DIZIONARIETTO |
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ISPIRAZIONE DELLA BIBBIA II
termine esprime la qualità unica dei
libri elencati nel canone del Vecchio e del Nuovo Testamento:
cioè
la loro origine divina;
l'astratto deriva dall'aggettivo verbale "ispirato da Dio" adoperato
da s. Paolo (II Tim. 3, 16) appunto per i libri del Vecchio Testamento.
Non c'è verità dogmatica più di questa universalmente
e concordemente attestata dalle fonti bibliche, dalla tradizione giudaica
(per il V. T.) e cristiana «Quanto a te, rimani fedele (contro le pericolose novità nell'insegnamento della dottrina) alle cose che hai appreso e di cui hai riconosciuto la certezza. Tu sai da chi le hai imparate, e fin da fanciullo tu conosci le Sacre Scritture; esse possono darti la saggezza che mediante la fede nel Cristo Gesù conduce alla salvezza. Ogni Scrittura (nell'insieme e in ogni parte = le Sacre Scritture del v. precedente) è qeupneustoV ispirata da Dio e (pertanto) utile per insegnare, ammonire, correggere, educare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia perfettamente armato per ogni opera buona». La Tradizione cattolica così esprime l'ispirazione: -Dio ha guidato in modo particolare i redattori della Bibbia e con la sua ISPIRAZIONE li ha mossi a scrivere tutto e solo ciò che lui stesso voleva, perché nulla andasse perduto, dimenticato o falsato, di ciò che serve all'umana salvezza, e nulla fosse aggiunto di non essenziale a quel progetto.La sua presenza divina è così ricordata nelle vicende storiche, nelle riflessioni teologiche e sapienziali, in visioni misteriose e nelle profezie, nelle leggi e norme morali, e finalmente nel Vangelo di Gesù. S. Pietro ammonisce i fedeli che la sua predicazione si fonda su basi solidissime, indiscusse: la sua stessa autorità di teste oculare della divina maestà del Cristo, nella Trasfigurazione (1, 12-18) e l'autorità ancora maggiore (di quella soggettiva), delle profezie messianiche, alle quali si deve aderire come a luce che risplende tra il ternebrore di questa terra fino a che non risplenda per ciascuno il giorno del suo incontro con Gesù. Prima di tutto, tengano però presente che «nessuna profezia della scrittura va lasciata all'interpretazione di ciascuno perché nessuna profezia fu mai proferita per volontà d'uomo, ma gli uomini, portati (mossi, completamente in balia, sotto l'influsso, jeromenoi; lo stesso verbo è usato in Act., 27, 15 per la nave che non potendo resistere al vento lascia che esso la spinga come e dove vuole) dallo Spirito Santo, han parlato da parte di Dio». Questi due testi si completano a vicenda; il 1° afferma formalmente l'ispirazione per tutti i libri del V.T., il 2°, meno esplicito per l'estensione a tutti i libri, ha un chiaro riferimento alla natura stessa dell'ispirazione. Essi, con gli altri, sono un argomento storico del pensiero degli Apostoli e di Gesù sull'ispirazione Per i libri del Nuovo Testamento non abbiamo argomento biblico di eguale portata. In I Tim. 5, 18 s. Paolo cita come S. Scrittura Deut. 25, 4 insieme a una frase che riscontriamo in Lc. 10, 7; ma non si può asserire con certezza tale riferimento al Vangelo scritto. Chiaramente invece II Pt. 3, 16 pone le lettere di s. Paolo sul piano delle "altre Scritture". È inutile trascrivere testimonianze dai Padri; fin dagli scritti della stessa epoca apostolica, essi unanimemente affermano l'ispirazione di tutta la S. Scrittura; non solo, ma dicono trattarsi di verità di fede, predicata in modo chiarissimo nella Chiesa (cf. Origene, De Principiis I, 4, 8). In ordine alla natura dell'ispirazione, possiamo così classificare il loro insegnamento. 1°) I primi apologeti in particolare, per descrivere l'azione di Dio su l'agiografo, riprendono le espressioni ed immagini bibliche (II Tim.; II Pt.; Am. 3, 8; Ier. 20, 9: v. Profetismo), con la terminologia che Platone (Tim. 71 E - 72 B; Menon 99 CD; Ion. 533 Dss.), Virgilio (En. VI, 45-51.77-80), Lucano (Farsalia V, 161 ss.) ecc., adoperano per il fenomeno estatico: il profeta è strumento, organo di Dio (Atenagora, Leg. 7, 9, s. Teofilo, Ad Autol. 1, 14; 3, 23; Cohort. 8; PG 6, 904 ss.; 1045.1156; 256). Precisando però energicamente, contro i Montanisti, i quali con i citati autori pagani ammettevano l'incoscienza dell'ispirato, che l'autore umano rimane assolutamente conscio e libero sotto l'azione di Dio (cf. Miltiades in Eusebio, Hist. Eccl. V. 17). 2°) Dio "detta", "dice" i libri sacri; s. Ireneo: «le Sacre Scritture sono perfette perché dettate dal Verbo di Dio e dallo Spirito Santo» (Adv. haer. II, 28.2; cf. IV, 10.1; s. Girolamo, Ep. 120, 10; s. Agostino, in Ps. 62, 1, ecc. PL 22, 997; 36, 748). 3°) Dio è "autore" (auctor nel latino = scriptor) o scrittore della S. Scrittura (Clemente Alessandrino, Strom. 1, 5: PG 8, 717; s. Ambrogio, s. Agostino, s. Gregorio M.: PL. 16, 1210; 42, 157; 75, 517), che viene detta «lettera mandataci da Dio dalla patria lontana» (s. Crisostomo, PG 53, 28; s. Agostino, PL 37, 1159. 1952; s. Gregorio M., PL 77, 706). Cosi s. Gregorio : «Ma è del tutto inutile domandar chi le abbia scritte (queste lettere di Dio all'umanità, che sono le sacre Scritture; chi, cioè di quale strumento Dio si sia servito) quando tuttavia fedelmente si crede che l'autore del libro è lo Spirito Santo. Quegli dunque scrisse che dettò quanto era da scrivere. Quegli scrisse che in quel lavoro fu l'ispiratore e mediante la voce (l'espressione) di colui che scriveva trasmise a noi le di lui vicende perché le imitassimo» (In Iob, praef.). I documenti della Chiesa si susseguono dal sec. V in poi (EB,
n. 28. 30 ecc.). II Concilio di Trento (EB, n. 59-60), contro i Protestanti che all'inizio ritenevano l'ispirazione biblica, estendendola anzi indebitamente financo agli apici e agli accenti che sono posteriori agli originali, ma rigettavano come non sacri alcuni libri, definì il Canone (v.), e confermò l'ispirazione divina di tutti i libri che lo compongono. La definizione dommatica di questa verità fu data in modo solenne
dal concilio Vaticano (24 apr. 1870; EB, n. 79), contro i razionalisti
(da Ioh. Sal. Semler, 1725-91, G. Paulus, D. Strauss in poi) e i semirazionalisti
(Schleiermacher, Rothe ecc.), che consideravano e trattavano ormai
i libri sacri alla stregua di ogni altro libro. Definizione ripetuta
da Leone XIII nella Providentissimus; da Pio X (decr. Lamentabili,
in EB, n. 200 s.) nella condanna dei modernisti che dell'ispirazione
ritenevano soltanto il nome (Loisy: «Dio è autore della
S. Scrittura, come è architetto della basilica di s. Pietro»);
da Pio XII nella Divino afflante Spiritu in AAS, [1943] 297-326). S. Tommaso, specialmente nella IIa-IIae, qq. 171-174, ha ordinato sistematicamente gli elementi biblici e patristici, illustrando luminosamente l'azione di Dio su l'uomo, suo strumento, e l'effetto che ne risulta. Egli tratta direttamente dell'ispirazione profetica, o influsso divino sul profeta perché parli in suo nome (v. Profetismo), e non dell'ispirazione in ordine alla composizione dei libri sacrispirazione Ma l'identità tra le due ispirazione è sostanziale; sicché la trattazione di s. Tommaso viene ripresa integralmenle per l'ispirazione biblica. L'Aquinate enunziò principi fondamentali così sodi, sicuri e decisivi che, per lunghi secoli, quasi più nulla fu aggiunto d'importante alla sua esposizione. Leone XIII nell'Encicl. Providentissimus (EB, nn. 81-134), basilare e determinante specialmente al riguardo, riprende integra la dottrina di s. Tommaso, applicandola dettagliatamente alla ispirazione biblica in ordine alla composizione dei libri sacri; ricondusse così all'unità e alla chiarezza tomistica, quanti, tra i cattolici, se n'erano allontanati per seguire nuove vie. Tale dottrina è ripresa, confermata e su qualche punto chiarita dall'enc. Spiritus Paraclitus di Benedetto XV (EB, nn. 44-495), dalla Divino Afflante Spiritu, e dalla Humani Generis (AAS, [1950] 563.568 ss. 575 ss.). L'ispirazione, come azione divina in se stessa considerata, è un dono, un "carisma" elargito da Dio non per la santificazione personale dell'ispirato (grazia santificante), ma per il bene della Chiesa. È un carisma dell'ordine intellettuale: essenzialmente è un lume soprannaturale, infuso da Dio, sotto il quale l'uomo emette i suoi giudizispirazione Non è pertanto stabile nell'uomo, ma solo è infuso in ordine al libro da scrivere, e in periodi a ciò destinatispirazione Non è necessariamente connesso con la santità dell'individuo; Dio sceglie chi vuole. Né l'ispirato è cosciente di tal dono. A quest'azione divina, l'uomo reagisce vitalmente. Se Am. 3, 8 («il leone ruggisce, chi non trema; Dio parla, chi non profetizza?») e II Pt. 1, 21 potrebbero far pensare ad una mancanza di libertà, Is. 6, 5-8. 11; Ier. 20, 9 con 1, 6; Ez. 1, 3; 3, 22 con 3, 17-21; specialmente Lc. 1, 1-5; II Mach. 2, 24-33, attestano chiaramente la piena coscienza, la vitale corrispondenza e pieno funzionamento della mente e della volontà dell'ispirato (A. Bea, in Studia Anselmiana, 27-28 Roma 1951, pp. 47-65). Si pensi alla diversità di stile, alle manchevolezze di forma ecc. Il grande merito di s. Tommaso è, principalmente, nel metodo.
Non procede astrattamente, costruendo sui termini intesi genericamente.
Ma poggia solidamente sui dati biblici e patristicispirazione Dio è autore
(scrittore), l'uomo è autore; Dio ha adoperato dell'uomo come
strumento; gli ha dettato (dictare = ispirare), ispirato tutto il libro.
Tutto il libro è di Dio, tutto il libro è dell'uomo;
principalmente di Dio, come ogni effetto che procede insieme dalla
causa prima e da una causa seconda strumentale. Basti considerare l'energia con cui i Padri rigettarono i Montanisti
che esageravano la parte di Dio, riducendo l'ispirato ad un incosciente;
eguale errore commisero i primi Protestanti, parlando di dettatura
nel senso più rigoroso e riducendo l'ispirato ad una macchina. G. Iahn ritenne che bastasse per l'ispirazione la semplice assistenza dello Spirito Santo, concessa ad es. al Sommo Pontefice quando definisce solennemente una verità di fede, per preservarlo da ogni errore. Ma è chiaro che tale assistenza negativa rende il libro infallibile, ma nient'affatto divino, come esigono i dati biblici e tradizionalispirazione Nessuno ha mai chiamato divine le definizioni solenni e infallibili del Sommo Pontefice; nessuno può mai avvicinarle alla parola di Dio, alla S. Scrittura. Il Franzelin, seguito da molti, fino all'Enciclica Providentissimus, per assicurare la libertà dell'agiografo, credette di dividere i compiti assegnando le idee a Dio, e il loro rivestimento con le parole, con la forma letteraria, all'agiografo. Era una vivisezione illogica, contraria alla psicologia: in noi non esistono idee pure, in tutto separate dalle parole. Ma principalmente era una incomprensione della Tradizione: autore = scrittore. Si ricordi quanto ho trascritto da s. Gregorio: Quegli scrisse che dettò (ispirò). Il Franzelin volle procedere in una maniera astratta: Dio è autore. Vediamo un po' se può dirsi tale, anche se ha soltanto dato le idee, immettendole nella mente dell'uomo, come dei quadri incompleti si immettono in una pinacoteca, perché vi siano rifiniti e conservatispirazione I Padri invece insistono (sulla scia degli Apostoli) a considerare anche le parole, come divine o comunque connesse con Dio; ad argomentare pertanto da esse (Hebr. 8, 13; 12, 26 ecc.). E quanto alle stesse idee, esse sono di Dio e dell'uomo insieme. Praticamente non c'è un solo istante in cui l'uomo agisce da solo, come nulla è realizzato da parte di Dio se non per mezzo dell'uomo. Quanti poi tra i recenti vollero restringere l'ispirazione alle sole verità dogmatiche (F. Lenormant, S. Di Bartolo) per ammettere nelle altre parti l'errore, oltre a quanto ora osservato andavano direttamente contro il principio universalmente attestato dai Padri e dal Magistero infallibile che tutta la S. Scrittura è ispirata e nessun errore può in essa trovarsispirazione Per questi ultimi autori specialmente, ma anche per molti dei precedenti,
causa di errore fu la mancata distinzione tra ispirazione e rivelazione.
Tutto nella Bibbia è ispirato, ma non tutto è rivelato
(Synave-Benoit, pp. 277-82.300-309.335-38). La rivelazione importa
la comunicazione da parte di Dio dell'oggetto, della materia stessa
da esporre. Invece, ordinariamente l'agiografo scrive quanto conosce
con le sue forze, ha appreso con diligenza (Lc. 1, 1-5; II Mach.
2, 24-30). L'essenziale, come diceva s. Tommaso, è il lume
divino per giudicare la materia comunque percepita, sia per rivelazione,
sia per via naturale, con lo studio e la ricerca. Così gli
evangelisti ci narrano quanto essi stessi (Mt., Io.) hanno visto
e sentito o quanto hanno appreso (Mc., Lc.) a viva voce dagli Apostoli. La causa agente può essere duplice: principale e strumentale. La prima opera per sola virtù propria; la seconda solo in forza di una mozione previa che riceve dalla precedente. Per tale mozione, lo strumento viene elevato ad una capacità superiore alla sua natura e adeguata alla virtù dell'agente principale, ed applicato all'azione. Il pennello ha una sua virtù propria, quella di stendere i colori; per dipingere un quadro è necessario che l'artista lo applichi e gli comunichi la sua capacità (stendere i colori secondo determinati disegni e regole). In tal modo lo strumento oltre alla propria capacità ne viene ad acquisire, quando è in mano dell'artista, una più alta, superiore alla sua natura. Non c'è attimo in cui il pittore da solo e, ancor di più, il pennello da solo, operino per l'effetto; il quale pertanto è tutto dell'uno e dell'altro, sebbene in modo diverso, che allo strumento appartiene solo per virtù comunicatagli dall'agente principale. Si badi ancora: lo strumento in mano all'artista, non muta natura: se è difettoso rimane tale; e attua la virtù ricevuta dall'agente principale, esplicando intera la propria capacità. Nessuna meraviglia quindi se nell'effetto si riscontrano le tracce dei due che hanno insieme concorso a produrlo; e quindi gli eventuali difetti dello strumento. Per scrivere un libro: A) L'intelletto: B) II giudizio C) La volontà
L'azione di Dio sull'intelletto è dunque duplice: potenzia ed eleva il lume naturale, quindi applica ed eleva l'intelletto in modo che esprima l'idea, formuli giudizi ecc. L'idea e i giudizi sono pertanto divini e umanispirazione Ecco perché non possono contenere errori, sono infallibilispirazione L'effetto ha questa caratteristica, unicamente per la virtù divina comunicata all'uomo. Allo stesso modo Dio agisce per il giudizio cosiddetto "pratico". Alcuni cattolici avevano pensato di fare incominciare qui l'azione divina. In realtà, l'intelletto emettendo tale giudizio ritorna sulle idee già formulate, le approva; basterebbe l'influsso di Dio su tale revisione per essere sicuri della loro verità e certezza. Ma in tal caso, le idee rimarrebbero quanto alla loro concezione, umane e soltanto umane. Invece si tratta di idee divine. Leone XIII dice nettamente che l'azione di Dio si esercita su l'agiografo «perché concepisca perfettamente», quanto Dio vuole. La scelta dei vocaboli e della forma esterna è psicologicamente inseparabile dalla concezione delle idee e dalla formulazione dei giudizi; ad essa si estende egualmente l'influsso divino in modo che le verità intese da Dio, siano espresse «in modo adatto». È la cosiddetta «ispirazione verbale». Il Franzelin e molti altri, vollero negarla, partendo da un concetto astratto di "autore", quasi non si trattasse di "scrittore". In realtà, non si può sottrarre all'influsso divino questa parte così importante e, di fatto, inscindibile dalla precedente; anzi sarebbe una violenza contro il principio ontologico di causa strumentale. D'altronde tutti gli autori, dopo l'Encicl. Providentissimus, sono ritornati alla dottrina tomista. È necessario, inoltre, perché Dio sia vero autore del libro, che egli intervenga egualmente sulla volontà dell'agiografo, in modo che questi ponga tutti gli atti necessari per l'esteriorizzazione del lavoro dell'intelletto. E Dio muove (applica) ed eleva la volontà, sì che l'effetto si produca infallibilmente. Si tratta di mozione previa (come abbiam detto circa i rapporti tra agente principale e strumento), fisica (non soltanto morale, ad es. le circostanze esterne che possono indurre uno a scrivere: le preghiere dei Romani a s. Marco perché scrivesse l'evangelo), interna, immediata; altrimenti l'uomo non sarebbe causa strumentale. Questo influsso lascia integra la libertà; come avviene per la grazia divina; si tratta dell'azione sublime della Causa prima. Gli stessi autori sacri sentono di decidersi e di scrivere liberamente (Lu 1,1 Poiché molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, 2 come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, 3 così ho deciso anch'io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teòfilo, 4 perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.; cf. Rom. 15, 15 ss. II Cor. 7, 8 s. ecc.). Iddio che ha dato l'essere alle creature e le conserva, muove anche ciascuna di esse secondo la condizione della propria natura, le libere pertanto conservando e rispettando la loro libertà (s. Tommaso, I, q. 83, a. 1, e ad 3; De Malo, q. 3, a. 2). Iddio «assiste gli scrittori sacri in modo tale che possano debitamente esprimere, con infallibile verità, tutto ciò e soltanto ciò che Egli volle». Con tale frase, Leone XII parla dell'influsso positivo di Dio anche sulle facoltà esecutive. Influsso che non è necessario sia immediato, cioè che si porti su ciascuna di esse direttamente; basta infatti che esso si eserciti tramite la volontà, dalla quale tutte quelle dipendono e sono mosse. «Iddio presta allo scrittore una particolare e continua assistenza, finché egli non abbia terminato il libro» (Benedetto XV, Encicl. Spiritus Paraclitus, in EB, n. 448). Nulla pertanto dell'agiografo è sottratto
a quest'azione divina; non c'è momento in cui egli lavori
da solo. Tutto il libro pertanto è egualmente ed integralmente
ispirato, cioè divino e umano. L'uomo non ha coscienza dell'azione
di Dio; ha faticato per raccogliere il materiale e fatica per comporre
il libro. Ecco perché già i Padri facevano rilevare le differenze di concezione, di stile; la sublime poesia del colto Isaia, la rudezza di Amos; i concetti propri a s. Giovanni nel IV Vangelo, e a s. Paolo (Rom. ecc.) a proposito della Redenzione; le differenze degli stessi Sinotticispirazione Tutto il libro è di Dio e dell'agiografo. Solo esplicando la propria virtù, l'uomo ha attuato quella contemporaneamente comunicategli da Dio; e così noi sapremo cosa Iddio ha voluto dirci, stabilendo cosa l'agiografo ha inteso esprimere . Tutta la Bibbia è ispirata, ha autore Dio, ed è pertanto "parola di Dio". Ma non allo stesso modo: l'ispirazione
non fa di ciascun elemento del libro la rivelazione di un pensiero
divino.
Quando si dice che l'accessorio è ispirato come l'essenziale,
non si afferma che lo sia allo stesso grado e per se stesso. L'accessorio è
ispirato in funzione dell'essenziale e nella misura in cui lo serve. Il primo verso della Bibbia è un giudizio formale, una verità dommatica fondamentale : «All'inizio Dio creò l'universo». Questo è essenziale; nei vv. seguenti è descritto in maniera popolare e artistica il modo di questa creazione; modo rispondente alle imperfette conoscenze del tempo. È l'accessorio. È ispirato, senz'altro. Ma non per sé; ché la Bibbia non vuol essere, non è un trattato scientifico di geologia, astronomia, ecc. È anch'esso "parola di Dio", in quanto si trova nella S. Scrittura, e veramente Mosè così pensava e così scrisse; ma non è "formale asserzione di Dio", rivelata da Dio. Quando l'autore sacro scrive che il cane di Tobia moveva la coda, lo fa col conscio talento di un narratore che vuole interessare col pittoresco. Ma (è chiaro) non afferma questo dettaglio, in se stesso; l'utilizza soltanto in funzione di tutto il libro, e secondo il ruolo, abbastanza modesto, di semplice ornamento. Allo stesso modo, dunque, ciascun elemento del libro sacro dev'essere giudicato secondo la sua effettiva contribuzione allo scopo e all'insieme del libro; ma non lo si può staccare dal contesto e dargli un valore assoluto, tradendo le intenzioni dell'autore. Facendo lavorare lo spirito umano senza violare il suo modo proprio di agire, l'influsso ispiratore penetra tutto ciò che è frutto di questo lavoro, ma ne garantisce ciascun elemento nella misura intesa, voluta dall'autore. Quando questi vuole insegnare come assolutamente vera una proposizione (Gen. 1, 1), questa è assolutamente e infallibilmente vera; quando invece egli presenta, adoperando le conoscenze, il linguaggio del tempo, una descrizione artistica sul modo della creazione, con lo scopo di raccomandare l'osservanza del sabato, senza entrare in merito (che non era sua intenzione) al valore assoluto, Dio ha voluto sì parlarci in tal modo (i vv. sono egualmente ispirati) e pertanto siamo soltanto sicuri che l'autore così pensò e scrisse. Un elemento che vi sta soltanto come ornamento letterario, è ispirato ma semplicemente come tale. Così quando l'agiografo esprime dubbi, timori, sentimenti talora imperfetti (Ier. 15, 10; Gal. 3, 1): Dio vuole siffatte espressioni, e l'ispirazione ci assicura che effettivamente l'agiografo dubitò ecc.; i sentimenti espressi rimangono esclusivamente umanispirazione Infatti non si tratta qui direttamente e immediatamente di "giudizi", cioè di atti dell'intelletto, ma di atti della volontà. In quanto vengono
espressi nel libro ispirato (solo in questo punto ha inizio l'ispirazione),
implicitamente viene asserito che l'agiografo ebbe questi attispirazione
E pertanto questo giudizio deve essere infallibilmente vero. Gli stessi
atti, in se stessi, però, siccome non appartengono all'intelletto,
rimangono quali erano, semplici atti dell'agiografo. L'aver confuso ispirazione e rivelazione, e l'aver preteso quindi che ogni elemento della Bibbia purché ispirato fosse "parola di Dio" in senso univoco, cioè "rivelazione di Dio", fu l'unica causa dello sbandamento di alcuni cattolici dinanzi alle difficoltà formulate contro l'ispirazione della Bibbia, dalle scienze fisiche e dai dati archeologici. Ora, che l'errore sia incompatibile con l'ispirazione è una semplice deduzione dai principi esposti: incompatibilità insegnata senza attenuazioni o dubbi da tutte le fonti e dal Magistero ecclesiastico. Non c'è al riguardo una definizione formale, ma si tratta egualmente di verità di fede: la Scrittura ispirata non può contenere errore. Naturalmente si tratta dei testi, termini diretti dell'azione di Dio e del lavoro dell'agiografo ; le versioni partecipano dell'ispirazione e dell'inerranza solo e in quanto rendono fedelmente il senso e la forma di quell'ispirazione Si tratta di quanto l'agiografo ha voluto esprimere e nel modo con cui lo ha formulato. Tale senso letterale va dedotto secondo i principi dell'Ermeneutica e tenendo conto del genere letterario prescelto dall'agiografo. La verità è la rispondenza adeguata della nostra mente con l'oggetto. Questa rispondenza si ha nel giudizio; cioè nell'atto formale con cui l'intelletto afferma la sua proporzione con l'oggetto della conoscenza. Ora, tale giudizio formale e la verità che esso esprime, può esser limitato da tre moventi principali: da parte dell'oggetto, quando l'intelletto non lo conosce in se stesso, ma sotto uno solo dei suoi molteplici aspetti (oggetto formale della conoscenza); da parte dello stesso soggetto, quando questi non s'impegna, e il suo giudizio è riservato e dalle sfumature varie: come probabile, come possibile, come congettura ecc.; da parte della stessa enunciazione, quando non vuole l'assenso del lettore, esponendo ad es. un'opinione personale, o adottando un genere letterario fìttizio, nel quale i particolari stan lì non come storici, ma come espressioni letterarie della verità insegnata. Con la prima limitazione (stabilire l'oggetto formale) si risolvono facilmente le difficoltà desunte dalle scienze fisiche: geologia, astronomia, zoologia. La S. Scrittura non è un trattato scientifico: «lo Spirito Santo il quale parlava per mezzo degli agiografi non volle insegnare agli uomini cose che non hanno alcuna utilità per la salute eterna» (s. Agostino, Gen. ad litt. 2, 9.20; PL 34, 270; cf. 42, 525). L'agiografo descrive «ciò che appare ai sensi» (s. Tommaso, I, q. 68, a. 3); segue le concezioni del tempo, il linguaggio comune. Non è suo compito dare un giudizio al riguardo; né lo avrebbe potuto fare (ad es. affermare che è la terra a girare intorno al sole, ecc.) senza una rivelazione, che non solo era inutile alla storia della salvezza, ma addirittura dannosa, che nessuno l'avrebbe creduto, dato che i sensi vedevano il sole, la luna ecc. muoversi e girare intorno alla terra. Così nessuno taccia di errore chi parla del tramonto e del sorger del sole, quando ciò non avvenga in un manuale di astronomia, ma in un romanzo dove è adoperato il linguaggio comune, e dove sarebbe invece erroneo andare a cercare un giudizio formale sulla natura intima dei suddetti fenomenispirazione «Lo Spirito Santo non volle insegnare agli uomini l'intima costituzione della natura visibile..., e perciò nel descrivere i fenomeni della natura o usa un linguaggio figurato oppure ricorre al linguaggio corrente il quale si conformava alle apparenze sensibili» (Providentissimus, in EB, n. 121). Questa stessa limitazione (oggetto formale) va tenuta presente quando si tratta della storia. Altro infatti è il punto di vista della storia scientifica, che ricerca per se stessa l'acribia nel dettaglio dei minimi fatti; altro quello della storia religiosa o apologetica che intende trarre le grandi lezioni dalla polvere degli avvenimenti e svolge questi, soltanto a tale scopo. Di qui però non segue che l'agiografo sacrifichi i fatti alla sua tesi; anzi egli sa bene che "fanno orrore a Dio le labbra bugiarde" (Prov. 12, 22), e perciò non ricorre a "pie" frodispirazione Ne segue solo che la sua narrazione non sarà completa, nel senso che di tutto il materiale che ha davanti sceglie solo quello che ritiene adatto al suo scopo, omettendo il resto. Sarebbe certo un anacronismo pretendere che la storia biblica rivesta i caratteri scientifici della storiografia come la concepiamo oggi, però lo storico israelita non mancava del senso critico naturale sufficiente per distinguere il vero dal falso nell'uso delle fontispirazione Queste poi, come tutti ammettono, erano tramandate con grande fedeltà da una straordinaria tenacia di memoria. Certo non si può affermare per la storia quanto si è detto per le scienze fisiche. La storia esige che il fatto narrato sia effettivamente avvenuto. Ma bisogna tener presente le altre due limitazioni su accennate. L'autore sacro non sempre afferma in maniera categorica; ora Dio fa sua e approva l'affermazione dell'agiografo, così com'è, nelle varie sfumature. Non può certo permettere che presenti
come certo ciò che è dubbio o viceversa; allora avremmo
l'errore. Ma l'autorizza o piuttosto lo spinge a limitare la sua inchiesta
personale, al grado di certezza richiesto dall'importanza del soggetto
nell'economia o nel quadro generale del libro. L'autore sacro pertanto
può citare, prendere una narrazione, lasciandone interamente
alla fonte la responsabilità; senza approvare o disapprovare
e senza espressamente annotare che si tratta di una citazione (v. Citazioni
implicite). Non è tuttavia esatta la generalizzazione, fatta
da alcuni, dei pochi esempi e tardivi addotti da ispirazione Guidi,
L'historiographie chez les Sémites, in RB, N. S. 3 (1906) 509-19. E infine, l'autore può ricorrere a una finzione per proporre
un evento storico pregno di ammaestramento religioso o morale (v. Giuditta),
o una verità religiosa (v. Giona; la Cantica), e morale (v.
Giobbe, Parabola). In tal caso, la difficoltà storica sorge
soltanto dal misconoscimento dell'intenzione dell'agiografo; si vogliono
considerare come storici, particolari scelti e proposti non come tali,
ma come semplici figure letterarie. Ben può dirsi ormai che la soluzione di questi punti, oggetto della tanto celebre Questione biblica, dibattuta agli inizi di questo secolo, tra i cosiddetti fautori della "scuola larga" (v. Hummelauer, specialmente M.-J. Lagrange, Prat ecc.) e i timidi conservatori, in linea teorica è ormai risolta. L'Encicl. Divino Afflante Spiritu, con l'ammissione e la spinta allo studio dei generi letterari, ha risolto la disputa in favore della prima, almeno in parte e con le opportune rettifiche, particolarmente del suo grande pioniere M.-J. Lagrange; con le preziose e autorevoli precisazioni che ca. 50 anni di studio e di ricerche permettevano di fare. Giustamente Pio XII constatando i grandiosi progressi compiuti in questi ultimi 50 anni (Divino Afflante Spiritu, 1943) dall'esegesi cattolica, ne attribuiva il merito precipuo alla Providentissimus di Leone XIII; si deve infatti a questa enciclica d'aver fissato con chiarezza la dottrina esatta sull'ispirazione; concezione teologica precisa che permette all'esegeta di procedere svelto e sicuro nel suo compito paziente e grandioso. Cf. G. Castellino, L'inerranza della S. Scrittura, Torino 1949. Concludendo, ecco la definizione che concordemente danno ormai tutti
i cattolici: La rivelazione di Dio è il criterio remoto; il Magistero della Chiesa comunicanteci la tradizione, è il criterio prossimo. Esso è infallibile e pertanto non può indurci in errore, universale, cioè vale per tutti e singoli i libri del Vecchio e del Nuovo Testamento, e soltanto per essi; è chiaro cioè accessibile a tutti, che non richiede studi storici, indagini personali, ma solamente umile e devoto assenso all'autorità infallibile della Chiesa. |
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