DIZIONARIETTO



-  Sommario

Personaggi dei vangeli

Giovanni Battista, precursore del Messia La vita pubblica di Gesù inizia con la predicazione di Giovanni, il "precursore" (colui che cammina innanzi) che annuncia l'avvento del Messia (Mc 1,2-8). Giovanni sarà soprannominato il Battista (cioè il Battezzatore, colui che battezza). Nel Vangelo dell'infanzia Luca pone in quadri paralleli le figure di Giovanni e di Gesù, dall'annunciazione al vecchio padre Zaccaria e a Maria alla nascita, circoncisione e imposizione del nome: così si evidenzia la grandezza di Giovanni e, al tempo stesso, la superiore grandezza di Gesù (Lc 1-2).

Giovanni annuncia il giudizio che Dio compirà nella persona di Gesù, "uno che viene dopo di me", il quale "non battezzerà con l'acqua ma con lo Spirito santo e il fuoco": la sua predicazione invita alla conversione e alla penitenza, in preparazione a questa venuta (Mt 3,4-12). La gente accorre a farsi battezzare e persino le autorità giudaiche mandano una delegazione a interrogarlo se non fosse lui il Messia (Gv 1,19-28). Giovanni accetta il suo ruolo e dichiara con chiarezza: "Lui (Gesù) deve crescere, io invece diminuire" (Gv 3,30).

La pietà cristiana ha interpretato alla lettera questa affermazione, celebrando la nascita di Gesù al 25 dicembre (quando le giornate iniziano ad allungarsi) e quella di Giovanni al 24 giugno (quando cominciano ad accorciarsi). Gesù stima Giovanni come "il più grande tra i nati di donna" (Mt 11,7-19), "lucerna che arde e illumina" (Gv 3,33-35); "l'Elia che deve venire" (Mt 11,7-14): egli fu infatti il precursore del Messia, e lo annunciò finalmente presente. Fu il profeta che concluse l'Antico Testamento e aprì il Nuovo. Imprigionato da Erode Antìpa su istigazione della sua convivente Erodìade (rimproverata come adultera), Giovanni Battista morì decapitato (Mc 6,14-29) probabilmente nella fortezza di Macheronte.

    Maria di Nàzaret: la Donna dei due Testamenti Maria può significare elevata o amata (in passato si davano anche significati differenti). Era un nome molto diffuso nel mondo giudaico: il Vangelo ricorda anche Maria di Màgdala, Maria di Betània, Maria madre di Giacomo, Maria di Cléofa... Maria madre di Gesù è al centro tra Antico e Nuovo Testamento perché conclude l'attesa del Messia e ne inizia la presenza generando Gesù per opera dello Spirito Santo (Lc 1,26-38).

Gesù dalla croce la dichiara madre dei suoi discepoli nella persona di Giovanni (Gv 19,25-27). Maria è presente e protagonista quando nasce la Chiesa, ancora per opera dello Spirito Santo a Pentecoste. Nel Vangelo Maria è presentata come la vergine (Lc 1,27) che realizza le profezie (Mt 1,20-23). E' chiamata solennemente Donna all'inizio e alla fine della vita pubblica di Gesù (Gv 2,4; Gv 19,26): è un richiamo alla misteriosa donna del Protovangelo, all'inizio della storia umana: "Io porrò inimicizia tra te (il serpente) e la donna, tra il suo seme e il seme di lei; questo ti schiaccerà la testa". Eva è la madre dei viventi destinati alla morte; Maria è la madre dei viventi in Cristo risorto.  Dalle parole rivolte a Maria dall'angelo e da Elisabetta (Lc l,28.42) la pietà popolare ha tratto l'AVE MARIA o "salutazione angelica", completandola con l'invocazione "Santa Maria...".  Anche l'ANGELUS ripete in forma dialogata alcune parole prese dal Vangelo (Lc 1,26-38; Gv 1,14): è insieme una preghiera e una professione di fede nel mistero del Figlio di Dio fatto uomo e nato dalla Vergine Maria. 

Giuseppe, il padre legale di Gesù Il Vangelo dice poco di Giuseppe: è sposo di Maria,artigiano coscienzioso, "uomo giusto" che rispetta la legge (Mt 1,18-19). Davanti al mistero dell'incarnazione, si sente impari e vorrebbe ritirarsi in silenzio: ma in sogno apprende che tocca a lui "figlio di Davide" dare il nome e la legittima discendenza al Messia. E Giuseppe rimane al suo posto, vicino a Maria vergine e a Gesù Figlio di Dio. Di lui non sappiamo altro. Proprio per questo sono fiorite molte antiche leggende. Secondo un apòcrifo, Giuseppe, già novantenne e vedovo con sei figli, fu scelto tra una rosa di pretendenti come sposo di Maria perché dal suo bastone, miracolosamente fiorito, si levò in volo una colomba. E' una leggenda che ha ispirato spesso la pittura.

Nella fuga in Egitto, Giuseppe avrebbe portato con Gesù e Maria anche quattro dei propri figli. Al ritorno a Nàzaret Gesù apprese da lui il mestiere di fabbro o falegname tuttofare, operando miracoli "artigianali" come allungare o accorciare tavole di legno, e rifinire in un istante un letto per il re di Gerusalemme intorno al quale Giuseppe lavorava da anni. Giuseppe è invocato come protettore dei morenti perché chiuse gli occhi - nel Vangelo scompare dopo il ritorno a Nàzaret - assistito da Gesù e da Maria. La leggenda dice che aveva 111 anni e che la sua anima fu portata in cielo dagli arcangeli Michele e Gabriele. Sicuramente nessuna morte fu bella come la sua. 

Giuda Iscariòta: l'enigma di un tradimento Giuda nella lista dei dodici apostoli è sempre nominato per ultimo, come "quello che tradì Gesù" (Mt 10,1-4). Di quel tradimento il Vangelo non dà alcuna spiegazione. Probabilmente non tradì per interesse. E' vero che una volta, per lo spreco di profumo sparso su Gesù, Giuda protestò perché "si poteva ricavarne trecento denari per i poveri", e Giovanni, senza mezzi termini, dice che non gli interessavano i poveri,ma "perché era ladro" (Gv 12,6).

Tuttavia i sommi sacerdoti gli offrirono una somma di poco conto, ed egli finì per gettarla nel tempio. Forse Giuda tradì Gesù per un motivo politico: sognava, come molti, la liberazione d'Israele dal dominio romano e si aspettava da Gesù l'impegno per una rivolta armata. Forse consegnandolo ai suoi nemici, voleva costringere Gesù a compiere qualche azione sensazionale e decisiva. Anche la sua fine - "Giuda si allontanò e andò a impiccarsi" (Mt 27,5) - potrebbe avere una spiegazione:secondo alcuni, solo con la morte si poteva lavare l'onta d'aver tradito il proprio Maestro. Fu un gesto disperato il suo, oppure l'estremo tentativo di riparare al tradimento?

  I TRENTA DENARI DI GIUDA sono divenuti proverbiali. Ma secondo il Vangelo Giuda ricevette "trenta monete d'argento" (Mt 26,15). Un argenteo corrispondeva a un siclo, e a quattro denari romani. Se si vuol essere precisi perciò la somma ricevuta da Giuda equivaleva a 120 denari. Nel linguaggio popolare, tuttavia, diciamo denari per indicare genericamente monete: Gesù fu effettivamente tradito per trenta monete (d'argento). "Secondo la legge ebraica, se un bove avesse ucciso uno schiavo, il padrone del bove doveva pagare al padrone dello schiavo un risarcimento di 30 sicli d'argento. Quindi il valore medio di uno schiavo doveva computarsi sui 30 sicli. Può darsi che i sommi sacerdoti si ispirasse ro a questa norma nello stabilire la mercede a Giuda, perché così ottenevano il doppio scopo di mostrarsi osservanti della legge e di trattare Ge sù come uno schiavo qualunque" (G. Ricciotti).

  Erode il Grande e i suoi successori
ERODE non era ebreo; il suo nome greco significa "eroico". Figlio di Antìpatro, un idumeo amico di Cesare, divenne governatore militare della Galiléa nel 47 aC., seppe estreggiarsi negli intrighi politici e militari,parteggiando prima per Cassio, poi per Antonio e Cléopatra,infine per Ottaviano. Recatosi a Roma, nel 40 è nominato re,nel 37 riesce a insediarsi in Gerusalemme, finché - dopo la battaglia di Azio, 31 aC. - Ottaviano divenuto Augusto gli affida praticamente tutta la Palestina. Erode fu un costruttore infaticabile: riedificò splendidamente il tempio di Gerusalemme, con la fortezza Antonia, un palazzo a Gerusalemme, ville sontuose come quella di Gérico e alcune fortezze come l'Herodium dove sarà poi sepolto in una bara d'oro. Ricostruì la città di Samarìa, ribattezzandola Sebaste (in greco significa Augusto); e una grande città con porto artificiale sul Mediterraneo, stadio e terme, che chiamò Cesaréa Marittima. Il suo regno portò prosperità e stabilità politica: ottimo amministratore, accumulò grandi fortune impegnandosi in coltivazioni di piante balsamiche e datteri intorno a Gérico, sfruttando vastissimi pascoli in Transgiordania, e (d'accordo con Augusto) miniere di rame a Cipro.

Durante il suo regno gli ebrei furono esentati dal tributo a Roma e dal servizio militare nelle legioni. Nel 25 aC., durante una carestia, Erode sfamò la Palestina pagando di tasca propria. Ma non riuscì a farsi amare. La storia ricorda molte crudeltà di questo dittatore intelligente, di idee moderne ma d'una ambizione sospettosa e devastatrice: oltre i bambini di Betlemme (Mt 2,16-18), uccise 45 membri del sinédrio che gli erano ostili, fece linciare trecento ufficiali, annegare un cognato (fingendo una disgrazia), assassinare la moglie prediletta Mariàmne, la suocera Alessandra e persino i figli Alessandro e Aristòbulo. Uno storico antico scrive che i porci di Erode (nel mondo ebraico non si potevano mangiare) erano più fortunati dei suoi figli. Afflitto da un grave morbo, morì a Gérico nel 750 di Roma, corrispondente al 4 aC. Poco prima aveva imprigionato i maggiorenti ordinando che fossero uccisi subito dopo la sua morte: così nessuno se ne sarebbe rallegrato. 

I SUCCESSORI DI ERODE IL GRANDE Alla morte di Erode il Grande (4 aC.), il suo regno fu diviso e assegnato, da Roma, ai suoi figli: ad Archelào toccò la Giudea e la Samarìa (Mt 2,22), ad Antìpa (nel Vangelo è chiamato semplicemente Erode), la Galiléa e la Peréa, a Filippo l'Ituréa e la Traconìtide (Lc 3,1). Il titolo di "tetràrca" (letteralmente "signore di un quarto") significa che comandavano ciascuno una parte del regno precedente. Spesso nel gergo popolare erano chiamati re. 

ARCHELAO. Designato erede dal padre, ottenne da Augusto solo la Giudea, la Samarìa e l'Iduméa (dal 4 aC. al 6 dC.). Si comportò in modo cinico e crudele. Inutilmente andò a Roma per ottenere il titolo di re: una delegazione giudaica convinse Augusto a non concederlo (la vicenda è accennata nella parabola delle mine, Lc 19,11-28). Fu deposto e esiliato a Vienne, in Gallia ove morì nel 18 dC. Il suo territorio passò all'amministrazione diretta di un procuratore romano. E' chiamato anche Erode l'etnàrca. 

ERODE ANTIPA. Fece erigere sulla riva sud-est del lago di Genésaret la città di Tiberìade, in onore dell'imperatore Tiberio (14-37 dC.). Sposò Erodìade, moglie di suo fratello Filippo: rimproverato per questo da Giovanni Battista (Mt 14,3), lo fece uccidere. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, interrogò Gesù (Lc 23,6-12). Istigato da Erodìade chiese a Calìgola il titolo di re, ma venne deposto (nel 39) per le macchinazioni di suo nipote Agrippa I, che ereditò la sua tetrarchia. Morì in esilio in Gallia, a Lione.

  (ERODE) FILIPPO. Due figli di Erode ebbero questo nome: il primo, marito tradito da Erodìade che passò poi con Antìpa, visse a Roma. Il secondo fu tetràrca dell'Ituréa e della Traconìtide (dal 4 aC. al 34 dC.). In onore di Cesare Augusto edificò la città di Cesaréa detta di Filippo (Mt 16,13) per distinguerla da Cesaréa Marittima. Sposò Salomé figlia di Erodìade. Morì senza figli e Calìgola donò i suoi territori ad Agrippa I. AGRIPPA I. Nipote di Erode il Grande, nel 34 dC. ricevette da Caligola le tetrarchie di Erode Antìpa e di Filippo. Nel 41 l'imperatore Claudio lo nominò re di quasi tutta la Palestina. Per ingraziarsi i fariséi uccise Giacomo il Maggiore (42-44). Morì a Cesaréa Marittima nel 44. Non è nominato nel Vangelo, ma negli Atti degli Apostoli. 

Ponzio Pilato, procuratore romano PONZIO PILATO è il quinto procuratore romano (governatore) della Giudea, della Samarìa e dell'Iduméa. La carica fu istituita nel 6 dC. dopo che Archelào fu destituito in seguito a una protesta di Giudei e Samaritani. Prima di lui furono procuratori Coponio, Marco Ambivio, Annio Rufo e Valerio Grato. Pilato durò in carica dal 26 al 36. Egli deve la sua notorietà alla condanna di Gesù: per questo è ricordato nel Vangelo (e persino nel Credo), ma hanno parlato di lui anche alcuni scrittori: Filone (morto nel 54) ha dato di lui un giudizio severissimo, accusandolo di "crudeltà implacabile", di concussione e di sistematica violenza; Flavio Giuseppe (morto nel 102) è meno severo con lui; e Tacito (55-120) lo ricorda a proposito della persecuzione di Nerone contro i primi cristiani dopo l'incendio di Roma.

Nessun procuratore romano poteva essere amato dagli ebrei, rappresentando il dominio pagano sul popolo eletto. Ma Pilato si mostrò particolarmente maldestro nel suo operare. Appena arrivato in Palestina scatenò l'indignazione popolare ordinando alle sue truppe di entrare in Gerusalemme con le aquile e con le insegne recanti l'effigie dell'imperatore: era una profanazione della Città Santa. Nessun procuratore aveva osato tanto, rispettando il divieto ebraico di esibire raffigurazioni umane e il rigoroso principio religioso secondo cui solo Dio è re in Israele. Dopo forti proteste quelle insegne furono tolte. Comincia a manifestarsi qui il miscuglio di ostinazione e di debolezza che indubbiamente caratterizzava Pilato, e che si ritrova nel suo atteggiamento in occasione del processo di Gesù: da un lato egli lo dichiara innocente, poi finisce per cedere agli accusatori, contro la verità. Lo fa condannare, ma rifiuta ostinatamente di modificare la scritta posta sulla croce (Gesù Nazareno Re dei Giudei), giudicata equivoca per un condannato a morte. 

Discepoli e Apostoli del Signore 

DISCEPOLI sono coloro che seguono un maestro o un profeta,e ne apprendono l'insegnamento. Il Vangelo ricorda i discepoli di Giovanni Battista, quelli dei fariséi, e soprattutto quelli di Gesù. Sono chiamati personalmente da lui: "Vieni e séguimi" (Lc 18,22), non tutti allo stesso modo; qualcuno è rimandato nel suo ambiente (Lc 8,38-39) e non è ammesso a seguirlo (Mc 5,18-20). Si è veri discepoli quando si riconosce in Gesù l'unico Maestro e si segue il suo esempio, portando la croce ogni giorno (Mc 8,34-37). Nel Vangelo figurano come discepoli di Gesù anche alcune donne "che lo seguivano" (Lc 8,1-3), e Maria di Betània che "seduta ai piedi del Signore stava ad ascoltare la sua parola" (Lc 10,38-39), cosa impensabile per i Rabbì di allora. 

APOSTOLI (inviati, mandati) sono detti i Dodici discepoli che Gesù scelse "perché stessero con lui e per poterli inviare a predicare" (Mc 4,13-19). I loro nomi sono ricordati nel Vangelo: "primo Simone detto Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo figlio di Zebedéo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartoloméo; Tommaso e Matteo il pubblicàno (Levi); Giacomo di Alféo e Taddéo (Giuda Taddéo o Giuda di Giacomo); Simone lo Zelota (o Cananeo) e Giuda Iscariòta che poi lo tradì" (Mt 10,1-4). Di alcuni apostoli si narra la chiamata (vocazione) e la pronta risposta: Simon Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni (Lc 5,1-11); Matteo o Levi (Lc 5,27-32); Andrea e un altro - forse lo stesso Giovanni che racconta - Pietro, Filippo e Natanaéle o Bartoloméo (Gv 1,35-51).

Come dai patriarchi discendevano le 12 tribù dell'antico Israele, così i Dodici primi depositari degli insegnamenti di Gesù e primi testimoni e continuatori della sua missione, sono costituiti patriarchi del nuovo popolo di Dio che è la Chiesa detta perciò "apostolica": essi portarono il Vangelo in tutte le direzioni, e fondarono chiese in tutte le città allora conosciute. Il "collegio degli apostoli" si allargò a Mattia, eletto al posto di Giuda, poi a Barnaba e soprattutto a Paolo, già persecutore della Chiesa divenuto apostolo dei popoli pagani e massimo predicatore del Vangelo: ancor oggi, a duemila anni di distanza, i vescovi posti a guidare le chiese sono i "successori" degli apostoli, e continuano la loro opera di evangelizzazione del mondo. Capo degli apostoli è Simon Pietro, chiamato da Gesù ad essere "pietra su cui edificherò la mia Chiesa" (Mt 16,16-19), e pastore di tutto il suo gregge (Gv 21,15-17).

Legato indissolubilmente a lui, primo PAPA, è Paolo, il più grande dei VESCOVI: subirono entrambi il martirio a Roma, nella persecuzione di Nerone (67-68), e sono venerati come "i prìncipi degli apostoli". Il Vangelo ricorda la missione dei Dodici inviati "alle pecore perdute della casa d'Israele" (Mt 10,1-10), e la missione più universale di Settantadue discepoli (Lc 10,1-20), inviati simbolicamente a tutti i 72 popoli della terra elencati nella Genesi. 

Le donne nel Vangelo 

Nei confronti delle donne Gesù non ha mai mostrato né rifiuto né imbarazzo, anzi rompendo le abitudini del suo ambiente, le ha guardate con simpatia, ponendole sullo stesso piano dell'uomo e ha compiuto gesti significativi nei loro confronti, divenuti insegnamento inequivocabile per i cristiani. San Paolo l'ha compreso perfettamente quando afferma che in Cristo Gesù non c'è più distinzione tra uomo e donna, che sono ugualmente figli di Dio. Particolarmente attento alla presenza delle donne nella vita di Gesù è Luca: nel suo Vangelo dell'infanzia emerge la figura di Maria (in Matteo è preminente la figura di Giuseppe); alcune donne seguivano Gesù, come i discepoli, assistendolo nella vita pubblica: sono nominate Maria di Màgdala, Giovanna moglie di Cusa, e Susanna (Lc 8,1-2).

Gesù perdona la peccatrice (Lc 7,36-50), libera dal diavolo la Maddalena (Lc 8,2), è in rapporto di amicizia con Marta e Maria, sorelle di Làzzaro, e difende Maria che sta in ascolto della sua parola (Lc 10,38-42); apprezza l'obolo della povera vedova (Lc 21,1-4), accetta il compianto delle donne lungo la via dolorosa (Lc 23,27-31). Gesù si intrattiene con la Samaritana, cosa inaudita per un Rabbì del suo tempo, e si rivela a lei come Messia (Gv 4,1-44); guarisce la suocera di Pietro (Mc 1,29-31), l'emorroissa (Mc 5,25-34), la figlia della donna cananea (Mc 7,24-30); richiama in vita la figlia di Giàiro (Mc 5,35-43); e salva dalla lapidazione la donna adultera (Gv 8,1-11).

Gli evangelisti notano la presenza delle donne sul Calvàrio e alla sepoltura di Gesù: sono nominate Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo, e Salòme (Mc 15,40), Maria di Cléofa (Gv 19,25). Le donne sono le prime testimoni del Risorto, anche se la loro testimonianza non è creduta: sono nominate Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo, e Salòme (Mc 16,1-11). La tradizione chiama queste donne semplicemente "le Marie" per la frequenza di questo nome nei gruppi nominati nel Vangelo. Significativamente furono primi testimoni della nascita i pastori di Betlemme, e furono primi testimoni della risurrezione le donne: gli uni e le altre non erano ritenuti testi credibili nei giudizi. Il Vangelo non segue i criteri di valutazione seguiti dagli uomini. 

Fariséi e Sadducéi

  FARISEO è un termine che da duemila anni ha la connotazione negativa degli ottusi nemici di Gesù. Ma questa è solo una visione parziale di un fenomeno ben più vario e importante. La loro origine risale al II secolo aC. quando "uomini pii, molto forti, votati ciascuno alla legge (la Toràh)" si opposero al re Antìoco IV Epìfane che voleva imporre i costumi pagani ed ellenizzare la Siria e la Palestina.

Il loro nome deriva probabilmente da "farash" (separare). Erano "i pii, i separati", il gruppo religioso più rigoroso. La loro concezione della religione, elastica circa le teorie, ma inflessibile nella pratica, era un grande fattore di coesione, e consentì al popolo ebraico una equilibrata vita religiosa. Al tempo di Gesù i fariséi rappresentavano una minoranza importante, presenti e protagonisti ovunque si discutesse della legge, di come interpretarla e praticarla. Provenivano per lo più dal ceto dei mercanti e degli artigiani, in contatto continuo con gli strati popolari più umili.

Di solito riuniti in comunità chiuse, vivevano per la Toràh, a causa della Toràh, con la Toràh, con l'impegno di proclamare la Toràh, spiegarne le regole, adattandole scrupolosamente ad ogni sorta di situazioni. Per questo davano grande importanza alla tradizione orale nell'interpretazione dei precetti: la Bibbia da una parte, la tradizione degli antichi dall'altra, per dare alla religione autorevolezza, agilità e realismo. Centro della loro attività era la sinagòga, luogo di preghiera e di studio, più propizio del tempio alla manifestazione della vita religiosa e al rimescolamento sociale. Si opponevano a Gesù perché interpretava la legge a modo suo, non secondo il rigore delle tradizioni.

Ma non figurano nelle diatribe che porteranno Gesù alla morte: qui si opporranno al Rabbì di Nàzaret i dottori della legge, i capi del popolo, la nobiltà presuntuosa del ceto e della cultura. Probabilmente l'invettiva di Gesù che accomuna "scribi e fariséi ipocriti" (Mt 23,13-31) riguardava soltanto la parte più formalmente osservante di questi gruppi: è questo il senso del termine "fariseìsmo". D'altra parte Gesù è stato in amichevoli rapporti con fariséi come Nicodémo, Simone, Giuseppe di Arimatéa. E san Paolo, allievo del grande Gamaliéle, si proclamerà fariséo senza vergogna. 

SADDUCEI. Discendenti, almeno nel nome, da Sadoc, sommo sacerdote al tempo di Davide e Salomone (c. 1000 aC.), formavano un raggruppamento politico-religioso che riuniva molti sacerdoti d'alto rango, come le famiglie dei sommi sacerdoti Anna e Càifa, e la ricca borghesia. Taciti collaborazionisti del potere romano, cercavano di conservare potere, privilegi e ricchezza. Compaiono poche volte nei Vangeli e, di solito, in coppia con i fariséi. A differenza di questi, i sadducéi ritenevano sacri e normativi solo i cinque libri del Pentatéuco o legge di Mosè, trascurando gli altri.

Non credevano ad angeli e a spiriti celesti come non credevano alla risurrezione e quindi alla vita dopo la morte. Una volta provocarono Gesù chiedendo come avrebbe potuto convivere, nella risurrezione, na donna che aveva avuto sette mariti. Gesù spiega come va interpretata la Scrittura e chiude loro la bocca (Mt 22,23-33). Sono nemici dichiarati di Gesù, che disprezzano come povero popolano della Galiléa e temono come contrario ai loro privilegi. Siccome formavano la maggioranza nel sinédrio, decisero facilmente la sua condanna. 

Pubblicàni e pubblici peccatori 

Nel mondo romano per la riscossione delle imposte vigeva il sistema dell'appalto esattoriale: lo stato metteva all'asta e dava in concessione al migliore offerente la riscossione di ogni tipo di tributo: decime, diritti doganali e di pascolo, imposte varie. Fissato l'ammontare complessivo per ogni zona, vinceva l'asta chi faceva l'offerta più elevata e subito la versava: poteva poi rifarsi con ogni mezzo sui contribuenti, cercando naturalmente di guadagnarci.

Questo era il compito dei PUBBLICANI, esattori delle tasse per conto dell'odiato potere imperiale, e dei loro "exactores" che agivano direttamente sui contribuenti, con modi prepotenti e vessatori. Perciò erano odiati; anche perché spesso le autorità romane erano complici dei loro soprusi. "Ogni pubblicàno è un ladro" diceva un proverbio; "Essi sono gli orsi e i lupi della società umana". Il loro mestiere era perciò considerato il peggiore di tutti, e il semplice contatto con un pubblicàno era considerato una forma di impurità legale. Nel Vangelo i pubblicàni vengono nominati insieme con i PECCATORI (Mt 9,10-11).

Erano infatti considerati pubblici peccatori, come gli empi, i prevaricatori, i trasgressori manifesti della legge, i nemici di Dio e del suo popolo. Tutti i pagani erano considerati peccatori: perciò non si potevano avvicinare e non si poteva mangiare alla loro tavola. Gesù non ha paura di avvicinare anche i pubblicàni: chiama Levi (o Matteo), che a Cafàrnao riscuoteva i tributi per Erode Antìpa, e divenne apostolo (Mt 9,9) e fu il primo evangelista. Converte Zacchéo, capo di pubblicàni del centro commerciale di Gérico, che decide di diventare onesto e di restituire il mal tolto (Lc 19,1-10).

La parabola del fariséo e del pubblicàno (Lc 18,9-14) dimostra come Gesù andava oltre le apparenze e non giudicava semplicemente in base ai pregiudizi della gente. Anche verso i peccatori Gesù si mostra accogliente e tollerante: in alcune parabole suggerisce addirittura di imitarne la furbizia e la scaltrezza: "I figli di questo mondo ... sono più astuti dei figli della luce" (Lc 16,1-8); "Fatevi degli amici con la ricchezza ingiusta..." (Lc 16,9). 

Giudei. Samaritani. Greci e pagani (o gentili) 

GIUDEI. Si chiamavano così gli abitanti del regno di Giuda, poi chiamato Giudea, ma al tempo di Gesù il termine era usato dagli stranieri e poco dagli interessati, e indicava più l'appartenenza religiosa (al GIUDAISMO), che non la nazionalità o l'etnia giudaica. Nel Vangelo di Giovanni sono chiamati Giudei gli oppositori di Gesù, che provengono dal giudaismo e non vogliono riconoscere Gesù come Messia (Gv 5,10-18). Forse la connotazione peggiorativa del termine è maturata in seguito all'atteggiamento persecutorio e ostile dei Giudei contro la Chiesa, al tempo in cui furono scritti i Vangeli.

SAMARITANI. La Samarìa è la regione centrale della Palestina, tra la Giudea a sud e la Galiléa a nord. Il nome anticamente indicava la città costruita da Omri (886-875), come capitale del regno del nord dopo la secessione da Gerusalemme (930 aC.), poi si estese a tutta la regione. Gli Assiri, che la conquistarono nel 721, deportarono molti suoi abitanti rimpiazzandoli con coloni pagani. Questi si fusero con gli ebrei rimasti, originando una popolazione mista e pure una religione ibrida che mescolava tradizioni ebraiche, legate soprattutto al Pentatéuco, con pratiche idolatriche pagane. Per tale situazione razziale e religiosa i Samaritani erano disprezzati dai Giudei.

Gli avversari di Gesù, quando vorranno insultarlo, non troveranno di meglio di dirgli che era un samaritano e un indemoniato (Gv 8,48). Gesù mostra molta benevolenza anche verso i Samaritani: parla e si rivela come Messia alla Samaritana (Gv 4,4-42); loda nella parabola il buon samaritano (Lc 10,30-37); fa notare che solo un samaritano, tra dieci lebbrosi guariti, è tornato a ringraziare (Lc 17,11-19), e rimprovera i discepoli che volevano vendicarsi per non essere stati accolti dai Samaritani (Lc 9,52). 

GRECI. Si chiamavano così non solo gli abitanti della Grecia, ma tutti coloro che appartenevano alla cultura ellenistica, impostasi nel mondo mediterraneo dopo le conquiste di Alessandro Magno (357-323 aC.). Quelli di altre culture erano considerati BARBARI. Il Vangelo ricorda un gruppo di Greci convertiti al giudaismo che, venuti a Gerusalemme per la Pasqua, vollero incontrare Gesù (Gv 12,20-36). PAGANI (Gentili). La parola significa semplicemente "i popoli, le genti". Per gli ebrei il termine "goìm" (le nazioni) era diventato sinonimo di infedeli: tutti coloro che non appartenevano al popolo d'Israele erano disprezzati come inferiori ("quelli che ignorano la legge"), e chiamati cani. Il Vangelo riporta l'eco di tale disprezzo nel dialogo di Gesù con la donna cananéa, che invoca un miracolo fuori della Palestina: "Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini!... Sì, Signore, ma anche i cagnolini si nutrono delle briciole che cadono dalla mensa dei loro padroni" (Mt 15,21-28).

I pagani che si convertivano alla religione ebraica erano detti TIMORATI DI DIO e ammessi allo studio della Bibbia; sechiedevano di essere circoncisi erano ammessi anche al culto e chiamati PROSELITI (aggiunti). Da qui il termine proselitìsmo. Scribi e Dottori della legge SCRIBI. Anticamente erano gli scrivani funzionari della pubblica amministrazione, i soli che sapevano leggere e scrivere, e quindi erano in grado di redigere leggi,documenti, contratti, corrispondenza diplomatica... Divennero perciò consiglieri e ministri dei re.

L'Antico Testamento presenta anche gli scribi come esperti e DOTTORI DELLA LEGGE di Mosè (la Bibbia). La gente si meravigliava che Gesù sapesse insegnare con tanta autorità (Mc 1,22) senza aver frequentato la scuola: solo i dottori della legge potevano essere dei Rabbì. Gli scribi erano nello stesso tempo teologi, avvocati, pastori e medici; erano i depositari del sapere rispettati e ammirati. Quando passava uno scriba tutti si alzavano in piedi in segno di ossequio. Durante l'esilio in Babilonia (586-539 aC.), essi avevano conservato la memoria e l'osservanza della legge, conciliando le necessità della vita con gli imperativi religiosi. Gli scribi e i dottori della legge diedero anche una valenza giuridica alla Bibbia, interpretandone acutamente tutti i precetti. Così finirono per avere anche una funzione politica di primo piano. Gesù si scontra con gli scribi, spesso nominati insieme ai fariséi, soprattutto per il loro formalismo e la loro alterigia (Mt 23). Infatti erano soliti discutere all'infinito su dettagli insignificanti, disprezzando gli altri e arrogandosi il diritto di imporre sacrifici solo agli altri. Sono rimaste celebri le dispute tra la scuola di Hillel e quella di Shammai: il primo, più flessibile, dava molta importanza ai rapporti umani; l'altro più intransigente era rigorosissimo anche su cose insignificanti. 

Sacerdoti e Levìti. Il sinédrio. Anziani e capi del popolo 

L'antico Israele onorava Dio come suo vero re: il sacerdozio occupava perciò il primo posto nella società ebraica ed era come un titolo nobiliare. Il origine erano SACERDOTI tutti i discendenti della tribù di Levi. Successivamente, con l'accentramento del culto nel solo tempio di Gerusalemme, il sacerdozio si limitò ai discendenti della sola famiglia di Aronne, mentre i LEVITI si ridussero al ruolo di aiutanti, assistenti, portieri. Dato l'elevato numero di sacerdoti il servizio era stabilito con turno in 24 classi (Lc 1,8-9).

SOMMO SACERDOTE: era la massima carica in Israele. Capo del sinédrio, governava il popolo e lo rappresentava davanti ai Romani. Era la sua dignità cultuale a segnarlo con una "santità eterna" e a qualificarlo quasi come plenipotenziario di Dio nei confronti della comunità. In forza di questo ufficio, il giorno dell'Espiazione (Yom Kippùr) solo lui, vestito coi paramenti liturgici prescritti, poteva entrare nel Santo dei Santi per intercedere a nome di tutto il popolo: sacrificava un giovenco e un capro per il sacrificio espiatorio, un montone per l'olocausto; bruciava l'incenso; aspergeva col sangue delle vittime il PROPIZIATORIO (il coperchio d'oro dell'Arca dell'Alleanza ritenuto "lo sgabello dei piedi di Dio"); imponeva le mani su un capro espiatorio caricandolo dei peccati d'Israele e lo mandava a perdersi nel deserto.

Il Sommo Sacerdote pontificava nelle cerimonie del sabato, dei noviluni e delle feste di pellegrinaggio (Pasqua, Pentecoste e Tabernacoli). Poteva sempre partecipare all'offerta dei sacrifici e godeva del diritto di prelazione sulle parti di carni offerte. Per espletare i propri doveri cultuali doveva attenersi scrupolosamente alle leggi di purezza legale e osservare molte prescrizioni circa i cibi, le abluzioni, le vesti e gli stessi rapporti sociali. L'ufficio di sommo sacerdote, per il suo carattere indelebile, anticamente era assunto a vita. Erode però, e poi i Romani, nominavano il Sommo Sacerdote per ragioni politiche deponendo quello in carica. I Romani, anzi, custodivano gli abiti rituali, consegnandoli di volta in volta per le feste, e controllavano così l'obbedienza dei loro eletti. Il sommo sacerdote deposto conservava il titolo, l'onore e anche la possibilità di sostituire quello in carica, quando questi era impedito di esercitare il proprio ufficio: così il Vangelo ricorda insieme Anna e Càifa (Gv 18,12-14).

Il SINEDRIO (consesso) era insieme parlamento e supremo tribunale degli ebrei di Palestina: era formato da 70 anziani più il Sommo Sacerdote e si riuniva due volte la settimana nella "sala delle grandi pietre" situata a sud del cortile dei sacerdoti: la localizzazione precisa è incerta. Poteva legiferare con una certa autonomia, ma non poteva rendere esecutive sentenze di morte senza l'approvazione del procuratore romano.

ANZIANI e CAPI DEL POPOLO. Erano capifamiglia o persone con particolare responsabilità ed esperienza, non solo per l'età. Pur provenendo da gruppi diversi, sacerdoti, scribi, fariséi, soprattutto sadducéi ricchi e conservatori,rappresentavano l'aristocrazia politica ed economica. Tra loro erano scelti i membri del sinédrio o gran consiglio. Il Vangelo ricorda Nicodémo (Gv 3,1) e Giuseppe d'Arimatéa (Mt 27,57). Il titolo passò poi anche ad indicare i responsabili delle prime comunità cristiane: dal greco Presbìtero (anziano) deriva il termine Prete. 

Malati, ossessi, indemoniati 

  Il Vangelo documenta la situazione sanitaria al tempo di Gesù secondo la mentalità popolare d'allora. Col nome generico di lebbra si indicavano gravi malattie della pelle ritenute contagiose e incurabili, come la tubercolosi ossea in forma purulenta e l'elefantiasi.

La LEBBRA vera e propria, tuberosa (con gonfiori) o bianca (placche che rendono la carne insensibile), era ritenuta un autentico castigo di Dio e condannava all'isolamento, lontano dai paesi. La guarigione era ritenuta quasi impossibile e solo il sacerdote, dopo accurate verifiche, poteva riammettere un lebbroso mondato nel consesso civile. La PARALISI era molto diffusa ma non sempre mortale: l'uomo dalla mano secca che Gesù guarisce di sabato ne è colpito localmente; quello calato dal tetto nella casa di Cafàrnao, o il servo del centurione, appaiono colpiti da paralisi totale.

Molti erano colpiti da INFERMITA' CONGENITE: zoppi, storpi, sordomuti. Poi c'erano idropici, sofferenti di malattie veneree, emorragie, malattie tipiche dei paesi caldi: congestioni per i salti di temperatura tra giorno e notte, dissenterie aggravate per consumo eccessivo di frutta, malaria, soprattutto nelle zone paludose del Giordano. E malattie degli occhi, a causa dell'intenso riverbero solare, della polvere fine e penetrante, e dell'abbondanza di mosche e d'insetti. 

OSSESSI E INDEMONIATI. Gesù guarì molti che si ritenevano posseduti dal demonio o da spiriti malvagi, e la liberazione di un indemoniato con un semplice comando è posta da Marco come chiave di lettura di tutto il Vangelo (Mc 1,23-28.34). Non tutti i casi qualificati come possessione diabolica erano veramente tali: la mentalità del tempo attribuiva a influssi malefici diverse malattie inspiegabili, come la demenza e l'epilessia. Le guarigioni istantanee operate da Gesù mostrano in lui una potenza superiore a quella di Satana, e l'autenticità della sua missione di salvatore, perché "è giunto a voi il Regno di Dio" (Mt 12,22-28). Gesù manda gli annunciatori del Vangelo a "scacciare tutti i demoni" e guarire gli infermi (Lc 9,1-6). La missione di Gesù ha i caratteri di una liberazione totale dal male, sia fisico sia morale, del quale Satana è il simbolo e a volte anche l'istigatore. Gesù però non dice che ogni male sia effetto di un peccato, né colpevolizza gli indemoniati che gli danno l'occasione di dimostrare la sua potente signoria su ogni realtà cattiva: così "si manifestano le opere di Dio "(Gv 9,1-5). 

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