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Feste ebraiche Sabato , tempo sacro della settimana . Al venerdì sera, con un suono di tromba, si annunciava la fine della settimana lavorativa: in ogni casa la donna accendeva una lampada a olio (ricordando Eva che peccando aveva spento la luce interiore), e si cenava in clima di festa, consumando i cibi preparati in precedenza. Nel giorno di sabato si celebrava una solenne liturgia nel tempio; ma in tutte le sinagoghe ci si riuniva per la lettura della legge, la meditazione, lo studio e la preghiera. Il CAMMINO DEL SABATO era limitato a circa un km e mezzo. La sera ancora il suono di tromba dichiarava concluso il giorno del riposo e riprendeva la vita normale. Il Vangelo riflette quest'usanza quando dice che "venuta la sera, quando il sole fu tramontato, conducevano a Gesù molti malati" (Mc 1,32). L'osservanza del sabato era diventata molto scrupolosa e complicata: secondo l'interpretazione più rigida non si poteva compiere il più piccolo lavoro, neppure rompere un uovo. I fariséi fanno osservazione a Gesù perché di sabato curava gli infermi. Gesù più volte chiarì che "il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato" (Mc 2,27), e che, nel giorno del Signore, è sempre lecito fare le opere del Signore, cioè compiere il bene. ANNO SABBATICO. Come ogni settimana c'era il sabato: così ogni settimo anno c'era un "anno di riposo per la terra", un anno dedicato al Signore. I campi, a rotazione, venivano lasciati incolti ogni sette anni, e quel che vi cresceva nell'anno "sabbatico" era raccolto dai poveri. Così Israele ricordava che la "terra promessa" non era sua proprietà, ma era "santa" proprietà di Dio. Ogni settimo anno tutti gli schiavi israeliti dovevano essere liberati e tutti i debiti venivano cancellati. ANNO GIUBILARE. Ogni "sette settimane di anni" (49 anni) tutti i terreni dovevano tornare ai loro proprietari originari, gli schiavi israeliti andavano liberati, i debiti cancellati e la terra lasciata incolta. Questo anno si chiamava "giubilare" perché era annunciato dal suono di un corno particolare, chiamato "jubàl" o "jobél". Data la scadenza cinquantennale (allora la vita media non toccava i quarant'anni), e le prescrizioni catastali e giuridiche difficili da osservare, la legge del "giubileo" era vista come un richiamo ideale per il tempo del Messia, l"anno di grazia del Signore" annunciato dal profeta Isaìa e attualizzato da Gesù (Lc 4,16-21). Le grandi feste di pellegrinaggio La parola ebraica che la Bibbia traduce con FESTA significa far cerchio, cioè riunirsi per lodare il Signore. Le principali feste d'Israele segnavano i momenti forti del calendario agricolo-pastorale: si offrivano a Dio i primi frutti della terra e delle greggi (Pasqua); la mietitura (Pentecoste o Settimane); la vendemmia e gli ultimi frutti (Capanne). In origine si celebravano in diversi santuari, poi divennero "feste di pellegrinaggio" perché si celebravano solo in Gerusalemme. L'obbligo di "salire a Gerusalemme" per le tre feste riguardava gli uomini adulti in grado di camminare residenti entro un giorno di cammino; per gli ebrei palestinesi residenti più lontano era sufficiente un pellegrinaggio all'anno; per chi risiedeva fuori della Palestina era prescritto un pellegrinaggio in vita. Nàzaret distava da Gerusalemme una settimana di cammino: la famiglia di Gesù era solita salire a Gerusalemme per la Pasqua (Lc 2,41-46). Al tempo di Gesù la città santa contava forse 40.000 abitanti: per la Pasqua superavano i 150.000. Per questo il procuratore romano si portava a Gerusalemme con la truppa per evitare sommosse o disordini. Normalmente si pellegrinava in gruppi numerosi, sostenendo il cammino con il canto dei salmi e la lettura dei profeti. PASQUA E GIORNI DEGLI AZZIMI PASQUA (dall'ebraico pesah) è comunemente interpretata come "passaggio". Era la festa di primavera: si celebrava dopo il plenilunio del primo mese, quello di Nisan o Abib "in cui Israele uscì dall'Egitto", come memoria della liberazione dalla schiavitù che Dio operò per mezzo di Mosè (c. 1250 aC.). Pasqua significava così il "passaggio di Dio" che aveva costretto il faraone a liberare Israele, e il "passaggio di Israele" dalla schiavitù alla libertà attraverso il mare, che prodigiosamente salvò Israele e travolse l'esercito del faraone. Ogni famiglia sacrificava un agnello per ricordare la notte dell'esodo, quando Dio "passò oltre" le case degli israeliti, segnate col sangue dell'agnello: l'"angelo della morte" risparmiò la vita dei primogeniti ebrei, mentre morirono i primogeniti egiziani. GIORNI DEGLI AZZIMI E DELLE PRIMIZIE. Durante la cena pasquale e per tutta la settimana seguente si mangiava pane azzimo, cioè non lievitato, impastato in fretta come durante la fuga dall'Egitto. La cerimonia richiamava anche il pane nuovo, cotto quattro giorni dopo l'entrata degli Israeliti nella terra promessa. L'ultimo giorno degli azzimi si offrivano al Signore le prime spighe di orzo della nuova mietitura. Azzimi e primizie evidenziano l'origine agricola della Pasqua ebraica, mentre il sacrificio dell'agnello pasquale ne richiama l'origine pastorale e nomadica, come offerta dei nuovi parti del gregge e auspicio alla partenza verso i nuovi pascoli. Con ogni probabilità le due feste in origine erano distinte. Poi si unirono assumendo in più il carattere di memoriale della liberazione d'Israele. Gesù celebrò ripetutamente la Pasqua: la prima volta purificò il tempio dai mercanti presentando se stesso come vero tempio (Gv 2,13-22); nella seconda moltiplicò i pani presentando se stesso come vero cibo (Gv 6,1-71); nella terza morì sulla croce presentando se stesso come vero agnello pasquale (Gv 19,31). PENTECOSTE o FESTA DELLE SETTIMANE Sette settimane dopo la Pasqua si celebrava la festa del ringraziamento, detta Pentecoste (cinquantesimo giorno), a conclusione della mietitura del grano: il sacerdote offriva due pani di farina nuova, insieme a sacrifici di animali. Era anche la festa dell'alleanza perché ricordava il dono della legge di Dio sul Sinai. A Gerusalemme per "la festa dei Giudei", probabilmente la Pentecoste dell'anno 29, Gesù g uarì il paralitico della piscina, e chiarì il vero senso del sabato e dell'alleanza con Dio (Gv 5,1-46). FESTA DELLE CAPANNE (o delle Tende, o dei Tabernacoli) era la festa più popolare e allegra, celebrata in autunno al termine dei raccolti e della vendemmia. Per una settimana si viveva all'aperto, nei giardini o sui terrazzi, in improvvisate capanne di frasche, per ricordare il tempo in cui Israele aveva pellegrinato sotto le tende nel deserto. Ogni mattina i sacerdoti attingevano acqua alla piscina di Sìloe e la versavano sull'altare degli olocausti per invocare il dono delle piogge. La sera si accendevano quattro grandi candelabri, visibili da tutta Gerusalemme, in ricordo della "colonna di fuoco" con cui Dio illuminava il cammino del popolo nel deserto, e come espressione di attesa vigilante del Messia che doveva venire. Gesù salì a Gerusalemme per le Capanne, ponendo se stesso al centro della festa: "Chi ha sete venga a me e beva... dal suo seno sgorgheranno fiumi d'acqua viva" (Gv 7,37-38), e donò la luce al cieco nato, inviandolo alla piscina di Sìloe (Gv 9,1-41). Feste religiose senza obbligo di pellegrinaggio FESTA DELLA DEDICAZIONE O DELLE LUCI. Commemorava la purificazione e la dedicazione del secondo tempio fatta da Giuda Maccabéo nel 164 aC., dopo la profanazione del re Antìoco IV Epìfane, che vi aveva eretto una statua a Giove. Si celebrava d'inverno. Si accendeva un gran fuoco, si portava una fiaccola a Modin, paese dei Maccabéi, e si illuminavano con lampade case e sinagòghe. Gesù salì a Gerusalemme per la Dedicazione (Gv 10,22), probabilmente nel dicembre dell'anno 29, e si presentò come Messia buon pastore donando la vita a Làzzaro morto (Gv 11,1-44). GIORNO DELL'ESPIAZIONE (Yom Kippùr). Il decimo giorno del settimo mese la comunità d'Israele confessava i propri peccati e chiedeva a Dio il perdono e la purificazione. Il sommo sacerdote offriva prima un sacrificio per i propri peccati e per quelli dei sacerdoti, poi un secondo sacrificio per i peccati del popolo. Solo in quel giorno il sommo sacerdote entrava nel Santo dei Santi, cioè nella cella più sacra del tempio, per aspergervi parte del sangue offerto in sacrificio: quindi stendeva le mani sul "capro espiatorio", e lo cacciava a perdersi nel deserto, come segno che i peccati erano stati cancellati. FESTA DI PURIM (o delle sorti). Celebrazione quasi carnevalesca, ricordava come la regina Ester e suo cugino Mardochéo salvarono il popolo ebraico dal massacro al tempo del re persiano Serse (Assuéro). Purìm significa le sorti tirate dal perfido ministro Aman per stabilire il giorno del massacro poi evitato. Secondo i rabbini in questa festa era consentito ubriacarsi "fino a non distinguere l'eroico Mardochéo dal perfido Aman". FESTA DELLE TROMBE (o Capodanno). L'inizio di ogni mese e di ogni festa veniva segnalato dal suono delle trombe. Però l'inizio del settimo mese (Tisri) con le trombe si annunciava una speciale festa "d'acclamazione", che dopo l'esilio era considerata festa di Capodanno (Rosh Hashanah), anche se i mesi si contavano partendo da Nisan. PASQUA-La cena pasquale ebraica La celebrazione della Pasqua ebraica aveva il suo culmine nella cena pasquale, consumata in ogni famiglia secondo il rituale stabilito nella Bibbia: col sangue di un agnello si segnavano gli stipiti e l'architrave della porta di casa, quindi si mangiava l'agnello arrostito, con pane azzimo (non lievitato) impastato con la farina dell'orzo nuovo, e col contorno di erbe amare. Si tratta di antichi riti primaverili dei pastori nomadi e degli agricoltori, che offrivano a Dio i primi nati del gregge e le prime spighe d'orzo del nuovo raccolto, uniti nella Pasqua alla memoria storica della liberazione. Nella notte dell'esodo dall'Egitto il sangue dell'agnello aveva segnato le case degli ebrei, così l'angelo della morte era "passato oltre" risparmiando i loro primogeniti. Come allora, l'agnello si mangiava in piedi, in tenuta da viaggio, e il pane era azzimo perché non c'era tempo per far lievitare il pane. Ancor oggi gli ebrei celebrano la cena pasquale ripetendo il medesimo rituale: si mangia l'agnello con le erbe amare,il più piccolo della famiglia chiede al più vecchio di spiegare il perché di quella cena così diversa, si riempiono le coppe di vino (alla più grande è invitato l'Angelo del Signore), poi si spengono le luci e, nel silenzio colmo di adorazione e di timore, si lascia all'Angelo il tempo di passare...
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