SOMMARIO RASSEGNA STAMPA
Ma il cervello è fatto per credere a Dio ?    

di Andrea Lavazza-http://www.avvenire.it-5/11/2008

È più facile pensare che esista un Creatore: tre studiosi tentano di riannodare le difficoltà a giustificare le teorie di Darwin con la predisposizione ad accogliere l’aldilà

 
Le religioni, intese nel loro complesso, sono un fenomeno storico, la cui diffusione universale ben giustifica il loro studio scientifico. In particolare, è un interrogativo più che legittimo chiedersi, anche se si ritiene che esista una 'vera' religione rivelata cui assentire per fede, quale sia l’origine degli elementi che caratterizzano i migliaia di culti che sono sorti e, spesso, tramontati nella storia. Negli ultimi decenni tali studi si sono moltiplicati, prendendo direzioni diverse, ma sempre più legate alla teoria evoluzionistica.
  Tre apprezzati e riconosciuti ricercatori italiani – lo psicologo Vittorio Girotto, il filosofo della biologia Telmo Pievani e il neuroscienziato Giorgio Vallortigara – hanno tentato in un volume appena pubblicato
( Nati per credere. Perché il nostro cervello sembra predisposto per fraintendere la teoria di Darwin?,  Codice Edizioni) di riannodare proprio le (presunte) difficoltà ad accettare il paradigma evoluzionistico con la (presunta) predisposizione del nostro cervello ad accogliere credenze sovrannaturalistiche.

  Perché è così difficile – si domandano gli autori – ammettere che la vita sulla Terra sia il prodotto di un processo casuale di selezione, fatto di mutazioni e adattamenti?
  Perché è più 'facile' pensare che in realtà vi sia un progettista, che ha agito in base a un processo intenzionale?

L’indagine sui meccanismi innati della nostra mente – che per Girotto, Pievani e Vallortigara non è niente più dei neuroni dell’encefalo – ci mostra come, fin dai primi mesi di vita, i primati (quindi, non solo l’uomo) esibiscano una spiccata capacità di distinguere gli agenti animati dagli oggetti materiali riconoscendo i soggetti capaci di azioni volontarie dirette a uno scopo.  Gli esperimenti condotti su bambini e animali sono assai convincenti. Siamo fatti così anche noi adulti: se vediamo un triangolo e un quadrato spostarsi uno dietro l’altro in un filmato, è difficile sottrarsi all’impressione che il secondo insegua il primo; se vediamo qualcosa muoversi, pensiamo che vi sia nei pressi un soggetto che gli abbia impresso il movimento. In modo simile, si afferma, se qualcuno trova un orologio su un sentiero di campagna, immancabilmente ritiene si tratti di un artefatto umano, e non un prodotto dell’erosione naturale, come si fa invece con un sasso.

  È proprio questo l’argomento del reverendo Paley (1802) che, secondo gli autori, è stato riproposto in forma raffinata dai teorici del cosiddetto Disegno Intelligente: come può l’occhio, organo così complesso, formarsi per piccole mutazioni casuali? Non può che esservi un progettista che lo ha ideato. Se le prove dell’evoluzione degli esseri viventi sono così schiaccianti – dicono Girotto, Pievani e Vallortigara –, il rifiuto del darwinismo non può che nascere dai meccanismi innati plasmati dalla stessa evoluzione in quanto più utili nelle condizioni di vita ancestrali (meglio riconoscere subito un potenziale nemico che confonderlo con una pianta o una roccia).   L’ analisi è informativa, ma non pare sufficiente a spiegare tutta la variabilità delle opinioni in merito che si riscontra. La scienza è controintuitiva e l’idea darwiniana risulta ostica al pari di altre teorie ben corroborate (gran parte della fisica moderna, in realtà).

  Probabilmente si deve considerare il ridotto numero degli studiosi (tutti gli altri dedicano poco tempo alla considerazione dei dati scientifici) e il fatto che le convinzioni circa il mondo naturale possono essere subordinate (e adeguate) ad altre scelte ritenute prioritarie nel contesto culturale e sociale, come una fede religiosa fondamentalista o una posizione politica, incompatibili con l’evoluzionismo.
  Soprattutto, una lettura che privilegia i meccanismi cerebrali a scapito degli aspetti cognitivi non riesce a spiegare, tra i molti dati divergenti, come mai moltissimi cattolici accettino i principi generali della teoria neodarwiniana dell’evoluzione e rifiutino il Disegno Intelligente. La parte più discutibile del volume è, infatti, quella in cui si tenta di abbozzare una spiegazione naturalistica dell’origine delle religioni sulla base degli stessi automatismi che ci porterebbero a rifiutare il darwinismo.

  «Le credenze sovrannaturalistiche non debbono essere considerate sinonimo di immaturità mentale, bensì il sottoprodotto naturale di una mente che si è evoluta per pensare in termini di obiettivi e intenzioni (…) – si legge –. La religione più che un adattamento diretto potrebbe essere uno stupefacente effetto secondario.

Essa sarebbe prodotta come conseguenza collaterale dei meccanismi innati che generano le credenze e che devono la loro comparsa a funzioni adattative connesse alla distinzione fra animato e inanimato, al riconoscimento di entità portatrici di intenzioni, alla comprensione e previsione dei comportamenti dei propri simili, all’attribuzione di un senso causale e intenzionale a fenomeni naturali inspiegabili e dolorosi, all’inganno volontario e all’autoinganno».

  Che probabilmente sia speculativo ricondurre il panorama enormemente vario dei credi e dei culti a tale funzioni innate e automatiche emerge nel momento in cui ci si chiede come si trasmette la 'religione frutto dell’adattamento'. (Il concetto stesso di religione preso in esame sembra deficitario: manca l’elemento del sacro, della trascendenza, dell’alterità di Dio, della reverenza e del timore di fronte a un essere ben al di là degli agenti causali che i nostri antenati potevamo incontrare nella savana).
Che cosa si trasmette da una generazione all’altra: un insieme di credenze o un sentimento indistinto da riempire di volta in volta? E attraverso quale canale: fisico (i geni) o culturale?

  Dire che si tratta di una predisposizione (che ci fa aderire a qualsivoglia credenza ci capiti d’incontrare) non fornisce una chiave di lettura dotata di particolare forza esplicativa.
  Soprattutto se ci si muove a un livello di generalità che pretende di dare conto insieme, come di false credenze, della psicoanalisi freudiana e dell’etica calvinista, del creazionismo e del dualismo mente-corpo (ma ci sono filosofi che maneggiano una controintuiva e complicata logica formale per tentare di dimostrare che Cartesio aveva ragione), dell’animismo primitivo e delle complesse religioni monoteistiche.
  Certo, secondo gli autori non c’è determinismo e si può 'sfuggire' alla trappola evoluzionistica del sovrannaturalismo, come parrebbe sia capitato a Girotto, Pievani e Vallortigara.
  Ma ciò implicherebbe che il cervello degli autori sia diverso da quello dei credenti (una conclusione obbligata visto che secondo la loro posizione il cervello coincide con la mente)?
  Se, come probabile, diranno che non è così, significa che la differenza sta in qualche elemento cognitivo e culturale. Ma ciò, ancora una volta, riporta il problema al di fuori del cervello mostrando i limiti del riduzionismo neurale: che cosa è vero e che cosa no, che cosa è dimostrabile e che cosa no, quali ragioni per credere o per dubitare? Il confronto e la ricerca possono allora proseguire senza posizioni aprioristiche. Non dimenticando, ovviamente, che è assai importante  anche capire come è fatto il
 nostro cervello.  Anche su un piano scientifico si può obiettare che l’analisi non spiega tutta la variabilità considerata e che è inadeguata l’idea di religione utilizzata .

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