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l ruolo delle Chiese per la salvezza del pianeta

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Verso una società fuori dalla crescita source: Claudia Fanti 14/12/2017 Tratto da: Adista Documenti n° 44 del 23/12/2017
* Alex Zanotelli è sacerdote e missionario italiano della comunità dei comboniani, ispiratore e fondatore di diversi movimenti italiani impegnati in difesa della pace, della giustizia e dell'ambiente, è direttore responsabile di Mosaico di pace sin dalle origini della rivista (settembre 1990), per espresso volere di don Tonino Bello.


Se gli economisti, di fronte al rischio di catastrofe climatica e ambientale, tendono a girarsi dall’altra parte, non ponendosi in alcun modo il problema della compatibilità dell’economia industrializzata con le disponibilità energetiche e ambientali della Terra, non mancano invece da parte dei popoli di tutto il pianeta visioni e proposte per un’alternativa all’attuale modello di civiltà.

Se un punto centrale di riferimento per ogni riflessione antisistemica è senza dubbio costituito dal concetto di buen vivir – su cui ci siamo soffermati nel terzo numero di questa serie dedicata alla riscoperta della nostra Casa comune – un altro grande motivo ispiratore nella ricerca di nuovi modelli di civiltà è dato dal concetto africano di ubuntu, con il suo richiamo all’esistenza di un legame solidale tra tutti gli esseri umani e non umani.

Un concetto anch’esso estraneo alla nostra cultura individualista, esprimendo una visione in cui “una persona è tale attraverso altre persone”, ossia “io sono perché noi siamo e, poiché siamo, io sono”, in un legame permanente di tutti con tutti.

Un’interazione tra esseri umani e altri esseri o entità cosmiche che è, a livello primordiale, finalizzata a generare, curare e trasmettere la vita.

Non mancano, tuttavia, neppure tradizioni critiche e alternative all’interno dello stesso pensiero occidentale. In tal senso il concetto di buen vivir, come sottolinea il sociologo uruguayano Eduardo Gudynas, può anche essere definito come una piattaforma utile a raggruppare diverse posizioni, ciascuna con la sua specificità, ma tutte accomunate dal rifiuto dello sviluppo convenzionale;
- dalla difesa di un’altra relazione con il pianeta, riconcettualizzando l’idea occidentale di una Natura esterna a noi e riposizionando l’essere umano come parte integrante della trama della vita;
- dalla considerazione della qualità della vita come qualcosa che si lega in maniera profonda anche a un buen vivir spirituale.

A tale piattaforma possono essere senz’altro ricondotte tanto l’ecologia profonda – con la sua visione biocentrica legata al riconoscimento dei diritti della Natura – quanto la bioeconomia dell’economista rumeno Nicholas Georgescu- Roegen, secondo il quale la scienza economica non può prescindere dalle leggi della fisica, a cominciare dal secondo principio della termodinamica, in base a cui alla fine di ogni processo la qualità dell’energia (cioè la possibilità che questa possa essere riutilizzata) è sempre peggiore rispetto all’inizio, con conseguente necessità di incorporare alla scienza economica i “limiti della crescita”.

Su questa linea si pone anche la demistificazione, da parte di Serge Latouche , del concetto di sviluppo sostenibile, essendo, questo, indissolubilmente legato a quello di crescita economica, una crescita che già allo stato attuale supera di gran lunga la capacità di rigenerazione dell’ecosistema.

Si tratta, per usare la celebre espressione dell’economista Kenneth Boulding, dell’« economia del cowboy », quella dello sfruttamento totale delle risorse naturali, contrapposta all’«economia del cosmonauta», in base alla quale è necessario riconoscere che la Terra non è diversa da una capsula spaziale, in cui gli astronauti possono contare soltanto sulle risorse che si trovano al suo interno e solo al suo interno possono depositare i loro rifiuti.

Né basta fare affidamento sulle sole innovazioni tecnologiche, di cui si conosce peraltro anche l’effetto boomerang, bensì occorre ripensare le strutture economiche secondo forme e dimensioni tali da garantire una duratura capacità di produrre benessere in condizioni di minima dissipazione entropica: in direzione, cioè, di una nuova localizzazione dell’economia e degli scambi, di una limitazione delle dimensioni delle aziende, dello sviluppo di un’agricoltura locale e biologica.

In questo quadro, pianificare la decrescita - che sarebbe più corretto definire come a-crescita , come costruzione di una società fuori dalla crescita - significa, secondo Latouche, rinunciare alla credenza che “di più” significhi “meglio”, mirando – attraverso il «circolo virtuoso» delle otto “R”: «rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare e riciclare» – a «una società nella quale si vivrà meglio lavorando e consumando di meno».

Si tratta allora di impegnarsi in un processo permanente di controinformazione, di formazione e di organizzazione politica, di riflessione sui necessari passi da compiere per la creazione di un nuovo modello di civiltà, centrato sul diritto all’esistenza di tutte le forme di vita, sull’equità inter e intragenerazionale tra gli esseri umani, sulla preservazione dei cicli vitali della natura, sul recupero della visione degli antichi abitanti di Abya Yala, secondo cui non è la Terra che appartiene a noi, ma siamo noi ad appartenere ad essa.


Con questo numero, si chiude la serie dal titolo “Terra. Di ritorno dall’esilio: la riscoperta della nostra Casa comune”, promossa dalla nostra associazione, Officina Adista , e finanziata con il contributo dell’8 per mille della Chiesa valdese. Vi lasciamo alla lettura degli interventi di Francuccio Gesualdi , Maria Rita D’Orsogna , Marinella Correggia , Antonio De Lellis e Alex Zanotelli

Alex Zanotelli : "La Chiesa cattolica e tutte le altre Chiese possono svolgere un grande ruolo per salvare il pianeta."source :Alex Zanotelli * 14/12/2017 Tratto da: Adista Documenti n° 44 del 23/12/2017

Bisogna riconoscere che le Chiese della Riforma legate al Consiglio Ecumenico delle Chiese (WCC) si erano impegnate prima di altre in campo ecologico.

Una serie di importanti documenti sono lì a dimostrarlo. Ma è stato straordinario anche il lavoro a favore dell’ambiente del patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, uno dei pionieri in questo campo: «Provocare – ha scritto – l’estinzione della specie, distruggere la biodiversità della creazione di Dio, minare l’integrità della terra provocando mutamenti climatici, spogliandola delle sue foreste naturali e distruggendo le zone umide, ledere la salute di altri esseri umani, contaminare le acque, la terra, l’aria e la vita del pianeta con sostanze velenose: tutto questo è peccato».

Purtroppo le altre Chiese ortodosse sono ben lontane da queste posizioni. La Chiesa cattolica è arrivata abbastanza tardi a una seria presa di posizione sulla gravità della situazione in campo ecologico. Sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI hanno denunciato questo grave problema, ma non hanno mai affrontato il tema in maniera organica.

È stato papa Francesco a farlo, coraggiosamente, con l'enciclica Laudato si’ (2015), un documento che è diventato un punto di riferimento per credenti e laici. Un documento fondamentale per la Chiesa, che è parte in causa del problema.

Infatti «l'attuale distruzione di tutte le fondamentali forme di vita sulla Terra avviene all'interno di una cultura che è emersa da una matrice biblico-cristiana», afferma uno dei pochi teologi cattolici in campo ecologico, l’americano p. Thomas Berry , non a caso emarginato per le sue prese di posizione.

Questa crisi, infatti, scrive nel suo libro The Christian Future and the Fate of the Earth, «non nasce dal mondo buddista o dal mondo islamico, ma all'interno della cosiddetta civiltà cristiana occidentale. La difficoltà di uscire da questa strettoia potrebbe essere attenuata se ricordassimo che le prime comunità cristiane facevano riferimento a due fonti di rivelazione: la manifestazione del divino nel mondo naturale e la manifestazione del divino nel mondo biblico. Le quali devono essere interpretate l’una insieme all’altra. In questo contesto preservare la Terra è una parte essenziale del compito di salvare l'originaria presenza divina nel mondo».

Nel suo libro The Sacred Universe, Thomas Berry spiega bene il suo punto di vista: «Dobbiamo passare da una spiritualità di alienazione dal mondo naturale a una spiritualità di intimità con il mondo naturale, da una spiritualità del divino rivelato nelle Sacre Scritture a una spiritualità del divino rivelato nel mondo visibile attorno a noi, da una spiritualità impegnata per i diritti umani a una spiritualità della giustizia per la comunità devastata del pianeta Terra».

Per questo diventa fondamentale il ruolo delle Chiese, perché si tratta di cambiare i fondamenti culturali dell’Occidente che stanno distruggendo il pianeta.

Le Chiese dovranno contestare il primato assoluto dei criteri economico- materiali per misurare la felicità e il progresso; la fede nella crescita costante e illimitata; la convinzione che la tecnologia risolverà tutti i problemi; l’assurdità di un’economia che quantifica tutto, salvo i costi ecologici; il rifiuto di riconoscere la sacralità della materia.

Le Chiese hanno quindi il compito immenso di creare un nuovo paradigma, una nuova visione della terra e del mondo.

È quanto afferma anche papa Francesco: «Una presentazione inadeguata dell’antropologia cristiana ha finito per promuovere una concezione errata della relazione dell’essere umano con il mondo. Molte volte è stato trasmesso un sogno prometeico di dominio sul mondo che ha provocato l’impressione che la cura della natura sia cosa da deboli. Invece l’interpretazione corretta del concetto dell’essere umano come signore dell’universo è quella di intenderlo come amministratore responsabile» (Laudato si’, 116).

Una visione che dovrà poi passare ai fedeli attraverso la liturgia, le omelie, le catechesi ai fanciulli e agli adolescenti. Ma le Chiese dovranno soprattutto creare nuovi valori etici per le comunità cristiane.

Come giustamente osserva Thomas Berry, «moralmente abbiamo sviluppato una risposta al suicidio, all’omicidio, al genocidio, ma ora ci troviamo a confrontarci con il biocidio, l’uccisione del pianeta nelle sue strutture vitali e funzionali. Si tratta di un male peggiore di quello che abbiamo conosciuto fino al presente, un male per il quale non abbiamo principi etici né morali di giudizio».

Se infatti è raro che qualcuno venga a confessarsi di un peccato contro l’ambiente, è proprio perché i fedeli non hanno interiorizzato valori precisi in questo campo. È incredibile che le Chiese siano state così esigenti in campo sessuale, mentre in campo ecologico stentino a presentare parametri etici adeguati. E qui bisogna riconoscere con onestà che la stessa Laudato si’ trova molto ostruzionismo all’interno della Chiesa cattolica, incontrando difficoltà a passare nelle omelie dei preti, nelle catechesi ai fanciulli.

E penso che una delle ragioni di queste omissioni sia legata al fatto che viene richiesto un altro stile di vita per salvare noi e il pianeta. È questo infatti è l’altro importante compito delle Chiese: proporre un radicale cambiamento di vita a tutti i livelli, economico, energetico e finanziario.

Papa Francesco nella Laudato si’ scende perfino nei dettagli: «L’educazione alla responsabilità ambientale può incoraggiare vari comportamenti che hanno un’incidenza diretta e importante nella cura per l’ambiente, come evitare l’uso di materiale plastico o di carta, ridurre il consumo di acqua, differenziare i rifiuti, cucinare solo quanto ragionevolmente si potrà mangiare, trattare con cura gli altri esseri viventi, utilizzare il trasporto pubblico o condividere un medesimo veicolo fra varie persone, piantare alberi, spegnere le luci inutili e così via».

E continua: «Non bisogna pensare che questi sforzi non cambieranno il mondo. Tali azioni diffondono un bene nella società che sempre produce frutti al di là di quanto si possa constatare, perché provocano in seno a questa terra un bene che tende sempre a diffondersi, a volte invisibilmente. Inoltre, l’esercizio di questi comportamenti ci restituisce il senso della nostra dignità, ci conduce a una maggiore profondità esistenziale, ci permette di sperimentare che vale la pena passare per questo mondo» (212).

Se vorranno seguire questa strada, le Chiese dovranno impegnarsi a fondo contro il consumismo che pervade le nostre società occidentali e il mito della crescita illimitata.

Ma anche convincere tutti che si può vivere meglio con meno sposando gli ideali del ben vivere/ben convivere. È la stessa richiesta di papa Francesco nella Laudato si’: «La spiritualità cristiana propone un modo alternativo di intendere la qualità della vita e incoraggia uno stile di vita profetico e contemplativo, capace di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo. Si tratta della convinzione che “meno è di più”. Infatti il costante cumulo di possibilità di consumare, distrae il cuore e impedisce di apprezzare ogni cosa e ogni momento. La spiritualità cristiana propone una crescita nella sobrietà e una capacità di godere con poco».

Ma dovranno essere per primi i pastori delle Chiese a vivere così per contagiare le comunità cristiane in maniera che diventino comunità alternative al sistema. E bisognerà darsi da fare in particolare su due fronti: quello energetico e quello finanziario.

Sul fronte energetico, le Chiese dovranno impegnarsi e impegnare i propri fedeli a installare pannelli solari; a ridurre drasticamente l’uso dei combustibili fossili, puntando sull’opzione “Zero CO2”; a protestare contro le imprese altamente contaminanti; a incoraggiare il trasporto pubblico; e infine a ridurre l’uso dell’auto.

Ma sarà soprattutto in campo finanziario che le Chiese potranno dare un grande contributo alla causa togliendo i propri capitali dalle banche che investono in petrolio e carbone e spostandoli in quelle banche che investono nelle energie rinnovabili.

Ma anche invitando i fedeli a fare altrettanto con i propri risparmi. Sarebbe un segno forte da parte delle Chiese. Il Consiglio Ecumenico delle Chiese lo sta già facendo, come anche parecchie università cattoliche degli USA.

Uno studio di Oxford (2014) ha definito il boicottaggio delle banche che finanziano i combustibili fossili la campagna che sta oggi guadagnando più consensi. Purtroppo questa campagna trova invece molta difficoltà a decollare in Italia.

Infine, un ruolo fondamentale delle Chiese è oggi quello di aiutare le varie realtà impegnate su questo fronte a riunirsi in un grande movimento popolare.

È questo uno dei punti su cui papa Francesco insiste di più. La politica infatti è ormai prigioniera dei poteri economicofinanziari, soprattutto delle banche. Ecco perché i governi non riescono a prendere decisioni politiche per salvare il pianeta.

La speranza oggi nasce dal basso, dalle comunità cristiane e di altre confessioni, da gruppi, comitati, reti. A condizione però che abbiano il coraggio di mettersi insieme per formare un grande movimento popolare in difesa della Madre Terra.

Questo movimento, come scrive Naomi Klein nel suo Una rivoluzione ci salverà, potrebbe «diventare una forza catalizzatrice per una trasformazione generale»: «L’urgenza della crisi climatica potrebbe formare la base di un potente movimento di massa, in grado di tessere questioni in apparenza disparate in un unico discorso coerente su come proteggere l’umanità dalle devastazioni generate da un sistema economico ferocemente ingiusto, quanto da un sistema climatico destabilizzato».

È un kairos che le Chiese non possono perdere!




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