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Il Buddismo e l'embrione |
Il buddismo raccomanda di astenersi dal togliere la vita agli esseri viventi e chiede di proteggere ogni vivente. La tutela del vivente coincide con la tutela dell’embrione http://www.avvenireonline.it La volontà di manipolazione dell’embrione investe uno dei precetti fondamentali della via buddista, che raccomanda di astenersi dal togliere la vita agli esseri viventi; indicazione che nella sua parte propositiva chiede di adoperarsi in ogni modo per proteggere poi lo stesso vivente. In questo modo, la tutela del vivente coincide con la tutela dell’embrione anche nel caso in cui egli non sia considerato persona: incomprensibile rimane la posizione di certi ecologisti italiani, i quali affermano che non si può manipolare un pomodoro, ma un embrione sì. Per il buddismo però l’embrione non è solo un vivente, bensì anche persona. Nel Bardo Todol, conosciuto come Il libro tibetano dei morti, la coscienza sottile del defunto (pensiamo all’anima in occidente), si trova ad attraversare, nel periodo intermedio ("bardo") di circa quarantanove giorni, luoghi popolati da presenze ora miti ora terrifiche, proiezioni del karma accumulato in vita: è il periodo in cui l’anima ha la possibilità, attraverso un processo di amorevole consapevolezza, di riconoscere la chiara luce che investe e illumina l’intero universo, e di azzerare in questo modo gli effetti del karma negativo, entrando nel nirvana definitivo. e però essa viene attirata dalle luci del mondo che appaiono anch’esse di tanto in tanto nel bardo, finirà per essere chiamata a una nuova nascita, e si incarnerà nel preciso istante in cui l’ovulo, durante un atto d’amore, verrà fecondato. Racconto mitico-immaginale per coloro che non credono, o esperienza psichico-spirituale per milioni di persone, questa visione esprime la convinzione propria da sempre del buddismo secondo il quale la vita di una persona inizia nel momento stesso in cui l’ovulo viene fecondato. Kodo Sawaki, un grande monaco zen del secolo scorso (non di mille anni fa), che iniziava immancabilmente le sue conferenze con la frase "Ehi, tu, dove guardi?", osservò un giorno che l’uomo è uno strano essere che "brancola nel buio con occhi intelligenti". Non è forse qui l’origine dei vari eccessi che attraversano oggi le nostre società, le quali hanno sviluppato la monotona litania del definire oscurantisti tutti coloro che indicano il sacro del mondo, nell’irosa e inespressa nostalgia di un bene perduto ma facile da ritrovare, se solo per un istante si affacciassero con umiltà oltre l’ostacolo del proprio io superbo? Accanimento al figlio, innanzitutto, come se per una coppia amorevole l’avere un figlio (qui sa di "possesso") fosse l’unica di sofferenti, di dare significato alla propria vita; accanimento alla salute, alla bellezza, all’eterna giovinezza, destinate comunque presto a sparire; accanimento, ancora, al prolungamento artificiale della vita che a sua volta richiama la sua abbreviazione egualmente artificiale, forme ambedue contrarie alla nostra natura. ccogliere, accettare", scrivevo recentemente, sono termini desueti nelle nostre società: solo se l’umano torna a sfiorare il divino, nell’umile accoglienza di ciò che (ci) accade - un figlio atteso invano, una persona cara che ci lascia, la malattia come parte naturale e ineludibile dell’esistenza, la nostra stessa morte -, noi tutti, donne e uomini, potremo ritrovare il senso dell’andare: in oriente il mondo è definito come samsara, il luogo dell’"andare verso", del pellegrinare. Solo allora si può distinguere ciò che appartiene ai valori mondani e ciò che appartiene autenticamente al mondo. erché qui non si tratta, come stanno tentando di far credere gli attuali iconoclasti del sacro, di contrapporre dualisticamente il cielo alla terra, bensì di restituire il cielo alla terra, nell’attesa di quel "cielo del cielo" di cui parlano Agostino (Le confessioni 12,2) e il Salmista (Salmo 113,16), che misteriosamente richiama l’andare del Buddha verso una verità che gli uomini di buona volontà vedranno tutta intera, come ricorda Paolo, solo alla fine dei tempi (I Corinzi 13,12). referiamo veramente, per richiamare il Bardo, popolare il nostro cammino di dèi terrifici, piuttosto che accompagnarci a presenze miti nel mondo? "Ciò che non vuoi sia fatto a te, non farlo agli altri", ha detto Confucio (Dialoghi 15,23): non può valere anche per l’embrione? Oltretutto, vissuto in epoca precristiana, non sembra che Confucio fosse cattolico. Gianpietro Sono Fazion- scrittore e praticante zen, particolarmente impegnato nel dialogo interreligioso. Tra le sue principali pubblicazioni : "Le grandi figure del buddhismo" (1995) e "Il Buddha" (1997), Cittadella Ed.; "Lo zen di Kodo Sawaki", Ubaldini 2003; e "Una stella a Oriente" - la ricchezza dell’insegnamento del Buddha, in uscita in questi giorni per "Appunti di Viaggio", Roma. È nella direzione della Fondazione Maitreya. Vive in un villaggio montano in Umbria. |
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