SOMMARIO RASSEGNA STAMPA
Nella sinagoga di Roma il papa rilegge le "Dieci Parole"

di Sandro Magister http://www.avvenire.it 17 Gennaio 2010

Ha riproposto il decalogo di Mosé come "stella polare" per Israele, i cristiani e l’intera umanità. Ma le parole di Benedetto XVI agli ebrei cadono su un terreno molto accidentato. Anna Foa e Mordechay Lewy: anche l'ebraismo deve fare autocritica .


ROMA, 17 gennaio 2010 – Le parole dette oggi da Benedetto XVI nella sinagoga di Roma – riportate integralmente più sotto – sono tanto più rilevanti in quanto sono risuonate entro un paesaggio non tutto amico, come è inesorabile che sia tra due fedi così unite in radice e insieme così radicalmente divise da quel Gesù di Nazaret che per i cristiani è il Figlio di Dio.

Ad accogliere papa Joseph Ratzinger in sinagoga c'era il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, c'era la comunità ebraica romana quasi al completo, la più consistente e fiorente d'Italia, erede di quella che abitava nella città "caput mundi" prima ancora che vi arrivassero gli apostoli Pietro e Paolo, ebrei convertiti a Gesù.

Non c'era però l'altro celebre rabbino d'Italia, Giuseppe Laras, della comunità ebraica di Milano. Non ha creduto in questo incontro e l'ha detto: "Sarà solo la Chiesa a trarne vantaggio". A suo giudizio, con Benedetto XVI il rapporto fraterno tra ebrei e cattolici non si è rafforzato ma "è diventato sempre più debole". Gli ha risposto il rabbino Di Segni: "Sarà il tempo a decidere quale delle due [nostre] opposte visioni avrà avuto ragione". In effetti, sono molte le questioni ancora "indecise", tra gli ebrei e la Chiesa di Roma.

IL GIORNO DEL "MOED DI PIOMBO"

Già la data scelta per la visita era a doppio taglio. Il 17 gennaio è per gli ebrei di Roma il giorno del "Moed di piombo": la memoria dell'incendio appiccato per odio al loro ghetto nel 1793, fortunatamente spento da un violento acquazzone disceso da un cielo dal colore "di piombo".

Il ghetto recintato è stato per secoli la modalità della presenza degli ebrei nella Roma papale. Al termine della visita in sinagoga, Benedetto XVI ha inaugurato nel Museo Ebraico una mostra su come nel Settecento gli ebrei romani erano obbligati a partecipare alla cerimonia di insediamento di ogni nuovo papa: con fiori, drappi e stendardi nell'area tra il Colosseo e l'Arco di Tito, quello che celebra la definitiva distruzione del tempio di Gerusalemme ad opera dell'impero di Roma.


IL RIFIUTO DEL RABBINO LARAS

Ma il 17 gennaio è anche, in Italia, la "Giornata per l'approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei". Dal 2001 la comunità ebraica la promuove assieme ai vescovi italiani e dal 2005 entrambe le parti hanno concordato di dedicarla, volta per volta, a uno dei dieci comandamenti, sulla scia del discorso tenuto quell'anno da Benedetto XVI nella sinagoga di Colonia.

Lo scorso anno, però, gli ebrei ritirarono la loro adesione alla Giornata, per impulso soprattutto del rabbino Laras, dando la colpa allo stesso Benedetto XVI e in particolare alla sua decisione di introdurre nel rito romano antico del Venerdì Santo la preghiera affinché Dio "illumini" i cuori degli ebrei, "perché riconoscano Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini". Preghiera giudicata da Laras inaccettabile in quanto finalizzata alla conversione degli ebrei alla fede cristiana.

Non tutti gli ebrei italiani erano d'accordo con questo gesto di rottura. Ma la polemica contro Benedetto XVI raggiunse toni ancora più aspri e si allargò a tutto il mondo a motivo della revoca della scomunica a quattro vescovi lefebvriani di orientamento antigiudaico, tra i quali ve n'era uno, l'inglese Richard Williamson, che negava sfrontatamente la Shoah.

Il papa spiegò l'intenzione del suo gesto in una lettera ai vescovi cattolici del 10 marzo 2009. E in un passaggio della lettera ringraziò "gli amici ebrei" che – più di tanti uomini di Chiesa – l'avevano "aiutato a togliere di mezzo il malinteso e a ristabilire amicizia e fiducia".

La tempesta si acquietò un poco. E così nel 2010, questo 17 gennaio, gli ebrei italiani sono tornati a promuovere assieme ai vescovi la Giornata del dialogo, dedicandola al comandamento: "Ricordati del giorno di sabato per santificarlo", il quarto nella numerazione ebraica.
A migliorare il clima ha contribuito il viaggio di Benedetto XVI in  Terra Santa, lo scorso maggio. Ma anche dopo quel viaggio le questioni controverse sono rimaste aperte. Due in particolare, tra loro intrecciate: Pio XII e la Shoah.


I SILENZI DI PIO XII E DEGLI EBREI

L'accusa maggiore che larga parte dell'ebraismo mondiale – ma anche una frazione del cattolicesimo – imputa a Pio XII è di aver taciuto di fronte allo sterminio nazista.

Prima di entrare, oggi, nella sinagoga, Benedetto XVI ha sostato davanti alla lapide che ricorda la deportazione ad Auschwitz di un migliaio di ebrei di Roma, il 16 ottobre 1943. L'accusa contro Pio XII è di aver taciuto anche in quella occasione, come ha ribadito il presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, nel discorso con cui ha accolto il papa in sinagoga:

"Il silenzio di Pio XII di fronte alla Shoah duole ancora come un atto mancato. Forse non avrebbe fermato i treni della morte, ma avrebbe trasmesso un segnale,  una parola di estremo conforto, di solidarietà umana, per quei nostri fratelli trasportati verso i camini di Auschwitz".

A difesa di Pio XII, si sostiene che egli tacque per non provocare, con proteste pubbliche, ancora più vittime. Ed anzi egli fece moltissimo per salvare le vite di numerosi ebrei, che in effetti trovarono protezione in chiese, conventi, istituti cattolici. Protezione riconosciuta con parole commosse dallo stesso Pacifici, il cui padre trovò salvezza in un convento di suore di Firenze.

Proprio nei giorni che hanno preceduto la visita di Benedetto XVI in sinagoga, altri casi di ebrei salvati sono divenuti noti. Alcuni di questi trovarono rifugio durante la guerra nell'abbazia romana delle Tre Fontane, edificata sul luogo del martirio di san Paolo. I tedeschi vi si erano insediati, ma non si accorsero che tra i monaci, nascosti dal saio, c'erano degli ebrei, che alla fine furono salvi.

Sul piano storiografico, il profilo di Pio XII come "papa di Hitler" appare dunque sempre più infondato. Restano però forti e diffuse le critiche ai suoi silenzi pubblici sulla Shoah. E questo spiega le reazioni negative di molti ebrei al procedere della causa di beatificazione di Pio XII, un cui passo importante è stata la proclamazione della sue "virtù eroiche", lo scorso 19 dicembre.

Secondo il rabbino Laras, questa decisione di Benedetto XVI sarebbe stata motivo sufficiente perché gli ebrei di Roma cancellassero la sua visita alla sinagoga.

Ma la questione del silenzio sulla Shoah è più complessa di quanto appaia. Oltre al silenzio di Pio XII vi furono anche i silenzi di altri, che durarono a lungo dopo la seconda guerra mondiale. Le accuse a Pio XII si fecero rumorose e persistenti solo dopo la sua morte, a partire dagli anni Sessanta. Poiché, prima d'allora, anche il mondo ebraico tacque, non tanto su quel papa, ma sulla stessa Shoah:

"Il quindicennio dopo la seconda guerra mondiale, che in Europa fu il periodo del silenzio e della grande rimozione della Shoah, fu infatti anche per Israele un periodo di silenzio". Questo ha scritto Anna Foa, ebrea, docente di storia all'Università di Roma "La Sapienza", in un articolo pubblicato su "L'Osservatore Romano" del 15 gennaio 2010, antivigilia della visita di Benedetto XVI in sinagoga. Un articolo di notevole rilevanza, per dove è stato scritto e quando.

ANNA FOA E IL "PECCATO D'ORIGINE" DI ISRAELE

Nell'articolo, Anna Foa fa proprie le tesi di uno dei maggiori studiosi del sionismo, Georges Bensoussan. A giudizio di entrambi, lo Stato d'Israele non nacque come "redenzione" dallo sterminio degli ebrei compiuto da Hitler. Il vero generatore dello Stato fu il sionismo, già durante il mandato britannico, con l'insediamento su quella terra di ebrei motivati a costruire un uomo nuovo. L'idea della Shoah come fondamento dello Stato d'Israele ha preso forza solo molto più tardi, dopo il processo ad Eichmann e soprattutto dopo la guerra del Kippur, in decenni recenti. E a prepararla – scrive Anna Foa – fu proprio il quindicennio di silenzio postbellico: un silenzio "abitato da memorie represse, da nuove paure identificate con le antiche paure realizzatesi nella Shoah, da sensi di colpa e volontà di rivincita".

Letta così, la nascita dello Stato d'Israele non è più quel "peccato d'origine" che ancor oggi gli imputano tanti suoi amici e nemici. Tra questi ultimi vi sono anche molti cattolici, in prima fila gli arabi che vivono nella regione. Il più autorevole di loro, il patriarca latino di Gerusalemme Fouad Twal, era anche lui oggi nella sinagoga di Roma, all'arrivo del papa.

Secondo tale "vulgata", lo Stato d'Israele fu creato dalle grandi potenze per porre rimedio al precedente sterminio in Europa di sei milioni di ebrei, e così si compensò un'ingiustizia compiendone un'altra a danno delle popolazioni arabe del luogo. Nel 1964, quando Paolo VI si recò in Terra Santa, ancora la Chiesa di Roma non aveva accettato l'esistenza del nuovo Stato. E quando tre decenni dopo, nel 1993, la Santa Sede finalmente riconobbe lo Stato d'Israele e stabilì con esso rapporti diplomatici, gli arabo-cristiani presero quell'atto come un tradimento.
Ma da parte di Giovanni Paolo II e ora di Benedetto XVI, il riconoscimento d'Israele non ha più alcuna riserva.

Mentre, dall'altro lato, la memoria della Shoah incessantemente piegata ad arma di accusa contro la Chiesa di Pio XII e dei suoi successori, impedisce all'ebraismo di fuoruscire dalla sua identità di vittima.
Proprio così termina Anna Foa il suo articolo su "L'osservatore Romano". Assumendo la Shoah, invece che il sionismo, come fondamento della propria identità politica e religiosa, Israele rischia "un ripiegamento sulla catastrofe invece che sulla speranza del futuro"; si chiude in "un'identità dolente che oscilla sempre tra Auschwitz e Gerusalemme".


MORDECHAY LEWY  E L'INCAPACITÀ DI PERDONARE


Ancora su "L'Osservatore Romano", nei giorni precedenti la visita di Benedetto XVI in sinagoga, un altro ebreo autorevole è andato ancor più a fondo della stessa questione.
L'autore, Mordechay Lewy, è ambasciatore di Israele presso la Santa Sede e ha pubblicato il suo articolo, oltre che sul giornale vaticano del 13 gennaio, sul mensile degli ebrei italiani "Pagine ebraiche".

Lewy riconosce che "solo pochi rappresentanti dell'ebraismo sono realmente impegnati nell'attuale dialogo con i cattolici". Sono soprattutto gli ebrei riformati, mentre le correnti ortodosse sono più restie.
Il motivo – scrive – è che il dialogo tra ebrei e cristiani è asimmetrico. Mentre i cristiani hanno l'Antico Testamento assieme al Nuovo, gli ebrei tendono a definire la propria identità religiosa in termini di "autosufficienza teologica". Si sentono gli unici "prescelti" da Dio. Impegnati strenuamente a sopravvivere in mezzo a cristiani che per secoli hanno fatto di tutto per convertirli, "gentilmente o, nella maggioranza dei casi, coercitivamente".

Così, "una ferita grave e dolorosa, inflitta nel passato, si apre ogni qualvolta la vittima si trova di fronte ai simboli del carnefice".
Anche oggi per molti ebrei avviene questo, scrive Lewy:
"Desiderano evitare ogni situazione in cui si debba perdonare qualcuno, specialmente se viene identificato giustamente o erroneamente come rappresentante del carnefice. La vittima ebrea sembra incapace di concedere l'assoluzione per misfatti lontani o recenti perpetrati contro i suoi fratelli e sorelle".

L'autocritica non è da poco. Ma proprio nel discorso che ha rivolto a Benedetto XVI, accogliendolo in sinagoga, il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, ha detto parole che fanno sperare, a proposito dell'essere "fratelli" tra ebrei e cristiani:

"Il racconto del Sefer Bereshit, la Genesi, dà su questo delle indicazioni preziose. Come spiega rav Sachs, c'è nel libro, dall'inizio alla fine, un filo conduttore che lega storie diverse. il rapporto tra fratelli comincia molto male, Caino uccide Abele. Un'altra coppia di fratelli, Isacco e Ismaele, vive separata, vittima di rivalità ereditate, ma si ritrova per un gesto di pietà alla sepoltura del padre comune Abramo. Una terza coppia di fratelli, Esaù e Giacobbe, parimenti conflittuale, si incontra per una breve conciliazione e un abbraccio, ma le strade dei due si separano. Finalmente la storia di Giuseppe e i suoi fratelli, iniziata drammaticamente con un tentato omicidio e una vendita in schiavitù, si risolve con una conciliazione finale quando i fratelli di Giuseppe riconoscono il loro errore e danno prova di volersi sacrificare per l'altro. Se il nostro è un rapporto tra fratelli c'è da chiedersi sinceramente a che punto siamo di questo percorso e quanto ci separa ancora dal recupero di un rapporto autentico di fratellanza e comprensione;  e cosa dobbiamo fare per arrivarci".

Su questo sfondo, ecco che cosa ha detto papa Joseph Ratzinger nella sinagoga di Roma, il 17 gennaio 2010.

LE "DIECI PAROLE" CHE ILLUMINANO IL MONDO
di Benedetto XVI

“Il Signore ha fatto grandi cose per loro.
Grandi cose ha fatto il Signore per noi:
eravamo pieni di gioia” (Salmo 126).

“Ecco, com’è bello e com’è dolce
che i fratelli vivano insieme!”
(Salmo 133).

Cari amici e fratelli,

1. All’inizio dell’incontro nel Tempio Maggiore degli ebrei di Roma, i salmi che abbiamo ascoltato ci suggeriscono l’atteggiamento spirituale più autentico per vivere questo particolare e lieto momento di grazia: la lode al Signore, che ha fatto grandi cose per noi, ci ha qui raccolti con il suo "hesed", l’amore misericordioso, e il ringraziamento per averci fatto il dono di ritrovarci assieme a rendere più saldi i legami che ci uniscono e continuare a percorrere la strada della riconciliazione e della fraternità. [...]

Venendo tra voi per la prima volta da cristiano e da papa, il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, quasi ventiquattro anni fa, intese offrire un deciso contributo al consolidamento dei buoni rapporti tra le nostre comunità, per superare ogni incomprensione e pregiudizio. Questa mia visita si inserisce nel cammino tracciato, per confermarlo e rafforzarlo. Con sentimenti di viva cordialità mi trovo in mezzo a voi per manifestarvi la stima e l’affetto che il Vescovo e la Chiesa di Roma, come pure l’intera Chiesa cattolica, nutrono verso questa comunità e le comunità ebraiche sparse nel mondo.

2. La dottrina del Concilio Vaticano II ha rappresentato per i cattolici un punto fermo a cui riferirsi costantemente nell’atteggiamento e nei rapporti con il popolo ebraico, segnando una nuova e significativa tappa. L’evento conciliare ha dato un decisivo impulso all’impegno di percorrere un cammino irrevocabile di dialogo, di fraternità e di amicizia, cammino che si è approfondito e sviluppato in questi quarant’anni con passi e gesti importanti e significativi, tra i quali desidero menzionare nuovamente la storica visita in questo luogo del mio venerabile predecessore, il 13 aprile 1986, i numerosi incontri che egli ha avuto con esponenti ebrei, anche durante i viaggi apostolici internazionali, il pellegrinaggio giubilare in Terra Santa nell’anno 2000, i documenti della Santa Sede che, dopo la dichiarazione "Nostra aetate", hanno offerto preziosi orientamenti per un positivo sviluppo nei rapporti tra cattolici ed ebrei. Anche io, in questi anni di pontificato, ho voluto mostrare la mia vicinanza e il mio affetto verso il popolo dell’Alleanza. Conservo ben vivo nel mio cuore tutti i momenti del pellegrinaggio che ho avuto la gioia di realizzare in Terra Santa, nel maggio dello scorso anno, come pure i tanti incontri con comunità e organizzazioni ebraiche, in particolare quelli nelle sinagoghe a Colonia e a New York.

Inoltre, la Chiesa non ha mancato di deplorare le mancanze di suoi figli e sue figlie, chiedendo perdono per tutto ciò che ha potuto favorire in qualche modo le piaghe dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo (cfr. Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, "Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah", 16 marzo 1998). Possano queste piaghe essere sanate per sempre! Torna alla mente l’accorata preghiera al Muro del Tempio in Gerusalemme del papa Giovanni Paolo II, il 26 marzo 2000, che risuona vera e sincera nel profondo del nostro cuore: “Dio dei nostri padri, tu hai scelto Abramo e la sua discendenza perché il tuo Nome sia portato ai popoli: noi siamo profondamente addolorati per il comportamento di quanti, nel corso della storia, li hanno fatti soffrire, essi che sono tuoi figli, e domandandotene perdono, vogliamo impegnarci a vivere una fraternità autentica con il popolo dell’Alleanza”.

3. Il passare del tempo ci permette di riconoscere nel ventesimo secolo un’epoca davvero tragica per l’umanità: guerre sanguinose che hanno seminato distruzione, morte e dolore come mai era avvenuto prima; ideologie terribili che hanno avuto alla loro radice l’idolatria dell’uomo, della razza, dello stato e che hanno portato ancora una volta il fratello ad uccidere il fratello. Il dramma singolare e sconvolgente della Shoah rappresenta, in qualche modo, il vertice di un cammino di odio che nasce quando l’uomo dimentica il suo Creatore e mette se stesso al centro dell’universo. Come dissi nella visita del 28 maggio 2006 al campo di concentramento di Auschwitz, ancora profondamente impressa nella mia memoria, “i potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità” e, in fondo, “con l’annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell’umanità che restano validi in eterno”.

In questo luogo, come non ricordare gli Ebrei romani che vennero strappati da queste case, davanti a questi muri, e con orrendo strazio vennero uccisi ad Auschwitz? Come è possibile dimenticare i loro volti, i loro nomi, le lacrime, la disperazione di uomini, donne e bambini? Lo sterminio del popolo dell’Alleanza di Mosè, prima annunciato, poi sistematicamente programmato e realizzato nell’Europa sotto il dominio nazista, raggiunse in quel giorno tragicamente anche Roma. Purtroppo, molti rimasero indifferenti, ma molti, anche fra i cattolici italiani, sostenuti dalla fede e dall’insegnamento cristiano, reagirono con coraggio, aprendo le braccia per soccorrere gli ebrei braccati e fuggiaschi, a rischio spesso della propria vita, e meritando una gratitudine perenne. Anche la Sede Apostolica svolse un’azione di soccorso, spesso nascosta e discreta.

La memoria di questi avvenimenti deve spingerci a rafforzare i legami che ci uniscono perché crescano sempre di più la comprensione, il rispetto e l’accoglienza.

4. La nostra vicinanza e fraternità spirituali trovano nella Sacra Bibbia – in ebraico "Sifre Qodesh" o “Libri di Santità” – il fondamento più solido e perenne, in base al quale veniamo costantemente posti davanti alle nostre radici comuni, alla storia e al ricco patrimonio spirituale che condividiamo. È scrutando il suo stesso mistero che la Chiesa, popolo di Dio della Nuova Alleanza, scopre il proprio profondo legame con gli ebrei, scelti dal Signore primi fra tutti ad accogliere la sua parola. “A differenza delle altre religioni non cristiane, la fede ebraica è già risposta alla rivelazione di Dio nella Antica Alleanza. È al popolo ebraico che appartengono ‘l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne’ (Romani 9, 4-5) perché ‘i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!’ (Romani 11, 29)” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 839).

5. Numerose possono essere le implicazioni che derivano dalla comune eredità tratta dalla Legge e dai Profeti. Vorrei ricordarne alcune: innanzitutto, la solidarietà che lega la Chiesa e il popolo ebraico “a livello della loro stessa identità” spirituale e che offre ai cristiani l’opportunità di promuovere “un rinnovato rispetto per l’interpretazione ebraica dell’Antico Testamento” (cfr. Pontificia Commissione Biblica, "Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana", 2001, pp. 12 e 55); la centralità del Decalogo come comune messaggio etico di valore perenne per Israele, la Chiesa, i non credenti e l’intera umanità; l’impegno per preparare o realizzare il Regno dell’Altissimo nella “cura del creato” affidato da Dio all’uomo perché lo coltivi e lo custodisca responsabilmente (cfr. Genesi 2, 15).

6. In particolare il Decalogo – le “Dieci Parole” o dieci comandamenti (cfr. Esodo 20, 1-17; Deuteronomio 5, 1- 21) – che proviene dalla Torah di Mosè, costituisce la fiaccola dell’etica, della speranza e del dialogo, stella polare della fede e della morale del popolo di Dio, e illumina e guida anche il cammino dei cristiani. Esso costituisce un faro e una norma di vita nella giustizia e nell’amore, un “grande codice” etico per tutta l’umanità. Le “Dieci Parole” gettano luce sul bene e il male, sul vero e il falso, sul giusto e l’ingiusto, anche secondo i criteri della coscienza retta di ogni persona umana. Gesù stesso lo ha ripetuto più volte, sottolineando che è necessario un impegno operoso sulla via dei comandamenti: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti” (Matteo 19, 17). In questa prospettiva, sono vari i campi di collaborazione e di testimonianza. Vorrei ricordarne tre particolarmente importanti per il nostro tempo.

Le “Dieci Parole” chiedono di riconoscere l’unico Signore, contro la tentazione di costruirsi altri idoli, di farsi vitelli d’oro. Nel nostro mondo molti non conoscono Dio o lo ritengono superfluo, senza rilevanza per la vita; sono stati fabbricati così altri e nuovi dei a cui l’uomo si inchina. Risvegliare nella nostra società l’apertura alla dimensione trascendente, testimoniare l’unico Dio è un servizio prezioso che ebrei e cristiani possono offrire assieme.

Le “Dieci Parole” chiedono il rispetto, la protezione della vita, contro ogni ingiustizia e sopruso, riconoscendo il valore di ogni persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio. Quante volte, in ogni parte della terra, vicina e lontana, vengono ancora calpestati la dignità, la libertà, i diritti dell’essere umano! Testimoniare insieme il valore supremo della vita contro ogni egoismo, è offrire un importante apporto per un mondo in cui regni la giustizia e la pace, lo “shalom” auspicato dai legislatori, dai profeti e dai sapienti di Israele.

Le “Dieci Parole” chiedono di conservare e promuovere la santità della famiglia, in cui il “sì” personale e reciproco, fedele e definitivo dell’uomo e della donna, dischiude lo spazio per il futuro, per l’autentica umanità di ciascuno, e si apre, al tempo stesso, al dono di una nuova vita. Testimoniare che la famiglia continua ad essere la cellula essenziale della società e il contesto di base in cui si imparano e si esercitano le virtù umane è un prezioso servizio da offrire per la costruzione di un mondo dal volto più umano.

7. Come insegna Mosè nello "Shemà" (cfr. Deuteronomio 6, 5; Levitico 19, 34) e Gesù riafferma nel Vangelo (cfr. Marco 12, 19-31), tutti i comandamenti si riassumono nell’amore di Dio e nella misericordia verso il prossimo. Tale regola impegna ebrei e cristiani ad esercitare, nel nostro tempo, una generosità speciale verso i poveri, le donne, i bambini, gli stranieri, i malati, i deboli, i bisognosi. Nella tradizione ebraica c’è un mirabile detto dei Padri d’Israele: “Simone il Giusto era solito dire: Il mondo si fonda su tre cose: la Torah, il culto e gli atti di misericordia” (Aboth 1, 2). Con l’esercizio della giustizia e della misericordia, ebrei e cristiani sono chiamati ad annunciare e a dare testimonianza al Regno dell’Altissimo che viene, e per il quale preghiamo e operiamo ogni giorno nella speranza.

8. In questa direzione possiamo compiere passi insieme, consapevoli delle differenze che vi sono tra noi, ma anche del fatto che se riusciremo ad unire i nostri cuori e le nostre mani per rispondere alla chiamata del Signore, la sua luce si farà più vicina per illuminare tutti i popoli della terra. I passi compiuti in questi quarant’anni dal comitato internazionale congiunto cattolico-ebraico e, in anni più recenti, dalla commissione mista della Santa Sede e del Gran Rabbinato d’Israele, sono un segno della comune volontà di continuare un dialogo aperto e sincero. Proprio domani la commissione mista terrà qui a Roma il suo IX incontro su “L’insegnamento cattolico ed ebraico sul creato e l’ambiente”; auguriamo loro un proficuo dialogo su un tema tanto importante e attuale.

9. Cristiani ed Ebrei hanno una grande parte di patrimonio spirituale in comune, pregano lo stesso Signore, hanno le stesse radici, ma rimangono spesso sconosciuti l’uno all’altro. Spetta a noi, in risposta alla chiamata di Dio, lavorare affinché rimanga sempre aperto lo spazio del dialogo, del reciproco rispetto, della crescita nell’amicizia, della comune testimonianza di fronte alle sfide del nostro tempo, che ci invitano a collaborare per il bene dell’umanità in questo mondo creato da Dio, l’Onnipotente e il Misericordioso.

10. Infine un pensiero particolare per questa nostra città di Roma, dove, da circa due millenni, convivono, come disse il papa Giovanni Paolo II, la comunità cattolica con il suo vescovo e la comunità ebraica con il suo rabbino capo. Questo vivere assieme possa essere animato da un crescente amore fraterno, che si esprima anche in una cooperazione sempre più stretta per offrire un valido contributo nella soluzione dei problemi e delle difficoltà da affrontare.

Invoco dal Signore il dono prezioso della pace in tutto il mondo, soprattutto in Terra Santa. Nel mio pellegrinaggio del maggio scorso, a Gerusalemme, presso il Muro del Tempio, ho chiesto a Colui che può tutto: “Manda la tua pace in Terra Santa, nel Medio Oriente, in tutta la famiglia umana; muovi i cuori di quanti invocano il tuo nome, perché percorrano umilmente il cammino della giustizia e della compassione”.

Nuovamente elevo a Lui il ringraziamento e la lode per questo nostro incontro, chiedendo che Egli rafforzi la nostra fraternità e renda più salda la nostra intesa.

“Genti tutte, lodate il Signore,
popoli tutti, cantate la sua lode,
perché forte è il suo amore per noi
e la fedeltà del Signore dura per sempre.
Alleluia”
(Salmo 117).


Il discorso rivolto al papa in sinagoga il 17 gennaio dal presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici:
"Ho l'onore di porgere a lei, papa Benedetto XVI..."
E quello del rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni: "Un saluto grato di benvenuto...

Il Papa in sinagoga. Una svolta nel dialogo fra cattolici ed ebrei

di Massimo Introvigne- http://www.cesnur.org -17 Gennaio 2010


La visita di Benedetto XVI alla sinagoga di Roma, del 17 gennaio 2010, è stata vissuta dai media quasi esclusivamente come evento preparato e accompagnato da polemiche. Si è scrutato con attenzione ogni possibile riferimento alle polemiche a proposito della beatificazione di Papa Pio XII (1939-1958) o della revoca della scomunica ai vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata da monsignor Marcel Lefebvre (1905-1991), uno dei quali – monsignor Richard Williamson – ha espresso simpatia per le posizioni negazioniste sull’Olocausto. Nei mesi passati Benedetto XVI è più volte intervenuto per ribadire sia che Pio XII, una figura santa e a lui particolarmente cara, agì con discrezione ma anche con sapienza ed efficacia per aiutare, nei limiti di quanto era umanamente possibile, gli ebrei minacciati di sterminio dal nazional-socialismo, sia che la revoca delle scomuniche si inquadra nel tentativo di riportare la Fraternità San Pio X alla piena comunione con la Chiesa Cattolica, una questione complessa ma che non ha nulla a che fare con il negazionismo, del resto condannato con parole chiare e forti dallo stesso Pontefice.

 L’insistenza di ambienti ebraici – dopo tanti chiarimenti – sulle due tematiche relative a Pio XII e a monsignor Williamson ancora in occasione della visita del 17 gennaio appare, occorre dirlo francamente, come un’ingerenza in affari interni della Chiesa, forse anche sollecitata e istigata da ambienti cattolici ostili a Benedetto XVI e decisi a preservare quella interpretazione del Concilio Ecumenico Vaticano II  che il regnante Pontefice ha denunciato e condannato come «ermeneutica della discontinuità e della rottura». Da questo punto di vista, davvero di gusto discutibile appare la «difesa» del Concilio da parte del rabbino capo Riccardo Di Segni nel suo indirizzo di saluto al Papa: «Se quel che ha portato il Concilio Vaticano II venisse messo in discussione – ha detto il rabbino – non ci sarebbe più opportunità di dialogo». Ma soprattutto l’insistenza sull’evento rischia di far passare in secondo piano – come spesso accade – l’insegnamento di Benedetto XVI, che ha trattato in sinagoga due temi di grande importanza: un insegnamento che presenta anche qualche elemento di novità.

Il primo tema – che risponde in radice alle polemiche, ma vola più in alto rispetto a ogni giudizio contingente – riguarda le tragedie del XX secolo e le responsabilità per quegli errori e orrori. Il Papa indica con chiarezza da dove è venuto il male: da «ideologie terribili che hanno avuto alla loro radice l’idolatria dell'uomo, della razza, dello stato e che hanno portato ancora una volta il fratello ad uccidere il fratello. Il dramma singolare e sconvolgente della Shoah rappresenta, in qualche modo, il vertice di un cammino di odio che nasce quando l'uomo dimentica il suo Creatore e mette se stesso al centro dell’universo». Richiamando la sua visita ad Auschwitz del 28 maggio 2006, Benedetto XVI riafferma che uccidendo tanti uomini i signori delle ideologie in realtà, e ultimamente, «intendevano uccidere Dio». Non c’è solo, qui, una risposta al giudizio storicamente falso secondo cui l’Olocausto sarebbe una conseguenza dell’antigiudaismo cattolico, mentre è con tutta evidenza il frutto avvelenato di un’ideologia razzista radicalmente anticattolica. C’è molto di più. Le ideologie moderne – il nazional-socialismo che idolatra la razza, ma anche il comunismo che idolatra lo Stato e l’illuminismo laicista che proclama i diritti dell’uomo contro i diritti di Dio – sono segmenti di un processo plurisecolare di allontanamento dalla verità cattolica in cui l’uomo cerca di occupare quel «centro dell’universo» che è invece riservato a Dio. I frutti di questo processo, di cui il nazional-socialismo fa parte senza esserne l’unica manifestazione, non possono che essere odiosi e criminali.

Il secondo tema – e sta qui l’elemento di novità – è la proposta agli ebrei di un cammino di dialogo che non è principalmente teologico ma che parte dalla ragione e dal diritto naturale. I Dieci Comandamenti che gli ebrei e i cristiani hanno in comune sono, certo, rivelati da Dio ma sono accessibili anche alla ragione naturale di ogni persona di retto sentire. Il Decalogo «costituisce un faro e una norma di vita nella giustizia e nell'amore, un “grande codice” etico per tutta l'umanità. Le “Dieci Parole” gettano luce sul bene e il male, sul vero e il falso, sul giusto e l’'ingiusto, anche secondo i criteri della coscienza retta di ogni persona umana». La ragione, in particolare, è in grado di riconoscere la verità di aspetti fondamentali del Decalogo oggi particolarmente minacciati: «il rispetto, la protezione della vita» e «la santità della famiglia, in cui il “sì” personale e reciproco, fedele e definitivo dell'uomo e della donna, dischiude lo spazio per il futuro, per l’autentica umanità di ciascuno, e si apre, al tempo stesso, al dono di una nuova vita». Anche «riconoscere l'unico Signore, contro la tentazione di costruirsi altri idoli, di farsi vitelli d’oro» – il primo comandamento del Decalogo – è in realtà un traguardo cui la ragione umana è capace di pervenire, così che l’ateismo e il laicismo sono intrinsecamente irragionevoli, e sono anche alle radici degli orrori delle ideologie.

Non si può non notare il parallelo fra questa grande offerta al mondo ebraico di un dialogo incentrato sulla legge naturale, ricordata da Dio “pro memoria” nei Dieci Comandamenti a un’umanità che è in grado di comprenderla anche con la ragione – così che queste norme di natura s’impongono a tutti, credenti e non credenti, perché tutti sono dotati di ragione –, e l’analoga offerta più volte rivolta da Benedetto XVI ai musulmani. Il Pontefice non nega l’interesse di un dialogo teologico, che per i musulmani si è concentrato sul ruolo reciproco della Bibbia e del Corano o su come l’islam vede la figura di Gesù Cristo, per gli ebrei sul significato della nozione di alleanza fra Dio e il suo popolo e sul ruolo dell’Antica Alleanza con il popolo ebraico dopo la venuta di Gesù Cristo e la Nuova Alleanza con la Chiesa. Temi certamente interessanti per gli specialisti, e non solo. E tuttavia più volte Benedetto XVI ha mostrato i limiti di un dialogo teorico, buono quasi esclusivamente per gli accademici e per i congressi. In un mondo segnato da tante tragedie e violenze il dialogo più urgente e più concreto – quello che va al di là degli specialisti e coinvolge anche le persone comuni, quello che davvero può risolvere qui e ora i problemi e i conflitti – non può che partire dalla ragione. Se ogni religione argomenta esclusivamente dalla sua fede un confronto è certo possibile, ma raggiungere un consenso è del tutto aleatorio. Se tutti invece argomentano dalla ragione – che non è né cristiana né ebraica né musulmana, e che i credenti e i non credenti hanno in comune – trovare un consenso almeno su alcuni principi minimi della legge naturale, della legge di ragione, è possibile. Ed è il consenso su questi principi che può evitare le tragedie e le violenze che hanno segnato il XX secolo e continuano a segnare il XXI. Sta qui la vera svolta nel dialogo inter-religioso di Benedetto XVI, il Papa della ragione. Le polemiche contingenti non dovrebbero offuscare questo grande insegnamento.

           SOMMARIO RASSEGNA STAMPA