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Il Canone Biblico
Il criterio per valutare la perfezione
e l'armonia ideale della cultura greca era chiamato CANONE .
Termine forse derivato da canna (usata come strumento di misura). In
questo senso la Chiesa usa il verbo "canonizzare" quando
dichiara qualcosa o qualcuno inserito in un elenco autentico e ufficiale (cànone
dei libri biblici, cànone dei santi...).
Il vocabolo greco canon significa letteralmente «asta»,
«bastone», e in particolare «regolo per misurare».
Il greco kanwn (cf. ebr. qaneh)
= canna, regola di misura e,
in senso metaforico, norma. Con
questo significato tecnico, nel mondo ellenico serviva a indicare
la «misura», quindi la «regola e norma» perfetta,
sia in arte, sia in musica, sia in letteratura e anche nella sfera
dell' attività
morale e religiosa. Di qui è passato al cristianesimo. Nel
Nuovo Testamento appare soltanto in due passi delle lettere di
Paolo, in uno col valore di «misura», nell'altro col
valore di «regola, norma».
La patristica lo ha accolto
in questa seconda accezione e, a partire dal IV secolo, facendo
la Chiesa della propria autorità il criterio infallibile
di giudizio dell' ortodossia. Il termine canonici è stato
usato anche per designare decreti conciliari o sinodali, norme
disciplinari o giuridiche, momenti della liturgia, parti della
messa, elenchi di membri del clero, e infine cataloghi di libri
religiosi di cui si autorizzava l'uso. Per contrapposto, gli scritti
esclusi dal catalogo erano definiti apocrifi.
Così, alla luce dello Spirito Santo e nella fedeltà alla
tradizione apostolica, la Chiesa ha fissato l'elenco degli SCRITTI
CANONICI riconosciuti come ispirati da Dio, quindi fondamentali
per la fede e la vita cristiana. Altri scritti, nonostante l'analogo
contenuto, non furono ritenuti ispirati: perciò sono esclusi
dal cànone biblico e son detti APOCRIFI, cioè nascosti,
incerti. La determinazione di questo cànone non è frutto
della intuizione di qualche credente per quanto illuminato, ma della
fede e dell'intelligenza della comunità
ecclesiale,attraverso tappe che chiarirono progressivamente i reali
confini della parola di Dio rivolta all'umanità.
CANONE BIBLICO
È il catalogo (o
lista) ufficiale dei libri ispirati, i quali sono la regola della
fede e della morale.
CANONE
CATTOLICO DELL'ANTICO TESTAMENTO (comprende 46 libri).
Il
processo di "canonizzazione" fu lungo e laborioso: gli ebrei
di Gerusalemme accettavano solo i testi scritti in ebraico; quelli
di Alessandria accettavano anche sette libri scritti in greco. Al
tempo di Gesù si era imposto dappertutto il cànone più lungo,
codificato nella famosa Bibbia greca detta dei Settanta, frequentemente
citata nel Nuovo Testamento. Per questa ragione la Chiesa cristiana
la fece propria accettando anche i sette libri detti "deuterocanònici" (o
del secondo cànone), posti a parte, con qualche riserva, solo
dai protestanti.
CANONE
CATTOLICO DEL NUOVO TESTAMENTO (comprende 27 libri). Il processo
di "canonizzazione" ebbe poche incertezze: per i Vangeli
fu messa in dubbio l'autenticità di qualche brano, come quello
dell'adultera (Gv 8,1-11), o le conclusioni di Marco e di Giovanni,
ritenuti da alcuni un'aggiunta. Le esitazioni maggiori riguardarono
alcune Lettere apostoliche (quella agli Ebrei, quella di Giacomo,
la seconda di Pietro, quella di Giuda, la seconda e la terza di Giovanni)
e l'Apocalisse. Una preziosa testimonianza del processo di determinazione
del cànone è conservata nella Biblioteca Ambrosiana
di Milano: il cosiddetto Cànone Muratoriàno (dal nome
dello studioso Ludovico A.Muratori, che lo scoprì nel 1740)
riporta l'elenco degli scritti del Nuovo Testamento accolti dalla
Chiesa di Roma intorno all'anno 180. Mancano solo la Lettera agli
Ebrei, quella di Giacomo e la seconda di Pietro.
Dal sec V il cànone non ha più subito variazioni (tranne
qualche riserva di alcuni protestanti), ed è lo
stesso che troviamo in tutte le Bibbie. Il senso di catalogo dei libri sacri invalse nell'uso ecclesiastico
dal sec IV (già nel sec III: Prologo Monarchiano ed Origene,
PG 12, 834). Il Concilio di Trento (IV sessione, 8 aprile 1546) ha
sancito, con vera definizione dommatica, il canone già fissato
dalla tradizione, da tre Concili provinciali: d'Ippona (393), di Cartagine
III e IV (397.419), e dal Concilio Fiorentino (1441); il Concilio Vaticano
(1870) rinnova e conferma la definizione tridentina (cf. EB, nn. 16)
Il
canone cattolico abbraccia tutti i libri del Vecchio
(47) e del Nuovo
Testamento .
Di questi, 7 mancano nella bibbia ebraica, o masoretica,
e nelle bibbie dei protestanti:
Tobia,
Giuditta,
Sapienza,
Baruc,
Ecclesiaste,
I Maccabei
II Maccabei,
ai quali bisogna aggiungere i seguenti frammenti:
Ester 10, 4<->16,24;
Daniele 3, 24-90; 13<->14 (nella disposizione
della Volgata; nella versione greca dei Settanta, essi sono distribuiti
diversamente).
Per il Nuovo Testamento, al IV sec . per i seguenti 7 libri
si dubitò della canonicità (se dovevano o
no entrare nel canone o nel numero dei libri ispirati) :
Ebrei,
I e II Pietro,
I e II e III Giovanni,
Giuda.
Questi 14 libri vengono detti deuterocanonici (a
partire da Sisto di Siena, Bibliotheca sacra, I, p. 2 s.), in quanto
a un dato momento, tra i Padri, si discusse la loro origine sacra,
in opposizione ai protocanonici la cui appartenenza
al canone rimase sempre indiscussa. (20.47.57-60.77
s.).
I protestanti chiamano apocrifi i deuterocanonici
del Vecchio Testamento; e pseudoepigrafi i
libri che i cattolici chiamano apocrifi cioè che imitano
i libri sacri nella forma e nel contenuto, ma non furono mai nel canone
.
Tra i Padri, si discusse l'origine sacra dei deuterocanonici.
Motivo fondamentale per siffatti dubbi, presso i Padri, fu la mancanza
di un canone sancito dalla Chiesa; inoltre, per il Vecchio Testamento,
il fatto che i Giudei non ammettevano nella loro bibbia i deuterocanonici;
e per il Nuovo Testamento difficoltà dommatiche, originate dall'inesatta
esegesi di qualche pericope.
In realtà, come per tante altre verità di fede, la Chiesa
non intervenne con la sua autorità infallibile a fissare formalmente
il canone, se non quando i protestanti vollero rigettare come
non sacri, i deuterocanonici del Vecchio Testamento col futile motivo
di attenersi al canone ebraico. La Chiesa ebbe da Nostro Signore
e dagli Apostoli, il Vecchio Testamento; e solo, per la sua autorità,
noi lo riceviamo come ispirato.
La collezione dei libri sacri tra i Giudei, era già un fatto
compiuto al tempo di N. Signore, anche nella distribuzione in tre gruppi,
ancora conservata nella bibbia ebraica, cioè
Tôrâh (=Legge, i cinque libri di Mosè:
Gen. Ex., Lev., Num., Deut.),
Nebhî'îm (=Profeti) e
Kethûbhîm (=Scritti).
I "profeti" comprendono: i libri storici Gs., Gdc , Sam.,
Re. detti
"profeti anteriori", e i "profeti posteriori" da
Is. a Mal., eccettuato Dan., posto tra gli Scritti. Le tre parti della
collezione si erano formate successivamente.
Per la Legge: cf. Deut. 31, 9-13.24 ss., i Leviti
la conservano accanto all'arca; e successivamente vi sono deposti i
libri di Giosuè (Ios. 24, 26) e di Samuele (I Sam. 10, 25).
Al tempo di Giosia (621), il ritrovato libro della Legge è subito
riconosciuto come sacro (II Reg. 23, 1-3; II Par. 34, 29-32); dopo
l'esilio (445 a. canone), Esdra rinnova l'alleanza leggendo la Legge
al popolo che con giuramento si vincola all'osservanza dei precetti
divini (Neh. 8-10).
Per i Salmi e i Proverbi cf. Prov. 25, 1 e II Par. 29, 30: il re Ezechia
(ca. 700 a. canone) ne curò la raccolta.
I profeti più recenti (gli ultimi, secanone V a. canone) citano
verbalmente le profezie dei loro predecessori. Dan. 9, 2 afferma di
aver letto nei
"libri" la profezia di Ier. 29, 10. Verso il 180 a. canone,
l'Ecclesiastico (44-50, 24) tessendo l'elogio degli antenati enumera
i personaggi esattamente secondo l'ordine dei corrispondenti libri
della seconda parte: i profeti: cioè Ios., Iudc , Sam., Reg.,
Is., Ier., Ez., i Dodici (minori).
Mezzo secolo più tardi, infine, nel prologo dell'Eccli. (v.)
si parla dell'intera collezione: Legge, profeti e altri scritti: specificati,
quest'ultimi, dal II Mach. 2, 13, come "gli scritti di David",
cioè
i Ps., il libro più importante del terzo raggruppamento, per
il gruppo intero. E cf. specialmente nei Vangeli: Legge e Profeti (Mt.
5, 17 s.; 7, 12 ec ); Legge, Profeti e Scritti (Lc
24, 44) per indicare tutto il Vecchio Testamento.
Le tre parti al completo (con deuterocanonici) si trovano
nella Bibbia Greca o Alessandrina (la versione greca del Vecchio
Testamento, detta dei Settanta), che divenne la Bibbia della Chiesa
primitiva, dopo essere stata la Bibbia adoperata dagli Apostoli nella
predicazione del Vangelo, e spesso nelle citazioni del Vecchio
Testamento nei loro scritti ispirati (300 su 350 citazioni dal Vecchio
Testamento). Il greco era infatti la lingua parlata in tutto l'impero.
Sulla unità di fede circa i libri sacri, tra Giudei di Alessandria
o della diaspora in genere e la comunità madre di Gerusalemme
non ci possono essere dubbi (v. Diaspora). E non poche prove sono offerte,
attestanti l'uso dei deuterocanonici, come libri sacri, nella stessa
Palestina.
Eccettuati Sap. e II Mach., essi sono stati scritti in ebraico (Eccli.,
I Mach, frammenti di Esth. e Bar.; in ebraico o in aramaico Tob., Iudt.
i frammenti di Dan.) e pertanto proprio in Palestina e per le sinagoghe
palestinesi. Gli stessi rabbini fino al sec X adoperano l'Eccli. come
scrittura sacra; il I Mach, era letto nella festa dell'Encenia o dedicazione
del Tempio (cf. Talmud babilonese, Hanukkah); Bar. si leggeva ad alta
voce nelle sinagoghe al IV sec d. c , come attestano le Costituzioni
apostoliche; di Tob. e Iudt. abbiamo i Midraim. ossia specie
di commenti in aramaico, che testimoniano la lettura sinagogale dei
due libri (cf. L. Meyer, in Biblica, 3 [1922] 193-203); i frammenti
di Daniele si trovano nella versione greco-giudaica di Teodozione (verso
il 180 d. canone) fatta dall'ebraico. Non si può dunque in nessun
modo parlare di un canone palestinese o di un canone alessandrino tra
i Giudei.
In realtà, l'esclusione dei deuterocanonici è opera
tardiva dei Farisei. Dopo la rovina del Tempio (70 d. canone)
e la fine del sacerdozio, essi presero tutto in mano; distrassero la
letteratura giudaica ad essi contraria e per gli stessi libri sacri,
vollero sottoporli ad una specie di rigoroso controllo, come risulta
dalle discussioni sorte in quel tempo tra i rabbini sul valore sacro
di Ez., Prov., Cant., Eccle.
Al riguardo fissarono dei criteri: antichità del libro, composizione
in lingua ebraica, conformità alla Legge. Il IV Esd. 14, 44
ss.; il Talmud Babilonese di quel periodo (fine I secanone d. canone);
Fl. Giuseppe, Contra Ap. 1, 8, riferiscono il canone ebraico privo
dei deuterocanonici, e accennano chiaramente a questi motivi. Ma essi
sono soltanto esterni e non hanno alcun valore. Si volle fissare l'antichità ad
Esdra (secanone V a. canone), e ad esempio l'Ecclesiaste la Cant.;
I-II Cron., Esd., Neh. furono scritti posteriormente nel IV-II secanone
a. canone
La lingua si sa, è un elemento affatto secondario per l'ispirazione;
e d'altronde soltanto Sap. e II Mach, furono scritti in greco. La conformità
alla Legge si riduceva in pratica alla conformità alle idee
farisaiche sulla Legge (cf. Strack-Billerbeck, IV, 425-43). I veri
motivi erano due: l'ostilità dei Farisei alla dinastia asmonea,
considerata usurpatrice dei diritti della dinastia Davidica, e partigiana
dei Sadducei; (ciò
spiega l'esclusione di I-II Mach, e di tutta la letteratura da essi
ritenuta del periodo maccabaico-asmoneo); e l'odio alla Chiesa, per
cui rigettarono la versione Alessandrina, da quella adoperata e fatta
sua.
Si parla talvolta di un canone esdrino; attribuendo ad Esdra la definizione
e la chiusura del canone ebraico adducendo allo scopo le testimonianze
già viste di Flavio Giuseppe, IV Esd. e del Talmud, e II Mach.
2, 13. Ma le tre prime sono fantastiche e rispecchiano gli arbitri
dei Farisei del I secanone d. canone; da II Mach, risulta soltanto
che Esdra, come i fedeli di quella generazione rientrata dall'esilio
(v. Sinagoga, la grande), ebbero cura di raccogliere e trascrivere
i libri sacri; come farà più tardi Giuda Maccabeo dopo
la tormenta scatenata da Antioco Epifane.
Nessun dubbio per i primi tre secoli, nella Chiesa, circa
i libri sacri del Vecchio Testamento, integralmente contenuti nella
Bibbia Alessandrina che divenne la Bibbia dei cristiani.
Nello stesso Nuovo Testamento, che nelle sue citazioni occasionali
del Vecchio non fa cenno di Abd., Nah., Esth., Eccle., Cant., Esd.,
Neh., troviamo riferimenti certi ad alcuni deuterocanonici (Sap. 12-15
= Rom. 1, 19-32; Sap. 6, 4.8 = Rom. 13, 1; 2, 11; Sap. 2, 13.18 = Mt.
27, 43 eccanone; Eccli. 4, 34 = Zacanone 1, 19; Eccli. 51, 23-30 =
Mt. 11, 29 s. eccanone; II Mach. 6, 18-7, 42 = Hebr. 11, 34 s. cf.
L. Vénard, in DBs, II, coll. 23-51).
Fin dai più antichi scritti patristici i deuterocanonici
vengono citati come Scrittura Sacra: Clemente di Roma (ca.
95 d. canone), nella lettera a Corinto, usa Iudt., Sap., i frammenti
di Dan., Tob. ed Eccli.; Erma (140 ca.) spesso adopera l'Eccli. e
il II Mach. (Sim. 5, 3.8; Mand. 1, 1 eccanone); s. Ippolito (235)
commenta Dan., con i frammenti deuterocanonici; cita come Scrittura:
Sap., Bar.; adopera: Tob., I-II Mach. (cf. PG 10, 793.805.661.697.769).
S. Ireneo in Francia; Tertulliano, s. Cipriano in Africa; gli Apologeti
in Oriente; Clemente Alessandrino (X 214) e Origene (X 254) attestano
espressamente nei loro scritti il sentimento unanime della Chiesa
(cf. Ruwet, p. 115 ss.).
Origene esplicitamente pone tra i libri sacri Esth., Iudt., Tob., Sap.
(PG 12, 780); sa bene che i Giudei non ammettono la ispirazione di
alcuni libri, ma nella lettera ad Africanum (PG 11, 57) difende la
canonicità
dei frammenti di Dan. e irride giustamente coloro che vanno a chiedere
ai nemici della Chiesa quali siano i libri sacri (PG 11, 60). Se nel
suo commento al Ps. 1 Origene riferisce il canone ebraico, contratto
a 22 libri, lo fa unicamente per dire che tal numero ha un suo significato.
22 infatti sono le lettere dell'alfabeto ebraico. Ora come le lettere
dell'alfabeto introducono alla scienza, così i libri sacri introducono
alla sapienza divina. È il suo metodo prediletto di trovare
dei significati allegorici anche nei numeri.
La citazione abbreviata
che di questi passi di Origene avevamo in Eusebio (H. E. 6, 25; PG
20, 580) indusse nel passato a considerarla almeno come indice di un
dubbio circa il canone del Vecchio Testamento, in Origene. Ora la pubblicazione
della Filocalia (specie di antologia tratta dalle opere di Origene),
dove il testo è
riportato per intero, ha permesso la precisazione suddetta che, in
piena armonia con tutti gli altri scritti, esclude assolutamente ogni
dubbio in Origene, il quale rimane tra i greci il più chiaro
e completo testimone della tradizione cattolica sul canone del Vecchio
Testamento (Colon, in Revue des Sciences Religieuses, 20 [1940] 1-27;
Ruwet, in Biblica, 23 [1942] 18-21).
L'elenco dei libri sacri del V. T., che il vescovo Melitene di Sardi
manda ad Onesimo (secanone II), dopo essere stato in Palestina, conferma
soltanto il tenore del canone ebraico, e la mancanza di un catalogo
ufficiale nella Chiesa. Questa circostanza, il fatto che i Padri (ad
es. Giustino, Contra Tryphonem: PG 6) nelle dispute con i Giudei si
eran dovuti limitare ai protocanonici ammessi anche da quelli, e infine
il pullulare degli apocrifi, spiegano i dubbi sorti nel IV secanone
nelle Chiese più in contatto con i Giudei.
S. Cirillo di Gerusalemme, s. Atanasio, quando devono dare ai catecumeni
l'elenco dei libri sacri enumerano solo i protocanonici; su di essi
infatti nessun dubbio era possibile. Proibiscono la lettura degli apocrifi
che condannano; mentre considerano dubbi i deuterocanonici; così s.
Atanasio permette ai catecumeni la lettura di Sap., Eccli., Esth.,
Iudt., Tob. (cf. PG 33, 497 s., dove tra i protocanonici s. Cirillo
pone Bar. e la Lettera di Ger.; 33, 496.500 s.; PG 26, 117 s., 1436
s.). Ma tutti e due questi Padri citano i deuterocanonici, come la
Scrittura Sacra, nelle loro opere (cf. ad es., s. Atanasio, per la
Sap. PG 25, 20.24.36; per Tob. "sta scritto" PG 25, 268;
lo stesso per Iudt. PG 26, 221; per Eccli. PG 25, 756 eccanone).
Tali dubbi sono condivisi da s. Epifanie, s. Gregorio Nazianzeno, s.
Anfilochio. In Occidente è da porre a parte s. Girolamo, il
quale influenzato dai rabbini, suoi consultori esosi per l'ebraico,
nel cosiddetto Prologo Goleata, premesso quasi corazza (donde il nome)
al primo volume della sua traduzione dall'ebraico (Sam.-Reg.; ca. 390),
dopo aver dato il canone ebraico, adoperò la celebre espressione «ogni
altro libro al di fuori di questi va annoverato fra gli apocrifi».
Successivamente però si mostrò più riservato;
quando afferma, ad es. (a. 395) che «il libro di Tob. pur non
essendo nel canone è adoperato da molti autori ecclesiastici» (PG
25, 1119); e finì talvolta con l'ammettere il loro carattere
sacro: quando pone Giuditta con Rut ed Ester «donne di tanta
gloria da dare il loro nome a libri sacri» (PG 22, 623); quando
afferma (PG 29, 39) che al Concilio Niceno Iudt. fu adoperato come
libro sacro eccanone L'opinione personale espressa nel Prologo Goleata
si trova pertanto diverse volte contraddetta; ad essa infatti, eco
della influenza rabbinica, si opponeva il senso cattolico della tradizione
ecclesiastica, così vivo dappertutto nella grandiosa opera del
solitario di Betlemme.
E la traduzione primitiva continua negli scritti di tutti gli altri
Padri in Oriente e in Occidente. Basti ricordare s. Agostino accanto
a s. Girolamo, e con s. Agostino i tre concili africani, ricordati
sopra, che formularono il canone b. consacrato dalla tradizione che,
ben può
dirsi, assorbì e sommerse i dubbi sorti nel IV secanone E subito
si ritornò all'unanimità dei primi secoli. Se qualcuno,
al tempo del Concilio di Trento, riesumò i dubbi sui deuterocanonici,
fu solo per influsso della grande autorità di s. Girolamo, cui
esplicitamente, ma indebitamente, si riferiva. Attualmente soltanto
i protestanti rigettano i deuterocanonici del Vecchio Testamento; e
la Chiesa Russa a partire dal secanone XVIII.
Nessuna divergenza invece per il canone dei libri sacri del
Nuovo Testamento. I dubbi che per i 7 deuterocanonici sorsero
nei secoli III-IV furono parziali e ristretti anche geograficamente.
Dei due più importanti di essi, della Hebr. si dubitò in
Occidente, mentre era unanimemente riconosciuta come canonica in
Oriente; proprio l'opposto avvenne della Apocanone, sempre ritenuta
come libro sacro in Occidente.
Così il Canone Muratoriano (EB, 1-7; ca. 200 a Roma) riporta
tutti i libri sacri del N. T. eccettuati Hebr., Iacanone, II Pt., IlI
Io.; il Canone Momseniano (ca. 260, Africa) omette Hebr., Iacanone,
Iud. Mentre s. Cirillo di Gerusalemme, s. Anfilochio (fine secanone
IV, Asia Minore), Canones Apostolici (Antiochia), omettono soltanto
la Apocanone La versione siriaca, Peitta (inizio secanone v),
ritiene nel canone Hebr. e Iacanone; Teodoro di Mopsuestia (Antiochia)
omette tutti i deuterocanonici, salvo Hebr.
Sono ben noti i motivi che originarono tali dubbi. Montanisti e Novaziani
in occidente citavano Hebr. 6, 4 ss. a sostegno della loro eresia della
irremissibilità di alcuni peccati; qui particolarmente del peccato
di idolatria. Invece di confutare tale errore dommatico con una retta
esegesi, si tentò di negare il carattere divino della lettera.
In Oriente invece i millenaristi abusarono del canone 20 dell'Apoc;
il vescovo Dionigi di Alessandria nel confutarli cercò sminuire
l'autorità
dell'Apocanone negandola a s. Giovanni l'Apostolo; sulla sua scia alcuni
finirono per denegarne il carattere sacro.
Per Iacanone influì l'apparente opposizione (2, 14-26) con l'insegnamento
di s. Paolo (Rom. 3, 27 s.; 4). Per Iud. la citazione (v. 14) di un
libro apocrifo (Enoch). Per II Pt., II-III Io., la mancanza di dottrine
caratteristiche e la loro brevità, per cui venivano poco citate.
Anche questi dubbi furono assorbiti e sommersi dal peso decisivo della
tradizione: unanime nei primi due secoli; e sempre possente nei secoli
successivi (ad Alessandria, s. Clemente, Origene, s. Atanasio; in Africa,
Tertulliano e Cipriano; s. Girolamo, s. Agostino eccanone); per ritornare
unanime a partire dal VI secanone
La collezione dei libri sacri del Nuovo Testamento sorse nella seconda
metà del I secanone d. canone; a poco a poco. Già s.
Pietro (verso il 66) equiparava le lettere di s. Paolo alle "altre
scritture" (II Pt. 3, 15 s.). E ben presto nella liturgia, alla
lettura dei libri sacri del Vecchio Testamento, fu abbinata la lettura
dei Vangeli e degli altri libri sacri del Nuovo, come attesta già s.
Giustino.
Allo stesso modo li abbinarono i Padri, fin dagli inizi del II secanone,
nei loro scritti, usando le stesse formule: la scrittura dice; sta
scritto.
La Chiesa cattolica poggiata sulla tradizione
apostolica, e sotto la guida dello Spirito Santo, ha conservato integra
la collezione dei libri sacri del Vecchio e del Nuovo Testamento,
salvaguardando il loro carattere sacro
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