DIZIONARIETTO



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Gesù: i titoli.

GESU' FIGLIO DI DIO è l'affermazione centrale della fede cristiana, ripetuta 54 volte nel Vangelo, e chiaramente formulata da Pietro: "Tu (Gesù) sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16,16). Nell'Antico Testamento il re discendente di Davide era considerato figlio di Dio, data la particolare relazione con lui. Anche il popolo rimasto fedele è detto figlio di Dio. Ma a Gesù il titolo si applica nel senso proprio di filiazione naturale: Marco lo scrive fin dal suo inizio: "Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio" (Mc 1,1). Dopo la risurrezione per i discepoli Gesù è divenuto "il Signore" (in greco: Kyrios), titolo già riservato a Dio nell'Antico Testamento.

Gli evangelisti non avvertono l'esigenza di spiegare il mistero di Dio (la Trinità sarà questo il grande problema teologico della Chiesa nei sec. IV e V), ma presentano Gesù uguale a Dio Padre nel piano della salvezza: Gesù è Signore assoluto della propria vita che può "donare e riprendere" (Gv 10,11-18), è padrone delle forze della natura e del male (demoni, malattie, peccati); interpreta e perfeziona la legge intoccabile data da Dio a Mosè (Mt 5,21-48); verrà sulle nubi del cielo a giudicare l'intera umanità (Mt 25,31-46), perché a lui è dato ogni potere in cielo e in terra (Mt 28,20).

GESU' FIGLIO DELL'UOMO è il titolo che Gesù si è abitualmente attribuito (ricorre oltre 80 volte nei Vangeli). L'espressione tipicamente ebraica significa semplicemente "uomo", ma nel Vangelo evidenzia il mistero della persona di Gesù, Figlio di Dio e vero uomo sottoposto alle sofferenze umane e alla morte, ma destinato alla risurrezione e atteso come giudice del mondo. Ispirandosi a una visione profetica dell'Antico Testamento - un misterioso "Figlio d'uomo" assiso accanto al trono di Dio e portato sulle nubi del cielo che riceve il potere eterno su tutti i popoli - Gesù afferma di sé: "Fin da ora vedrete il Figlio dell'uomo sedere alla destra della Potenza (di Dio) e venire sulle nubi del cielo" (Mt 26,64). Lo capirono bene i suoi interlocutori che, per questo, lo accusarono di bestemmia e lo condannarono a morte durante il processo religioso davanti al sinédrio. 

MESSIA (ebraico: Mashiàh) significa unto con olio,consacrato. L'unzione era riservata ai re e ai sommi sacerdoti, in vista della loro funzione. A causa della particolare missione di "ricostruire la mia città e rimandare (alla loro terra) i miei esiliati", è detto messia anche Ciro, re di Persia; e un profeta anonimo "unto dal Signore", che Gesù prenderà come modello della sua missione, è mandato ad annunciare la buona novella ai poveri (Lc 4,14-21). 

CRISTO (dal greco Christòs, traduzione dell'ebraico Mashiàh), è prima titolo messianico di Gesù "il Cristo", ma diventa presto suo secondo nome: Gesù Cristo. Da esso deriva la denominazione ufficiale dei suoi discepoli, i CRISTIANI, cioè seguaci di Gesù Messia. Per questo è scritto il Vangelo: "Affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e credendo abbiate la vita nel suo nome" (Gv 20,31). 

FIGLIO DI DAVIDE era il titolo più popolare con cui si designava il Messia già nell'Antico Testamento. La dinastia davidica aveva regnato per oltre 400 anni, ma il Messia -secondo i profeti - ne rappresentava il punto d'arrivo ideale: "Il Signore gli darà il trono di Davide suo padre ...e il suo regno non avrà mai fine" (Lc 1,32-33). L'attesa di un salvatore, che accompagna tutta la storia biblica, al tempo di Gesù era particolarmente sentita, ma si attendeva un "figlio di Davide" capace di opporsi alla dominazione romana. Toccò a Giuseppe, "che era della famiglia di Davide",trasmettere legalmente a Gesù quella discendenza benedetta,che gli attribuiva, con la missione messianica, anche la prerogativa di re: per questo Erode lo perseguitò e cercò di ucciderlo. Gesù è invocato come Figlio di Davide dai malati (Mt 9,27-34; 20,29-34), e dalla folla che lo acclama a Gerusalemme (Mt 21,1-11), ma rifiuta radicalmente ogni coinvolgimento in una regalità temporale (Gv 6,15) o in un messianismo politico. Gesù afferma di essere re solo difronte a Pilato, ma precisa che il suo regno non è di questo mondo (Gv 18,28-38). 

SIGNORE (ebraico Adonài; greco Kyrios; latino Dominus)significa padrone, dominatore su un paese o su dei servi.Gli dèi erano venerati come "signori del paese". Da generico attributo divino divenne nome del Dio biblico sostituendo il nome sacro Jhwh (Jahwèh) che per rispetto non si pronunciava mai (dall'unione delle consonanti di Jhwh con le vocali di Adonài è nata l'errata dizione "Jahowah", Gèova). Nel Vangelo l'invocazione "Signore", da semplice titolo di cortesia (Gv 4,11), diventa esplicito riconoscimento della divinità del Risorto (Gv 21,7), e la Chiesa primitiva fa dell'affermazione "Gesù è il Signore" la professione di fede in opposizione al culto ufficiale che riconosceva Signore l'imperatore di Roma. Per la sua chiarezza il titolo di Signore è divenuto usuale nella liturgia cristiana ("Kyrie elèison", Signore pietà; Il Signore sia con voi...), e resta nell'Apocalisse come espressione di speranza dell'umanità: "Marana-tà" (Signore, vieni). 

SALVATORE nell'Antico Testamento era uno dei nomi di Dio: "Colui che salva". Lo riconosce Maria nel Magnìficat: "Il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore" (Lc 1,47). Il titolo si applica a Gesù, il cui nome significa "il Signore salva" (Mt 1,21). A Betlemme gli angeli annunciano: "E' nato per voi un Salvatore, che è il Messia Signore" (Lc 2,11). La salvezza portata da Gesù è la liberazione dal peccato. La Chiesa primitiva espliciterà la fede in Gesù unico Salvatore nella formula: "Nessun altro nome è stato concesso agli uomini per il quale possiamo essere salvati". 

REDENTORE (ebraico Goèl). Era chiamato così il parente che chiedeva giustizia per un ucciso; poi chi pagava il riscatto per affrancare dalla schiavitù (un dovere per i parenti prossimi). Nell'Antico Testamento Dio è invocato come redentore, che reclama giustizia per i suoi, li riscatta dalla schiavitù d'Egitto, recupera i debiti della loro miseria facendone un popolo libero nella terra promessa. Gesù è il redentore in senso pieno perché libera l'umanità dalla schiavitù del peccato e offre la sua vita "in riscatto" per tutti i suoi fratelli schiavi del peccato (Mt 20,28). Il titolo di redentore, divenuto abituale nel linguaggio cristiano, non figura nel Vangelo ove però è sottolineata la morte redentrice e sacrificale di Gesù. Il sangue delle vittime offerto a Dio "in riscatto" dell'uomo peccatore negli antichi sacrifici era figura del vero Agnello pasquale, Gesù, che redime l'umanità intera dalla schiavitù interiore offrendo il suo corpo e il suo sangue come sacrificio della nuova alleanza. 

MAESTRO (RABBI) era il titolo riservato ai più autorevolI studiosi e interpreti della Toràh (la legge), cioè della Bibbia; attualmente si chiamano Rabbìni. Nel Vangelo Gesù è chiamato Rabbì "giacché ammaestrava come uno che ha autorità, e non come gli scribi" (Mc 1,22), anche se i suoi paesani lo disprezzavano perché era solo un povero falegname e non apparteneva alla classe ufficialmente colta (Mc 6,1-6). Gesù accetta la qualifica di Maestro; ne rivendica anzi l'esclusiva: "Uno solo è il vostro Maestro, il Cristo" (Mt 23,8-10), e condanna l'incoerenza dei maestri d'Israele che "dicono e non fanno; impongono pesi opprimenti sulle spalle degli uomini, ma non li vogliono muovere nemmeno con un dito". Gesù si presenta non solo come Maestro di dottrina ma soprattutto di vita: "Voi mi chiamate Maestro e Signore, e dite bene, perché lo sono ... Io vi ho dato l'esempio affinché anche voi facciate come ho fatto io" (Gv 13,13-15), dice dopo aver lavato umilmente i piedi ai suoi discepoli. Nel contesto solenne dell'ultima cena Gesù esplicita con una triplice immagine la portata piena del suo magistero: "IO SONO LA VIA E LA VERITA' E LA VITA" (Gv 14,6). Gesù non è solo un Maestro che insegna: è Profeta-Verità e ci rivela la verità stessa di Dio; è Re-Via e ci conduce nell'impegno di credere, di crescere e di progredire; è Sacerdote-Vita e ci trasforma in nuove creature, realizzando in ciascuno "l'immagine stessa del Figlio di Dio". Lo stesso ufficio profetico, regale e sacerdotale continua nella Chiesa, chiamata ad annunciare, a dirigere, a santificare nel nome di Gesù. 

PROFETA deriva dal verbo greco "femì", parlare, e dal prefisso "pro", davanti a, prima di, a nome di. Il profeta è quindi colui che è inviato da Dio a parlare davanti al popolo e in nome di Dio. Talora può parlare anche "prima" degli eventi, predicendoli o spiegandoli nella luce di Dio. Nell'Antico Testamento figurano molti profeti, alcuni scrittori (come Isaìa, Geremìa, Ezechiéle, Osèa, Amos...), altri come veggenti consiglierim o giudici (Elia, Eliséo, Natan...). La Bibbia dice che il profeta Elia "fu rapito in cielo su un carro di fuoco": per quest si riteneva che, vivo presso Dio, sarebbe riapparso ad annunciare l'avvento del Messia e la fine dei tempi. L'attesa di un profeta era molto viva al tempo di Gesù. Il Vangelo testimonia questa attesa, quando tutti accorrono alla predicazione infuocata di Giovanni Battista, che Gesù dichiara il più grande dei profeti e identifica con "l'Elia che deve venire" (Mt 11,7-14). Anche il vecchio Simeòne e la vedova Anna vengono riconosciuti come profeti (Lc 2,25-38), e persino al sommo sacerdote Càifa che sentenziò una ingiusta condanna contro Gesù viene riconosciuto un oracolo profetico (Gv 11 49-52). Gesù era ritenuto dalla gente un profeta come Elia o Geremia (Mt 16,14), e si manifestò come il profeta per eccellenza, quello che Mosè aveva promesso a nome di Dio, per rivelare pienamente i disegni di Dio. Ma non è solo un profeta, sia pure il più grande: è il Messia che realizza la "pienezza dei tempi" annunciata dai profeti. Gesù porta la salvezza, non solo il suo annuncio. "Oggi si è adempiuta questa Scrittura..." afferma Gesù citando la profezia di Isaìa sul Messia inviato "a portare ai poveri il lieto annuncio della liberazione" (Lc 4,21). Gesù si pone nella linea profetica soprattutto quanto cita l'Antico Testamento come parola immutabile di Dio, ma la interpreta e la completa autorevolmente affermando: "Avete inteso che fu detto agli antichi ... Ma io vi dico..." (Mt 5,21-22). 

PASTORE era uno dei titoli di Dio più cari ai semi-nomadi dell'Antico Testamento: il popolo eletto è spesso paragonato a un gregge, e Dio a colui che lo conduce, lo raduna, lo difende, lo pasce. Anche i re erano chiamati pastori: Hammurabi nel codice babilonese è salutato "pastore di popoli, pastore benefico". Davide è la figura ideale del RE-PASTORE, e siccome i suoi successori si dimostrano indegni, Dio promette il Messia, un nuovo pastore capace di guidare il popolo-gregge. Gesù nasce nella povertà di un presepio, e i primi testimoni della venuta del Salvatore sono proprio i pastori (Lc 2,8-20, allora tanto disprezzati da non essere neppure ammessi come testi in un processo. Presentandosi come il BUON PASTORE (Gv 10,11) Gesù si presenta come colui che continua l'opera di Dio e conduce il nuovo gregge dei salvati verso i pascoli della salvezza: "Da te (Betlemme) uscirà un capo che pascerà il mio popolo Israele" aveva annunciato il profeta Michéa. Gesù realizza la profezia, si presenta come il vero pastore, che conosce e ama le sue pecore, e per loro dona la sua vita. 

SACERDOTE. La parola Sacerdozio deriva dal latino Sacra dos (sacra dote) o Sacra dans (che dà cose sante). Nell'Antico Testamento erano sacerdoti tutti i discendenti della tribù di Levi. Con l'accentramento del culto in Gerusalemme ai soli discendenti della famiglia di Aronne fu assegnato "il servizio del Signore", cioè il sacerdozio vero e proprio. Gli altri Levìti furono destinati "al servizio del tempio" con ruoli subalterni, come aiutanti, cantori, custodi. Gesù non apparteneva alla tribù sacerdotale di Levi, ma alla tribù di Giuda e alla famiglia di Davide (Lc 1,26-27). Essendo vero Figlio di Dio e vero uomo è salutato come "sommo sacerdote della nuova alleanza" e come vero "pontefice (cioè ponte) tra Dio e gli uomini". A lui si applicano le parole che il Salmo 110 riferisce al Messia: "Tu sei sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchìsedek". Melchìsedek, un misterioso re di Salem, che vuol dire pace, benedisse Abramo offrendo pane e vino in onore del Dio Altissimo: secondo la Lettera agli Ebrei, è "presentato senza padre e senza madre, senza genealogia... assimilato al Figlio di Dio rimane sacerdote in eterno". 

SERVO DI DIO è detto un personaggio misterioso,protagonista di quattro celebri "carmi" del libro di Isaìa:la sua missione non riguarda solo Israele ma tutti i popoli;ad essa egli si dedica senza riserve, incontrando dure ostilità; la sua vita si conclude tragicamente ma egli sarà glorioso dopo la morte e così salverà gli uomini.E' difficile dire a chi si riferisce Isaìa: forse a un profeta perseguitato, forse allo stesso popolo d'Israele...ma già gli antichi commentatori vi vedevano l'immagine del Messia tanto atteso. Il Vangelo applica ripetutamente a Gesù i testi di Isaìa (Mt 8,17; Mt 12,18-21), leggendovi l'anticipazione profetica della sua missione di Messia e della sua fine "scandalosa" ma redentrice sulla croce. Gesù si presenta come "colui che è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti" (Mc 10,45): è la realizzazione esatta della profezia. Sul suo modello devono conformarsi i suoi discepoli: "Io vi ho dato l'esempio - dice lavando loro i piedi - affinché come ho fatto io così facciate anche voi" (Gv 13,12-14). 

AGNELLO DI DIO: così Giovanni Battista indica Gesù ai suoi discepoli (Gv 1,29-36). La stessa parola aramàica può significare Agnello e Servo, perciò questo appellativo fa pensare al precedente. L'agnello era la vittima più frequentemente offerta in sacrificio tra le popolazioni semi-nomadi e i pastori, anche nel tempio di Gerusalemme. L'agnello pasquale rappresentava ad un tempo l'offerta propiziatoria per la nuova stagione delle greggi, e la vittima del sacrificio pasquale: era prescritto che non gli fosse spezzato alcun osso, e che il suo sangue segnasse le porte dei credenti. Gesù è il vero agnello pasquale: immolato nella Parascéve (venerdì di preparazione della Pasqua), mentre nel tempio si sacrificavano gli agnelli, sparse il suo sangue "in riscatto" per tutti. L'Apocalisse, l'ultimo libro del Nuovo Testamento, presenta Gesù come l'Agnello immolato ma risuscitato e assiso sul trono di Dio: è la figura del Servo, sacrificato ma vincitore e salvatore. 

La parola INCARNAZIONE non si trova nel Vangelo, ma si richiama all'affermazione fondamentale del Vangelo: "E il Verbo si fece carne e abitò fra noi" (Gv 1,14). Con essa la teologia cristiana esprime il mistero di Gesù Figlio di Dio fatto uomo in una "carne" simile alla nostra, debole,sofferente, mortale. CARNE nell'uso semitico indica l'essere umano nella sua totalità: "Ogni carne vedrà la salvezza di Dio ... ogni carne è come l'erba" dice l'Antico Testamento, per indicare ogni uomo e tutto l'uomo. Quando Giovanni scriveva il suo Vangelo stava diffondendosi l'eresia detta dei "doceti", secondo i quali Gesù avrebbe assunto solo apparentemente la natura umana: perciò nel suo Vangelo si insiste sull'idea di incarnazione: "il Verbo si fece carne", nella autenticità della nostra materialità concreta, che si può vedere,ascoltare, toccare... La dottrina dell'incarnazione definita nel concilio di Calcedonia (451) afferma come dogma di fede che nell'unica persona di Gesù VERBO INCARNATO c'è sia la natura umana (è veramente uomo), sia la natura divina (è veramente Dio). 

NUOVO ADAMO: così è chiamato Gesù nelle Lettere di San Paolo, per sottolineare il suo ruolo di ri-fondatore della nuova umanità redenta dal peccato e riportata a Dio. Adamo è ricordato come il primo antenato di Gesù, vero uomo (Lc 3,38). Ma come il primo uomo, caratterizzato dalla disobbedienza, generò l'umanità peccatrice destinata alla morte, Gesù "uomo nuovo" con la sua obbedienza filiale genera la nuova umanità per la vita eterna. E come vicino al primo Adamo c'è Eva, responsabile con lui della prima disobbedienza, sul Gòlgota vicino a Gesù nuovo Adamo c'è Maria, nuova Eva: a lei è affidata la nuova umanità: "Ecco tuo figlio ... Ecco tua madre" (Gv 19,25-27).

TRINITA' è una parola della teologia che esprime la fede cristiana in "un Dio solo il tre Persone uguali e distinte". Nel Vangelo non si parla della Trinità, ma se ne annuncia progressivamente il mistero, fino alla formula esplicita: "Andate, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo" (Mt 28,19). La rivelazione biblica è paziente e anche la fede trinitaria è stata annunciata come un fatto, non come una dottrina: così si afferma tante volte che Gesù è Figlio di Dio, "concepito per opera dello Spirito Santo" (Mt 1,18); è l'unigenito del Padre (Mt 3,17), una sola cosa con il Padre (Gv 10,32-39; 14,8-11); compie le opere del Padre, che sono le opere di Dio, e i miracoli ne sono una prova; esercita il potere di rimettere i peccati, riservato a Dio solo (Mc 1,6). L'opera di Gesù e del Padre continua attraverso il dono dello Spirito Paràclito, inviato "nel suo nome" (Gv 14,26-31). "Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito" (Gv 14,16). La teologia cerca di spiegare il mistero di Dio uno-e-trino come un mistero di comunione: Dio si dona e si comunica come Padre, è donato e comunicato come Figlio, è dono e comunicazione d'amore come Spirito Santo. La Bibbia dice che "Dio è amore": si può tentare di penetrare il mistero trinitario vedendo nel Padre l'amore che si dona,nel Figlio l'amore che accoglie, nello Spirito l'amore che unisce. A volte, per semplificare la dottrina trinitaria, si dice che il Padre è Creatore, il Figlio è Redentore, lo Spirito è Santificatore: sono modi di dire limitati e inesatti, in quanto Dio è uno solo, e non si può dividere la sua opera come se fossero tre diverse divinità. Il Dio cristiano rivelato nel Vangelo, è comunque ben diverso dal Dio dei filosofi: primo principio, causa prima, motore immobile... Al di là di tutto questo il Dio cristiano è un mistero di comunione interpersonale, un Dio-Amore che vive e si comunica nell'amore. 

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