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Pace interiore come abbandono a Dio

Non c'è abbandono se non è totale
Testi tratti da : Jacques Philippe, La Pace del Cuore - Bologna 2000


A proposito dell'abbandono, è utile fare un'osservazione.

Perché l'abbandono sia autentico e generi pace, bisogna che sia totale.
Dobbiamo rimettere tutto, senza eccezioni nelle mani di Dio
senza cercare di amministrare o salvare noi da soli
sia nel campo materiale che nella sfera affettiva che in quella spirituale

Non possiamo dividere l'esistenza umana na in settori, in alcuni dei quali sia legittimo abbandondonarci a Dio con fiducia ed altri dove ce la si debba sbrogliare esclu sivamente da soli.
Occorre sapere quanto segue:

tutte le realtà che non avremo abbandonato, che vorremmo gestire da soli
(senza lasciare carta bianca a Dio)
continueranno, in un modo o nell'altro, a renderci inquieti.

La misura della nostra pace interiore sarà quella del nostro abbandono, dunque anche quella del nostro essere distaccati. L'abbandono comporta cosi una parte inevitabile di rinuncia, non necessariamente effettiva, ma come disposizione del cuore, una prontezza a lasciare a Dio di gestire la stra vita con una libertà totale. Questo ci risulta particamente difficile. Abbiamo una naturale tendenza a farci stare un mucchio di cose: beni materiali, affetti, desideri, progetti.

Ci costa terribilmente lasciare la presa, perché abbiamo l'impressione di perderci, di morire. Proprio in quell' istante, però, bisogna credere con tutto il cuore alla parola di Gesù, a questa legge del « chi perde vince » talmente esplicita nel Vangelo: « Chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16,25).

Colui che accetta questa morte del distacco, della rinuncia, trova la vera vita. L'uomo che si abbarbica a qualche cosa, che vuole salvaguardare un campo qualunque della sua vita per gestirlo a sua convenienza, senza abbandonarlo radicalmente nelle mani di Dio, fa un pessimo calcolo: si carica di inutili preoccupazioni, si espone all'inquietudine di perdere tutto. Al contrario, colui che accetta di rimettere tutto nelle sue mani, di permettergli di prendere e donare secondo la sua volontà, trova una pace e una libertà interiore inesprimibili. « Ah, se sapessimo cosa si guadagna a rinunciare i se stessi in tutte le cose! », dice santa Teresa di Gesù Bambino.

San Giovanni della Croce esprime questa stessa verità in altri termini: « Tutti i beni mi sono stati donati a partire dal momento in cui non li ho più cercati». Se ci stacchiamo da ogni cosa rimettendola nelle mani del Signore, egli ci renderà molto di più: « Il centuplo in questa vita » (Mc 10,30)

Dio domanda tutto, ma non prende necessariamente tutto
A proposito di quanto considerato, è importante però saper smascherare un'astuzia frequente del demonio per infastidirci e scoraggiarci. Di fronte a certi beni di cui disponiamo (un bene materiale, un'amicizia, un'attività che amiamo, ecc.), il demonio, per impedire che ci abbandoniamo a Dio, ci fa immaginare che, se gli rimettiamo tutto, Dio effettivamente prenderà tutto e divorerà ogni cosa nella nostra vita! Questo suscita in noi un terrore che ci paralizza completamente; ma non bisogna lasciarsi prendere in trappola. Molto spesso il Signore ci chiede soltanto un atteggiamento di distacco a livello del cuore. Ci chiede d'essere disposti a donargli tutto, ma non toglie necessariamente tutto.

Ci lascia il pacifico possesso di molte cose, quando queste non siano cattive di per se stesse e possano essere utili ai suoi disegni,arrivando anche a rassicurarci di fronte agli scrupoli che potremmo avere, a volte, perché godiamo di certi beni o certe gioie umane. Tali scrupoli sono frequenti per quelli che amano il Signore e intendono fare la sua volontà. Se Dio esige l'effettivo distacco da tale o tal altra realtà, ce lo farà comprendere chiaramente a tempo debito e ci donerà la forza necessaria. Sebbene in un primo tempo sarà doloroso, a tale distacco seguirà una profonda pace.

L'atteggiamento giusto dunque consiste semplicemente nell'essere disposti a donare a Dio ogni cosa, senza nessuna paura e poi lasciarlo operare a modo suo, restando in un atteggiamento di totale fiducia nella sua sapienza e nel suo amore: Dio prenderà o lascerà secondo ciò che meglio converrà per il nostro bene.

Che fare quando non riusciamo ad abbandonarci?
Abbiamo posto questa domanda a Marthe Robin (mistica francese morta nel 1981). Ci ha detto:
« Abbandonarsi ugualmente! ». E la risposta di una santa. Non mi permetto di proporne un'altra. Questa si ricollega alla parola della piccola Teresa di Gesù Bambino: « L'abbandono totale, ecco la mia sola legge! ».

L'abbandono non è cosa naturale, e non è facile: è una grazia da chiedere a Dio. Ce la concederà, se lo preghiamo con perseveranza: « Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto... » (Mt 7,7). L'abbandono è un frutto dello Spirito santo, ma questo Spirito il Signore non lo rifiuta a chi lo chiede con fede: « Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo a coloro che glielo chiedono! » (Lc 11,13).

Una delle più belle espressioni dell'abbandono fiducioso nelle mani di Dio è il Salmo 23:
II Signore è il mio pastore: non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca.
Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni.

Una tentazione molto comune nella vita cristiana e paralizza enormemente il progresso spirituale:
si tratta di quella impressione a causa della quale si crede che nella nostra situazione attuale ci manchi qualcosa di essenziale e che, per questo, la possibilità di crescere spiritualmente ci sia rifiutata. Per esempio: manco di salute, dunque non riesco a pregare come ritengo indispensabile fare. Oppure: la mia famiglia mi impedisce di organizzare le mie attività spirituali come vorrei.

O ancora: non ho le qualità,le forze, le virtù, i doni che ritengo essermi necessari per larealizzazione di qualcosa di bello sul piano della vita cristiana. Non sono soddisfatto della mia vita, della mia persona , del mio stato, e vivo con la costante sensazione che fin qunado le cose andranno in un tale modo mi sarà impossibile vivere veramente ed intensamente. Mi sento svantaggiato rispetto agli altri e porto in me la costante nostalgia di un'altra migliore e più vantaggiosa, dove finalmente poter realizzare delle cose valide.

Ho la netta sensazione, secondo l'espressione di Rimbaud, che « la vera vita sia altrove »; altrove, ma non nella mia situazione. Non accetto la mia storia personale e le e le sue limitazioni, e questo mi paralizza.
Questo modo di percepire la propria situazione è molto frequente anche in cristiani sinceri, ma denota una mancanza di fede

Noi viviamo spesso in questa illusione : vorremmo che quanto ci circonda cambiasse, che si trasformassero le circostanze esteriori, nell'errata convinzione che tutto allora andrebbe meglio: molto spesso è un errore. Non sono le circostanze esteriori, è il nostro cuore che prima d'ogni altra cosa deve cambiare, purificarsi dal ripiegamento su se stesso , dalla tristezza e dalla mancanza di speranza: « Beati i puri di cuore perché vedranno Dio » (Mt 5,8).

Beati coloro il cui cuore è purificato dalla fede e dalla speranza, che posano loro vita uno sguardo animato dalla certezza che, nonostante le circostanze apparentemente sfavorevoli, Dio è presente e dunque nulla può loro mancare. In quell'istante, se avranno questa fede, vedranno Dio: sperimenteranno questa presenza che li accompagna e li guida, vedranno che molte : : se che ritenevano negative nella loro vita sono invece, nella pedagogia divina, dei potenti modi per farli crescere e progredire. San Giovanni della Croce dice che « Molto spesso è da quello che essa crede di perdere che l'anima trae maggior profitto ».

Se qualcosa ci manca, è soprattutto il credere che « tutto è grazia » (Teresa di Gesù Bambino).

Crescere e realizzarsi, in termini di cristianesimo, vuol dire imparare ad amare. Tanti aspetti della mia vita percepiti in un modo negativo potrebbero invece, se avessi più fede, essere delle preziose occasioni per amare di più: per essere più paziente, più umile, più dolce, più misericordioso, più distaccato, per abbandonarmi maggiormente nelle mani di Dio, e così via. Dio mi potrà lasciare talvolta mancare di alcune cose: di danaro, di salute, di virtù; ma non mi lascerà mai mancare se stesso e la grazia che mi permette di vivere ogni situaziolne in modo da progredire nell'amore.

Pace interiore e fecondità apostolica

Questa ricerca della pace interiore potrebbe sembrare ad alcuni molto egoistica:

perché porsi la pace del cuore come obiettivo principale,
mentre nel mondo vi sono tanta sofferenza e tanta miseria?

A tale osservazione dobbiamo anzitutto rispondere che la pace in questione è quella del Vangelo. Essa non ha nulla a che vedere con una sorta d'impassibilità , di morte della sensibilità, di fredda indifferenza chiusa in se stessa. Al contrario,..

la pace di cui parliamo è l'indispensabile corollario dell'amore,
di una vera apertura alle sofferenze del prossimo e di un'autentica compassione.
Poiché solo questa pace del cuore ci libera da noi stessi,
aumenta la nostra sensibilità verso l'altro e ci rende disponibili al prossimo.

In aggiunta diremo che solo l'uomo che gode di questa pace interiore può aiutare in modo efficace un fratello.
Come, infatti, donare la pace ad altri se non la si possiede?
Come potrà esserci pace nelle famiglie, nella società, tra le persone, se prima di tutto non regna la pace nei cuori?

« Conquista la pace interiore una moltitudine troverà la salvezza presso di te », diceva; san Serafino di Sarov, un grande santo russo del settecento. Per acquisire questa pace interiore, egli si è sforzato di vivere nella preghiera incessante. Dopo sedici anni di vita monastica e sedici di vita eremitica, rimase altri sedici anni recluso in una cella.

Egli ha cominciato a irradiare in modo visibile quanto s'era operato nella sua anima, solo dopo quarantotto anni di vita contemplativa. Ma con quali frutti! Migliaia di pellegrini andavano da lui e ripartivano confortati, liberati da dubbi e inquietudini, illuminati sulla loro vocazione, guariti nel corpo e nell'anima.
L'esortazione di san Serafino non fa che testimoniare la sua esperienza personale, identica a quella di tanti altri santi.

L'acquisizione e il mantenimento della pace interiore, impossibili senza la preghiera, dovrebbero essere considerati una priorità, soprattutto per chi ha la pretesa di voler fare del bene al prossimo.In caso contrario, spesso comunicheremmo a chi è nella difficoltà solo le nostre inquietudini.

88-Lo specchio appannato, incrinato, lo si getta via,
perchè non serve.

[Dialogues avec l'ange-Denoel Paris]

Atteggiamento di fronte alla sofferenza dei nostri cari

Rischiamo spesso di perdere la pace, nel caso in cui una rersona a noi vicina venga a trovarsi in una situazione difficile. A volte siamo molto più toccati e preoccupati per la sofferenza di un amico o di un bambino che per la nostra. Questo in sé è molto bello, ma non deve costituire motivo di disperazione. Quali inquietudini, talvolta eccessive, regnano in alcune famiglie quando uno dei componenti è provato nella salute, disoccupato, vive un momento di depressione, ecc .

Quanti genitori si lasciano consumare dalla preoccupazioni per un problema di un loro figliolo.
Tuttavia il Signore ci invita, anche in questo caso, a non perdere la pace interiore...
Il nostro dolore è legittimo, purché mantenuto in una condizione di tranquillità. Il Signore non potrebbe abbandonare « Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da no commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se questa donna si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai » (Is 49,15).

La vera e la falsa compassione.

È pur certo che più avanziamo nella vita cristiana, più la nostra compassione cresce. Mentre noi siamo per natura tanto indifferenti e duri, lo spettacolo della miseria del mondo e la sofferenza dei fratelli strappano lacrime ai santi, ai quali l'intimità con Gesù ha reso il cuore « liquido », secondo l'espressione del Curato d'Ars. San Domenico passava le no nottate a supplicare il Signore, pregando e piangendo: « Mia Misericordia, cosa ne sarà dei peccatori? ».
Potremmo arrogarci il diritto di mettere seriamente in dubbio la validità della vita spirituale di una persona che non manifestasse una vera compassione per il prossimo.
La compassione dei santi è profonda, pronta a sposa: tutte le miserie e ad alleviarle, ma è anche sempre dolce, calma e fiduciosa. Essa è un frutto dello Spirito santo.

Mentre la nostra compassione è spesso intrisa di preoccupazione e turbamento. Abbiamo un modo di coinvolgerci nella sofferenza dell'altro che talvolta non è giusto, perchè motivato più dall'amor proprio che da un vero amore. Riteniamo sia giusto preoccuparsi eccessivamente per qualcuno in difficoltà e che questo sia un segno evidente dell'amore che nutriamo nei suoi confronti. Ciò è falso. Spesso in questo atteggiamento nascondiamo un grande amore per noi stessi: non sopportiamo la sofferenza degli altri perché noi stessi abbiamo paura di soffrire, ci sentiamo minacciati da questa sofferenza dell'altro, mancando per primi di fiducia in Dio.

E' normale essere profondamente toccati dalla sofferenza di qualcuno che ci è caro, ma se a causa di questo ci tormentiamo fino a perdere la pace, significa che il nostro amore per questa persona non è ancora pienamente spirituale e puro, non è ancora fondato in Dio. E un amore troppo umano, un po' egoista e che non ha sufficiente fondamento in un'incrollabile fiducia in Dio.

Per essere veramente una virtù cristiana, la compassione deve procedere dall'amore (che consiste nel desiderare il bene di una persona, nella volontà di aiutarla alla luce di Dio e in accordo con i suoi disegni) e non dal timore (paura della sofferenza, di perdere qualcosa o qualcuno). Di fatto, dobbiamo riconoscere che troppo spesso il nostro atteggiamento onte ai nostri cari, che sono nella sofferenza, è più condizionato dalla paura che fondato sull'amore.

In tutte le persone che soffrono c'è Gesù

L'aiuto migliore per affrontare serenamente il dramma della sofferenza possiamo attingerlo prendendo molto sul serio il mistero dell'incarnazione e quello della croce. Gesù ha rivestito la nostra carne, ha realmente preso su di sé le nostre sofferenze, e in tutte le persone che soffrono c'è Gesù che soffre.

« alla sera della vita saremo giudicati sull'amore » (san Giovanni della Croce) e in particolare sull'amore verso i nostri fratelli bisognosi. E un'esortazione alla compassione; siamo chiamati ad impegnare tutte le nostre forze nel-'alleviare queste sofferenze, ma anche a posare su di esse uno sguardo di speranza. In tutte le sofferenze vi è un germe di vita e di resurrezione poiché vi è Gesù in persona. Se davanti a qualcuno che soffre abbiamo questa convinzione che è Gesù che soffre in lui e completa quanto manca alla sua passione, per dirla con san Paolo, come essere disperati davanti a questa sofferenza? Cristo non è forse risorto? La sua passione non è forse stata redentrice? « Non continuate ad affliggervi come quelli che non hanno speranza » (lTs 4,13), ci dice san Paolo.

I difetti degli altri

Capita spesso che perdiamo la pace a causa del comportamento — che ci affligge e ci preoccupa — di una o più persone, piuttosto che per una sofferenza che ci tocca o minaccia personalmente. È il caso di un bene, dunque, che non è direttamente il nostro, ma al quale tuttavia teniamo: il bene della nostra comunità, della chiesa, la salvezza di una persona particolare, ecc.

Una donna può essere nell'inquietudine perché non vede verificarsi la conversione tanto desiderata di suo marito. Il responsabile di una comunità può perdere la pace perché una delle sue pecore fa il contrario di quanto egli invece si aspetta da essa. Oppure, più semplicemente, nella vita di tutti i giorni ci si può irritare, se una persona a noi vicina non si comporta come vorremmo. Quale nervosismo spesso suscita questo genere di situazione!
La risposta è dunque ancora la stessa: fiducia e abbandono.

Io devo fare quanto è nelle mie possibilità per aiutare gli altri a migliorarsi,
in modo dolce e tranquillo, poi rimettere tutto al Signore che saprà come trarre profitto da tutto.

I nostri desideri

Tutti i santi insistono nel dire che dobbiamo moderare i nostri desideri, anche i migliori, perché se desideriamo qualcosa in maniera umana, come sopra descritto, l'anima si turba ed è inquieta, perde la pace e un simile atteggiamento intralcia le operazioni di Dio in essa e nel prossimo.

Questo è applicabile a tutto, anche alla nostra santificazione personale. Quante volte perdiamo la pace perché troviamo che la nostra santificazione non progredisce velocemente e che abbiamo ancora tanti difetti. Questo non fa che ritardare l'opera della grazia! San Francesco di Sales arriva a dire che nulla ritarda tanto il progredire in una virtù quanto il volerla acquisire con troppa premura!

Sapremo che i nostri desideri sono nella verità — cioè secondo lo Spirito santo — non solo se le cose desiderate sono buone, ma anche se siamo nella pace. Un desiderio che fa perdere la pace, anche se la cosa desiderata è in sé eccellente, non viene da Dio. Bisogna sì, desiderare e volere, ma in modo libero e distaccato, abbandonando completamente a Dio la realizzazione di quanto desideriamo come e quando vorrà. Educare il proprio cuore in tal senso è della massima importanza per il progresso spirituale. E Dio che fa crescere e trasforma, non la nostra agitazione.

Pazienza verso il prossimo .

Laddove siamo impotenti, restiamo tranquilli e lasciamo agire Dio. Quante persone perdono la pace perché pretendono di cambiare a tutti i costi quelli che li circondano! Quante mogli, quanti mariti si agitano e si irritano perché vorrebbero che l'altro coniuge non avesse più tale o tal altro difetto! Il Signore ci domanda invece di sopportare con pazienza i difetti del nostro prossimo.

Riflettiamo: se il Signore non ha ancora trasformato questa persona, se non le ha ancora tolto questa o quella imperi fezione, vuol dire che la sopporta qual è! Egli attende pazientemente il momento opportuno, quindi anch'io devo fare come lui. Devo pregare e pazientare. Perché essere più esigente e più pressante di Dio? A volte ritengo che la mia premura sia motivata dall'amore, invece dovrei dirmi che Dio ama infinitamente più di me, eppure è meno frettoloso.

« Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Guardate l'agricoltore: egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le piogge d'autunno e le piogge di primavera » (Gc 5,7).

L'esercizio della pazienza è tanto importante, perché opera in noi una purificazione assolutamente indispensabile. Crediamo di volere il bene degli altri, o il nostro personale, ma questo volere è spesso frammisto ad una grande ricerca nascosta di noi stessi, di amor proprio, di attaccamento alle convinzioni personali, ristrette e limitate (alle quali tuttavia teniamo molto) e che vorremmo imporre agli altri e talvolta anche a Dio. Dobbiamo a tutti i costi essere liberati da questa ristrettezza di cuore e di giudizio, perché il bene che si realizza non sia quello che noi immaginiamo e concepiamo, ma quello che corrisponde ai disegni di Dio, tanto più vasti e belli.

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