Sulla vicenda della rappresentazione teatrale “Sul concetto di volto del Figlio di Dio”, in programma a Milano dal 24 al 28 gennaio, che tanto fa discutere per il suo contenuto blasfemo e per le manifestazioni annunciate da diversi gruppi cattolici che propongono messe e preghiere di riparazione .
Un brutto spettacolo, in tutti i sensi
di Massimo Introvigne labussolaquotidiana.it 13-01-2012
Sta per arrivare a Milano, il 24 gennaio, lo spettacolo «Sul concetto di volto nel Figlio di Dio» del regista Romeo Castellucci, che in Francia è stato contestato da vigorose proteste di ambienti cattolici, le quali peraltro hanno diviso gli stessi vescovi francesi. Alcuni hanno appoggiato le proteste, altri le hanno condannate. La stessa Radio Vaticana l'8 novembre scorso ha dato atto di «difficoltà» dei vescovi a trovare una linea comune. Non è improbabile che le stesse «difficoltà» si ripresentino in Italia, a fronte di manifestazioni organizzate per contestare la rappresentazione dello spettacolo al Teatro Parenti di Milano. Un brutto spettacolo, in tutti i sensi.
Consapevole che tra i cattolici - e certo anche fra i lettori - ci sono posizioni legittimamente diversesu quale sia l'atteggiamento più opportuno da assumere, vorrei riassumere i dati essenziali del dibattito, alcuni dei quali rischiano di sfuggire a molti.
Primo: di che cosa stiamo parlando esattamente? Lo spettacolo di Castellucci ha come tema la decadenza del corpo umano, messa in scena attraverso l'incontinenza di un padre che non riesce a trattenere le proprie feci, di cui la scena si riempie continuamente, accudito con pazienza da un figlio. Sullo sfondo, un grande volto di Cristo tratto dal noto dipinto di Antonello da Messina (1429 o 1430-1479). Nella versione dello spettacolo presentata al Festival di Avignone dei personaggi, fra cui alcuni ragazzini, lanciano granate contro il dipinto: ma sembra che questa scena sarà esclusa dalla versione di Milano. Alla fine, il volto di Cristo è invaso anch'esso da liquami che danno al pubblico l'impressione - ampliata in alcune rappresentazioni da effetti olfattivi - degli escrementi, mentre appare la scritta in inglese «You are my shepherd» (Tu sei il mio pastore), con un «not» in caratteri più scuri che è insieme presente e assente, così che in ogni momento la scritta può anche essere letta come «Tu non sei il mio pastore».
Il regista Castellucci ha più volte dichiarato che il suo spettacolo non è affatto blasfemo. Non vuole incitare al disprezzo del volto di Cristo - e in questo senso si differenzierebbe da altri spettacoli esplicitamente anticristiani o anticlericali - ma sottolineare l'estrema «kenosis» o abbassamento del Figlio di Dio, che ha voluto coinvolgersi nella condizione umana fino al disfacimento e agli escrementi. Insieme, afferma Castellucci, lo spettacolo - senza prendere posizione - vorrebbe mettere in scena tutta la gamma delle reazioni contemporanee al volto di Cristo, dal rifiuto totale - le granate lanciate contro il dipinto - fino alla sofferta accettazione, coinvolgendo gli stessi spettatori. Ciascuno, sembra dire Castellucci, deve scegliere qual è la sua reazione al volto di Cristo, sfigurato dagli uomini e segno di contraddizione. Il regista non impone una reazione particolare ma invita ogni spettatore a scegliere.
Le giustificazioni di Castellucci - anche prendendole per buone, benché rimanga forte il sospetto che oggi la provocazione serva soprattutto a «vendere» uno spettacolo e ad attirare l'attenzione - richiamano però equivoci tipici della produzione artistica moderna. Il primo è che il brutto, il ripugnante, lo schifoso abbiano un effetto catartico e possano suscitare reazioni liberatorie o risposte positive: una posizione teorizzata dal filosofo francese Georges Bataille (1897-1962) proprio con riferimento agli escrementi. Ma questa posizione è falsa, e si lega in Bataille a un primato della morte e del disfacimento sulla vita che sembra emergere anche nell'opera di Castellucci. Come insegna anche il Magistero della Chiesa, l'uomo aspira al bello - che è una porta per accedere al vero e al buono - e la sua normale reazione al brutto e al ripugnante non ha nulla di positivo. Incntrando gli artisti, il 21 novembre 2009, Benedetto XVI ha messo in guardia dagli effetti profondamente negativi di produzioni artistiche che assumono «i volti dell’oscenità, della trasgressione o della provocazione fine a se stessa».
Questa citazione del Papa richiama il secondo equivoco: l'idea che tutto possa essere rappresentato, purché l'artista offra una giustificazione credibile e politicamente corretta. Non è così. L'oscenità e la trasgressione, per usare le parole del Papa, sono dati oggettivi. Non dipendono dalle intenzioni dell'artista. Se qualcuno - è successo - mette in scena uno stupro di gruppo con tutte le sue caratteristiche più oscene e ripugnanti, e poi afferma che il suo scopo è denunciare la violenza contro le donne, il presunto fine condivisibile del regista non giustifica il mezzo, che rimane oggettivamente pornografico. Il fine non giustifica i mezzi, neanche in campo artistico: una verità difficile da accettare per una società immersa nel relativismo, per cui non esistono valori oggettivi o azioni intrinsecamente cattive, ma ogni azione va valutata caso per caso con esclusivo riferimento alle intenzioni di chi la compie.
Dunque noi non possiamo giudicare le intenzioni di Castellucci, né sapere veramente se le sue giustificazioni sono sincere oppure difensive, strumentali e pubblicitarie. Ma possiamo e dobbiamo affermare che le intenzioni non sono il criterio ultimo ed esclusivo per giudicare quello che vediamo. Lo spettacolo nella sua sequenza finale - gli escrementi sul dipinto - mette in scena qualche cosa che è brutto, ripugnante e - in quanto si accosta a Gesù Cristo senza il rispetto dovuto a Colui che è veramente il Figlio di Dio - anche offensivo per i credenti, i quali non sono obbligati a tollerarlo in nome di una concezione relativista, dominante ma sbagliata, secondo cui spetterebbe solo all'artista dire qual è il senso e il significato delle sue opere.
Se le cose stanno così, perché i vescovi e i cattolici si sono divisi in Francia, ed è probabile che questo avvenga anche in Italia? Per due ragioni, una soggettiva e una oggettiva. Non bisogna nascondere la ragione soggettiva, senza la quale si rischia di non capire tutta la controversia. Benché sia vero che in Francia alla protesta abbiano partecipato personalità e gruppi molto diversi fra loro, l'impressione che si è avuta è che la contestazione contro Castellucci sia stata egemonizzata da realtà che rifiutano il Concilio Ecumenico Vaticano II e sono in frequente conflitto con la gerarchia cattolica, con una presenza costante e visibile di sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata da monsignor Marcel Lefebvre (1905-1991). Senza generalizzare, ci sono segnali che qualche cosa di simile possa avvenire anche in Italia. È evidente che molti vescovi non si sentano di legittimare, in qualsiasi modo, una dirigenza che contesta la loro autorità e il Magistero della Chiesa sul Concilio. E che talora si esprime anche con modi perentori e arroganti, quasi che volesse insegnare ai vescovi a fare il loro mestiere.
La seconda ragione di perplessità attiene alla modalità delle proteste. In qualche modo, modalità e richieste sono collegate. Una modalità particolarmente clamorosa e rumorosa si lega alla richiesta perentoria che lo spettacolo non sia messo in scena. Ma questo solleva degli interrogativi. La richiesta di resipiscenza a Castellucci o alla direzione dei teatri che lo ospitano è del tutto legittima. Ma, se costoro non cambiano idea, che cosa chiede esattamene la protesta? Che intervenga la magistratura? Che, se le leggi sui cosiddetti crimini di odio che offendono intere comunità non sono adeguate, si rafforzino le leggi? In questo caso, non ho timore di dire che sono molto perplesso.
Un anno di lavoro all'OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), tra l'altro proprio nel settore dei crimini di odio, ha rafforzato queste mie perplessità. Piaccia o no - e a me personalmente non piace - abbiamo a che fare con uno Stato tipicamente moderno, per non parlare delle istituzioni europee sovranazionali che sempre di più lo controllano, che non fa sostanzialmente differenze fra le varie comunità oggetto di offese collettive: i cattolici o i musulmani, chi ha sensibilità per i valori della famiglia o gli omosessuali.
Se si amplia la categoria e si danno ai giudici armi più incisive per colpire i crimini di odio, sperando che le usino contro le offese ai cristiani, si creano strumenti - nella situazione attuale, che non è affatto ideale ma è quella con cui abbiamo a che fare - che saranno usati, molto più facilmente e molto prima, per colpire offese vere o presunte ai musulmani o agli omosessuali. Davvero vogliamo che sia la procura di Milano a decidere - al di là dei casi più macroscopici ed evidenti già previsti dalle leggi attuali - quali spettacoli, e domani quali libri, articoli o trasmissioni radiofoniche percepiti come offensivi da questo o quel gruppo vanno bene e quali no? Non è facile prevedere che in questo caso certi giudici verranno a prendersela a vario titolo con noi molto prima che con i vari Castellucci?
Domande complesse, me ne rendo conto, su cui è normale che anche tra i buoni cattolici ci siano risposte diverse. Ma che invitano, almeno, a non aggiungere al brutto spettacolo di Castellucci quello, a diverso titolo sgradevole, di volere a tutti i costi tirare per la veste episcopale i vescovi, anche italiani, che dovessero comportarsi in modo diverso dalle aspettative dei contestatori.
Quando la Chiesa non può tacere.
di Luigi Negri * Vescovo di San Marino-Montefeltro labussolaquotidiana.it 16-01-2012
Intervengo sulla base delle notizie lette e ascoltate in questo periodo. Notizie che sono a volte confuse e contraddittorie sui dettagli, ma chiare quanto alla sostanza, provengono da fonti diverse e certamente perciò non sono ideologicamente condizionate.
Mi pare che innanzitutto ci sia da dire che questo è un episodio miserevole dal punto di vista della espressione, non dico artistica, ma dell’espressione umana. Ed è certamente la conferma di quello che ho già detto immediatamente dopo gli scontri di Roma del 15 ottobre scorso, in ordine alla distruzione della statua della Madonna: il filo conduttore, che unisce espressioni che apparentemente sembrano divergere moltissimo, è l’anticristianesimo.
Ormai l’ideologia dominante è quella anticristiana, quella che tende all’abolizione sistematica della presenza e dell’annunzio cristiano, sentito come una anomalia che mette in crisi questa omologazione universale operata dalla mentalità laicista, consumista, istintivista.
Quindi da questo punto di vista il giudizio non può che essere inappellabilmente negativo: è un’espressione meschina di una volontà di eliminare la tradizione cristiana, in questo caso colpendo il contenuto fondamentale della fede. Colpendo l’immagine e la figura di Gesù Cristo nei confronti del quale nella scritta finale – credo che apparirà ancora malgrado tutte le modificazioni a cui in qualche modo sono stati costretti – apparirà il rifiuto di essere figli di Dio. E quindi si manifesta la volontà di sostituire alla figliolanza divina la proclamazione della propria autonomia e autosufficienza, che è stato il delirio della modernità.
C’è poi il problema della reazione. Su questo io mi devo avventurare con molta circospezione perché non intendo prestare il fianco a nessuna critica nei confronti di altre Chiese o di altri confratelli. Sono stato molto lieto nell’apprendere che - in situazione analoga - la Chiesa francese e in particolare il capo della Conferenza episcopale francese, il cardinale di Parigi, ha proposto un gesto rigorosamente penitenziale in ordine a questa blasfemia implicando la struttura fondamentale della Chiesa.
Io mi chiedo questo, e su questa domanda mi fermo: una Chiesa particolare - o una connessione di Chiese particolari che aderiscono alle Conferenze episcopali nazionali - che non reagisca in termini assolutamente essenziali e pubblici a questo attacco violento alla tradizione cattolica, io mi chiedo: se non interviene su questo punto, su che cosa interviene?
Che cosa mette più in crisi la possibilità di una comunicazione obiettiva della fede di questa serie di iniziative tese a screditare, a criminalizzare, a corrompere la nostra tradizione? Certo che se le Chiese cosiddette ufficiali – ma il termine mi è assolutamente ostico perché la Chiesa è una sola, non è né quella ufficiale né quella carismatica, la Chiesa è il mistero del popolo di Dio nato dal mistero di Cristo morto e risorto e dall’effusione dello Spirito, quindi c’è una Chiesa sola –; se la Chiesa non reagisce adeguatamente in modo certamente non rancoroso, non livido, assumendo in senso uguale e contrario l’atteggiamento demenziale di questi parauomini di cultura; se non reagisce la Chiesa, allora necessariamente possono intervenire in maniera protagonistica gente o gruppi che nella Chiesa non hanno a cuore soltanto la difesa della Chiesa ma hanno a cuore l’espressione legittima delle loro convinzioni.
Allora poi non si dica che la protesta è dei tradizionalisti; la protesta è dei tradizionalisti perché la Chiesa come tale non prende una posizione, che a me sembrerebbe assolutamente necessaria.
Nella mia diocesi non è previsto lo spettacolo, fortunatamente. Questo è il vantaggio delle piccole comunità diocesane, ai margini del grande impero massmediatico. Ma nel caso che nella diocesi di MIlano questo spettacolo si verificasse effettivamente, io devo considerare che sono ancora immanente alla Chiesa di Milano e vi sarò finché campo. Sono capo, sono padre della Chiesa di San Marino-Montefeltro, ma sono figlio della Chiesa di Sant’Ambrogio e di San Carlo, nella quale ho ricevuto il battesimo e tutti i sacramenti fino all’ordinazione episcopale. Non potrò quindi non considerare una presa di posizione discreta, misurata, che dica il dissenso di un vescovo di origine ambrosiana nei confronti di quello che accade nell’ambito della società milanese.
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