioni, il Papa ha aggiunto:''L'istituto della famiglia necessita di un appoggio speciale, perché in Messico, come in altri Paesi, va perdendo progressivamente la sua vitalità e il suo ruolo fondamentale, non solo a causa delle trasformazioni culturali, ma anche per il fenomeno delle migrazioni con le conseguenti e gravi difficoltà di diversa natura, in particolare per le donne, i bambini e i giovani''. Città del Vaticano, 23 set. - (Adnkronos/Ign) LINK : IL PENSIERO DEL PAPA -DOCUMENTO Il presidente della Conferenza Episcopale Europea La prolusione del cardinale al Consiglio permanente della CeiFamiglia Cristiana N°39 -25/9/2005- ALBERTO BOBBIO
«Al di là del nome diverso e di altre cautele verbali, esse sono modellate in buona parte sull'istituto matrimoniale e prefigurano quello che si potrebbe chiamare un "piccolo matrimonio": qualcosa cioè di cui non vi è alcun reale bisogno e che produrrebbe al contrario un oscuramento della natura e del valore della famiglia e un gravissimo danno al popolo italiano». La Cei sposta la questione su un altro piano. Ruini riconosce che c'è un aumento delle convivenze e delle unioni di fatto «specialmente tra i giovani», ma esse sono «in parte provocate dalle difficoltà oggettive a dar vita a una famiglia». E qui il cardinale non esita a criticare le attuali politiche familiari, spiegando che le difficoltà «potrebbero essere rimosse con pubblici interventi adeguati, non sottintendendo automaticamente alcuna richiesta di riconoscimento legale» Secondo Ruini infatti la «maggior parte delle unioni tra persone di sesso diverso si colloca nella previsione di un futuro possibile matrimonio». E chi non intende sposarsi, per Ruini, «vuole restare in una posizione di anonimato e assenza di vincoli». È la famiglia invece che preoccupa i vescovi. In Italia essa svolge un «grandissimo ruolo sociale, molto più che in altri Paesi vicini». Ma «il paradosso della nostra situazione è che il sostegno pubblico alla famiglia è invece molto minore, meno moderno e organico, pur in presenza di una gravissima e persistente crisi della natalità che sta provocando, e causerà assai di più in futuro, ingenti danni sociali. Il sostegno alla famiglia legittima dovrebbe essere dunque la prima e vera preoccupazione dei legislatori». Il presidente della Cei ha anche parlato delle unioni gay: «Sono assai meno numerose, non sono sempre alla ricerca di riconoscimenti legali, anzi, molte di loro li rifuggono perprincipio e desiderano rimanere un fatto esclusivamente privato. Ciò è confermato dai numeri davvero mìnimi delle iscrizioni ai registri delle unioni civili in quei comuni italiani che hanno voluto istituirli». Ruini ha poi spiegato la contrarietà della Chiesa, riferendosi a una nota della Congregazione per la dottrina della fede del 3 giugno 2003, nella quale l'allora cardinale Raizinger spiegava che il matrimonio gay «offusca i valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell'umanità». Quindi ha rimandato, per una più ampia trattazione di questo argomento, al documento Famiglia, matrimonio e unioni di fatto, pubblicato cinque anni fa dal Pontificio consiglio della Famiglia. Ruini ha osservato che «la situazione italiana si presenta di non facile lettura» e i vescovi «senza incertezze non intendono farsi coinvolgere in scelte di schieramento politico o di partito». L'unica loro preoccupazione è richiamare «l'insegnamento sociale della Chiesa non per "interessi cattolici", ma per il bene dell'uomo». [ LINK : IL DOCUMENTO DELLA CHIESA SULLE UNIONI DI FATTO] Il Registro delle Unioni Civilia cura del Card. DIONIGI TETTAMANZI arcivescovo di Milano Sulle famiglie di fatto si è accesa, in quest'ultimo periodo di tempo, una discussione non poco vivace. A provocarla è stato il fatto che alcuni Consigli comunali hanno deliberato l'istituzione del "registro delle unioni civili". Ma sul problema si devono rilevare, insieme alla discussione, anche reazioni
di diverso genere, che meritano di essere segnalate. La maggioranza delle
persone è rimasta, così pare, piuttosto indifferente; altre
hanno preferito scegliere il silenzio; altre ancora hanno manifestato
una specie di "fastidio"
di fronte ad una questione che rischia di aggravare tensioni e contrapposizioni
che già appesantiscono il clima sociale e politico di oggi. 1. Un problema insieme soggettivo e oggettivo Di fronte al fenomeno delle unioni di fatto non si può tralasciare la considerazione dell'aspetto soggettivo: siamo di fronte a singole persone, alla loro visione della vita, alle loro intenzionalità, in una parola alla loro "storia". In tal senso, noi possiamo, anzi dobbiamo, anche prendere atto e rispettare la libertà individuale di scelta di queste stesse persone. Ma nelle unioni di fatto che chiedono il riconoscimento pubblico non è in
questione soltanto la libertà privata (ciascuno
è libero di comportarsi privatamente come meglio o peggio gli
aggrada); è in questione anche e specificatamente il riconoscimento
pubblico di questa scelta privata. Questo terreno comune equivale a un criterio oggettivo, a una verità che è al
di sopra di tutti e, insieme, è
per il bene di tutti. Stare a questo criterio, a questa verità,
è condizione sia per l'autentica libertà e maturità
della persona sia per lo sviluppo di una convivenza sociale ordinata
e feconda. 2. Un problema non confessionale ma "laico" La discussione sulle famiglie di fatto ha manifestato, ancora una volta,
come sia forte la tendenza a ideologicizzare, anzi a "confessionalizzare" ogni
problema, ossia a ritenere che la sua soluzione non possa avere se non
risposte diverse e contrapposte, a seconda della fede professata, se
cattolica o laica. Ma il cristiano, sempre alla luce della parola di Dio e dell'insegnamento della Chiesa, sa che il sacramento non è una realtà successiva ed estrinseca al dato naturale, ma è questo stesso dato naturale che viene assunto a segno e mezzo di salvezza. Su questo dato naturale, e quindi profondamente umano, il credente interviene con la luce e con la forza della sua ragione. Il problema delle unioni di fatto, dunque, può e deve essere affrontato con la ragione: non è questione di fede cristiana, ma di razionalità. È inaccettabile questa tendenza, così diffusa e radicata, quasi
istintiva, a contrapporre cattolici e laici! Quanto dice l'Enciclica Evangelium
vitae circa il problema dell'aborto può dirsi analogamente per il nostro
problema: "Il Vangelo della vita non è esclusivamente per i credenti:
è per tutti. La questione della vita e della sua difesa e promozione
non è prerogativa dei soli cristiani
"
(n. 101). 3. Un problema di grande serietà Un altro rischio - comune e diffuso - va denunciato: quello di banalizzare la portata del problema in gioco. Si dice, infatti, che non ci sarebbe da preoccuparsi eccessivamente, considerato il numero relativamente ridotto delle coppie di fatto rispetto alla quasi totalità del popolo italiano che è per la famiglia fondata sul matrimonio. In realtà, il problema non è tanto quantitativo, quanto qualitativo: riguarda la verità e la giustizia, ossia i valori e le esigenze che vi sono coinvolti. Piuttosto la scarsa rilevanza numerica del problema dovrebbe far sorgere qualche dubbio sulla stessa opportunità di adoperarsi per interventi amministrativo-legislativi riguardanti le coppie di fatto, mentre non sempre pare di poter registrare un adeguato impegno per la promozione di autentiche politiche familiari. Una forma ancora più inquietante e deleteria di banalizzazione
del problema sta nell'esaltazione (apparente e falsa) della libertà
di scelta degli individui. Ma è proprio questa impostazione del
tutto privatistica del matrimonio e della famiglia che esige di essere
considerata con estrema serietà. Non siamo di fronte a un qualsiasi
tipo di rapporto di vita tra le persone, ma a un tipo di rapporto che
ha una dimensione sociale unica rispetto a tutte le altre; è unica
quella della famiglia per la sua natura di nucleo sociale di base, in
quanto con la procreazione si pone come seminarium civitatis (come principio "genetico"
della società) e con l'educazione si configura come luogo primario
di trasmissione e coltivazione dei valori e, quindi, come principio di
cultura. 4. Per una valutazione veramente razionale Come per ogni altro problema umano, così anche per quello delle
unioni di fatto, si deve intervenire con la ragione, più
precisamente con la "retta ragione". Con questa classica precisazione
terminologica, si intende fare riferimento alla lettura e al giudizio
di una ragione che sa essere oggettiva, libera quindi dai più diversi
condizionamenti, come l'emotività
o la facile compassione per singole situazioni penose, gli eventuali
pregiudizi ideologici, la pressione sociale e culturale, i rigidi schieramenti
delle forze e dei partiti politici. Sono queste fondamentali considerazioni di ordine etico e antropologico l'oggetto specifico proprio di una retta riflessione razionale. E questa, secondo un ideale cammino logico, procede anzitutto a definire l'identità propria della famiglia fondata sul matrimonio e l'identità propria delle altre forme di convivenza, per operare poi un confronto tra le due identità e poter concludere, così, sulla possibile o impossibile "equiparazione" tra famiglia e unioni di fatto. Prioritaria, pertanto, si pone la definizione dell'identità propria della famiglia in se stessa e in rapporto alla società. A questa identità appartiene, oltre a quanto già detto, il valore e l'esigenza della stabilità del rapporto matrimoniale tra l'uomo e la donna: è una stabilità che trova espressione e conferma nel rapporto di procreazione dei figli e che si pone al loro servizio educativo-culturale e, in tal senso, diviene anche un fattore di ulteriori rapporti del tessuto sociale nel segno della coesione. Si deve, inoltre, precisare che la stabilità propriamente matrimoniale e familiare non è affidata esclusivamente all'intenzione e alla buona volontà delle singole persone coinvolte, ma riveste un carattere istituzionale, in seguito alla pubblicizzazione, ossia al riconoscimento giuridico da parte dello Stato della scelta di vita coniugale. Una simile stabilità è sì nell'interesse di tutti, ma torna a particolare vantaggio dei più deboli, cioè dei figli. In tal senso non può non colpire il pratico silenzio che sul problema dei figli che nascono nelle coppie di fatto caratterizza l'attuale dibattito sull'equiparazione tra famiglia e unioni di fatto. Se ora, dall'identità della famiglia passiamo a quella delle altre forme di convivenza, dobbiamo immediatamente rilevare la forte eterogeneità delle unioni di fatto: si pensi anche solo alla diversità tra quelle eterosessuali e quelle omosessuali. Una simile eterogeneità rende più articolato e diversificato il confronto tra la famiglia e queste convivenze. Da tale confronto emerge come e sin dove queste ultime si allontanino, anzi finiscano per alterare radicalmente il "modello" naturale della famiglia fondata sul matrimonio. Non prendiamo in considerazione qui, per ragioni di spazio, la problematica delle coppie omosessuali, che evidentemente solleva interrogativi più inquietanti, anche se il rifiuto all'equiparazione, in tale caso, è ancora più categorico. Una pretesa equiparazione tra famiglia e unioni di fatto da parte della società e della legge civile deve dirsi falsa e falsificante, perché va contro la verità delle cose, annullando delle differenze sostanziali, introducendo "modelli" di famiglia per nulla confrontabili tra di loro e che si risolvono, in ogni caso, in uno screditamento ingiusto di quell'unica famiglia che la storia dell'umanità di tutti i tempi ha sempre visto non come una generica relazione, ma come realtà originata da un matrimonio, ovvero dal patto, variamente stipulato e manifestato, tra persone di sesso diverso, operato a partire da una reciproca e libera scelta e comprendente, almeno come progetto, una relazione generativa. 5. L'intervento della società e della legge civile È legittimo, anzi necessario, l'intervento della società
e della legge civile nell'ambito della famiglia e anche delle unioni
di fatto: la ragione sta nell'essenziale dimensione sociale del matrimonio,
che si esprime nel rapporto reciproco che va dal matrimonio alla società e
dalla società al matrimonio. Ciò significa che va osservata, anzitutto, la vigente Costituzione
repubblicana del nostro Paese, oltremodo chiara sia nella lettera sia
nello spirito. Questa "riconosce i diritti della famiglia come
società naturale fondata sul matrimonio" (art. 29) e,
dunque, - mentre solo a "questa" famiglia riserva e assicura
una specifica tutela e una via preferenziale agli interventi sociali
e di solidarietà - propone "questa"
famiglia come "unico" modello adatto ad assicurare nel tessuto
sociale la certezza del diritto e l'adempimento dei compiti previsti
dalla legge. Così pure l'adempimento dei compiti viene lasciato alla totale arbitrarietà dei conviventi. Ciò nonostante, con l'istituzione del "registro delle unioni civili", si riconosce uno speciale status giuridico di famiglia a persone che liberamente hanno rifiutato e rifiutano proprio lo status di famiglia, con tutti i correlativi diritti e doveri: in tal modo è lo stesso soggetto pubblico (il Comune) a cadere in una palese e intollerabile contraddizione. Si aggiunga poi che il soggetto pubblico pone un atto giuridico a senso unico: mentre si assume delle obbligazioni nei confronti dei conviventi, questi non si assumono nessuna obbligazione. In tale prospettiva, è paradossale che sia lo stesso soggetto pubblico a farsi responsabile del rifiuto della dimensione sociale della convivenza familiare e del riconoscimento dell'individualismo più marcato: con l'equiparazione famiglia-unioni di fatto, il soggetto pubblico accetta un'ingiusta e deleteria "dissociazione" tra diritti e doveri: ai conviventi riconosce i diritti, ma da essi non esige i doveri. Come si vede, l'equiparazione - mediante l'iscrizione a registro - delle unioni di fatto alla famiglia è contraria a ogni coerente articolazione dei rapporti tra diritti e doveri e, proprio per questo, sovverte alla radice il vivere sociale, oltre ad essere un vero e proprio vulnus alla Costituzione vigente. In tal senso, dobbiamo chiederci quale possa essere la "legittimità" di simili deliberazioni dei Comuni, dal momento che a questi non sono attribuite competenze propriamente legislative (almeno in questo campo), ma, al più, compiti solo amministrativi; per questo si deve almeno dubitare della rilevanza giuridica di questi pronunciamenti comunali. A sostegno di una legge civile di riconoscimento delle unioni di fatto
si invoca la distinzione tra legge morale e legge civile. Certamente
tra le due c'è distinzione, ma la distinzione non è sinonimo
né di separazione né, tanto meno, di contraddizione. È noto,
al riguardo, il limpido insegnamento di san Tommaso, per il quale "ogni
legge posta dagli uomini in tanto ha ragione di legge in quanto deriva
dalla legge naturale. Se invece in qualche cosa è in contrasto
con la legge naturale, allora non sarà legge ma corruzione della
legge" (Summa Theologiae I-II, 95, 2). Nel caso specifico del riconoscimento giuridico delle unioni di fatto, essendo in questione un modello di famiglia che contraddice alla legge naturale e per di più con forti conseguenze negative sul tessuto sociale, la legge civile non può essere difforme dalla legge naturale. Se lo pretendesse, perderebbe la sua identità di legge, come scrive sant'Agostino; "Non videtur esse lex, quae iusta non fuerit" (De libero arbitrio I, 5, 11). Si deve ricordare, inoltre, un compito ineliminabile della stessa legge civile: quello educativo. Certamente la legge non ha il compito di fare santi tutti i cittadini, e in tal senso può e deve prendere atto di certe situazioni esistenti nella società, giungendo persino a forme di tolleranza: "secus deteriora mala prorumperent", direbbe san Tommaso. Ma non può neppure limitarsi a registrare le situazioni in atto e a consacrarle col crisma della legalità. Ha pur sempre un compito educativo-culturale. Non può essere indifferente ai valori culturali ed etici e deve - certo contrastando forti correnti che lo vorrebbero azzerare - assolvere a un compito pedagogico e assumere un ruolo di promozione morale e culturale. 6. Un'organica politica familiare Se la responsabilità nei riguardi della famiglia, attesa la sua
tipica valenza sociale, è di tutti i membri della società,
questa responsabilità vede come soggetto privilegiato quanti sono
impegnati in politica. Se anche per i politici parliamo, in relazione al nostro problema, del rischio della banalizzazione, non è certo per una minore stima nei loro confronti, ma perché comunemente e ripetutamente l'azione politica tende a seguire la linea del pragmatismo e del cosiddetto "equilibrio". Interessano le cose concrete e interessa non rompere, solo per questioni di principio, l'assetto armonico delle forze politiche o le già precarie alleanze o coalizioni tra le stesse. Ma non è forse da un pragmatismo non supportato da una lungimirante e robusta progettualità (che per sua natura esige un non piccolo impegno a riflettere sui grandi valori antropologici ed etici che decidono di una cultura - di un costume e di una mentalità e, quindi, di una serie di decisioni, scelte, azioni, istituzioni - veramente rispettosa e promotrice della dignità personale di tutti e di ciascun uomo), che derivano i non pochi mali di cui soffre la politica del nostro Paese? Non sono forse questi valori le cose più concrete di cui la società ha bisogno? E l'equilibrio delle forze politiche - con l'eventuale stabilità di governo - non dev'essere forse costruito e mantenuto su basi di chiarezza e di fedeltà ai valori? Ci sono ancora tanti passi da compiere per una politica che non tema di pensare e di "pensare in grande" e, quindi, per una politica che non tema di rifiutare l'indifferenza e il relativismo nei riguardi della verità e dei valori, indifferenza e relativismo spesso visti come sinonimi di libertà e di democrazia. È vero piuttosto il contrario, come ricorda il Papa nell'enciclica Centesimus annus, riproponendoci l'ammonizione che viene dalla stessa storia: "Se non esiste nessuna verità ultima la quale guida e orienta l'azione politica, allora le idee e le convinzioni possono essere facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo
aperto oppure subdolo come dimostra la storia"
(n. 46).
Si sa che rientra nella responsabilità politica il compito legislativo:
in tale senso, spetta al politici vigilare - in sede non solo di principio,
ma anche di applicazione - sul giusto rapporto tra legge morale e legge
civile e difendere la valenza educativo-culturale dell'ordinamento giuridico. Questa prospettiva, ad alcuni, potrebbe sembrare esagerata.
In realtà, corrisponde alla verità
del fondamentale, originale e insostituibile rapporto tra famiglia e
società. La sua applicazione coerente conduce a interventi ben
precisi che coprono l'intero arco dei "diritti"
della famiglia come tale e che si riferiscono, tra l'altro, alla casa,
al lavoro, alla scuola, alla sanità, al fisco. Senza dire che,
con simili interventi, la politica risponde a un elementare senso di
giustizia, riconoscendo con i fatti che la famiglia nel nostro Paese
si configura come primo, più diffuso e più
efficace "ammortizzatore sociale": sono le famiglie che cercano
di ovviare alle inadempienze e alle incapacità
dello Stato, che si vorrebbe "sociale", ma che troppo spesso
riesce solo a essere "assistenziale". Nel promuovere con maggiore impegno un'organica politica familiare, sarà pure necessario rispettare un prerequisito essenziale e irrinunciabile, che consiste nel riconoscere, tutelare, valorizzare e promuovere l'identità della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, tracciando una linea di demarcazione il più possibile netta tra la famiglia propriamente intesa e le altre convivenze, che della famiglia, per loro natura, non possono meritare né il nome né lo statuto. Nel fare ciò, i cristiani che si impegnano in politica, a qualunque forza appartengano, dovranno essere coraggiosamente capaci di trovare - tra di loro e con quanti, pur di fede diversa, sono seriamente preoccupati del bene comune - linee comuni e convergenti di intervento e di azione. Nello stesso tempo, non si dovrà temere di affrontare le problematiche che riguardano altre forme di convivenza, quali le unioni di fatto. Anche tali problematiche, infatti, dovranno essere prese in considerazione, soprattutto se vanno assumendo una reale rilevanza a livello sociale. Ma ciò deve avvenire facendo riferimento ad altri criteri che, ultimamente, hanno a che fare con i diritti e i doveri delle persone e di altre particolari tipologie sociali, ma non con i diritti e doveri della famiglia in quanto tale. 7. L'azione pastorale della comunità cristiana Anche la comunità cristiana deve lasciarsi interrogare dal fenomeno delle unioni di fatto e, in particolare, dai tentativi in atto per la loro equiparazione giuridica alla famiglia: lasciarsi interrogare nel senso di mettere in atto la sua missione specifica, che discende dalla sua natura di Ecclesia Mater et Magistra e dunque in rapporto al suo compito di evangelizzazione e di testimonianza di carità. I cristiani, non solo per la luce della ragione ma anche per quello "splendore della verità" che viene loro donato dalla fede, sono impegnati a chiamare le cose col proprio nome: il bene bene e il male male. In un contesto culturale fortemente relativistico, disposto ad annullare tutte le differenze - anche quelle sostanziali - tra famiglia e unioni di fatto, occorrono una più lucida saggezza e una libertà più coraggiosa per non prestarsi né all'equivoco né al compromesso, nella convinzione che la "crisi più pericolosa che può affliggere l'uomo" è "la confusione del bene e del male, che rende impossibile costruire e conservare l'ordine morale dei singoli e delle comunità" (Veritatis splendor, n. 93). L'enciclica ora citata riporta la parola dell'antico profeta: "Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l'amaro in dolce e il dolce in amaro" (Is 5, 20). È legittima, anzi doverosa, la comprensione - e, a volte, la compassione per determinate situazioni difficili e penose - nei riguardi delle persone che vivono in una unione di fatto. Ma la comprensione non equivale alla giustificazione. Si deve piuttosto rilevare che la verità costituisce un bene essenziale della persona e della sua autentica libertà, sicché non è motivo di offesa ma di aiuto reale alle persone l'affermazione della verità. Significative al riguardo sono le parole di Paolo VI: "Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo è eminente forma di carità verso le anime" (Humanae vitae, n. 29). Lo stesso Paolo VI prosegue mettendo in luce l'altro fondamentale aspetto dell'azione pastorale della Chiesa: "Ma ciò deve sempre accompagnarsi con la pazienza e la bontà di cui il Signore stesso ha dato l'esempio nel trattare con gli uomini". Ciò significa che i cristiani sono chiamati a cercare di capire le molteplici ragioni personali, sociali e culturali del diffondersi delle unioni di fatto. Anche le persone che si trovano in queste situazioni devono rientrare nella cura pastorale ordinaria della comunità ecclesiale, una cura che comporta vicinanza, attenzione ai problemi e alle difficoltà, dialogo paziente, aiuto concreto specialmente in riferimento ai figli e ai loro diritti etico-sociali e patrimoniali. Una pastorale intelligente e discreta può, alcune volte, favorire il ricupero di queste unioni alla necessaria "pubblicizzazione". Anche in questo campo, l'impegno pastorale prioritario consiste nella prevenzione, che comporta un servizio sistematico e capillare ai giovani e alla loro preparazione al matrimonio. E con la prevenzione, l'impegno a promuovere un'abituale e costante pastorale familiare, destinata a fare delle famiglie le protagoniste di un'azione rivolta alla crescita umana e cristiana delle famiglie stesse. In questo ambito, rientra, non certo come secondaria, la testimonianza di vita che le famiglie cristiane devono dare sulla bellezza di un'unione stabile, anzi indissolubile. È, ancora, compito della comunità cristiana sollecitare e, nello stesso tempo, collaborare perché si realizzi nella comunità civile una vera politica familiare. Ciò comporterà, tra altro, che, nell'ottica del progetto culturale che vede coinvolta la Chiesa in Italia, ci si abbia a impegnare in una complessiva e profonda azione culturale, volta alla promozione di una mentalità e di un costume nei quali, con buone ragioni ed esempi trainanti, si sia convinti dell'importanza della famiglia fondata sul matrimonio per l'intera collettività. Nello stesso tempo, seguendo le indicazioni del Direttorio di pastorale familiare (n. 113): a) nelle diverse e molteplici iniziative di formazione dei cristiani all'impegno sociale e politico, si dovrà presentare la famiglia come prima realtà da promuovere per la realizzazione del bene comune; b) non ci si dovrà stancare di richiamare a tutti gli operatori sociali e politici la necessità e l'urgenza di un'adeguata politica familiare; c) si dovranno sollecitare e aiutare le stesse famiglie cristiane a riappropriarsi responsabilmente della propria soggettività sociale, fino a vivere forme più dirette di partecipazione sociale e politica, capaci anche di rivendicare quella tutela e promozione che la Costituzione italiana riserva alla sola famiglia fondata sul matrimonio. UNIONI DI FATTO : UN OGGETTIVO DISPREZZO PER LA FAMIGLIA VERA E PROPRIAdi Alessandro Maggiolini vescovo di Como Può essere utile accennare alla trascuratezza - se non proprio al disprezzo - di cui è circondata la famiglia, questa "risorsa più preziosa e più importante di cui la Nazione italiana... dispone", come insegna il Papa. Essa, infatti, "è ben poco aiutata per la debolezza e l'aleatorietà delle politiche familiari, che troppo spesso non la sostengono in modo adeguato né economicamente né socialmente. Occorre ricordare qui il chiaro dettato della Costituzione italiana, che afferma: "La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi"". Questa citazione è presa dal discorso che Giovanni Paolo II ha tenuto il 28 giugno scorso: un discorso nel quale il Papa esorta ancora una volta i credenti e gli uomini di buona volontà perché siano premurosamente attenti "alle leggi e alle istituzioni, nelle quali si esprimono e dalle quali vengono sostenute, o invece danneggiate, la cultura e le convinzioni morali di un popolo". In tale intervento il Sommo Pontefice si vede monotonamente ma inevitabilmente costretto a richiamare le verità fondamentali circa la famiglia: quelle che dovrebbero essere intuitive, evidenti, lampanti, solari, indiscutibili, innegabili, inoppugnabili, incontrovertibili, pacificamente ammesse; ma che pure così non sono nello scardinamento dei valori umani in cui siamo tutti coinvolti. I periodi più corrotti della storia obbligano a riprendere l'ovvio e a ripresentare ciò che il più disarmante buon senso mostrerebbe d'istinto. Afferma ancora il Papa: "... Preoccupante è l'attacco diretto all'istituto familiare, che si sta sviluppando sia a livello culturale che nell'ambito politico, legislativo e amministrativo. Esso ignora e distorce il significato della norma costituzionale con la quale la Repubblica italiana "riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio" (art. 28). È chiara infatti la tendenza a equiparare alla famiglia altre e ben diverse forme di convivenza, prescindendo da fondamentali considerazioni di ordine etico e antropologico". Risulta chiara da questo brano, in primo luogo, la non possibile equiparazione di "unioni di fatto", pur relativamente stabili, con la famiglia vera e propria. Di mezzo c'è non solo un rito sacramentale - per chi crede - e un atto di denso significato civile per tutti: di mezzo c'è, in primo luogo, un'ambigua concezione individualistica e sfruttante della vita: una mentalità e un costume oggettivamente derivati dal più desolante egoismo. Tale concezione si traduce
in una struttura che, da una parte, intende scostarsi o contrapporsi
alla società e, dall'altra, proprio dalla stessa società
e anzi dallo Stato pretende di essere riconosciuta. Chi si unisce in matrimonio e con il coniuge si esprime nella famiglia attraverso la vita donata ai figli, assume responsabilità che non possono essere misconosciute né ridotte all'arbitrio di manovra che si riservano i "conviventi". Una convalida di tali "unioni spontanee" da parte di pubblici poteri implicherebbe - volens nolens - un oggettivo disprezzo della famiglia vera e propria. Metterebbe inoltre i cittadini sposati religiosamente nella tentazione di usufruire dei vantaggi che reca, sotto il profilo statuale, la cosiddetta "famiglia di fatto". Con anche maggiore facilità tale coonestazione legislativa discriminerebbe coloro che intendono limitarsi al matrimonio civile e che sarebbero posti concretamente perfino in una situazione di più acuta istigazione a evitarlo. La minaccia o lo scadimento del "senso dello Stato" in tale condizione possono essere facilmente immaginati. Un'approvazione legislativa civile di tali "convivenze spontanee" - istintuali? - equivarrebbe, di fatto, non solo a favorirle, ma a incentivarle. La presa di posizione di Giovanni Paolo II - ma non si tratta ancora che di "buon senso" - rifiuta a maggior ragione di equiparare alle famiglie autentiche le convivenze di tipo omosessuale. Non è che la fede e la ragione condannino per principio come moralmente responsabile e colpevole ogni tendenza omofilica nella persona umana. Tale tendenza altro non è che una realtà di cui prendere atto e da contrastare. Essa può presentarsi in diversi gradi di intensità e rimanere allo stadio di tendenza, appunto, senza passare all'azione o all'abitudine: ancor più, senza passare alla situazione di coppia. A questo riguardo occorrerà riconoscere l'inviolabile dignità di ogni persona umana, anche omosessuale. Occorrerà però riconoscere pure l'evidenza: di una non perfetta "eguaglianza" tra persone umane. Non solo dal punto di vista sessuale, ma anche a motivo di qualche dote particolare e di qualche "anomalia" che si possono riscontrare in questo settore e in altri della vita umana. Un poco come si può essere bassi o alti, diritti o sciancati, longilinei od obesi, ecc., analogamente ci si può scoprire eterosessuali od omosessuali in varia intensità. Senza negare possibili componenti di intelligenza, di sensibilità, di emozione, di eroismo, ecc. che in queste e simili situazioni "diverse" si possono registrare e perfino accentuare. Si può essere omofilici e inventori e artisti e poeti e musicisti e perfino santi a un tempo. Ciò che il "senso comune" non accetta - o non dovrebbe accettare - è l'ostentazione magari chiassosa e addirittura la pretesa di costituirsi in "famiglie" da parte di persone dall'orientamento omosessuale. Il "vanto" dell'omofilia pubblicizzata può essere letto come il tentativo sofferto - e rabbioso, talvolta - di esibire una "normalità" almeno dubbia. Le coppie omofiliche non appaiono né identiche né abbastanza analoghe con le famiglie vere, perché possano anch'esse venire denominate famiglie, appunto. L'equivocità va lasciata tale, quando c'è e risulta evidente. (A modo di immagine e di insegnamento della Scrittura al riguardo, si possono vedere due brani spaventosi, non passati di attualità: Gen 19, 1-29; Rom 1, 18-32). V'è da scoraggiarsi nel vedersi costretti a recare le motivazioni - per cui una coppia omosessuale non è, e non può essere, riconosciuta come una famiglia. Il mutuo completamento coniugale viene negato, e non basta parlare di "amore" per capire esattamente a che cosa ci si riferisce: a meno di adattarsi a un linguaggio da rotocalco scadente. Quanto poi alla fecondità, spiace, ma v'è da temere che la soluzione del problema della denatalità non si risolva per questa strada: una strada che non si apre e anzi si proibisce e ripudia il futuro. Almeno quando si tratta di coppie di maschi. Per le donne, occorre interrogarsi seriamente circa l'opportunità di una fecondazione artificiale o di forme di adozione o simili di bambini che rimarrebbero senza padre. Ancora una volta - e per cause più gravi - si mette in crisi il "senso dello Stato", quando si procede con la politica del fatto compiuto da parte di autorità civili locali che creano registri di "coppie gay" senza rilevanza giuridica e con evidente finalità propagandistica: si vuole così esercitare una pressione culturale perché i pubblici poteri giungano, quasi costretti, a una legislazione permissiva al riguardo. E di nuovo: non si riesce a comprendere quando e perché
delle "formazioni sociali fondate sulla solidarietà",
com'è stato detto, di due - o anche più? - persone del
medesimo sesso "meritino tutela" giuridica, economica, ecc.
dal momento che sarebbero "coppie", o si limiterebbero a coabitare.
Occorre insistere sul rischio - almeno sul rischio - di penalizzare le
famiglie vere. Almeno perché le "convivenze omofiliche" legalizzate
tenderebbero a moltiplicarsi in base al tornaconto. Se non ci si inginocchia
davanti al mito - al "dogma"
illuministico - dell'innocenza dell'umanità contro ogni esperienza,
queste e simili osservazioni appaiono evidenze e basta. Sostiene: "Sono ugualmente espliciti e attuali i tentativi di dare
dignità di legge a forme di procreazione che prescindono dal vincolo
coniugale e che non tutelano sufficientemente gli embrioni". I valori gravissimi in gioco sono soprattutto due: la paternità e la maternità anche fisiche che devono essere assicurate all'eventuale figlio; e l'insorgere di nuove vite umane a modo di dono dentro una logica di autentica mutua donazione coniugale MATRIMONI E "UNIONI DI FATTO": IO NON SONO
ZAPATERO La complessità e la delicatezza dell'argomento e il desiderio di esprimere il più compiutamente possibile il mio pensiero mi costringono a far riferimento ad alcuni fondamenti normativi ed etici che richiedono un linguaggio un po' diffìcile. Innanzitutto ho sempre ritenuto che la famiglia fosse la prima più originaria e fondamentale comunità naturale. E ciò si accorda con lo spirito attuale della nostra Costituzione repubblicana (in particolare penso all'articolo 29, ma anche agli articoli 2, 30, 31). La mia ispirazione religiosa ha argomentato e sostenuto questa convinzione.
Essa si accompagna anche, a un tempo, con il rispetto e la comprensione
che debbo, e che tutti dobbiamo, a milioni di famiglie che ogni giorno
fanno fatica eppure ricreano per propria virtù il tessuto umano,
sociale e morale del nostro Paese. Sono tra coloro che sono attenti, responsabilmente attenti, tanto all'evoluzione positiva della famiglia, quanto alla proliferazione di diversi modelli familiari o di convivenza non familiare. Ne sono tra coloro che hanno sostenuto in questi anni che la famiglia esce malconcia dai mutamenti della società. Ritengo invece che essa abbia resistito, si sia adattata attingendo proprio alle risorse morali e affettive delle quali è custode e fautrice. Questo è vero particolarmente in Italia, ed emerge con grande chiarezza nel confronto con altri Paesi. Penso che la famiglia sia anche la più grande istituzione economica del nostro Paese, quella su cui il Paese è andato avanti, in silenzio, anche nei momenti diffìcili, anche quando aveva governanti non all'altezza del loro compito. E tra le riforme che il mio futuro Governo dovrà fare - se gli italiani me ne conferiranno la responsabilità - vi è certamente in primo luogo quella di un progetto famiglia, a più livelli e con più strumenti, da quelli sociali a quelli fiscali, da quelli diretti a quelli che incidono anche indirettamente sulla vita delle famiglie italiane. Abbiamo bisogno di un "progetto famiglia" che agisca sia sull'ordine economico-monetario, sia in quello dei servizi che attengono alle politiche di welfare, per fare fronte alla crisi di denatalità e alle molte situazioni difficili nelle quali le famiglie si trovano. Dai servizi sociali alle scuole, alla casa, al lavoro tutto va pensato non solo in termini individuali, ma anche in termini di dimensione familiare, "a misura di famiglia". Penso anche che la politica si debba interrogare sul perché oggi i giovani non abbiano il coraggio o la voglia di assumersi la responsabilità di una famiglia. Credo che dobbiamo innanzitutto offrire loro più sicurezza (e tutti ben sappiamo come, ad esempio, la precarietà del lavoro o la difficoltà ad avere una casa ne siano un ostacolo) e favorire l'idea che in famiglia si può "star bene". Oggi lo sviluppo di nuovi modelli familiari e di nuovi modelli di convivenza, in particolare le unioni di fatto, ma anche le unioni tra persone dello stesso sesso, interpella il legislatore, stretto tra l'esigenza di difendere e promuovere l'istituto familiare e la necessità di fare i conti con tali trasformazioni e con i nuovi bisogni che da esse derivano. Nessuno vuole e può - non io certamente - conformare i nuovi modelli di convivenza all'istituto familiare. La stessa recente giurisprudenza costituzionale si è espressa chiaramente in merito e, pur registrando la trasformazione della coscienza e dei costumi a cui non si può essere indifferenti, mantiene un certo favor familiae, come si dice in gergo, ed esclude positivamente affermazioni omologanti. Così, mentre si riconoscono le unioni o convivenze di fatto «quale
rapporto tra uomo e donna», dice la Corte costituzionale, «ormai
entrano nell'uso comunemente accettato, accanto a quello fondato sul
vincolo coniugale», ciò «non
autorizza la perdita dei contorni caratteristici delle due figure». L'individualità delle altre convivenze va aiutata nelle
necessità
fondamentali. Quanto alle unioni tra persone dello stesso sesso, caro direttore, in tempi non sospetti ho pubblicamente dichiarato che ero contrario al loro riconoscimento nella forma del matrimonio e dell'unione coniugale. Nelle sedi nazionali e internazionali mi sono espresso pubblicamente perché si seguisse una linea diversa da quella seguita da Zapatero in Spagna. Questo non significa che anche nei casi di unioni tra persone dello stesso sesso non vi siano ingiustizie da sanare, affinchè si abbia un completo rispetto delle scelte individuali che non possono essere socialmente discriminate. Su questi problemi così complessi e delicati le critiche sono ben accette, ma non si devono creare fraintendimenti. Si deve invece tenere aperto un confronto rispettoso e costruttivo con tutti senza strumentalizzazioni che si pieghino alla competizione politica del giorno. Un caro saluto. ROMANO PRODI Puglia: la giunta Vendola
strappa sulla famiglia.
Operazione di forza ad altissimo rischio. Una grande operazione di marketing sociale. Una pesante ipoteca politica. C'è tutto questo e altro (fors'anche uno dei mille conflitti d'interesse che asfaltano la vita della tormentata Seconda Repubblica) dietro l'approvazione - all'unanimità - da parte della giunta regionale pugliese, del disegno di legge sul «sistema integrato dei servizi sociali per la dignità e il benessere delle donne e degli uomini di Puglia». In sostanza si estendono «gli interventi e i servizi destinati alla famiglia» anche a tutte le persone che siano in qualche misura legate «da vincoli di parentela, affinità, adozione, tutela». E da «altri vincoli solidaristici». Ma procediamo con ordine. Il camaleontismo linguistico. Come definire altrimenti l'espressione «vincoli solidaristici», sotto il cui ombrello fantasioso e dietro l'ammiccante formulazione vanno ricompresi, per esplicita ammissione dei governanti pugliesi, tutti i legami di affetto, di solidarietà, di amore tra le persone? Dunque, anche le unioni di fatto eterosessuali e omosessuali. Tutti attenti gli amministratori a non pronunciare mai il termine Pacs. Ché altrimenti i soliti cattolici bacchettoni si scandalizzano. Meglio sarebbe uno scontro frontale e non questa mielosa pantomima, nella quale si fanno scelte estreme senza il coraggio di chiamarle con il loro vero nome. Una volta si bollavano questi atteggiamenti con il termine ipocrisia, uno dei «peccati mortali» delle vecchie classi dirigenti sempre nel mirino del presidente rifondarolo della Regione Puglia, Nichi Vendola. Altri tempi, altre contestazioni. Oggi si fa il peana all'ipocrisia delle parole che velano i comportamenti. Marketing sociale. È quella costruzione, anzitutto culturale, in base alla quale prima si punta a realizzare nuovi modelli di comportamento alternativi alla dimensione legale e di diritto, poi si elaborano nuovi diritti sulla base della situazione fattuale e di una presunta legittimazione social e, infine si traducono in forme di disciplina giuridica o amministrativa. È quanto sta accadendo con le unioni di fatto (etero e omosessuali) senza valutare il rischio, laddove si estendano automaticamente le tutele proprie della famiglia a tutte le nuove forme di «vincoli solidaristici», del deprezzamento oggettivo della famiglia così come fotografata dall'art. 29 della Costituzione italiana. Una domanda al legislatore pugliese: qual è la differenza che premia e promuove la famiglia? In realtà è sin troppo evidente il gap fra diritti e doveri. Anzi, si prospetta un riconoscimento delle tutele a fronte di un forte sconto sui doveri. Ma questa - si dirà - è una questione educativa. E noi risponderemo che le Regioni dovrebbero operare dentro l'arco della Costituzione, promuovendo la famiglia. O no? L'ipoteca politica. Lo strappo pugliese viene esercitato a due mesi esatti dalle elezioni politiche. Uno strappo voluto tenacemente da una giunta regionale di sinistra-centro come quella guidata da Vendola e che di fatto imbarazza i vertici nazionali dell'Unione per i quali la questione dei Pacs sta di giorno in giorno diventando uno dei problemi più scottanti. Il rischio che il disagio nei confronti di queste scelte si manifesti nel più sottile e insidioso dei comportamenti elettorali, ovvero l'astensionismo, è altissimo. Perché un cittadino italiano riformista e moderato, o un cattolico altrettanto moderato, pur orientato a votare per il centrosinistra e non disponibile a spostare il proprio suffragio nel campo avverso, dovrebbe contraddire la propria coscienza, i propri valori e le proprie convinzioni più profonde premiando chi pone sullo stesso piano la famiglia di diritto e i «vincoli solidaristici»? Un interrogativo che Vendola può permettersi il lusso di ignorare, ma Rutelli e Prodi forse no. La Chiesa e la "benedizione" delle
unioni di fatto. Caro padre, sono una lettrìce di Famiglia Cristiana da quand'ero bambina. Sono credente, ma non pratico la chiesa. Da cinque anni vivo con un uomo che ho incontrato quando lui era già separato. Siamo andati a vivere insieme dopo due anni che ci conoscevamo. Nell'ottobre del 2004 ha ottenuto il divorzio e il successivo 30 dicembre ci siamo sposati in municìpio. So dì essere peccatrice davanti alla Chiesa in quanto sposata a un divorziato. Sfogliando un settimanale, mi sono molto indignata nel vedere le immagini di un sacerdote che benedice l'unione tra una nota soubrette, già sposata in chiesa e in attesa di divorzio, e il suo fidanzato, anche lui in attesa di divorzio. Come può un sacerdote, durante la santa Messa (anche se non celebrata in chiesa ma, come in questo caso, all'interno di un albergo), far leggere la formula del matrimonio religioso e dare la benedizione agli anelli, con lo scambio degli stessi, a due persone che non hanno neppure ottenuto il divorzio? Non mi sembra una cosa giusta- Davanti alla Chiesa e a Dio non dovremmo essere tutti uguali? Bisogna far parte del mondo dello spettacolo e avere amici sacerdoti per poter arrivare a tanto? Io e mio marito, nel luglio del 2002, ci siamo recati a Padova, e nell'occasione
siamo entrati nella basilica di Sant'Antonio. Il mio consorte, anche
lui credente, mi disse: «Vorrei confessarmi, anche se Caro padre, come possiamo sentirci ora, dopo aver appreso che un sacerdote ha, invece, benedetto un'unione di fatto? La ringrazio per ciò che potrà dirmi al riguardo. RITA La risposta Lei è rimasta disorientata dalla notizia che due cristiani regolarmente sposati e ora in attesa di divorzio hanno iniziato un nuovo matrimonio con una cerimonia religiosa. Che dire? È certo che la Chiesa non ammette un secondo matrimonio finché perdura il primo. L'amore che i coniugi cristiani promettono è un amore fedele e indissolubile: «l'uomo non separi ciò che Dio ha congiunto». Non è, quindi, pensabile che il sacerdote che ha presenziato a quella cerimonia volesse fare qualcosa contro l'insegnamento di Dio e della Chiesa. Si può, piuttosto, pensare che intendesse invocare una benedizione di Dio su questi due fedeli e pregare per loro. E con loro. Ma anche in questo caso è lecita la domanda: «era opportuna una simile celebrazione?». Nell'Esortazione apostolica Familiaris consortio del 1981, Giovanni Paolo II, da una risposta precisa: «II rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agii stessi coniugi e ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce a ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano. cerimonie di qualsiasi genere». E motiva così la disposizione: «Queste, infatti, darebbero l'impressione della celebrazione di nuove nozze sacramentali valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l'indissolubilità del matrimonio validamente contratto» (n. 84). Queste stesse indicazioni vengono ribadite nel 1998, nel documento: La pastorale dei divorziati risposati della Congregazione per la dottrina della fede. Contro i pa.c.s. Lexicon: Unioni di fatto FAMIGLIA, MATRIMONIO E UNIONI DI FATTO Vescovi spagnoli: Sì, c'importa la famiglia Vescovi canadesi: No alla ridefinizione del matrimonio Un grave e ripetuto attentato contro la famiglia Un dibattito aperto nella società contemporanea Matrimonio tra omosessuali? Omosessualita' e diritti civili Il feticcio (omosessuale) dell'omofobia Perché il PACS non è soluzione per regolare convivenze
di tipo non matrimoniale Alla ricerca di voti lacerando la famiglia Il Vescovo di Civitavecchia commenta le dichiarazioni di Prodi Una legge inutile e dannosa Lexicon: "Matrimonio" di omosessuali Sui progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali Sul problema legislativo della non-discriminazione delle persone omosessuali Solo il matrimonio può essere riconosciuto giuridicamente Quale cittadinanza per la famiglia in Europa? "Matrimoni" omosessuali e salute mentale Maggiolini: i gay si possono curare I bambini adottati da coppie dello stesso sesso sono maggiormente soggetti
a problemi psicologici Dell’obiezione di coscienza in caso del 'matrimonio' tra omosessuali Omosessualità, una guida per i genitori ABC per capire l'omosessualità OMOSESSUALITA’ MASCHILE, UN NUOVO APPROCCIO SULLA CURA PASTORALE DELLE PERSONE OMOSESSUALI "Unioni civili", "unioni di fatto" e altre convivenze http://www.difenderelavita.totustuus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=66 http://www.difenderelavita.totustuus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=67 http://www.difenderelavita.totustuus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=69 http://www.difenderelavita.totustuus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=71 http://www.difenderelavita.totustuus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=72 http://www.difenderelavita.totustuus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=73 http://www.difenderelavita.totustuus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=74 |
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