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Ilaria Capua, «questa è una crisi biologica e uno stress test per l’economia, dobbiamo cambiare mappe mentali »


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«Adesso Wuhan è bellissima. Ci faremo perdonare dalla natura »

source : corriere.it/ 21 maggio 2020 (modifica il 22 maggio 2020 | 10:38) © RIPRODUZIONE RISERVATA


Come il nostro Pianeta?Abbiamo oltrepassato il limite e la Natura ci manda segnali? È un po’ come un intervallo, una messa in mora dell’Antropocene, l’età geologica di dominio dell’uomo sulla Natura? 

«Certo, e Madre natura ci salverà, ci dice che non va più bene così e ci sta dando consigli per intervenire, per progettare il mondo nuovo. Dai che ci riesci, ci dice, c’è la tecnologia, è come se dicesse: “Vienimi dietro. Seguimi. Guardami, com’è cambiata l’aria, guarda le acque più pulite...”.

Vedo quei grafici che mostrano l’area di Wuhan e li trovo bellissimi: Madre Natura si sta risvegliando, è come se si stesse stiracchiando. Con Ilaria Borletti, vicepresidente del Fai, stiamo lanciando un progetto per studiare la resilienza della natura, andiamo a misurare come la natura è più viva ora dentro le ville e i giardini storici, mettiamo delle telecamerine sulle spalle delle api, per capire i loro movimenti di pollinazione, ma anche la qualità del suolo, dell’acqua, anche per coinvolgere la persone che si interessino alla scienza e alla Natura che è loro Grande casa.

Homo Sapiens non si è preso la responsabilità, ha trattato il suo ambiente come un interesse secondario e ha creato un sistema perfetto per la diffusione di questo patogeno in tutto il mondo. Ora bisogna rovesciare la prospettiva, non più sfruttare il pianeta ma esserne i guardiani. E chi lo deve fare se non l’Homo sapiens, che ha un cervello. Ci deve pensare il lombrico?».
È una crisi di cui è responsabile l’uomo.

«È una crisi biologica. È la pandemia che provoca uno stress test per l’economia, come avevo immaginato da subito con hashtag #PandemicsCost, ma nessuno mi ha dato retta. Homo Sapiens ha provocato tutto ciò con la sua noncuranza, arroganza, cupidigia, avidità, ingordigia. I credenti si fanno perdonare dal loro Dio. Se fanno del male, fanno peccato, poi chiedono perdono».

E noi come facciamo a farci perdonare da Madre Natura?

«La pandemia è la prova che non possiamo strafare e permetterci di “non essere perdonabili” da Madre natura, perché ci estingueremmo. Bisogna progettare con lei una coesistenza virtuosa, civile.

Costruire una mappa mentale guidata da quello che Covid-19 ci ha forzato a fare. Un futuro meno di corsa, con meno macchine e meno aerei. Io per esempio non farò più 15 voli intercontinentali ogni due anni».

Aveva ragione Greta, dunque?

«Tutti noi viaggiatori ping pong sapevamo da tempo che avevamo sviluppato un sistema al limite della sostenibilità. Al di là di Greta che è stata una formidabile catalizzatrice, ora il problema è quello di nutrire il Pianeta, investire in risorse alimentari a misura non di uomo, ma del Pianeta. Il cambiamento climatico ed altre grandi sfide vanno viste nel loro insieme, non a pezzi.

E per fortuna che abbiamo la tecnologia che ci tiene connessi. Cambiare mappa mentale vuol dire anche capire che faremo più call su Zoom, che sono più efficienti, non si perde tempo, si rispettano gli orari: è un altro modo di lavorare. Bisogna metterlo a fuoco e sfruttarlo al massimo. Tagliare, sostituire quello che è sostituibile. Meno movimento materiale, più connessione immateriale. Per esempio io oggi, 22 maggio, sarei dovuta essere in Italia, è stato cancellato il volo, ma sono lo stesso con voi che mi leggete. Sono le meraviglie che ci ha aperto la tecnologia.

Si può telefonare gratis in tempo reale. Io ricordo ancora il duplex, e mia madre che telefonava a mio padre una volta al mese, quando lui era a New York. Mentre oggi fai una foto e la fai arrivare nella tasca di un altro in un’altra parte mondo. È vero, facciamo anche sapere tutto quello che pensiamo attraverso i nostri comportamenti sui social. In compenso tra un po’ ci scatteremo immagini del pensiero, credo».


Nella ripartenza, dunque, vita tutta nuova? Non tutti sono convinti.

«La pandemia ci ha dimostrato che lo possiamo fare. E che possiamo avere una vita professionale di livello anche con i pantaloni da yoga e mezzo trucco... Esiste un mondo di mezzi busti che prima non esisteva. È già tutto nuovo. Qui in Florida ormai tutta la ristorazione è take away, con tavolini fuori. Approfittiamone, visto che per fortuna non sarà un’ecatombe: Madre natura o il Padreterno non ci hanno mandato un virus altamente mortale che uccide i bambini, è un nemico che dobbiamo gestire insieme all’inquinamento, allo spreco, alla salute nel suo complesso. Insomma dovremo conviverci, come con l’influenza».

E sembra risparmiare di più le donne.


«Questo virus ci ha fatto scoprire nuove fragilità e dispiace che una generazione di personaggi che ci ha portati fin qui sta cadendo vittima di questo nemico invisibile. Mentre sembra che questa patologia colpisca in maniera meno aggressiva le donne - paradossalmente considerate da sempre più fragili».

Saranno loro le protagoniste della nuova stagione?

«Agili, le donne sono agili e smart di natura. Altrimenti Madre natura non le avrebbe rese cosi preziose da essere il vero collo di bottiglia alla perpetuazione della specie. Ovvero, non c’è tecnica artificiale che possa portare il prodotto del concepimento da una cellula a un bambino. Ci vuole l’utero materno.

E poi sicuramente la resilienza aiuta, e le donne abituate a gestire organizzazioni complesse multilivello, in famiglia, sul lavoro e nello studio, con velocità e abilità facili, possono diventarlo, protagoniste. Se fosse la Natura a decidere ripopolerebbe almeno 50/50, perché sono meno a rischio di sviluppare la malattia grave dei loro coevi».

Più saggi e sagge a seguire la Natura anche qui.

«E noi dobbiamo seguirla con le nostre Intelligenze collettive. È un percorso che ho cominciato 15 anni fa, piantando semi e iniziative e credo che sia arrivato il momento di raccogliere. Oggi si sta risvegliando un movimento trasformativo dal basso, sto raccogliendo centinaia di ricercatori di altissimo livello e di diverse discipline, perché questa è una “malattia delle città”, legata ai trasporti e all’ambiente: a Milano e in Lombardia non sarà mica stata colpa solo del servizio sanitario.

C’è tutta una Rete intorno alle città lombarde molto attiva, con una popolazione che si muove in continuazione. I raggruppamenti di massa sono a rischio perché prevedono la vicinanza fisica di persone che potrebbero essere infette. Ne basta una. Il coronavirus non ha le ali. Si sposta con le persone e qui ci è arrivato con gli aerei, non con una scatola di Amazon.

Forse bisognerebbe studiare per rinnovare i treni con comparti difettosi, con tutta quella gente ammassata ogni giorno, e sarebbe una buona idea. E con questo movimento, che nasce in collaborazione con il Cern di Fabiola Gianotti (che mette a disposizione le infrastrutture e il potere di calcolo), sta partendo una meravigliosa sfida di ricerca. Direi che è una ricerca “populista” perché qui ognuno si mette in gioco in prima persona, e alla fine scavalca il barone. Qui uno vale uno. E pancia comanda».


Come è stata la quarantena dall’altra parte del mondo?

«Difficile, ma anche un tempo regalato in cui mi sono capitate due cose che voglio raccontare. Per me è stato fantastico poter seguire in questa convivenza stretta e imprevista mia figlia Mia che ha 15 anni, sta per compierne 16, a giugno. Un’adolescente che come tutti gli adolescenti da bruco sta diventando una pupa e uscirà da questa esperienza in uno stadio più avanzato di metamorfosi. È stato un dono».

E l’altra cosa?

«Il rumore per me magico della macchina per cucire, ta-ta-ta, il rumore dell’infanzia. Un’amica aveva un esemplare di cui doveva sbarazzarsi, io l’ho accolto volentieri, non sapendoci far niente ho cominciato con la cosa più semplice: le presine da cucina, indispensabili per non bruciarsi.

Non sono brutte, anche se dovevano essere tonde e invece mi sono venute quadrate, rosse da una parte, viola dall’altra, gialle, blu... c’è anche un modello che ho chiamato signora di campagna, piena di fiori da entrambe le parti. Le ho chiamate rose quadrate, perché sono così, come tutte noi. Pilastri della società che hanno tirato fuori due marce in più».


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