[ di Sandro Magister www.chiesa.espressonline.it]
Pietro De Marco analizza il terrorismo islamico
e la risposta cristiana
alla luce della teoria di Huntington
L’ultima sequenza di atti terroristici ad opera di musulmani
ha reso di nuovo febbrile la discussione sulla più celebre
teoria di geopolitica dell’ultimo decennio: quella formulata
da Samuel P. Huntington nel libro del 1996 “The
Clash of Civilizations and the Remaking of World Order”
(pubblicato in Italia nel 2000 col titolo “Lo
scontro di civiltà e il nuovo ordine mondiale”),
e prima ancora nel suo saggio con lo stesso titolo apparso in “Foreign
Affairs” dell’estate 1993, vol. 72, n. 3, pp. 22-49.
Le autorità vaticane in genere evitano di usare la formula
“scontro di civiltà”.
E respingendo la formula non chiariscono se intendono anche negare
la realtà da essa significata. La recensione dell’opera
di Huntington pubblicata dalla semiufficiale rivista “La
Civiltà Cattolica” nel quaderno del 16 ottobre
2004 è rimasta anch’essa nel vago. Né le scarne
dichiarazioni strappate a Benedetto XVI nei giorni scorsi possono
essere assunte al pari di tesi argomentate.
ROMA, 1 agosto 2005 – “Non
c’è uno scontro di civiltà, sono solo piccoli
gruppi di fanatici”, ha risposto Benedetto XVI lo scorso
20 luglio a un giornalista che gli chiedeva se col terrorismo islamico
fosse in atto uno scontro di civiltà. Il papa era stato preso
d’assalto dai giornalisti alla sua prima uscita pubblica dalla
protetta solitudine del suo ritiro di montagna, a Les Combes di Introd,
vicino al Monte Bianco, e questa fu una delle sue frammentarie risposte.
Ma il 7 luglio, poche ore dopo gli attentati terroristici di Londra,
in un’intervista trasmessa dai maggiori network televisivi,
il cardinale segretario di stato Angelo Sodano si era espresso diversamente:
“Faccio appello a tanti uomini di buona
volontà che ci sono in tutte le religioni. Nel nome dello stesso
Padre che è nei cieli dobbiamo terminare questo scontro di
civiltà”.
Quello stesso giorno, in una prima anticipazione alla stampa del telegramma
di cordoglio per le vittime, la segreteria di stato vaticana aveva
definito “atti anticristiani” gli attentati terroristici
di Londra, con un’espressione poi modificata nel testo finale
in “atti barbarici contro l’umanità”. I media
avevano letto in questa modifica un dissidio ai vertici vaticani pro
o contro la tesi dello “scontro di civiltà” tra
islam e occidente cristiano.
La domenica successiva, 10 luglio, il cardinale
Sodano aveva difeso la giustezza della qualifica anticristiana data
al terrorismo islamico come a qualunque atto terroristico.
E il 23 luglio era tornato a ribadire che “il
terrorismo va contro l’uomo, è antiumano, ma va anche
contro la legge di Dio, quindi è anticristiano”.
Il 25 luglio, tuttavia, di nuovo assalito dai giornalisti all’uscita
dalla chiesetta di Introd, Benedetto XVI aveva risposto a chi gli
chiedeva se le bombe dei terroristi si potessero definire anticristiane:
“No, generalmente [la loro] mi sembra
un’intenzione molto più generale, non proprio contro
il cristianesimo”.
E alla domanda se l’islam è una religione di pace:
“Certamentre l’islam ha anche
elementi che possono favorire la pace. Ha anche altri elementi. Dobbiamo
cercare di trovare sempre i migliori elementi che aiutano”.
In realtà, lo “scontro di civiltà” teorizzato
da Huntington – sia quando è esaltato, sia quando, più
spesso, è deprecato – è anzitutto un grande incompreso.
È più un’arma retorica che uno strumento di analisi.
Assunta correttamente, la teoria di Huntington
non legge come “scontro di civiltà” l’attacco
portato dal terrorismo islamico. Questo però non significa
che tale attacco, e il suo antagonismo col cristianesimo, siano da
considerare di scarsa rilevanza o addirittura da negare.
È ciò che argomenta Pietro De Marco, professore all’università
di Firenze e alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale,
esperto di geopolitica religiosa, nella nota che segue.
Su terrorismo, sfida culturale e scontro di civiltà
di Pietro De Marco
“Ma, poi, perché combattere
e rischiare? C’è forse una guerra? La mia risposta è
sì, c’è una guerra, e credo che sia responsabile
riconoscerlo e dirlo”. Così il presidente del
senato italiano, il filosofo Marcello Pera, in un testo ormai celebre
del maggio 2004, in dialogo a distanza con l’allora cardinale
Joseph Ratzinger.
E proseguiva: “In gran parte del mondo
islamico e arabo, gruppi consistenti di fondamentalisti, radicali,
estremisti […] hanno dichiarato una guerra santa all’occidente
[…]. Perché non prenderne atto?”.
Contemporaneamente, nel dibattito italiano ed internazionale sul terrorismo,
molti obiettano che non vi è alcuna sfida anticristiana e che
l’occidente, come civiltà, non è l’obiettivo
di alcuna guerra. Sintomaticamente, in questi giorni, le opposte posizioni
cercano di avvalersi dei giudizi di Benedetto XVI e ad un tempo, possibilmente,
di influenzarli.
Eppure, specialmente nei paesi che sono stati toccati dagli attentati
recenti, si coglie un ritorno dell’espressione “clash
of civilizations”, collisione o scontro di civiltà. La
domanda essenziale di opinionisti e forze politiche appare questa:
il fenomeno terroristico alqaedista è o non è l’espressione
armata che rivela la realtà e serietà dello scontro
– della guerra – in corso tra civiltà islamica
e civiltà occidentale-cristiana? Domanda drammatica, cui si
deve tentare di rispondere con rigore.
Lo scontro di civiltà non è un’opinione. Il giudizio
sull’opportunità di adottare pubblicamente questa formula
è, certamente, lasciato alla libertà o ai vincoli del
soggetto che comunica. Ma in una sede autonomamente valutativa affermare
o negare il fenomeno dipenderà da un disciplinato uso dei termini.
Questo uso è e deve restare strettamente legato alla definizione
data da Samuel P. Huntington. Introdurre definizioni difformi accresce
solo il disordine comunicativo, e rende impossibile dirimere con qualche
successo le divergenze di giudizio.
La fenomenologia terroristica appartiene ai sintomi del
“clash” huntingtoniano?
La proiezione indubitabilmente ed esplicitamente anticristiana
di voci intellettuali e politiche islamiche è “clash”
civilizzazionale in atto, in senso proprio? L’affermazione di
reciproca incompatibilità tra visioni del mondo, prodotta da
ceti intellettuali, è la sanzione di un “clash”?
In termini rigorosamente huntingtoniani la risposta è
no.
Questo equivale, allora, ad affermare che la
componente antioccidentale delle avanguardie islamiche è fenomeno
solo di superficie? O che il terrorismo è fenomeno
senza strategia mondiale, quindi senza profilo civilizzazionale e
con moventi nel disagio politico ed economico delle masse musulmane?
O che l’antagonismo col cristianesimo su scala universale, talora
esibito dalla intelligencija islamica, sia da considerare di scarsa
rilevanza?
Anche in questo caso la risposta è no.
Abbiamo una prima avvertenza di metodo, allora, che formulerei così:
non è necessario connotare un esplicito conflitto di culture
come “clash” civilizzazionale per riconoscerne l’estrema
gravità su scala mondiale. La contrapposizione costante, nel
dibattito, tra la densità dell’allarme condotto dai fautori
del “clash”, da un lato, e la banalizzazione dei fenomeni
in atto da parte dei negatori del “clash”, dall’altro,
indica come il richiamo alla formula di Huntington abbia spesso solo
una funzione retorica.
1. Cosa significa scontro di civiltà.
Il ricorso alla categoria di “civilization” non significa
che, per Huntington, il terreno delle collisioni tra forze mondiali
abbia qualsiasi forma e si localizzi ovunque, quasi una realtà
“liquida”, alla Zygmunt Baumann. Tutt’altro. Significa
realisticamente che sul terreno di scontro di sempre per le egemonie
politiche ed economiche, per il controllo di popoli e continenti,
si scende ormai con ragioni e orizzonti che attingono alle radici
identitarie di grandi soggetti, e alla loro affermazione su scala
universale. Gli enormi aggregati che Huntington chiama civiltà,
sono comunanze – “commonalities” – di appartenenze,
identità e obiettivi che si ridefiniscono e saldano su scala
mondiale. Nelle “civilizations” le nazioni si riconoscono
parenti e si gerarchizzano al livello dei continenti e oltre, con
effetti che sono sotto i nostri occhi:
"Nel mondo del post-Guerra Fredda
la cultura è una forza ad un tempo disgregante e aggregante.
[Certo] le culture possono cambiare […]. Non v'è dubbio,
tuttavia, che le differenze più profonde nello sviluppo politico
ed economico delle varie civiltà siano radicate nelle loro
diverse culture […]. Le affinità e le differenze culturali
determinano gli interessi, gli antagonismi e le associazioni tra stati.
[…] La politica globale è divenuta multipolare e multi-civiltà".
Le guerre di faglia che sono i fenomeni sitomatici del “clash”
civilizzazionale (non si dimentichi che Huntington è uno studioso
di relazioni internazionali) sono veri conflitti armati. La metafora
compare in Huntington immediatamente in apertura del suo saggio del
1993:
"Le grandi divisioni dell'umanità
e la scaturigine prevalente dei conflitti saranno culturali [e non,
anzitutto, economiche o ideologiche]. […] La collisione
tra civiltà dominerà la politica globale. Le
zone di faglia tra civiltà – ‘fault lines of civilizations’
– saranno i fronti di guerra del futuro".
Una “fault line war” è
stata la complessa guerra balcanica. Una “fault line
war” potrebbe essere un confronto armato tra USA e
Cina sul fronte di Taiwan, o tra India e Cina per un’egemonia
asiatica.
Huntington ha riproposto alla nostra attenzione ciò che la
duplice teoria della storia, liberale e materialistico-rivoluzionaria,
di matrice secolarizzante aveva ritenuto di escludere dalla modernità:
origini storiche e religiose, coraggio e dignità di appartenenza,
sfide universalistiche di verità. In questo, la sua è
stata una mossa teorica semplice ma disturbante, come ogni mossa teorica
di genio.
Un attore meramente ideologico e nichilistico come Al Qai’da
non è quindi un vero soggetto civilizzazionale. Parti vitali
di una “civilization” sono gli stati (con confini, capacità
coattiva, eserciti) e le ragioni di stato (che sono tali anche quando
incorpora valori). Al Qai’da, nella sua stessa formula e genesi
teologica, come nella sua organizzazione e diramazione, è indipendente
dalla ragione di stato (anche se è strumentalizzabile da singoli
stati), ed è per certi aspetti antagonistica ad essa. D’altronde,
modernizzazioni e indigenizzazioni sono poco compatibili col purismo
di una battaglia radicale.
Paradossalmente, la coperta neutralità nei confronti del terrorismo
di parte dei paesi musulmani, se si configurasse come una macro-aggregazione
passiva ostile all’Occidente nell’attesa degli effetti
dell’assalto alqaedista, sarebbe una figura più coerente
con lo scontro civilizzazionale prospettato da Huntington.
2. La natura della sfida e la risposta occidentale-cristiana.
Riferito al terrorismo, il richiamo al “clash of civilizations”
è dunque fuori dal paradigma Huntington. La figura del terrorismo
suicida è figura apocalittica, i cui obiettivi sono per certi
aspetti metastorici. Morire e far morire per la causa corrisponde
a un modello gnostico-emancipatorio. Non è scontro di civiltà,
perché non è in corso uno scontro huntingtoniano sotto
l’aspetto strutturale, che è in definitiva sempre reale
collisione di eserciti, anche se guidati da ragioni culturali.
L’affermazione, ripetuta, che il terrorismo sarebbe la nuova
modalità della guerra è erronea (e sorge spesso da un
atteggiamento di comprensione nei confronti delle pratiche terroristiche
di combattimento), come ogni studioso rigoroso di relazioni internazionali
può argomentare. Il nuovo ordine iracheno è stato costruito
con una vera guerra. E non sarà demolito dal terrorismo, mentre,
per assurdo, potrebbe essere annullato dall’intervento di un’armata
più forte di quella americana.
Ma se la sfida terroristica in corso non è un vero scontro
di civiltà, è per questo depotenziata, e cessa di essere
sfida all’occidente e al cristianesimo? No, anzi. La
sfida alqaedista, nel suo purismo generatore di vocazioni al martirio,
è sfida settaria alla totalità delle occidentalizzazioni,
lette anche sotto il segno di un universalismo cristiano pervasivo.
Come tutte le strategie terroristiche essa mira ad un duplice risultato,
intimamente contraddittorio, ma da cui pensa comunque di trarre vantaggio.
Piegare l’avversario, oppure indurirlo. Piegarlo, nell’ipotesi
che esso poggi su un ordine sempre prossimo al collasso, secondo il
modello del collasso delle Twin Towers. Oppure indurirlo, ad esempio
in termini di ordine pubblico, provocando al suo interno conflittualità
e rivolte. Si tratta, com’è sempre avvenuto, di attese
perdenti, perché dipendenti da letture ideologico-moralistiche
della realtà. Nessuna società ha la elementare struttura
ingegneristica delle Torri Gemelle. Tanto meno nessuna società
si dissolve dall’interno se chiamata a serrare i ranghi per
difendersi.
La componente anticristiana della sfida, al
di là delle formule da propaganda popolare sui “crociati”,
è nella sfida alla capacità cristiana di reggere al
confronto. Confronto morale, a questo punto, e di nervi ma, infine,
di razionalità. Diversamente da uno scontro tra blocchi
civilizzazionali, la penetrazione estremista conta di impadronirsi
della nostra anima, con la paura. Hanno dunque ragione coloro
che si richiamano alla cultura e razionalità cristiana come
alle fonti della nostra capacità di diagnosi e resistenza.
Ma resta affrettata l’apologia di noi stessi di fronte al terrorismo
che ci colpisce, come è affrettata l’atttribuzione al
terrorismo alqaedista della rappresentanza di una intera civiltà
huntingtoniana in guerra con l’occidente.
3. Tra Huntington e Fukuyama: un nesso sintomatico.
Fin dal primo apparire delle sue tesi si obiettò a Huntington
che il "vero" scontro di civiltà (in una accezione
subito non collimante con la sua) sarebbe stato non tra le culture
mondiali ma dentro di esse. Con questa obiezione di timbro illuministico
si intendeva svuotare la novità di Huntington e, ad un tempo,
riproporre un’immagine del mondo, dopo il 1989, tollerabile
per le ideologie evoluzionistiche o moralistiche della storia, per
le quali gli scontri sono degni di attenzione solo se “progressivi”
ed emancipatori.
In realtà, la constatazione di profonde collisioni culturali
– di “Weltanschauung” – interne a una civiltà-continente
non è un correttivo, tanto meno una confutazione della tesi
di Huntington. Essa segnala altra cosa. Il confronto entro la cultura
occidentale sulle frontiere della biogenetica, per quanto lacerante
come si usa dire, non è un conflitto o una collisione tra civiltà
in senso huntingtoniano. Gli scontri tra le civiltà e al loro
interno possono benissimo coesistere, restando inconfondibili. Così
come coesistono e non sono in opposizione – nonostante quanto
ripete automaticamente l’eloquio colto – le prospettive
di Huntington e il Francis Fukuyama di “La
fine della storia e l’ultimo uomo”. Nel giro di
pochi anni Huntington ha còlto il ritorno su grande scala di
quella dimensione timotica (dal greco thymós, animo, ira, capacità
e volontà di affermazione e sfida) che Fukuyama aveva ampiamente
tematizzato, ma non previsto capace di opporsi al destino della "fine
della storia".
La fine della storia è l'annichilimento dell'uomo in un appagamento
finale, in una estasi senza più affermatività e riconoscimento
di sé. È la tesi che Fukuyama ricavava da Hegel attraverso
un grande filosofo del Novecento, Aléxandre Kojève.
In un celebre testo del 1968 Kojève aveva annotato che quella
condizione terminale è per l’uomo un restare in vita
come animale: un "animale che è in armonia con la natura
o l'essere dato" e che eventualmente si oppone a sé e
all'altro come mera forma, indifferente ai contenuti. Fukuyama e Huntington
dunque convergono in una “discordia concors”. È
vero infatti che sul versante del confronto tra le civiltà
la spinta affermativa di sé porta conflitti e distruzioni.
Ma è anche vero al tempo stesso che “l'ultimo uomo”
incombe sul versante della mutazione intima del mondo che si occidentalizza.
Profezia che rischia di avverarsi per l’occidente proprio nel
pieno del “clash” culturale e identitario.
Da cosa dipendono... tanto l’affermazione quanto la
negazione affrettate dello scontro di civiltà?
Appunto, da una indebita riduzione, nel dibattito pubblico, del concetto
di civiltà a quello di cultura come sistema di idee o costumi.
Così, quello che in Huntington è confronto totale di
eserciti e di economie, di tecnologie e capacità di mobilitazione
di masse o di aggregazione di etnie su scala continentale, nella nostra
discussione si riduce allo scontro sugli stili di vita. Si noti che
quest’ultimo terreno di scontro è comune sia a coloro
che suonano l’allarme sulla sfida alla civiltà occidentale-cristiana
sia a coloro che denunciano l’attacco ai nostri valori illuminisitico-democratici.
Il bersaglio della campagna terroristica, si è scritto, siamo
noi e i nostri gesti quotidiani nella loro libertà e casualità:
“prendere l’autobus o il metro, far l’amore o non
farlo, divertirsi o no, sentirsi liberi nei movimenti". Contro
questa sfida e i suoi effetti sulle nostre vite qualcuno richiama
il Salman Rushdie del dopo 11 settembre, il quale scrisse sul “Guardian”
che la risposta sarebbe stata la continuità col prima: il baciarsi
in luoghi pubblici, la moda ultimo grido, la generosità, la
musica, la bellezza, la libertà di pensiero. La sfida terroristica
ha sempre avuto queste caratteristiche: colpire i gangli della vita
quotidiana, come tale. Ma proprio per questo essa è intrinsecamente
trans-civilizzazionale. Il terrorismo che colpisce Baghdad non ha
obiettivamente gli effetti culturali di quello di Londra o Sharm el-Sheikh.
Lo stile di vita attuale in Iraq né, tanto meno, quello prima
della guerra sono londinesi.
4. Tre rilievi finali.
Il primo. È sintomatico che si faccia coincidere
la nozione di civiltà con uno stile di vita consacrato dalle
libertà, specie quelle rivolte a tutelare l'individuo come
tale. Su questo punto la è mia opinione è drastica:
né la grande tradizione liberale dello stato etico né
la cultura politica cristiana debbono temere dalla necessità,
eventualmente indotta dall’attacco terroristico, di limitare
alcuni spazi di libertà. L’esperienza dello “stato
d’eccezione”, la lunga tradizione di guerre tra stati,
ha educato l’occidente a chiudere e riaprire, secondo necessità,
aree di diritti che debbano essere contingentemente limitate. Il lamento
su questo terreno è solo un sintomo di fragilità, poiché
la nostra forza consiste proprio nella certezza di poter riattivare
ciò che viene contingentemente sospeso. In altri termini, se
il terreno della sfida di civiltà fosse questo, la guerra sarebbe
vinta da quella ragione dell’occidente che sa di poter stringere
i ranghi, non senza costi ma senza regredire.
Il secondo. Che i terroristi vogliano colpirci nelle
nostre libertà per costringerci ad essere come loro, è
un sospetto che ci lusinga. Ma come pensare seriamente che un’azione
terroristica, che trae vantaggio proprio dalla esasperata tutela delle
libertà e dalle maglie larghissime dell’ordine democratico,
abbia come fine renderle più anguste?
La tensione apocalittico-negativa che accompagna il
terrorista suicida non deve essere confusa con la strategia del suo
mandante. Il terrorismo induce terrore; il terrore è
perdita di energia, è crollo di difese e di lucidità
di decisione; nel terrore si è alla mercè dell’altro.
Chi pianifica il terrore conta sulla nostra fragilità morale
e incapacità di tollerare il dolore e il vincolo, non meno
che sulle difficoltà operative di replicare con efficacia all’aggressione.
Ci teme perentori. Anche se paventa il nostro contagio, ci preferisce
libertari e edonisti. Conta su quei capricci per cui ci disprezza,
e spera nei loro apologeti. Se sbaglia è solo perché
il cuore dell’occidente non è questo.
Il terzo. La paura per lo scontro di civiltà
come attacco al nostro stile di vita contiene una illusione peggiore,
che arma ideologicamente l’avversario. Che la nostra vita, nella
sua varietà e casualità, sia una potente difesa e un’arma
modernizzatrice efficace, lo si ripete in questi giorni, e non è
falso. Ma, come strategia di confronto e di resistenza, equivale ad
affidarsi al caso, ovvero sperare che gli “altri” si indeboliscano
per effetto di una corruzione indotta da noi, per contagio. Contare
che il confronto di culture corrompa l’ethos dell’altro
al fine di inibirne la violenza antagonista è un errore non
solo etico ma di ragion politica. Per due motivi, almeno. Anzitutto
perché l’altro, che ne è consapevole, rinforza
antagonisticamente la propria coerenza e tenuta interna, si ricostruisce
in una simmetrica impermeabilità al contatto. Inoltre, perché
tale calcolo produce in noi un cortocircuito diagnostico insensato.
È il controllo “teocratico” del costume e della
libertà di pensiero (controllo non così sconosciuto
all’occidente) a generare il terrorismo? Ovviamente no. Anche
perché il terrorismo ha una sua cultura politica propria, di
matrice e di modello europeo, anarco-rivoluzionario. Un buon paradosso.