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Ma il cervello è fatto per credere a Dio ? |
di Andrea Lavazza-http://www.avvenire.it-5/11/2008 È più facile pensare che esista un Creatore: tre studiosi tentano di riannodare le difficoltà a giustificare le teorie di Darwin con la predisposizione ad accogliere l’aldilà L’indagine sui meccanismi innati della nostra mente – che per Girotto, Pievani e Vallortigara non è niente più dei neuroni dell’encefalo – ci mostra come, fin dai primi mesi di vita, i primati (quindi, non solo l’uomo) esibiscano una spiccata capacità di distinguere gli agenti animati dagli oggetti materiali riconoscendo i soggetti capaci di azioni volontarie dirette a uno scopo. Gli esperimenti condotti su bambini e animali sono assai convincenti. Siamo fatti così anche noi adulti: se vediamo un triangolo e un quadrato spostarsi uno dietro l’altro in un filmato, è difficile sottrarsi all’impressione che il secondo insegua il primo; se vediamo qualcosa muoversi, pensiamo che vi sia nei pressi un soggetto che gli abbia impresso il movimento. In modo simile, si afferma, se qualcuno trova un orologio su un sentiero di campagna, immancabilmente ritiene si tratti di un artefatto umano, e non un prodotto dell’erosione naturale, come si fa invece con un sasso. È proprio questo l’argomento del reverendo Paley (1802) che, secondo gli autori, è stato riproposto in forma raffinata dai teorici del cosiddetto Disegno Intelligente: come può l’occhio, organo così complesso, formarsi per piccole mutazioni casuali? Non può che esservi un progettista che lo ha ideato. Se le prove dell’evoluzione degli esseri viventi sono così schiaccianti – dicono Girotto, Pievani e Vallortigara –, il rifiuto del darwinismo non può che nascere dai meccanismi innati plasmati dalla stessa evoluzione in quanto più utili nelle condizioni di vita ancestrali (meglio riconoscere subito un potenziale nemico che confonderlo con una pianta o una roccia). L’ analisi è informativa, ma non pare sufficiente a spiegare tutta la variabilità delle opinioni in merito che si riscontra. La scienza è controintuitiva e l’idea darwiniana risulta ostica al pari di altre teorie ben corroborate (gran parte della fisica moderna, in realtà). Probabilmente si deve considerare il ridotto numero degli studiosi (tutti gli altri dedicano poco tempo alla considerazione dei dati scientifici) e il fatto che le convinzioni circa il mondo naturale possono essere subordinate (e adeguate) ad altre scelte ritenute prioritarie nel contesto culturale e sociale, come una fede religiosa fondamentalista o una posizione politica, incompatibili con l’evoluzionismo. «Le credenze sovrannaturalistiche non debbono essere considerate sinonimo di immaturità mentale, bensì il sottoprodotto naturale di una mente che si è evoluta per pensare in termini di obiettivi e intenzioni (…) – si legge –. La religione più che un adattamento diretto potrebbe essere uno stupefacente effetto secondario. Essa sarebbe prodotta come conseguenza collaterale dei meccanismi innati che generano le credenze e che devono la loro comparsa a funzioni adattative connesse alla distinzione fra animato e inanimato, al riconoscimento di entità portatrici di intenzioni, alla comprensione e previsione dei comportamenti dei propri simili, all’attribuzione di un senso causale e intenzionale a fenomeni naturali inspiegabili e dolorosi, all’inganno volontario e all’autoinganno». Che probabilmente sia speculativo ricondurre il panorama enormemente vario dei credi e dei culti a tale funzioni innate e automatiche emerge nel momento in cui ci si chiede come si trasmette la 'religione frutto dell’adattamento'. (Il concetto stesso di religione preso in esame sembra deficitario: manca l’elemento del sacro, della trascendenza, dell’alterità di Dio, della reverenza e del timore di fronte a un essere ben al di là degli agenti causali che i nostri antenati potevamo incontrare nella savana). Dire che si tratta di una predisposizione (che ci fa aderire a qualsivoglia credenza ci capiti d’incontrare) non fornisce una chiave di lettura dotata di particolare forza esplicativa. |
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