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Il Digiuno

La dottrina del Vangelo sulla necessità della mortificazione è spiegata assai diffusamente da San Paolo nelle sue Epistole. Vengono spesso citate queste parole della 1° ai Corinti (9, 27) : «Maltratto il mio corpo e lo rendo schiavo, perché non avvenga che dopo aver predicato agli altri, io stesso sia riprovato». San Paolo dice ancora (Gal 5, 24):«I seguaci di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e le sue concupiscenze. Se viviamo di spirito, camminiamo ancora secondo lo spirito».

E non solo San Paolo afferma la necessità della mortificazione, ma ne dà le ragioni, che si riducono a quattro, esse sono precisamente quelle che il naturalismo pratico misconosce. È necessaria la mortificazione di tutto quanto v'è in noi di disordinato:

1) per le conseguenze del peccato originale;
2) per quelle dei nostri peccati personali;
3) a motivo dell'elevatezza infinita del nostro fine soprannaturale;
4) perché dobbiamo imitare e seguire Nostro Signore Crocifisso.

Considerando questi diversi motivi, vedremo che cosa è per San Paolo la mortificazione interna ed esterna. Essa si rannoda a molte virtù, poiché ciascuna di esse esclude i vizi contrari, e in particolare alla virtù della penitenza, che ha per fine di distruggere in noi le conseguenze del peccato come offesa di Dio, penitenza che deve essere ispirata dall'amore di Dio.

A noi interessa la portata religiosa e spirituale del digiuno che i cristiani sono invitati a praticare. Il cristianesimo, come tante altre religioni, lo attua per motivi ascetici, penitenziali e spirituali. Molto spesso, si ricorre al digiuno per ottenere la liberazione dalle colpe e dai peccati o per espiare le colpe e i peccati propri e quelli degli altri. Sul piano personale, esso viene praticato per ottenere la liberazione da vari condizionamenti interiori che impediscono la scelta e l'impegno nell'ambito del servizio per Dio e per l'uomo. Il cristiano è cosciente che gli appetiti disordinati che lo abitano, sfuggono al suo controllo e rendono difficile la sua crescita e maturazione spirituale.

Il digiuno, quindi, impegno tipico dell'esperienza spirituale cristiana, favorisce la vigilanza cristiana e dispone all'aiuto che viene da Dio. « Non amate né il mondo né le cose del mondo (...); perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo » (1 Gv 2,15-16). Indipendentemente dal fatto se il digiuno sia prescritto o scelto di propria iniziativa, la sua logica sta nella forza interiore dell'uomo la quale dimostra che la dipendenza dal cibo, quindi da ciò che è materiale, non è né totale né assoluta.

L'essenziale per il digiuno è, quindi, la finalità cui esso porta e non il digiuno come tale che è sempre un mezzo. Fatto per amore di Dio, il digiuno risveglia nell'uomo disposizioni interiori all'azione della grazia di Dio. Tale digiuno, oltre che ricordare: « Non di solo pane vivrà l'uomo » (Lc 4,4), aiuta a vivere l'esperienza del limite e della precarietà del proprio corpo nonché di una forza nuova che si sprigiona in lui proprio grazie ad esso. Più che il divieto, vale nel digiuno la libera astensione attraverso la quale il soggetto, manifestando la forza della propria volontà, esprime anche la propria fragilità bisognosa di soccorso. E questa la ragione per cui non si deve considerare il digiuno solo in ottica di ascesi mortificativa. Uno dei testi dell'AT, che ha per oggetto il digiuno, è quello di Is 58.

Denunciando il formalismo nell'osservanza del digiuno, il testo sottolinea che esso non consiste nell'affliggere il corpo, ma nello spezzare ogni forma di egoismo. L'uomo, uscendo da se stesso e ponendosi sotto la guida di Dio, acquista una vitalità nuova: «La tua gente edificherà le antiche rovine, ricostruirai le fondamenta delle epoche lontane. Ti chiameranno riparatore di brecce, restauratore di rovine per abitarvi» (58,12).

 

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