Riconoscere le
convivenze?
Riconoscerle per legge (introducendo
nel nostro codice - in analogia con quanto è
avvenuto in Francia - un nuovo istituto, il PACS, cioè il patto
civile di solidarietà -altrimenti trasformato in " DICO "-)?
Riconoscerle, indipendentemente dal fatto che i partner
siano di sesso diverso o dello stesso sesso?
Ammetterle all'adozione?
FRANCESCO D'AGOSTINO-
Presidente dell'Unione Giuristi cattolici Italiani
(©L'Osservatore Romano - 14 Gennaio 2006)
Queste, ed altre domande, stanno crescendo nell'opinione pubblica italiana
e diventeranno, con ogni probabilità, questioni non marginali
nella prossima campagna elettorale.
Di fughe in avanti, chiaramente volte a predisporre l'accettazione
psicologico-sociale dell'"evento", ne percepiamo ormai molte.
Alcuni Comuni italiani hanno già
istituito pubblici registri per le coppie di conviventi (siè però prestata
ben poca attenzione al fatto che, indipendentemente dall'irrilevanza
giuridica di simili registri, le conseguenti registrazioni sono state
numericamente irrisorie). A Roma, uno dei Municipi della capitale ha
tentato (ma per ora il progetto è fallito) di fare lo stesso.
Ma soprattutto è sul piano delle provocazioni che sembra che il
dibattito si stia collocando:è tipica la convocazione, in una
centralissima piazza di Roma, di una manifestazione per "benedire
laicamente" le unioni di fatto di personaggi, più o meno
mediaticamente conosciuti, da parte di altri personaggi dotati di un
carisma fornito loro dalla carica istituzionale di cui sono portatori
(come può essere quello di cui gode un altissimo magistrato, che
ha posto deplorevolmente tale carisma al servizio di una causa che non è istituzionalmente
sua).
In una società democratica la battaglia delle idee non può
che essere sempre benvenuta, perché della società
democratica il dibattito e il confronto costituiscono l'essenza più preziosa.
A condizione, però, che di dibattito e di confronto davvero si
tratti. Quando invece al posto delle idee fioccano gli slogan; quando
il ragionamento, soprattutto il ragionamento lucido e pacato, viene sostituito
da cortei e da invettive; quando si operano assurdi corto-circuiti, appiattendo
uno sull'altro
clericalismo e difesa del matrimonio e chiamando a raccolta gli anticlericali,
come se la lotta a favore del PACS sia una lotta per i diritti civili,
oppressi dall'oscurantismo religioso, della democrazia e del suo spirito
più autentico non ne rimane più nemmeno l'ombra. Siamo
ancora in attesa di un argomento, di un solo argomento consistente, a
favore del riconoscimento legale dei PACS. Un breve ragionamento, assolutamente
laico, potrà convincerci di quanto appena detto.
Le coppie di fatto si dividono in due categorie: quelle che non
vogliono e quelle che non possono sposarsi. Delle prime, ragionando in linea
di stretto principio, non solo è
opportuno, ma è doveroso che il diritto non si occupi: l'intenzione
dei conviventi (apprezzabile o meno che sia sul piano strettamente morale) è proprio
quella - pur potendolo fare - di non legarsi giuridicamente e non si
vede proprio perché la legge dovrebbe far loro la "violenza" di
considerarle comunque legate, sia pure attraverso un labile PACS, contro
la loro volontà. Si osserva: ma queste coppie escludono
solo il matrimonio "tradizionale", non altre forme di riconoscimento
giuridico; se chiedono l'istituzione del PACS è proprio perché vorrebbero
usufruire di alcuni diritti (in genere di carattere economico), che non
sono attualmente riconosciuti se non alle coppie sposate. Ma la ragione
per la quale tali diritti non sono loro riconosciuti è che esse
non hanno l'intenzione di assumere quei doveri che sono parte essenziale
dell'istituto matrimoniale. Non si può, in buona sostanza, non
valutare se non come parassitaria e quindi indebita l'intenzione di coloro
che pretendono un riconoscimento pubblico della loro convivenza per ottenere
diritti senza doveri. Peraltro, i giuristi ben sanno che praticamente
tutti quei diritti al cui riconoscimento
aspirano i partner di una unione di fatto possono essere attivati tramite
il diritto volontario e senza alcuna necessità di introdurre
nel codice nuovi istituti. Il testamento, ad es., esiste proprio per
far sì che si possa trasmettere il proprio patrimonio a chi non
avendo vincoli legali e/o familiari col testatore sarebbe escluso dalla
successione legittima. La locazione della casa di comune residenza può essere
stipulata congiuntamente dai due partner, in modo tale che al momento
della morte dell'uno essa possa, senza alcuna difficoltà, proseguire
a carico dell'altro. Non è vero, in altre parole, che ai conviventi
vengano negati specifici diritti civili: la differenza rispetto
al matrimonio sta semplicemente qui, che quei
diritti che la legge riconosce automaticamente alla coppia che contrae
matrimonio (assieme a corrispondente numero di
doveri) nel caso delle convivenze devono essere, per dir così,
attivati dai conviventi stessi. Il che, oltre tutto, è
particolarmente coerente col principio, tipicamente moderno, dell'autonomia
della persona, un principio che viene
costantemente rivendicato ed elogiato dalla cultura c.d."laica" e
che non si vede perché, solo nel caso delle convivenze, debba
essere messo da parte.
Le coppie che non possono sposarsi si dividono a loro volta in due sotto-categorie.
La prima è composta da coloro
che non possono ancora sposarsi per impedimenti transitori di tipo in
genere legale (ad es. per la minore età o perché
uno dei partner è in attesa del divorzio, ecc.). Per queste coppie
l'offerta del PACS è senza senso: la stessa difficoltà,
destinata a risolversi comunque da sola, che preclude loro le nozze precluderebbe
loro anche il PACS. La seconda sotto-categoria è composta invece
da quelle coppie che vorrebbero sì sposarsi, ma ritengono di non
poterlo fare, per difficoltà economiche, e rimandano quindi, a
volte sine die, il matrimonio. L'autentico modo di venire incontro ai
bisogni sociali di queste coppie non è certo quello di offrire
loro un "piccolo matrimonio" (secondo l'incisiva e ironica
definizione del Card. Ruini), come è appunto il PACS, che non
risolverebbe alcuna delle difficoltà in questione, ma quello di
attivare quelle iniziative sociali a favore della famiglia, che oltre
tutto sarebbero doverose già in base al dettato della nostra Costituzione.
Cosa resta dunque delle istanze sociali, che giustificherebbero l'introduzione
in Italia del PACS? Sembra nulla di nulla. A meno che non si voglia vedere
dietro la richiesta del PACS una richiesta profondamente diversa, quella di
una prima forma di riconoscimento legale delle coppie omosessuali, che dovrebbe
aprire la strada, in tempi ora come ora imprevedibili, ma che per alcuni dovrebbero
essere brevi, ad una compiuta equiparazione al matrimonio tout court del matrimonio
omosessuale. Che le cose stiano proprio così è fuor di dubbio,
per le esplicite dichiarazioni fatte dai principali rappresentanti del movimento
degli omosessuali e dai loro simpatizzanti.
L'onestà intellettuale vorrebbe allora che di questo e solo
di questo si parlasse: se cioè abbia una sua coerenza giuridica
l'allargare l'istituto matrimoniale alle coppie omosessuali. Ma di fatto questo
discorso viene sistematicamente eluso (pur venendo continuamente, ma indirettamente
richiamato), perché nessuno è in grado di dare argomenti consistenti
per dimostrare la necessità di alterare in modo così plateale
e radicale quella struttura eterosessuale del matrimonio, che appartiene a
tutte le culture e a tutta la storia da noi conosciuta.
È noto che ciò a cui aspirano le coppie omosessuali (peraltro
nemmeno tutte, anzi solo una piccola parte di esse) è, prima ancora
che il riconoscimento di diritti economici e sociali, un riconoscimento simbolico
del loro rapporto. Ma il diritto non esiste per offrire riconoscimenti simbolici,
bensì per dare risposte pubbliche ad esigenze sociali, che superano
la mera dimensione privata dell'esistenza. Perché ad es. il diritto
dà un riconoscimento pubblico al matrimonio e non all'amicizia?
Perché l'amicizia, che pure attiva un vincolo, che può
essere in alcuni casi esistenzialmente ancora più
significativo di quello coniugale, non ha rilievo sociale, ma esclusivamente
personale. Il matrimonio invece, fondando la famiglia, e garantendo l'ordine
delle generazioni, ha un rilievo sociale del tutto caratteristico, che
ne giustifica la giuridicizzazione.
La coppia omosessuale non crea famiglia: lo impedisce la sua costitutiva
sterilità. Come superare questa difficoltà,
se non potenziando il carattere mimetico della coppia omosessuale rispetto
a quella eterosessuale? Di qui, la pretesa, confusa, ma dotata di una
certa qual coerenza, di ammettere le coppie omosessuali (e in specie
quelle"sposate") all'adozione. Poco importa che la psicologia
dell'età evolutiva insista nel sottolineare quanto sia rilevante
l'esigenza per i bambini di possedere una doppia figura genitoriale,
maschile e femminile: di fronte all'ideologia, anche le argomentazioni
della scienza vengono messe da parte.
Siamo tutti testimoni che si è aperta una partita decisiva, inimmaginabile
fino a qualche decennio fa, che ha per oggetto la famiglia e attraverso la
famiglia la stessa identità umana. La famiglia chiede di essere difesa;
ma per difenderla non c'è bisogno di argomenti teologici o religiosi;
bastano comuni argomenti umani, perché ciò che la famiglia tutela
e promuove è innanzi tutto il bene umano. Chi ritiene che sia giunto
il tempo per ripensare in modo assolutamente radicale la realtà della
famiglia ha l'onere di provare fino in fondo le sue tesi eversive e di non
darle per evidenti; ha il dovere di entrare in un dialogo serrato con chi è di
diverso avviso; e soprattutto deve saper e voler rinunciare alle scorciatoie
delle provocazioni e delle manifestazioni di piazza, che ben poco aiuto possono
dare al confronto e al progresso delle idee. Sarebbe preoccupante se nell'Italia
di oggi non ci fosse più uno spazio per un tale stile dialogico.
La Costituzione
COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA- PRINCIPI FONDAMENTALI
2-La Repubblica riconosce e garantisce i
diritti inviolabili dell'uomo come singolo sia nelle formazioni
sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede
l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà
politica, economica e sociale.
TITOLO II – Rapporti etico-sociali
29-La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale
fondata sul matrimonio.
Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica
dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità
familiare.
(art. 29) La famiglia è concepita
come una società originaria le cui basi non derivano dallo
Stato, ma si sono sviluppate attraverso un processo millenario. I
nostri costituenti hanno anticipato il costume, a quel tempo non prevalente,
riconoscendo la parità giurìdica e morale dei coniugi.
Soltanto con la riforma del diritto di famiglia nel 1975 è stato
attuato il principio costituzionale. È
stata abolita la supremazia del marito:
la nuova legge stabilisce infatti che «i coniugi concordano tra
loro l'indirizzo della vita familiare» (art. 144 del Codice civile).
Con legge 1" dicembre 1970, n. 898, è
stato introdotto il divorzio.
30-È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed
educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio.
Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che
siano assolti i loro compiti. La legge assicura ai figli nati fuori
del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i
diritti dei membri della famiglia legittima. La legge detta le norme
e i limiti per la ricerca della paternità.
31-La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze
la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi con
particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la
maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo
gli istituti necessari a tale scopo.
La "convivenza" o " famiglia
di fatto"
o "unione civile"
La Corte Costituzionale
Accanto alla famiglia legittima fondata sul matrimonio ed esplicitamente
riconosciuta dall'art. 29 della nostra Costituzione, si pone oggi socialmente
la famiglia di fatto: quell'unione
tra soggetti di sesso diverso in cui manca il vincolo matrimoniale e
che si basa sull'affetto e sul reciproco rispetto dei doveri familiari.
Questa forma di convivenza, per poter avere giuridica rilevanza, presuppone
una certa stabilità e serietà di intenti. Più precisamente
la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha specificato che, al
fine di distinguere tra semplice rapporto occasionale e famiglia di
fatto, si deve tenere soprattutto conto del carattere di stabilità
del rapporto, carattere che conferisce certezza al rapporto stesso
e lo rende rilevante sotto il profilo giuridico.
La Corte Costituzionale ha ripetutamente affermato che la
convivenza more uxorio non
può essere assimilata alla famiglia, così da desumerne
l'esigenza di una parificazione di trattamento».
Nel tentativo di attribuire una tutela alla convivenza
more uxorio la Corte Costituzionale, con sentenza del 1988 ha
sancito, -in materia di locazione-, l'incostituzionalità della
legge in materia di locazioni lì
ove questa non prevedeva il diritto di succedere nel contratto di locazione
anche alle persone conviventi con il conduttore.
Inoltre è stata sancita dal nuovo codice di procedura penale la
facoltà di astensione dal deporre contro l'imputato, concessa
ai suoi prossimi congiunti, anche al convivente more uxorio.
Viceversa la Corte Costituzionale ha bocciato l'aspettativa delle coppie
non coniugate di adottare un bambino: con sentenza 281/94 è
stata negata l'adozione ad una coppia sposata da due anni, ma con una
convivenza di dieci anni alle spalle. La motivazione della Corte
è consistita nel fatto che mancava un anno (la legge richiede
minimo tre anni di matrimonio) per poter richiedere l'adozione, a nulla
rilevando la precedente convivenza.
LINK: Giurisprudenza
della Corte costituzionale in materia di rilevanza della convivenza
more uxorio
I giuristi
[LINK : DOTTRINA
GIURIDICA CHE EMERGE DA PRONUNCIAMENTI , LEGGI E SENTENZE]
I Patti di Convivenza
Come stipulare oggi un "patto di convivenza" ?
LINK : LE
UNIONI DI FATTO NELLA LEGISLAZIONE VIGENTE -COME
STABILIRE PATTI DI CONVIVENZA
Cosa prevedono oggi le leggi sulla convivenza.
Per ciò che concerne le unioni tra omosessuali,
pur riconoscendo in via astratta la possibilità che esse rappresentino
una valida comunità di vita ed affetti, è difficile ottenere
poi un'effettiva tutela giuridica a causa della riprovazione sociale
che ancor oggi spesso accompagna tali legami. Conseguentemente, esclusa
una rilevanza esterna di tali unioni, risulta difficile anche una regolamentazione
interna dei rapporti patrimoniali. Vi sono stati però limitati
interventi favorevoli al riconoscimento di una qualche rilevanza giuridica
di dette unioni da parte di taluni giudici (Tribunale di Roma 20 novembre
1982, di Firenze 11 agosto 1986) che hanno qualificato "more
uxorio" la "convivenza tra
persone dello stesso sesso", riconoscendo alle prestazioni
tra essi effettuate la natura di atti di adempimento di obbligazioni
naturali; ovvero da parte del Comune di Bologna che ai fini della partecipazione
al bando del 1992 per l'assegnazione degli alloggi ha parificato la convivenza
di persone dello stesso sesso alla convivenza more uxorio.
TUTELA
Per quanto concerne la famiglia di fatto tra persone di sesso
diverso piena rilevanza giuridica viene concessa solo alle
situazioni concernenti i figli generati dai conviventi, i quali secondo
quanto stabilisce l'art. 30 della Costituzione, non devono trovarsi
in posizione deteriore rispetto ai figli legittimi.
Per quanto riguarda, invece, il rapporto
tra conviventi, non si ritiene sia possibile applicare le norme
previste per la famiglia legittima e
ciò
lo si può evincere dal dettato dell'art. 29 Cost. atteso
che questa norma attribuisce alla famiglia legittimamente costituita
una particolare tutela, in considerazione della peculiarità e
dell'importanza sociale svolta dalla famiglia quale luogo di
formazione e sviluppo della persona.
La stessa tutela non viene riconosciuta alla famiglia di
fatto in quanto manca in essa
la formale assunzione, da parte dei conviventi, di un impegno socialmente
rilevante.
Da tutto ciò consegue la difficoltà di disciplinare una
situazione di fatto, anche se non sono del tutto assenti aperture nei
suoi confronti, riconducendola nell'ambito delle formazioni sociali previste
dall'art. 2 Cost. Tale soluzione permette di estendere alla famiglia
di fatto quelle norme, proprie della famiglia legittima, che prescindono
dall'esistenza di un vincolo formale. Anche i rapporti patrimoniali tra
i conviventi, così come quelli personali, non ricalcano puntualmente
le norme previste per le unioni legittime.
SCIOGLIMENTO
Lo scioglimento della convivenza non abbisogna di nessun atto formale,
come del resto la sua "istituzione" a differenza del matrimonio
che presuppone la continuità del rapporto e, di conseguenza, le
formalità previste per il divorzio.
http://www.familex.com
A cura dell'Avv. Maria Grazia Evangelista. Lunedì, 26 Settembre
2005
I "p.a.c.s."
Si chiama Pacs un Patto
di civile solidarietà .
Non è un matrimonio ma un accordo legale tra persone non necessariamente
dello stesso sesso, è stato creato in Francia nel 1999: i gay
italiani chiedono che venga adottato anche in Italia. La differenza,
rispetto alla legge recentemente approvata in Spagna, sta nel concetto
di matrimonio: il governo Zapatero ha equiparato la possibilità di
sposarsi a etero e gay, mentre la legge francese garantisce diritti civili,
senza parlare di matrimonio.
Il Pacs francese. La legge riconosce alle due persone
-etero o omo, non è specificato- molti diritti connessi al matrimonio,
come il diritto-dovere alla reciproca solidarietà
materiale. Il Pacs prevede la possibilità di lasciare eredità
al partner, il vincolo a interpellare il partner da parte dei medici
in caso di malattia dell'altro, la pensione di reversibilità,
la possibilità di subentro nell'affitto dell'abitazione.
E' in base a questa legge francese che un cittadino italiano e uno francese
hanno potuto stringere una sorta di regolarizzazione della loro convivenza
il 21 ottobre 2002 a Roma, ma sul territorio francese del Consolato della
Capitale. La legge 99-944 del 15 novembre 1999
è firmata dall'attuale presidente della Repubblica Jacques Chirac
e dall'allora primo ministro Lionel Jospin.
La legge spagnola. La norma sostenuta dal governo Zapatero,
invece, approva il matrimonio tra omosessuali. Il Parlamento iberico
ha approvato la nuova legge che legalizza l'unione civile tra omosessuali,
equiparandola a quella tradizionale. Il provvedimento, fortemente voluto
dal premier socialista e votato il 30 giugno 2005, rivoluziona l'istituto
delle nozze, stabilendo che le unioni gay hanno lo stesso status di quelle
eterossessuali, con tutti i diritti che ne conseguono: eredità,
pensione e adozione di bambini.
La proposta italiana. Romano Prodi ha ribadito
l'ipotesi che il Pacs, il patto civile di solidarietà, possa
entrare nel programma dell'Unione. Ma il tema non è nuovo
alla politica italiana. La commissione Giustizia della Camera ha
avviato, nell'estate del 2004, la discussione su un pacchetto di
nove proposte di legge che hanno come obiettivo l'introduzione
nel nostro ordinamento del patto civile di solidarietà,
ma la discussione, finora, è
proceduta a rilento ed è difficile ipotizzare che si arrivi a
una norma in vigore in questa legislatura. Già nelle prime battute
dei lavori della Commissione si è deciso di stralciare quelle
proposte (sette) che prevedono espressamente la possibilità
per i gay di arrivare ad una forma di matrimonio e il lavoro si è
incentrato sulle ipotesi legislative che riguardano, invece, il Pacs.
I testi sui quali si sta lavorando prevedono che il Pacs debba avere
forma scritta e sia redatto davanti ad un ufficiale dello stato civile
che provvederà a trascriverlo nei registri dello stato civile.
Il patto verrebbe automaticamente sciolto in caso di morte o matrimonio
di uno dei contraenti. In generale, si mira a estendere ai conviventi
di fatto alcuni istituti previsti per il rapporto fondato sul matrimonio,
come la successione nel contratto di locazione e la possibilità
di prendere decisioni in caso di malattia del partner.
(http://www.repubblica.it-12 settembre 2005)
LINK : UNA
INDAGINE SOCIOLOGICA SULLE UNIONI DI FATTO
L'opinione di chi si professa ateo
LINK: DOCUMENTO
DELL'UNIONE DEGLI ATEI ED AGNOSTICI ITALIANI
Il pensiero del Papa
Benedetto
XVI torna a difendere la famiglia fondata sul matrimonio contro le unioni
di fatto e il crescente laicismo che vuole ridurre la vita religiosa
a un fatto puramente privato.
Le parole pronunciate dal Santo Padre sono suonate come una nuova 'scomunica'
verso le coppie di fatto eterosessuali e gay. Allo stesso tempo Papa
Ratzinger ha difeso il ruolo essenziale della Chiesa nella difesa dei
principi della dignità della persona. ''Di
fronte al crescente laicismo che pretende ridurre la vita religiosa dei
cittadini alla sfera privata senza che possa manifestarsi mai nella vita
sociale e pubblica - ha detto il Pontefice - la Chiesa sa molto bene
che il messaggio cristiano rafforza e illumina i principi basilari di
ogni convivenza, come il dono sacro della vita, la dignità
della persona insieme all'uguaglianza e inviolabilita' dei suoi diritti,
il valore irrinunciabile del matrimonio e della famiglia che non può
essere equiparato ne' confuso con altre forme di unioni umane''.
Quindi, riferendosi in modo particolare alla situazione del Messico,
ma allargando anche lo sguardo alla situazione di altre nazioni, il Papa
ha aggiunto: ''L'istituto della famiglia necessita
di un appoggio speciale, perché in Messico, come in altri Paesi,
va perdendo progressivamente la sua vitalità
e il suo ruolo fondamentale, non solo a causa delle trasformazioni
culturali, ma anche per il fenomeno delle migrazioni con le conseguenti
e gravi difficoltà di diversa natura, in particolare per le
donne, i bambini e i giovani''.
Città del Vaticano, 23 set. - (Adnkronos/Ign)
LINK : IL
PENSIERO DEL PAPA -DOCUMENTO
Il cardinal Ruini presidente
della Conferenza Episcopale Europea
LA FAMIGLIA MINATA DA QUEI "PICCOLI MATRIMONI"
La prolusione del cardinale al Consiglio permanente
della Cei
Non
ha mai nominato Prodi o Rutelli, ma non ha dettato alcuna condizione
da parte della Chiesa. Il cardinale Camillo Ruini, presidente dei vescovi
italiani, lunedì scorso ha dedicato due pagine della sua prolusione
alle «proposte di riconoscimento giuridico
pubblico delle unioni di fatto». Ha subito sgombrato il
campo da possibili equivoci sui "Pacs", ai quali, ha detto
Ruini, «spesso ci si richiama, in maniera
purtroppo ancora marcata». E ha citato le proposte di legge,
tra cui quella firmata da 161 deputati e da 49 senatori: «Al
di là del nome diverso e di altre cautele verbali, esse sono modellate
in buona parte sull'istituto matrimoniale e prefigurano quello che si
potrebbe chiamare un "piccolo matrimonio":
qualcosa cioè
di cui non vi è alcun reale bisogno e che produrrebbe al contrario
un oscuramento della natura e del valore della famiglia e un gravissimo
danno al popolo italiano».
La Cei sposta la questione su un altro piano. Ruini riconosce che c'è un
aumento delle convivenze e delle unioni di fatto «specialmente
tra i giovani», ma esse sono «in
parte provocate dalle difficoltà oggettive a dar vita a una famiglia».
E qui il cardinale non esita a criticare le attuali politiche familiari,
spiegando che le difficoltà «potrebbero
essere rimosse con pubblici interventi adeguati, non sottintendendo automaticamente
alcuna richiesta di riconoscimento legale».
Secondo Ruini infatti la «maggior parte delle unioni tra persone
di sesso diverso si colloca nella previsione di un futuro possibile matrimonio».
E chi non intende sposarsi, per Ruini, «vuole
restare in una posizione di anonimato e assenza di vincoli».
È la famiglia invece che preoccupa i vescovi. In Italia essa svolge
un «grandissimo ruolo sociale, molto più che
in
altri Paesi vicini». Ma «il
paradosso della nostra situazione è che il sostegno
pubblico alla famiglia è invece molto minore, meno moderno e
organico, pur in presenza di una gravissima e persistente crisi della
natalità che sta provocando, e causerà assai di più in
futuro, ingenti danni sociali. Il
sostegno alla famiglia legittima dovrebbe essere dunque la prima e
vera preoccupazione dei legislatori».
Il presidente della Cei ha anche parlato delle unioni
gay: «Sono assai meno numerose,
non sono sempre alla ricerca di riconoscimenti legali, anzi, molte
di loro li rifuggono perprincipio e desiderano rimanere un fatto esclusivamente
privato. Ciò è confermato dai numeri davvero mìnimi
delle iscrizioni ai registri delle unioni civili in quei comuni italiani
che hanno voluto istituirli».
Ruini ha poi spiegato la contrarietà della Chiesa, riferendosi
a una nota della Congregazione per la dottrina della fede del 3 giugno
2003, nella quale l'allora cardinale Raizinger spiegava che il
matrimonio gay «offusca i valori
fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell'umanità». Quindi
ha rimandato, per una più ampia trattazione di questo argomento,
al documento Famiglia, matrimonio e unioni
di fatto, pubblicato cinque anni fa dal Pontificio
consiglio della Famiglia. Ruini ha osservato che «la
situazione italiana si presenta di non facile lettura» e
i vescovi «senza incertezze non intendono
farsi coinvolgere in scelte di schieramento politico o di partito».
L'unica loro preoccupazione è richiamare «l'insegnamento
sociale della Chiesa non per "interessi cattolici", ma per
il bene dell'uomo».
Famiglia Cristiana N°39 -25/9/2005- ALBERTO
BOBBIO
[ LINK : IL
DOCUMENTO DELLA CHIESA SULLE UNIONI DI FATTO]
Il REGISTRO DELLE UNIONI CIVILI":
a cura del Card. DIONIGI TETTAMANZI arcivescovo di Milano
Sulle famiglie di fatto si è accesa, in
quest'ultimo periodo di tempo, una discussione non poco vivace. A provocarla è stato
il fatto che alcuni Consigli comunali hanno deliberato l'istituzione
del "registro delle unioni civili".
Ma sul problema si devono rilevare, insieme alla discussione, anche reazioni
di diverso genere, che meritano di essere segnalate. La maggioranza delle
persone è rimasta, così pare, piuttosto indifferente; altre
hanno preferito scegliere il silenzio; altre ancora hanno manifestato
una specie di "fastidio"
di fronte ad una questione che rischia di aggravare tensioni e contrapposizioni
che già appesantiscono il clima sociale e politico di oggi.
In realtà, la prima reazione legittima e doverosa per tutti
è quella di lasciarsi interrogare da questo problema e, pertanto,
di affrontarlo da persone che non possono abdicare alla loro razionalità e
responsabilità, quindi in spirito di grande saggezza e di vera
libertà.
In tale prospettiva, raccolgo e offro, cercando di ordinarli, alcuni
spunti di riflessione.
1. Un problema insieme soggettivo e oggettivo
Di fronte al fenomeno delle unioni di fatto non si può
tralasciare la considerazione dell'aspetto soggettivo: siamo di fronte
a singole persone, alla loro visione della vita, alle loro intenzionalità,
in una parola alla loro "storia". In tal senso, noi possiamo,
anzi dobbiamo, anche prendere atto e rispettare la libertà individuale
di scelta di queste stesse persone.
Ma nelle unioni di fatto che chiedono il riconoscimento pubblico non è in
questione soltanto la libertà privata (ciascuno
è libero di comportarsi privatamente come meglio o peggio gli
aggrada); è in questione anche e specificatamente il riconoscimento
pubblico di questa scelta privata.
Si rende necessario, allora, un approccio propriamente sociale al
problema: l'individuo, infatti, è persona ed è
persona perché è un essere relazionale, che sta in relazione
con gli altri. Ciò esige che ci sia un "terreno comune",
nel quale le persone si possono ritrovare, confrontarsi, dialogare a
partire e in riferimento a un qualcosa di "condiviso", ossia
a valori e ad esigenze accettati da tutti.
Questo terreno comune equivale a un criterio oggettivo, a una verità che è al
di sopra di tutti e, insieme, è
per il bene di tutti. Stare a questo criterio, a questa verità,
è condizione sia per l'autentica libertà e maturità
della persona sia per lo sviluppo di una convivenza sociale ordinata
e feconda.
Un'attenzione esclusiva al soggetto e alle sue intenzioni e scelte, senza
un adeguato riferimento alla dimensione sociale e quindi al dato oggettivo, è frutto
di un individualismo arbitrario inaccettabile, anzi controproducente
per la dignità della persona e per l'ordine della società.
2. Un problema non confessionale ma "laico"
La discussione sulle famiglie di fatto ha manifestato, ancora una volta,
come sia forte la tendenza a ideologicizzare, anzi a "confessionalizzare" ogni
problema, ossia a ritenere che la sua soluzione non possa avere se non
risposte diverse e contrapposte, a seconda della fede professata, se
cattolica o laica.
Certamente il cristiano ha una visione del matrimonio e della famiglia
che discende dalla parola di Dio e dall'insegnamento della Chiesa e che
lo porta a riconoscere nel matrimonio dei battezzati un sacramento, un
segno e un luogo della salvezza di Gesù
Cristo. Ma il cristiano, sempre alla luce della parola di Dio e dell'insegnamento
della Chiesa, sa che il sacramento non è
una realtà successiva ed estrinseca al dato naturale, ma
è questo stesso dato naturale che viene assunto a segno e mezzo
di salvezza. Su questo dato naturale, e quindi profondamente umano, il
credente interviene con la luce e con la forza della sua ragione. Il
problema delle unioni di fatto, dunque, può
e deve essere affrontato con la ragione: non è questione di fede
cristiana, ma di razionalità.
È inaccettabile questa tendenza, così diffusa e radicata, quasi
istintiva, a contrapporre cattolici e laici! Quanto dice l'Enciclica Evangelium
vitae circa il problema dell'aborto può dirsi analogamente per il nostro
problema: "Il Vangelo della vita non è esclusivamente per i credenti:
è per tutti. La questione della vita e della sua difesa e promozione
non è prerogativa dei soli cristiani
"
(n. 101).
Che debba avvenire anche in questo campo quanto è avvenuto e avviene
in altri campi, che sia cioè la Chiesa a difendere la validità della
ragione e l'umanità dell'uomo?
3. Un problema di grande serietà
Un altro rischio - comune e diffuso - va denunciato: quello di banalizzare
la portata del problema in gioco. Si dice, infatti, che non ci sarebbe
da preoccuparsi eccessivamente, considerato il numero relativamente ridotto
delle coppie di fatto rispetto alla quasi totalità del popolo
italiano che è per la famiglia fondata sul matrimonio. In realtà,
il problema non è tanto quantitativo, quanto qualitativo: riguarda
la verità e la giustizia, ossia i valori e le esigenze che vi
sono coinvolti. Piuttosto la scarsa rilevanza numerica del problema dovrebbe
far sorgere qualche dubbio sulla stessa opportunità di adoperarsi
per interventi amministrativo-legislativi riguardanti le coppie di fatto,
mentre non sempre pare di poter registrare un adeguato impegno per la
promozione di autentiche politiche familiari.
Una forma ancora più inquietante e deleteria di banalizzazione
del problema sta nell'esaltazione (apparente e falsa) della libertà
di scelta degli individui. Ma è proprio questa impostazione del
tutto privatistica del matrimonio e della famiglia che esige di essere
considerata con estrema serietà. Non siamo di fronte a un qualsiasi
tipo di rapporto di vita tra le persone, ma a un tipo di rapporto che
ha una dimensione sociale unica rispetto a tutte le altre; è unica
quella della famiglia per la sua natura di nucleo sociale di base, in
quanto con la procreazione si pone come seminarium civitatis (come principio "genetico"
della società) e con l'educazione si configura come luogo primario
di trasmissione e coltivazione dei valori e, quindi, come principio di
cultura.
Per le ragioni ora dette si deve concludere che il "modello"
di matrimonio e di famiglia non è affatto qualcosa di secondario
o di marginale per la configurazione strutturale della società,
è qualcosa di determinante e qualificante la società
stessa: quale è la famiglia, tale è la società!
4. Per una valutazione veramente razionale
Come per ogni altro problema umano, così anche per quello delle
unioni di fatto, si deve intervenire con la ragione, più
precisamente con la "retta ragione". Con questa classica precisazione
terminologica, si intende fare riferimento alla lettura e al giudizio
di una ragione che sa essere oggettiva, libera quindi dai più diversi
condizionamenti, come l'emotività
o la facile compassione per singole situazioni penose, gli eventuali
pregiudizi ideologici, la pressione sociale e culturale, i rigidi schieramenti
delle forze e dei partiti politici.
In particolare, la "retta ragione" deve difendersi da talune
spinte culturali, di stampo radicale, che hanno come obiettivo più o
meno palese la distruzione dell'istituto familiare. Il Santo Padre è stato
oltremodo chiaro al riguardo nel suo discorso al Forum delle Associazioni
familiari cattoliche d'Italia: "Ancora più preoccupante è l'attacco
diretto all'istituto familiare che si sta sviluppando sia a livello culturale
che nell'ambito politico, legislativo e amministrativo...
È chiara infatti la tendenza ad equiparare alla famiglia altre
e ben diverse forme di convivenza, prescindendo da fondamentali considerazioni
di ordine etico e antropologico" (27 giugno 1998, n. 2).
Sono queste fondamentali considerazioni di ordine etico e antropologico
l'oggetto specifico proprio di una retta riflessione razionale. E questa,
secondo un ideale cammino logico, procede anzitutto a definire l'identità propria
della famiglia fondata sul matrimonio e l'identità propria delle
altre forme di convivenza, per operare poi un confronto tra le due identità e
poter concludere, così, sulla possibile o impossibile "equiparazione"
tra famiglia e unioni di fatto.
Prioritaria, pertanto, si pone la definizione dell'identità
propria della famiglia in se stessa e in rapporto alla società.
A questa identità appartiene, oltre a quanto già
detto, il valore e l'esigenza della stabilità del rapporto matrimoniale
tra l'uomo e la donna: è una stabilità
che trova espressione e conferma nel rapporto di procreazione dei figli
e che si pone al loro servizio educativo-culturale e, in tal senso, diviene
anche un fattore di ulteriori rapporti del tessuto sociale nel segno
della coesione.
Si deve, inoltre, precisare che la stabilità propriamente matrimoniale
e familiare non è affidata esclusivamente all'intenzione e alla
buona volontà delle singole persone coinvolte, ma riveste un carattere
istituzionale, in seguito alla pubblicizzazione, ossia al riconoscimento
giuridico da parte dello Stato della scelta di vita coniugale. Una simile
stabilità
è sì nell'interesse di tutti, ma torna a particolare vantaggio
dei più deboli, cioè dei figli. In tal senso non può non
colpire il pratico silenzio che sul problema dei figli che nascono nelle
coppie di fatto caratterizza l'attuale dibattito sull'equiparazione tra
famiglia e unioni di fatto.
Se ora, dall'identità della famiglia passiamo a quella delle altre
forme di convivenza, dobbiamo immediatamente rilevare la forte eterogeneità delle
unioni di fatto: si pensi anche solo alla diversità tra quelle
eterosessuali e quelle omosessuali. Una simile eterogeneità rende
più articolato e diversificato il confronto tra la famiglia e
queste convivenze. Da tale confronto emerge come e sin dove queste ultime
si allontanino, anzi finiscano per alterare radicalmente il "modello" naturale
della famiglia fondata sul matrimonio. Non prendiamo in considerazione
qui, per ragioni di spazio, la problematica delle coppie omosessuali,
che evidentemente solleva interrogativi più inquietanti, anche
se il rifiuto all'equiparazione, in tale caso, è
ancora più categorico.
Una pretesa equiparazione tra famiglia e unioni di fatto da parte della
società e della legge civile deve dirsi falsa e falsificante,
perché va contro la verità delle cose, annullando delle
differenze sostanziali, introducendo "modelli"
di famiglia per nulla confrontabili tra di loro e che si risolvono, in
ogni caso, in uno screditamento ingiusto di quell'unica famiglia che
la storia dell'umanità di tutti i tempi ha sempre visto non come
una generica relazione, ma come realtà originata da un matrimonio,
ovvero dal patto, variamente stipulato e manifestato, tra persone di
sesso diverso, operato a partire da una reciproca e libera scelta e comprendente,
almeno come progetto, una relazione generativa.
5. L'intervento della società e della legge civile
È legittimo, anzi necessario, l'intervento della società
e della legge civile nell'ambito della famiglia e anche delle unioni
di fatto: la ragione sta nell'essenziale dimensione sociale del matrimonio,
che si esprime nel rapporto reciproco che va dal matrimonio alla società e
dalla società al matrimonio.
Ma come intervenire? Nel rispetto della verità e della giustizia.
Ciò significa che va osservata, anzitutto, la vigente Costituzione
repubblicana del nostro Paese, oltremodo chiara sia nella lettera sia
nello spirito. Questa "riconosce i diritti della famiglia come
società naturale fondata sul matrimonio" (art. 29) e,
dunque, - mentre solo a "questa" famiglia riserva e assicura
una specifica tutela e una via preferenziale agli interventi sociali
e di solidarietà - propone "questa"
famiglia come "unico" modello adatto ad assicurare nel tessuto
sociale la certezza del diritto e l'adempimento dei compiti previsti
dalla legge.
Ora, la certezza del diritto viene compromessa dalle unioni di fatto
che, per definizione, rifuggono da ogni forma di regolamentazione sociale.
Così pure l'adempimento dei compiti viene lasciato alla totale
arbitrarietà dei conviventi. Ciò nonostante, con l'istituzione
del "registro delle unioni civili", si riconosce uno speciale
status giuridico di famiglia a persone che liberamente hanno rifiutato
e rifiutano proprio lo status di famiglia, con tutti i correlativi diritti
e doveri: in tal modo è lo stesso soggetto pubblico (il Comune)
a cadere in una palese e intollerabile contraddizione. Si aggiunga poi
che il soggetto pubblico pone un atto giuridico a senso unico: mentre
si assume delle obbligazioni nei confronti dei conviventi, questi non
si assumono nessuna obbligazione. In tale prospettiva,
è paradossale che sia lo stesso soggetto pubblico a farsi responsabile
del rifiuto della dimensione sociale della convivenza familiare e del
riconoscimento dell'individualismo più
marcato: con l'equiparazione famiglia-unioni di fatto, il soggetto pubblico
accetta un'ingiusta e deleteria "dissociazione"
tra diritti e doveri: ai conviventi riconosce i diritti, ma da essi non
esige i doveri.
Come si vede, l'equiparazione - mediante l'iscrizione a registro - delle
unioni di fatto alla famiglia è contraria a ogni coerente articolazione
dei rapporti tra diritti e doveri e, proprio per questo, sovverte alla
radice il vivere sociale, oltre ad essere un vero e proprio vulnus alla
Costituzione vigente. In tal senso, dobbiamo chiederci quale possa essere
la "legittimità"
di simili deliberazioni dei Comuni, dal momento che a questi non sono
attribuite competenze propriamente legislative (almeno in questo campo),
ma, al più, compiti solo amministrativi; per questo si deve almeno
dubitare della rilevanza giuridica di questi pronunciamenti comunali.
A sostegno di una legge civile di riconoscimento delle unioni di fatto
si invoca la distinzione tra legge morale e legge civile. Certamente
tra le due c'è distinzione, ma la distinzione non è sinonimo
né di separazione né, tanto meno, di contraddizione. È noto,
al riguardo, il limpido insegnamento di san Tommaso, per il quale "ogni
legge posta dagli uomini in tanto ha ragione di legge in quanto deriva
dalla legge naturale. Se invece in qualche cosa è in contrasto
con la legge naturale, allora non sarà legge ma corruzione della
legge" (Summa Theologiae I-II, 95, 2).
Nel caso specifico del riconoscimento giuridico delle unioni di fatto, essendo
in questione un modello di famiglia che contraddice alla legge naturale
e per di più con forti conseguenze negative sul tessuto sociale, la
legge civile non può
essere difforme dalla legge naturale. Se lo pretendesse, perderebbe
la sua identità di legge, come scrive sant'Agostino; "Non
videtur esse lex, quae iusta non fuerit" (De libero arbitrio
I, 5, 11).
Si deve ricordare, inoltre, un compito ineliminabile della stessa legge
civile: quello educativo. Certamente la legge non ha il compito di fare
santi tutti i cittadini, e in tal senso può
e deve prendere atto di certe situazioni esistenti nella società,
giungendo persino a forme di tolleranza: "secus deteriora mala prorumperent",
direbbe san Tommaso. Ma non può
neppure limitarsi a registrare le situazioni in atto e a consacrarle
col crisma della legalità. Ha pur sempre un compito educativo-culturale.
Non può essere indifferente ai valori culturali ed etici e deve
- certo contrastando forti correnti che lo vorrebbero azzerare - assolvere
a un compito pedagogico e assumere un ruolo di promozione morale e culturale.
6. Un'organica politica familiare
Se la responsabilità nei riguardi della famiglia, attesa la sua
tipica valenza sociale, è di tutti i membri della società,
questa responsabilità vede come soggetto privilegiato quanti sono
impegnati in politica.
Costoro, per primi, devono essere coscienti della serietà
del problema dell'equiparazione delle unioni di fatto alla famiglia:
banalizzarlo significherebbe non riconoscere il peso sociale, unico e
determinante, che il modello di famiglia fondata sul matrimonio ha nei
riguardi di alcuni fondamentali valori per la convivenza umana, quali
la vita, l'educazione, la stabilità dei rapporti affettivi, e
così via.
Se anche per i politici parliamo, in relazione al nostro problema, del
rischio della banalizzazione, non è certo per una minore stima
nei loro confronti, ma perché comunemente e ripetutamente l'azione
politica tende a seguire la linea del pragmatismo e del cosiddetto "equilibrio".
Interessano le cose concrete e interessa non rompere, solo per questioni
di principio, l'assetto armonico delle forze politiche o le già precarie
alleanze o coalizioni tra le stesse. Ma non è forse da un pragmatismo
non supportato da una lungimirante e robusta progettualità
(che per sua natura esige un non piccolo impegno a riflettere sui grandi
valori antropologici ed etici che decidono di una cultura - di un costume
e di una mentalità e, quindi, di una serie di decisioni, scelte,
azioni, istituzioni - veramente rispettosa e promotrice della dignità personale
di tutti e di ciascun uomo), che derivano i non pochi mali di cui soffre
la politica del nostro Paese? Non sono forse questi valori le cose più
concrete di cui la società ha bisogno? E l'equilibrio delle forze
politiche - con l'eventuale stabilità di governo - non dev'essere
forse costruito e mantenuto su basi di chiarezza e di fedeltà ai
valori?
Ci sono ancora tanti passi da compiere per una politica che non tema
di pensare e di "pensare in grande" e, quindi, per una politica
che non tema di rifiutare l'indifferenza e il relativismo nei riguardi
della verità e dei valori, indifferenza e relativismo spesso visti
come sinonimi di libertà e di democrazia. È vero piuttosto
il contrario, come ricorda il Papa nell'enciclica Centesimus annus, riproponendoci
l'ammonizione che viene dalla stessa storia: "Se non esiste nessuna
verità
ultima la quale guida e orienta l'azione politica, allora le idee e le
convinzioni possono essere facilmente strumentalizzate per fini di potere.
Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo
aperto oppure subdolo come dimostra la storia"
(n. 46).
Si sa che rientra nella responsabilità politica il compito legislativo:
in tale senso, spetta al politici vigilare - in sede non solo di principio,
ma anche di applicazione - sul giusto rapporto tra legge morale e legge
civile e difendere la valenza educativo-culturale dell'ordinamento giuridico.
Rileviamo, ancora, che il modo più vero ed efficace di non cedere
all'equiparazione tra famiglia e unioni di fatto, e insieme di "contenere" il
diffondersi di queste ultime,
è di promuovere con energia e sistematicità un'organica
politica familiare, intesa per altro come centro e motore di tutte le
politiche sociali. Questa prospettiva, ad alcuni, potrebbe sembrare esagerata.
In realtà, corrisponde alla verità
del fondamentale, originale e insostituibile rapporto tra famiglia e
società. La sua applicazione coerente conduce a interventi ben
precisi che coprono l'intero arco dei "diritti"
della famiglia come tale e che si riferiscono, tra l'altro, alla casa,
al lavoro, alla scuola, alla sanità, al fisco. Senza dire che,
con simili interventi, la politica risponde a un elementare senso di
giustizia, riconoscendo con i fatti che la famiglia nel nostro Paese
si configura come primo, più diffuso e più
efficace "ammortizzatore sociale": sono le famiglie che cercano
di ovviare alle inadempienze e alle incapacità
dello Stato, che si vorrebbe "sociale", ma che troppo spesso
riesce solo a essere "assistenziale".
Nel promuovere con maggiore impegno un'organica politica familiare, sarà pure
necessario rispettare un prerequisito essenziale e irrinunciabile, che
consiste nel riconoscere, tutelare, valorizzare e promuovere l'identità della
famiglia come società
naturale fondata sul matrimonio, tracciando una linea di demarcazione
il più possibile netta tra la famiglia propriamente intesa e le
altre convivenze, che della famiglia, per loro natura, non possono meritare
né il nome né lo statuto. Nel fare ciò, i cristiani
che si impegnano in politica, a qualunque forza appartengano, dovranno
essere coraggiosamente capaci di trovare - tra di loro e con quanti,
pur di fede diversa, sono seriamente preoccupati del bene comune - linee
comuni e convergenti di intervento e di azione.
Nello stesso tempo, non si dovrà temere di affrontare le problematiche
che riguardano altre forme di convivenza, quali le unioni di fatto. Anche
tali problematiche, infatti, dovranno essere prese in considerazione,
soprattutto se vanno assumendo una reale rilevanza a livello sociale.
Ma ciò deve avvenire facendo riferimento ad altri criteri che,
ultimamente, hanno a che fare con i diritti e i doveri delle persone
e di altre particolari tipologie sociali, ma non con i diritti e doveri
della famiglia in quanto tale.
7. L'azione pastorale della comunità cristiana
Anche la comunità cristiana deve lasciarsi interrogare dal fenomeno
delle unioni di fatto e, in particolare, dai tentativi in atto per la
loro equiparazione giuridica alla famiglia: lasciarsi interrogare nel
senso di mettere in atto la sua missione specifica, che discende dalla
sua natura di Ecclesia Mater et Magistra e dunque in rapporto al suo
compito di evangelizzazione e di testimonianza di carità.
I cristiani, non solo per la luce della ragione ma anche per quello
"splendore della verità" che viene loro donato dalla
fede, sono impegnati a chiamare le cose col proprio nome: il bene bene
e il male male. In un contesto culturale fortemente relativistico, disposto
ad annullare tutte le differenze - anche quelle sostanziali - tra famiglia
e unioni di fatto, occorrono una più lucida saggezza e una libertà più
coraggiosa per non prestarsi né all'equivoco né
al compromesso, nella convinzione che la "crisi più
pericolosa che può affliggere l'uomo" è "la confusione
del bene e del male, che rende impossibile costruire e conservare l'ordine
morale dei singoli e delle comunità"
(Veritatis splendor, n. 93). L'enciclica ora citata riporta la parola
dell'antico profeta: "Guai a coloro che chiamano bene il male e
male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che
cambiano l'amaro in dolce e il dolce in amaro"
(Is 5, 20).
È legittima, anzi doverosa, la comprensione - e, a volte, la compassione
per determinate situazioni difficili e penose - nei riguardi delle persone
che vivono in una unione di fatto. Ma la comprensione non equivale alla giustificazione.
Si deve piuttosto rilevare che la verità costituisce un bene essenziale
della persona e della sua autentica libertà, sicché
non è motivo di offesa ma di aiuto reale alle persone l'affermazione
della verità. Significative al riguardo sono le parole di Paolo
VI: "Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo è eminente
forma di carità verso le anime"
(Humanae vitae, n. 29).
Lo stesso Paolo VI prosegue mettendo in luce l'altro fondamentale aspetto
dell'azione pastorale della Chiesa: "Ma ciò
deve sempre accompagnarsi con la pazienza e la bontà di cui il
Signore stesso ha dato l'esempio nel trattare con gli uomini".
Ciò significa che i cristiani sono chiamati a cercare di capire
le molteplici ragioni personali, sociali e culturali del diffondersi
delle unioni di fatto. Anche le persone che si trovano in queste situazioni
devono rientrare nella cura pastorale ordinaria della comunità ecclesiale,
una cura che comporta vicinanza, attenzione ai problemi e alle difficoltà,
dialogo paziente, aiuto concreto specialmente in riferimento ai figli
e ai loro diritti etico-sociali e patrimoniali. Una pastorale intelligente
e discreta può, alcune volte, favorire il ricupero di queste unioni
alla necessaria "pubblicizzazione".
Anche in questo campo, l'impegno pastorale prioritario consiste nella
prevenzione, che comporta un servizio sistematico e capillare ai giovani
e alla loro preparazione al matrimonio. E con la prevenzione, l'impegno
a promuovere un'abituale e costante pastorale familiare, destinata a
fare delle famiglie le protagoniste di un'azione rivolta alla crescita
umana e cristiana delle famiglie stesse. In questo ambito, rientra, non
certo come secondaria, la testimonianza di vita che le famiglie cristiane
devono dare sulla bellezza di un'unione stabile, anzi indissolubile.
È, ancora, compito della comunità cristiana sollecitare e, nello
stesso tempo, collaborare perché si realizzi nella comunità civile
una vera politica familiare. Ciò
comporterà, tra altro, che, nell'ottica del progetto culturale
che vede coinvolta la Chiesa in Italia, ci si abbia a impegnare in una
complessiva e profonda azione culturale, volta alla promozione di una
mentalità e di un costume nei quali, con buone ragioni ed esempi
trainanti, si sia convinti dell'importanza della famiglia fondata sul
matrimonio per l'intera collettività. Nello stesso tempo, seguendo
le indicazioni del Direttorio di pastorale familiare (n. 113): a) nelle
diverse e molteplici iniziative di formazione dei cristiani all'impegno
sociale e politico, si dovrà
presentare la famiglia come prima realtà da promuovere per la
realizzazione del bene comune; b) non ci si dovrà
stancare di richiamare a tutti gli operatori sociali e politici la necessità e
l'urgenza di un'adeguata politica familiare; c) si dovranno sollecitare
e aiutare le stesse famiglie cristiane a riappropriarsi responsabilmente
della propria soggettività
sociale, fino a vivere forme più dirette di partecipazione sociale
e politica, capaci anche di rivendicare quella tutela e promozione che
la Costituzione italiana riserva alla sola famiglia fondata sul matrimonio.
UNIONI DI FATTO : UN OGGETTIVO DISPREZZO
PER LA FAMIGLIA VERA E PROPRIA
di Alessandro Maggiolini vescovo di Como
Può essere utile accennare alla trascuratezza
- se non proprio al disprezzo - di cui è circondata la famiglia,
questa "risorsa più preziosa e più
importante di cui la Nazione italiana... dispone", come insegna
il Papa. Essa, infatti, "è ben poco aiutata per la debolezza
e l'aleatorietà delle politiche familiari, che troppo spesso non
la sostengono in modo adeguato né economicamente né socialmente.
Occorre ricordare qui il chiaro dettato della Costituzione italiana,
che afferma: "La Repubblica agevola con misure economiche e altre
provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti
relativi"". Questa citazione è presa dal discorso che
Giovanni Paolo II ha tenuto il 28 giugno scorso: un discorso nel quale
il Papa esorta ancora una volta i credenti e gli uomini di buona volontà
perché siano premurosamente attenti "alle leggi e alle istituzioni,
nelle quali si esprimono e dalle quali vengono sostenute, o invece danneggiate,
la cultura e le convinzioni morali di un popolo".
In tale intervento il Sommo Pontefice si vede monotonamente ma inevitabilmente
costretto a richiamare le verità fondamentali circa la famiglia:
quelle che dovrebbero essere intuitive, evidenti, lampanti, solari, indiscutibili,
innegabili, inoppugnabili, incontrovertibili, pacificamente ammesse;
ma che pure così non sono nello scardinamento dei valori umani
in cui siamo tutti coinvolti. I periodi più corrotti della storia
obbligano a riprendere l'ovvio e a ripresentare ciò che il più disarmante
buon senso mostrerebbe d'istinto.
Afferma ancora il Papa: "... Preoccupante è l'attacco
diretto all'istituto familiare, che si sta sviluppando sia a livello
culturale che nell'ambito politico, legislativo e amministrativo. Esso
ignora e distorce il significato della norma costituzionale con la quale
la Repubblica italiana "riconosce i diritti della famiglia come
società naturale fondata sul matrimonio" (art. 28). È chiara
infatti la tendenza a equiparare alla famiglia altre e ben diverse forme
di convivenza, prescindendo da fondamentali considerazioni di ordine
etico e antropologico".
Risulta chiara da questo brano, in primo luogo, la non possibile equiparazione
di "unioni di fatto", pur relativamente stabili, con la famiglia
vera e propria. Di mezzo c'è non solo un rito sacramentale - per
chi crede - e un atto di denso significato civile per tutti: di mezzo
c'è, in primo luogo, un'ambigua concezione individualistica e
sfruttante della vita: una mentalità e un costume oggettivamente
derivati dal più desolante egoismo. Tale concezione si traduce
in una struttura che, da una parte, intende scostarsi o contrapporsi
alla società e, dall'altra, proprio dalla stessa società
e anzi dallo Stato pretende di essere riconosciuta.
Non è chi non veda che una simile diffusa situazione di
"libere convivenze" - libere da chi? da che cosa? - non consente
l'insorgere e lo svilupparsi di un autentico amore coniugale, e penalizza
le vere famiglie un poco sotto tutti gli aspetti: da quello culturale
a quello legale, a quello abitativo, a quello generalmente economico,
a quello ereditario, a quello fiscale, ecc. La coppia infatti può,
a volta a volta, presentarsi o come unita o come disgiunta, secondo l'interesse
prevalente del momento.
Chi si unisce in matrimonio e con il coniuge si esprime nella famiglia
attraverso la vita donata ai figli, assume responsabilità
che non possono essere misconosciute né ridotte all'arbitrio di
manovra che si riservano i "conviventi". Una convalida di tali "unioni
spontanee" da parte di pubblici poteri implicherebbe - volens nolens
- un oggettivo disprezzo della famiglia vera e propria. Metterebbe inoltre
i cittadini sposati religiosamente nella tentazione di usufruire dei
vantaggi che reca, sotto il profilo statuale, la cosiddetta "famiglia
di fatto". Con anche maggiore facilità tale coonestazione
legislativa discriminerebbe coloro che intendono limitarsi al matrimonio
civile e che sarebbero posti concretamente perfino in una situazione
di più acuta istigazione a evitarlo. La minaccia o lo scadimento
del "senso dello Stato" in tale condizione possono essere facilmente
immaginati. Un'approvazione legislativa civile di tali
"convivenze spontanee" - istintuali? - equivarrebbe, di fatto,
non solo a favorirle, ma a incentivarle.
La presa di posizione di Giovanni Paolo II - ma non si tratta ancora
che di "buon senso" - rifiuta a maggior ragione di equiparare
alle famiglie autentiche le convivenze di tipo omosessuale. Non è che
la fede e la ragione condannino per principio come moralmente responsabile
e colpevole ogni tendenza omofilica nella persona umana. Tale tendenza
altro non è che una realtà di cui prendere atto e da contrastare.
Essa può
presentarsi in diversi gradi di intensità e rimanere allo stadio
di tendenza, appunto, senza passare all'azione o all'abitudine: ancor
più, senza passare alla situazione di coppia. A questo riguardo
occorrerà riconoscere l'inviolabile dignità
di ogni persona umana, anche omosessuale. Occorrerà però
riconoscere pure l'evidenza: di una non perfetta "eguaglianza"
tra persone umane. Non solo dal punto di vista sessuale, ma anche a motivo
di qualche dote particolare e di qualche "anomalia"
che si possono riscontrare in questo settore e in altri della vita umana.
Un poco come si può essere bassi o alti, diritti o sciancati,
longilinei od obesi, ecc., analogamente ci si può
scoprire eterosessuali od omosessuali in varia intensità. Senza
negare possibili componenti di intelligenza, di sensibilità, di
emozione, di eroismo, ecc. che in queste e simili situazioni
"diverse" si possono registrare e perfino accentuare. Si può essere
omofilici e inventori e artisti e poeti e musicisti e perfino santi a
un tempo.
Ciò che il "senso comune" non accetta - o non dovrebbe
accettare - è l'ostentazione magari chiassosa e addirittura la
pretesa di costituirsi in "famiglie"
da parte di persone dall'orientamento omosessuale. Il "vanto"
dell'omofilia pubblicizzata può essere letto come il tentativo
sofferto - e rabbioso, talvolta - di esibire una "normalità"
almeno dubbia. Le coppie omofiliche non appaiono né identiche
né abbastanza analoghe con le famiglie vere, perché
possano anch'esse venire denominate famiglie, appunto. L'equivocità
va lasciata tale, quando c'è e risulta evidente. (A modo di immagine
e di insegnamento della Scrittura al riguardo, si possono vedere due
brani spaventosi, non passati di attualità: Gen 19, 1-29; Rom
1, 18-32).
V'è da scoraggiarsi nel vedersi costretti a recare le motivazioni
- per cui una coppia omosessuale non è, e non può
essere, riconosciuta come una famiglia. Il mutuo completamento coniugale
viene negato, e non basta parlare di "amore"
per capire esattamente a che cosa ci si riferisce: a meno di adattarsi
a un linguaggio da rotocalco scadente. Quanto poi alla fecondità,
spiace, ma v'è da temere che la soluzione del problema della denatalità non
si risolva per questa strada: una strada che non si apre e anzi si proibisce
e ripudia il futuro. Almeno quando si tratta di coppie di maschi. Per
le donne, occorre interrogarsi seriamente circa l'opportunità di
una fecondazione artificiale o di forme di adozione o simili di bambini
che rimarrebbero senza padre.
Ancora una volta - e per cause più gravi - si mette in crisi il "senso
dello Stato", quando si procede con la politica del fatto compiuto
da parte di autorità civili locali che creano registri di "coppie
gay" senza rilevanza giuridica e con evidente finalità propagandistica:
si vuole così esercitare una pressione culturale perché i
pubblici poteri giungano, quasi costretti, a una legislazione permissiva
al riguardo.
E di nuovo: non si riesce a comprendere quando e perché
delle "formazioni sociali fondate sulla solidarietà",
com'è stato detto, di due - o anche più? - persone del
medesimo sesso "meritino tutela" giuridica, economica, ecc.
dal momento che sarebbero "coppie", o si limiterebbero a coabitare.
Occorre insistere sul rischio - almeno sul rischio - di penalizzare le
famiglie vere. Almeno perché le "convivenze omofiliche" legalizzate
tenderebbero a moltiplicarsi in base al tornaconto. Se non ci si inginocchia
davanti al mito - al "dogma"
illuministico - dell'innocenza dell'umanità contro ogni esperienza,
queste e simili osservazioni appaiono evidenze e basta.
Circa le deviazioni possibili e concrete riguardanti la famiglia, il
Papa prende in considerazione anche un aspetto decisivo della fecondità.
Sostiene: "Sono ugualmente espliciti e attuali i tentativi di dare
dignità di legge a forme di procreazione che prescindono dal vincolo
coniugale e che non tutelano sufficientemente gli embrioni".
Si osservi: ciò che viene rifiutato non è soltanto, come
si è detto, la possibile fecondazione artificiale di donne omofiliche
unite in una presunta famiglia. È anche una fecondazione artificiale
che avvenga al di fuori del matrimonio e della dinamica - pur aiutata
- dell'atto di amore coniugale. Soprattutto se a tale scopo si "utilizza" "materiale
biologico" maschile o/e femminile derivato da chi non è
né sposo, né sposa. Si tratta della fecondazione comunemente
chiamata eterologa.
I valori gravissimi in gioco sono soprattutto due: la paternità
e la maternità anche fisiche che devono essere assicurate all'eventuale
figlio; e l'insorgere di nuove vite umane a modo di dono dentro una logica
di autentica mutua donazione coniugale
Lettera di Romano Prodi a Famiglia
Cristiana N°39 -25/9/2005
MATRIMONI E "UNIONI DI FATTO": IO NON SONO
ZAPATERO
"Non ho mai pensato di equiparare le convivenze
alla famiglia, anzi, sono convinto che le famiglie vadano sempre più
aiutate con provvedimenti adeguati, perché la loro funzione sociale è insostituibile."
Caro
Direttore, va questi giorni si è aspramente discusso sul tema
delle unioni di fatto e di come esse debbano venire o meno tutelate.
Nel quadro di questo dibattito mi sono state attribuite posizioni non
corrispondenti al mio pensiero e che ho giudicato offensive. Non ho mai
sostenuto l'opportunità e la possibilità di matrimoni tra
persone dello stesso sesso, ne è mia intenzione proporre provvedimenti
che mettano minimamente in discussione la famiglia.
In questo spazio che gentilmente mi viene concesso desidero entrare più a
fondo nel merito di questo tema.
La complessità e la delicatezza dell'argomento e il desiderio
di esprimere il più compiutamente possibile il mio pensiero mi
costringono a far riferimento ad alcuni fondamenti normativi ed etici
che richiedono un linguaggio un po' diffìcile.
Innanzitutto ho sempre ritenuto che la famiglia fosse la prima più
originaria e fondamentale comunità naturale. E ciò si accorda
con lo spirito attuale della nostra Costituzione repubblicana (in particolare
penso all'articolo 29, ma anche agli articoli 2, 30, 31).
La mia ispirazione religiosa ha argomentato e sostenuto questa convinzione.
Essa si accompagna anche, a un tempo, con il rispetto e la comprensione
che debbo, e che tutti dobbiamo, a milioni di famiglie che ogni giorno
fanno fatica eppure ricreano per propria virtù il tessuto umano,
sociale e morale del nostro Paese.
Io non sono tra i detrattori della famiglia. Sono tra coloro che sono
attenti, responsabilmente attenti, tanto all'evoluzione positiva della
famiglia, quanto alla proliferazione di diversi modelli familiari o di
convivenza non familiare. Ne sono tra coloro che hanno sostenuto in questi
anni che la famiglia esce malconcia dai mutamenti della società.
Ritengo invece che essa abbia resistito, si sia adattata attingendo proprio
alle risorse morali e affettive delle quali è
custode e fautrice. Questo è vero particolarmente in Italia, ed
emerge con grande chiarezza nel confronto con altri Paesi.
Penso che la famiglia sia anche la più grande istituzione economica
del nostro Paese, quella su cui il Paese è andato avanti, in silenzio,
anche nei momenti diffìcili, anche quando aveva governanti non
all'altezza del loro compito. E tra le riforme che il mio futuro Governo
dovrà fare - se gli italiani me ne conferiranno la responsabilità -
vi è certamente in primo luogo quella di un progetto famiglia,
a più
livelli e con più strumenti, da quelli sociali a quelli fiscali,
da quelli diretti a quelli che incidono anche indirettamente sulla vita
delle famiglie italiane.
Abbiamo bisogno di un "progetto
famiglia" che agisca sia sull'ordine
economico-monetario, sia in quello dei servizi che attengono alle politiche
di welfare, per fare fronte alla crisi di denatalità
e alle molte situazioni difficili nelle quali le famiglie si trovano.
Dai servizi sociali alle scuole, alla casa, al lavoro tutto va pensato
non solo in termini individuali, ma anche in termini di dimensione
familiare, "a misura di famiglia".
Penso anche che la politica si debba interrogare sul perché
oggi i giovani non abbiano il coraggio o la voglia di assumersi la responsabilità di
una famiglia. Credo che dobbiamo innanzitutto offrire loro più sicurezza
(e tutti ben sappiamo come, ad esempio, la precarietà del lavoro
o la difficoltà ad avere una casa ne siano un ostacolo) e favorire
l'idea che in famiglia si può
"star bene".
Oggi lo sviluppo di nuovi
modelli familiari e di nuovi modelli
di convivenza, in particolare le unioni
di fatto, ma anche le unioni
tra persone dello stesso sesso, interpella il legislatore, stretto
tra l'esigenza di difendere e promuovere l'istituto familiare e la
necessità di fare i conti con tali trasformazioni e con i nuovi
bisogni che da esse derivano.
Nessuno vuole e può - non io certamente - conformare i nuovi
modelli di convivenza all'istituto familiare. La stessa recente giurisprudenza
costituzionale si è espressa chiaramente in merito e, pur registrando
la trasformazione della coscienza e dei costumi a cui non si può
essere indifferenti, mantiene un certo favor
familiae, come si dice in gergo, ed esclude positivamente affermazioni
omologanti.
Così, mentre si riconoscono le unioni o convivenze di fatto «quale
rapporto tra uomo e donna», dice la Corte costituzionale, «ormai
entrano nell'uso comunemente accettato, accanto a quello fondato sul
vincolo coniugale», ciò «non
autorizza la perdita dei contorni caratteristici delle due figure».
L'una, quella di semplice convivenza, si fonda e si appoggia sulla soggettività individuale
dei conviventi. L'altra, quella coniugale, procedendo dalla stessa libertà conferisce
tuttavia un maggiore rilievo alle esigenze della famiglia, alla forma
di una "stabile istituzione sovraindividuale",
dunque a un'ulteriore responsabilità.
Per questo la socialità della famiglia va sostenuta
e premiata.
L'individualità delle altre convivenze va aiutata nelle
necessità
fondamentali.
Per rispettare le libere scelte di entrambe le forme, esse non possono
essere confuse, omologate. Una volta fissata la distinzione formale,
si tratta di procedere in forma pragmatica, valutando le diverse misure
(l'alloggio, l'assistenza eccetera).
Quanto alle unioni tra persone dello stesso sesso, caro direttore, in
tempi non sospetti ho pubblicamente dichiarato che ero contrario al loro
riconoscimento nella forma del matrimonio e dell'unione coniugale. Nelle
sedi nazionali e internazionali mi sono espresso pubblicamente perché si
seguisse una linea diversa da quella seguita da Zapatero in Spagna. Questo
non significa che anche nei casi di unioni tra persone dello stesso sesso
non vi siano ingiustizie da sanare, affinchè
si abbia un completo rispetto delle scelte individuali che non possono
essere socialmente discriminate.
Su questi problemi così complessi e delicati le critiche sono
ben accette, ma non si devono creare fraintendimenti. Si deve invece
tenere aperto un confronto rispettoso e costruttivo con tutti senza strumentalizzazioni
che si pieghino alla competizione politica del giorno. Un caro saluto.
ROMANO PRODI
Puglia: la giunta Vendola
strappa sulla famiglia
Operazione di forza ad altissimo rischio
Un piccolo capolavoro di camaleontismo linguistico.
Una grande operazione di marketing sociale. Una pesante ipoteca
politica.
C'è tutto questo e altro (fors'anche uno dei mille conflitti
d'interesse che asfaltano la vita della tormentata Seconda Repubblica)
dietro l'approvazione - all'unanimità - da parte della giunta
regionale pugliese, del disegno di legge sul «sistema
integrato dei servizi sociali per la dignità e il benessere delle
donne e degli uomini di Puglia».
In sostanza si estendono «gli interventi e i servizi destinati
alla famiglia» anche a tutte le persone che siano in qualche
misura legate «da vincoli di parentela, affinità, adozione,
tutela». E da «altri vincoli solidaristici».
Ma procediamo con ordine.
Il camaleontismo linguistico.
Come definire altrimenti l'espressione «vincoli solidaristici»,
sotto il cui ombrello fantasioso e dietro l'ammiccante formulazione vanno
ricompresi, per esplicita ammissione dei governanti pugliesi, tutti i
legami di affetto, di solidarietà, di amore tra le persone? Dunque,
anche le unioni di fatto eterosessuali e omosessuali. Tutti attenti gli
amministratori a non pronunciare mai il termine Pacs. Ché altrimenti
i soliti cattolici bacchettoni si scandalizzano. Meglio sarebbe uno scontro
frontale e non questa mielosa pantomima, nella quale si fanno scelte
estreme senza il coraggio di chiamarle con il loro vero nome. Una volta
si bollavano questi atteggiamenti con il termine ipocrisia, uno dei «peccati
mortali» delle vecchie classi dirigenti sempre nel mirino del presidente
rifondarolo della Regione Puglia, Nichi Vendola. Altri tempi, altre contestazioni.
Oggi si fa il peana all'ipocrisia delle parole che velano i comportamenti.
Marketing sociale. È quella costruzione, anzitutto culturale,
in base alla quale prima si punta a realizzare nuovi modelli di comportamento
alternativi alla dimensione legale e di diritto, poi si elaborano nuovi
diritti sulla base della situazione fattuale e di una presunta legittimazione
social e, infine si traducono in forme di disciplina giuridica o amministrativa. È quanto
sta accadendo con le unioni di fatto (etero e omosessuali) senza valutare
il rischio, laddove si estendano automaticamente le tutele proprie della
famiglia a tutte le nuove forme di «vincoli solidaristici»,
del deprezzamento oggettivo della famiglia così come fotografata
dall'art. 29 della Costituzione italiana. Una domanda al legislatore
pugliese: qual è la differenza che premia e promuove la famiglia?
In realtà è sin troppo evidente il gap fra diritti e doveri.
Anzi, si prospetta un riconoscimento delle tutele a fronte di un forte
sconto sui doveri. Ma questa - si dirà - è una questione
educativa. E noi risponderemo che le Regioni dovrebbero operare dentro
l'arco della Costituzione, promuovendo la famiglia. O no? L'ipoteca politica.
Lo strappo pugliese viene esercitato a due mesi esatti dalle elezioni
politiche. Uno strappo voluto tenacemente da una giunta regionale di
sinistra-centro come quella guidata da Vendola e che di fatto imbarazza
i vertici nazionali dell'Unione per i quali la questione dei Pacs sta
di giorno in giorno diventando uno dei problemi più scottanti.
Il rischio che il disagio nei confronti di queste scelte si manifesti
nel più sottile e insidioso dei comportamenti elettorali, ovvero
l'astensionismo, è altissimo. Perché un cittadino italiano
riformista e moderato, o un cattolico altrettanto moderato, pur orientato
a votare per il centrosinistra e non disponibile a spostare il proprio
suffragio nel campo avverso, dovrebbe contraddire la propria coscienza,
i propri valori e le proprie convinzioni più profonde premiando
chi pone sullo stesso piano la famiglia di diritto e i «vincoli
solidaristici»? Un interrogativo che Vendola può permettersi
il lusso di ignorare, ma Rutelli e Prodi forse no.
Domenico Delle Foglie (C) Avvenire, 8-2-2006
La Chiesa e la "benedizione" delle
unioni di fatto.
UN SACERDOTE BENEDICE LE NOZZE DI UNA NOTA SOUBRETTE
IN ATTESA DI DIVORZIO
Famiglia Cristiana N°39 -25/9/2005
L'INDIGNAZIONE Di UNA LETTRICE CHE DOPO AVER VISTO IL SERVIZIO SU UNA
RIVISTA SI CHIEDE: «BISOGNA FAR PARTE DEL MONDO DELLO SPETTACOLO
E AVERE AMICI PRETI PER POTER ARRIVARE A TANTO?».
Caro padre, sono una lettrìce di
Famiglia Cristiana da quand'ero bambina. Sono credente, ma non pratico
la chiesa. Da cinque anni vivo con un uomo che ho incontrato quando
lui era già separato. Siamo andati a vivere insieme dopo due
anni che ci conoscevamo. Nell'ottobre del 2004 ha ottenuto il divorzio
e il successivo 30 dicembre ci siamo sposati in municìpio. So
dì essere peccatrice davanti alla Chiesa in quanto sposata a
un divorziato.
Sfogliando un settimanale, mi sono molto indignata nel vedere le immagini
di un sacerdote che benedice l'unione tra una nota soubrette, già
sposata in chiesa e in attesa di divorzio, e il suo fidanzato, anche
lui in attesa di divorzio. Come può un sacerdote, durante la santa
Messa (anche se non celebrata in chiesa ma, come in questo caso, all'interno
di un albergo), far leggere la formula del matrimonio religioso e dare
la benedizione agli anelli, con lo scambio degli stessi, a due persone
che non hanno neppure ottenuto il divorzio? Non mi sembra una cosa giusta-
Davanti alla Chiesa e a Dio non dovremmo essere tutti uguali? Bisogna
far parte del mondo dello spettacolo e avere amici sacerdoti per poter
arrivare a tanto?
Io e mio marito, nel luglio del 2002, ci siamo recati a Padova, e nell'occasione
siamo entrati nella basilica di Sant'Antonio. Il mio consorte, anche
lui credente, mi disse: «Vorrei confessarmi, anche se
la benedizione sicuramente non me la daranno». Io gli risposi:
«Prova, vediamo cosa ti dicono». Entrò nel confessionale,
e quando uscì mi disse: «Come prevedevo, niente benedizione.
Ho spiegato come stavano le cose e il frate mi ha detto che non poteva
assolvermi e benedirmi. Comunque, mi ha detto che il Signore da lassù
vede tutto».
Caro padre, come possiamo sentirci ora, dopo aver appreso che un sacerdote
ha, invece, benedetto un'unione di fatto? La ringrazio per ciò
che potrà dirmi al riguardo.
RITA
La risposta del redattore.
Lei è rimasta disorientata dalla notizia che due cristiani regolarmente
sposati e ora in attesa di divorzio hanno iniziato un nuovo matrimonio
con una cerimonia religiosa. Che dire? È certo che la
Chiesa non ammette un secondo matrimonio finché
perdura il primo. L'amore che i coniugi cristiani promettono
è un amore fedele e indissolubile: «l'uomo
non separi ciò che Dio ha congiunto».
Non è, quindi, pensabile che il sacerdote che ha presenziato a
quella cerimonia volesse fare qualcosa contro l'insegnamento di Dio e
della Chiesa. Si può, piuttosto, pensare che intendesse invocare
una benedizione di Dio su questi due fedeli e pregare per loro. E con
loro. Ma anche in questo caso è lecita la domanda:
«era opportuna una simile celebrazione?».
Nell'Esortazione apostolica Familiaris consortio del
1981, Giovanni Paolo II, da una risposta precisa: «II
rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agii stessi coniugi
e ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce
a ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre
in atto, a favore dei divorziati che si risposano. cerimonie di qualsiasi
genere».
E motiva così la disposizione: «Queste,
infatti, darebbero l'impressione della celebrazione di nuove nozze sacramentali
valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l'indissolubilità del
matrimonio validamente contratto» (n.
84). Queste stesse indicazioni vengono ribadite nel 1998, nel
documento: La pastorale dei divorziati risposati
della Congregazione per la dottrina della fede.
Documentazione contro i pacs
Lexicon: Unioni di fatto
http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=290
Il riconoscimento e la conseguente registrazione, sul piano legale, in
un numero crescente di paesi, delle "unioni di fatto", sotto
forma di "contratti" tra le parti interessate che accordano
a tali unioni uno statuto e dei vantaggi sociali simili oppure alternativi
a quelli riservati ai matrimoni, ha provocato una reazione, talvolta
indignata, da parte delle popolazioni alle quali erano imposte senza
il loro consenso, e senza che ci fosse stato un reale dibattito pubblico
preliminare
FAMIGLIA, MATRIMONIO E UNIONI DI FATTO
http://www.paginecattoliche.it/modules.php?name=News&file=article&sid=736
Uno dei fenomeni oggi più diffusi e che interpellano fortemente
la coscienza della comunità cristiana, è il numero crescente
delle unioni di fatto nell’insieme della società, con la
conseguente disaffezione per la stabilità del matrimonio che ne
deriva.
Vescovi spagnoli: Sì, c'importa la famiglia
http://www.totustuus.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1248
Qualsiasi modifica dell'istituzione matrimoniale richiede una profonda
riflessione e un ampio dialogo e consenso sociale" (Chiese e confessioni
religiose in Spagna). "Ci troviamo di fronte a una questione di
grande emergenza morale e sociale che esige dai cittadini, in particolare
dai cattolici, una risposta chiara e incisiva attraverso tutti i mezzi
legittimi" (Comitato esecutivo).
Le recenti modifiche del Codice civile in tema dì diritto matrimoniale,
approvate il 29 (divorzio anche dopo tre mesi) e 39 giugno (matrimonio
di coppie omosessuali) dai Parlamento spagnolo, hanno suscitato opposizione
nelle Chiese e comunità religiose del paese, e un'ondata di proteste
culminate nella manifestazione del 18 giugno promossa dall'associazione
Forum per la famiglia.
Vescovi canadesi: No alla ridefinizione del matrimonio
http://www.totustuus.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1247
"Il rischio che si corre a giocare con la definizione di matrimonio
e di famiglia è alto". E’ la sintesi della posizione
espressa lo scorso 18 maggio dalla Conferenza dei vescovi cattolici del Canada,
nel corso dell'audizione ottenuta davanti alla Commissione della Camera dei
comuni che stava esaminando il Progetto di legge C-38, con cui si definirebbe
il matrimonio semplicemente "l’unione legale tra due persone".
Un grave e ripetuto attentato contro la famiglia
http://www.paginecattoliche.it/modules.php?name=News&file=article&sid=939
Dichiarazione Les medias a proposito della Risoluzione del Parlamento
Europeo del 16 marzo 2000 che equipara la famiglia alle "unioni
di fatto", comprese quelle omosessuali.
Un dibattito aperto nella società contemporanea
http://www.fides.org/ita/approfondire/2005/leggi00_famiglia.html
Il servizio al vero matrimonio ed alla famiglia (Cardinale Antonio Ma
Rouco); Il bene ed il futuro della famiglia sono messi in gioco (Cardinale
A. Ma Rouco); In difesa del matrimonio (Mons. Antonio Cañizares
Llovera); Diritti e privilegi (Mons. Francisco Gil Hellín); Mentalita’ divorzista
(Mons. Lluís Martínez Sistach); Zapatero e la Spagna (Àlex
Navajas); Famiglia sotto attacco (David Botti); Dire "padre" e "madre" con
gioia e senza inganno (Mons. Jesús Sanz Montes)
Matrimonio tra omosessuali?
http://www.paginecattoliche.it/modules.php?name=News&file=article&sid=744
FRANCESCO D'AGOSTINO
Ordinario di Filosofia del Diritto
Omosessualita' e diritti civili
http://www.paginecattoliche.it/modules.php?name=News&file=article&sid=740
Congregazione per la Dottrina della Fede,
Alcune considerazioni concernenti la risposta a proposte di legge sulla
non discriminazione delle persone omosessuali,
in L'Osservatore Romano, del 24-7-1992
Il feticcio (omosessuale) dell'omofobia
http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1314
La nozione di omofobia è diventata un termine feticcio, che inibisce
ogni riflessione e cerca di stigmatizzare coloro che ritengono che, socialmente,
l'omosessualità pone un problema…
Perché il PACS non è soluzione per regolare convivenze
di tipo non matrimoniale
http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1487
Il professor Gambino analizza la proposta di contratti di diritto privato
Alla ricerca di voti lacerando la famiglia
http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1483
Le recenti dichiarazioni del leader dell'Unione sulle coppie di fatto
© L'OSSERVATORE ROMANO, 13/09/2005
Il Vescovo di Civitavecchia commenta le dichiarazioni di Prodi
http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1450
Mons. Girolamo Grillo, Vescovo di Civitavecchia, commenta le dichiarazioni
di Romano Prodi sui "patti civili di solidarietà" per
la tutela giuridica delle coppie di fatto…
Una legge inutile e dannosa
http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=489
Dichiarazione del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Francese
su una proposta di legge in materia di "unioni di fatto".
Lexicon: "Matrimonio" di omosessuali
http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=295
Siamo passati, con una rapidità sorprendente, da una rivendicazione
a un'altra da parte dei gruppi omosessuali. Il crescendo è stato
ben orchestrato e pare non cozzare se non contro una vaga opposizione,
che teme di essere tacciata di "omofobismo" e votata per
ciò stesso alla gogna.
Sui progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali
http://www.ratzinger.it/modules.php?name=News&file=article&sid=138
Le presenti Considerazioni non contengono nuovi elementi dottrinali,
ma intendono richiamare i punti essenziali circa il suddetto problema
e fornire alcune argomentazioni di carattere razionale, utili per la
redazione di interventi più specifici da parte dei Vescovi secondo
le situazioni particolari nelle diverse regioni del mondo: interventi
destinati a proteggere ed a promuovere la dignità del matrimonio,
fondamento della famiglia, e la solidità della società,
della quale questa istituzione è parte costitutiva.
Sul problema legislativo della non-discriminazione delle persone omosessuali
http://www.ratzinger.it/modules.php?name=News&file=article&sid=69
Da qualche tempo la Congregazione per la dottrina della fede è stata
interessata alla questione di proposte di legge avanzate in varie parti
del mondo in merito al problema della non-discriminazione delle persone
omosessuali. Lo studio della questione ha portato alla preparazione di
una serie di osservazioni che potrebbero essere di aiuto a coloro che
sono interessati nella formulazione di una risposta cattolica a tali
proposte di legge.
Solo il matrimonio può essere riconosciuto giuridicamente
http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=662
Alcune Regioni (e alcune proposte di legge) stanno equiparando il matrimonio
alle unioni di fatto e a quelle omosessuali. Tre argomentazioni per respingere
questo tentativo.
Quale cittadinanza per la famiglia in Europa?
http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=270
Pierpaolo Donati - Università di Bologna: 1. Il problema: l'Europa
vede ancora la famiglia? - 2. Le tendenze attuali e l'esigenza di qualificare
il cosiddetto "pluralismo familiare" - 3. La grande sfida:
può l'Europa riconoscere una "cittadinanza della famiglia"?
"Matrimoni" omosessuali e salute mentale
http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1411
Il dottor Rick Fitzgibbons ha dato un contributo fondamentale a "Homosexuality
and Hope", un saggio dell’Associazione Medica Cattolica, ed è coautore
di "Helping Clients Forgive: An Empirical Guide for Resolving Anger
and Restoring Hope" (American Psychological Association Books,
2000).
Maggiolini: i gay si possono curare
http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1479
Eminenze ed eccellenze non si occupano più esclusivamente dei
misteri delle fede. Sempre più spesso si arrovellano a spiegare,
a credenti e non, qual è la vera essenza della laicità.
I bambini adottati da coppie dello stesso sesso sono maggiormente soggetti
a problemi psicologici
http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1300
Gli scienziati di tutto il mondo confermano che i bambini adottati da
coppie dello stesso sesso sono maggiormente soggetti a problemi psicologici
e di salute: inviata a tutti i senatori spagnoli la "Relazione sullo
sviluppo infantile in coppie dello stesso sesso".
Dell’obiezione di coscienza in caso del 'matrimonio' tra omosessuali
http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1229
Nota della Conferenza Episcopale sulla questione dell’obiezione
di coscienza in caso del "matrimonio" tra omosessuali: "Opporsi
a disposizioni immorali, contrarie alla ragione, non è andare
contro nessuno, ma essere per l'amore della verità e per il bene
di ogni persona"
Omosessualità, una guida per i genitori
http://www.totustuus.net/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=2280
J. Nicolosi, L. Ames Nicolosi, Omosessualità, una guida per i
genitori, Milano, Sugarco edizioni, 2003, pp. 234
ABC per capire l'omosessualità
http://www.totustuus.net/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=3887
Con parole chiare viene spiegato che cos'è l'identità sessuale,
viene riassunta la storia dell'omosessualità dall'antichità classica
ai giorni nostri, si dà la parola alla scienza, si documenta l'atteggiamento
della Chiesa. Il punto di vista psicologico privilegiato è quello
che fa capo allo psichiatra austriaco Alfred Adler e agli studi di Irving
Bieber, sviluppati soprattutto da Gerard van den Aardweg e Joseph Nicolosi
che hanno messo a punto la cosiddetta "terapia riparativa".
OMOSESSUALITA’ MASCHILE, UN NUOVO APPROCCIO
http://www.totustuus.net/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=1300
L’obiettivo del cosiddetto "Movimento di Liberazione dei Gay" è quello
di modificare la percezione sociale dell’omosessualità,
formulando due richieste: la tolleranza e l’approvazione per l’omosessualità.
La due richieste sono tuttavia erroneamente confuse: un conto è la
difesa dei diritti individuali degli omosessuali, un conto è affermare
che la condizione degli omosessuali è pari a quella dell’eterosessuale.
SULLA CURA PASTORALE DELLE PERSONE OMOSESSUALI
http://www.ratzinger.it/modules.php?name=News&file=article&sid=55
Il problema dell'omosessualità e del giudizio etico sugli atti
omosessuali è divenuto sempre più oggetto di pubblico
dibattito, anche in ambienti cattolici. In questa discussione vengono
spesso proposte argomentazioni ed espresse posizioni non conformi con
l'insegnamento della Chiesa Cattolica, destando una giusta preoccupazione
in tutti coloro che sono impegnati nel ministero pastorale.
"Unioni civili", "unioni di fatto" e altre convivenze
http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1562
Rassegna della legislazione europea
prof. José Ignacio Alonso Pérez, Università di Macerata
© Quaderni di diritto e politica ecclesiastica, n. 2 – anno XI,
Agosto 2003, ed. il Mulino Bologna
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