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Le origini di Israele

I patriarchi
cf :Bibbia Piemme

Il libro della Genesi presenta Abramo come un migrante, proveniente dalla città di Ur, nel sud della Me-sopotamia: la cronologia più diffusa lo colloca attorno al XVIII sec. a.C, in quel periodo archeologico che chiamiamo "medio bronzo n" (circa tra il 1900 e il 1550 a.C). Si tratta di un'epoca di discreta prosperità per la terra di Canaan: gli insediamenti si moltiplicano, in particolare nella regione costiera, nelle colline tra la Giudea e il mare e nelle valli del nord, cioè nelle regioni più accessibili e fertili. La popolazione, di stirpe semitica, vive concentrata in piccole città-stato, a loro volta sotto il controllo dell'Egitto, che, insieme all'impero babilonese e agli Hittiti, costituisce una delle grandi potenze dell'epoca.

I Cananei erano un popolo sedentario, la cui principale occupazione era rappresentata dall'agricoltura; i patriarchi, invece, ci vengono presentati come seminomadi, pastori di bestiame minuto e solo occasionalmente come piccoli agricoltori; è da sfatare l'immagine molto diffusa che li paragona ai grandi nomadi del deserto, ai beduini, che del resto appariranno molto più tardi.

Al di fuori dei testi biblici non possediamo alcuna testimonianza storica sull'esistenza dei patriarchi che, proprio per questo, sono stati considerati da diversi critici come figure mitiche, invenzioni di un'epoca molto tardiva, come quella dell'esilio.

Tale mancanza di dati ci impedisce anche di stabilirne l'origine: si è pensato che essi facessero parte di gruppi semitici emigrati verso ovest all'inizio del II millennio, ma la questione è lontana dall'essere risolta.

E possibile trovare qualche corrispondenza tra le narrazioni patriarcali e il periodo storico cui esse si riferirebbero: le usanze riferite dalla Genesi (il figlio avuto da una schiava - Abramo e Ismaele -, la schiava come concubina - Abramo e Agar - ecc.) potrebbero avere una certa corrispondenza con usanze analoghe note all'inizio del II millennio (si veda R. De Vaux, Le Istituzioni dell'Antico Testamento, pp. 13-26). Lo storico non può dire molto di più: la storia contenuta in Gn 12 -50 è essenzialmente una storia di famiglie, tre generazioni (Abramo-Isacco-Giacobbe) nello spazio di ben tre secoli!

È chiaro che ci troviamo comunque davanti alla semplificazione di una storia molto più complessa. Non bisogna poi dimenticare che il testo biblico rilegge e attualizza la storia patriarcale: la redazione jahvista rilegge le promesse fatte ad Abramo in chiave monarchica, mentre la redazione sacerdotale vede la migrazione di Abramo da Ur dei Caldei (che nel XVIII sec. a.C. non esistevano, ma esisteranno molto più tardi, quando il redattore scriveva) come il simbolo dell'itinerario percorso dagli esuli di ritorno da Babilonia.In tal modo i racconti sui patriarchi assumono un valore simbolico perenne che va ben al di là della loro storicità.

Dobbiamo perciò accontentarci di pensare che nelle storie dei patriarchi sia conservato il ricordo di una preistoria nomadica d'Israele senza che però si possa ricostruire un " epoca dei patriarchi " o una " religione dei patrirchi " a partire da questi testi. »

 

mondpatrI

 

Scrive Rendtorff:

«... Studiosi americani, francesi e israeliani tentarono di comprendere i patriarchi nel quadro del mondo dell'antico vicino-Oriente del II millennio pre-cristiano, che a partire dagli anni '20 è stato sempre meglio conosciuto grazie a vari ritrovamenti archeologici e soprattutto grazie a nuovi testi. Si è ritenuto di ritrovare in essi nomi, costumi giuridici, condizioni di vita uguali a quelli che si trovano nelle storie dei patriarchi, o che esse presuppongono, e di poter così chiaramente definire un periodo dei patriarchi all'interno del II millennio (cfr. Albright, de Vaux, Kenyon, Bright).

... L'impostazione archeologica ha sempre dovuto accontentarsi di segnalare analogie e di evidenziare retroterra senza però poter produrre alcuna prova concreta dell'esistenza o della datazione dei patriarchi. Ciò ha condotto a notevoli insicurezze e divergenze d'opinione anche tra gli studiosi che erano persuasi della fondamentale bontà di questa impostazione.

Nel frattempo, anche il valore probante del materiale comparativo è stato radicalmente messo in questione (cfr. Thompson, Van Seters 1975, Lei-neweber). Inoltre, si presenta anche qui il problema che i testi addotti appartengono in molti casi a strati recenti — a prescindere poi dal fatto di stabilire se il carattere dei testi, che sono saghe, consenta dirette conclusioni di tipo storico. Rimane comunque l'impressione che le storie dei patriarchi (come anche gli altri testi dell'Antico Testamento) mostrino varie relazioni e affinità con altri testi del mondo dell'antico Oriente, cui pure appartengono. ( Claudiana 1990)

Una ricostruzione «a posteriori»
cf.: [Ebraismo-a cura di G. Filoramo-Bari1999]

I tre periodi più antichi... dall'età detta dei Patriarchi (da Abramo, il più antico antenato, a Giuseppe) all'età «mosaica» alla Conquista e poi al tempo dei Giudici, sono certamente finzioni bibliche.
Alla storicità delle figure dei Patriarchi, e dei relativi racconti che troviamo nella Genesi, nemmeno gli studiosi più tradizionalisti credono più; l'esodo dall'Egitto, la marcia attraverso il deserto e la conquista della Palestina (la «terra di Canaan») sono oggi negati da alcuni studiosi, mentre coloro che ne accettano una qualche credibilità storica non sono d'accordo fra loro quanto alla datazione, alla portata e al contesto degli eventi che propongono di collegare al racconto biblico dell'Esodo e dei libri connessi, e del libro dei Giudici. In particolare, recenti studi hanno chiarito che:

1 ) Non solo la storicità dei Patriarchi va negata (Thompson, 1974), ma il loro carattere di pastori nomadi è illusorio, dal momento che essi sono mostrati dal racconto della Genesi in atto di coltivare cereali, e che non esisteva nell'antico Vicino Oriente (o almeno in area palestinese) prima del I° millennio un vero e proprio genere di vita puramente nomade e pastorale, ma piuttosto una società che integrava l'agricoltura stanziale con una forma di pastorizia transumante. Gli spostamenti anche ampi che la Genesi attribuisce ai Patriarchi hanno semmai la funzione di «fondare» istituzioni e realtà ampiamente distribuite su un vasto territorio, palestinese ed extra-palestinese, interessato dalla presenza dell'antico Israele (v. Grottanelli, 1985).

2) Ad eccezione dei movimenti dei «popoli del mare», nessun dato coevo, testuale o archeologico, mostra l'esistenza di una vera e propria invasione della Palestina da parte di un popolo proveniente dall'esterno in età riferibili all'orizzonte cronologico che si soleva collegare con i racconti dell'Esodo e della Conquista (Arata Mantovani, 1988).

3) Nessun dato sembra indicare che, nell'età ampia che va dalla seconda metà del II millennio a.C. all'inizio del secolo, sia mai esistita nell'area siro-palestinese una società «tribale» organizzata in modo fondamentalmente autonomo rispetto alle forme prevalenti - urbane e monarchiche - nel Vicino Oriente preclassico; anzi un recente riesame delle «tribù» d'Israele così come ce le presenta la Bibbia tende a riconoscere in esse entità territoriali, «topografiche» anziché «sociali», all'interno di un'organizzazione statale centralizzata (Auld, 1987; per analoghe considerazioni sulle entità «claniche» della Grecia antica vedi Bourriot, 1976 e Roussel, 1976).

In realtà, anche se redatti da ambienti diversi, e in età talvolta lontane l'una dall'altra, i libri narrativi della Bibbia altro non fanno che costruire a posteriori il cammino d'Israele e la vicenda dei rapporti di quel popolo con il suo dio, Yahweh, dal punto di vista di quella religiosità, esilica e post-esilica, che riconosceva solo in Yahweh il dio della nazione e solo nella fedeltà a quel dio il corretto comportamento.

Dopo che la Genesi ha narrato le origini della nazione e del suo rapporto con il suo dio, infatti, i libri che si susseguono presentando i successivi sviluppi del racconto rispondono ai medesimi criteri di base e sono scanditi dal medesimo ritmo: a momenti di infedeltà grave di Israele nei confronti di Yahweh seguono castighi, rappresentati da calamità varie ma soprattutto dal prevalere dei nemici, siano essi abitanti di Canaan o di regioni circonvicine; ai castighi seguono ripensamenti, pentimenti e il desiderio di riallacciare i rapporti con la divinità nazionale, di cui si invoca il perdono e l'aiuto; a questi ripensamenti d'Israele seguono gli interventi salvifici della divinità, con l'istaurarsi di brevi periodi di pace e di prosperità; dopo di che interviene un nuovo peccato del popolo (o del re), una nuova punizione, e così via.

I peccati del popolo o del monarca consistono fondamentalmente nell'abbandono del culto rivolto al solo Yahweh, e nella ricerca di altre divinità - spesso delle divinità dei popoli vicini, Cananei o altri; in altri casi più semplicemente di errori nelle forme del culto, che possono coesistere con il riconoscimento della divinità nazionale ma lo inficiano e causano comunque sventure.

Teologia dei racconti dei patriarchi

Ricordiamo il significato del canone biblico dell'AT:

LEGGE
PROFETI
SCRITTI

La Legge, la  Torah , è la parola divina del passato. Il passato è  normativo, legge.

I Profeti sono la parola divina che interviene sul momento storico, è la parola per il  presente. Il presente è  prova. Gli scritti sono la sapienza  di Israele, la parola divina per il  futuro,  cioè per ogni tempo della storia.

Il libri sui Patriarchi appartengono alla Legge. Il messaggio fondamentale dei testi riferiti ai Patriarchi di Israele è questo :

"...i patriarchi sono depositari di promesse divine mai revocate da Jhwh e di tutte le istruzioni necessarie perchè le promesse si compino e il popolo viva insieme a Dio nella Terra di Palestina."

I racconti dei patriarchi annunciano :

-chi è Dio
-come agisce (grazia)
-cosa si aspetta dall'uomo (relazione di grazia)

Tutti i racconti sulle persone dei Patriarchi sono stati inquadrati all'interno di uno schema escatologico. La loro fisionomia , includendo tratti e cartteristiche è stata ri-raccontata in base al loro ruolo di depositari della promessa divina e della speranza di Israele .

L'elemento della Promessa divina costituisce il legame tra le origini del popolo e la nascita della nazione.

Le promesse divine sono state fatte per un compimento immediato ma la non collaborazione degli uomini lo ritarda continuamente . Israele non doveva passare dalla schiavitù in Egitto : il peccato contro Giuseppe ha ritardato il compimento delle promesse ed ha portato il popolo dentro quella storia.

La storia della salvezza testimonia sia l'azione fedele di Dio ( che per questo merita fiducia, fede) sia l'azione del popolo spesso infedele ( che quindi non merita la salvezza).

Che tipo di rapporto aveva stabilito Dio con i patriarchi?

Sara Muore e Abramo non intravede il compimento delle promesse divine: deve seppellire Sara in Palestina fidandosi del fatto di essere depositario di una Promessa divina che riguarda quella terra: viene frodato nel contratto di acquisto del terreno, ma lì la seppellisce.

Giunto all fine dei suoi anni Abramo non vede il compimento delle promesse che Dio gli aveva fatto, ma ha fiducia ugualmente in Dio e questa fiducia (nella riflessione biblica posteriore) gli viene accreditata da Dio come Giustizia ( cioè la fede di Abramo nelle promesse divine è considerata da Dio come fosse osservanza delle sue istruzioni, giacchè Abramo non fu osservante).

Questo significa dire , programmaticamente , o se preferiamo a posteriori, che la Giustizia (= osservanza delle leggi divine) richiesta ad Israele per vivere insieme a Dio in Palestina non sarà tanto l'osservanza rituale ( sacrifici , culto, etc) nè riguarderà tanto le qualità umane (= essere forti nella osservanza delle norme) ma sarà la fiducia in un rapporto di pura grazia o gratuità tra Dio e il suo popolo.

Dio ha stabilito la sua relazione con Abramo facendo promesse di miracoli e ricevendo la sua fede.
La fede in Dio, il Dio di Abramo, è l'accettazione di una relazione con Lui fondata su una sua promessa, una sua parola data, un suo giuramento, un suo testamento.

La fede in Dio è, fin dalle origini, fede in una promessa divina . Gli uomini non vedono gli dèì ma vedono le loro azioni, i miracoli ed i prodigi, le loro rivelazioni. La fede negli dèi è normalmente fede in una rivelazione e si manifesta chiedendo che il miracolo si ripeta o chiedendone altri . Ma è più facile credere ad un miracolo che si vede che non ad una promessa di miracolo da parte di un dio che non si vede. 

Il popolo di Israele ha tramandato le promesse e le rivelazioni di Dio cioè i suoi miracoli e prodigi e le parole dei profeti che le annunciavano e ne rivelavano il significato . Questa testimonianza permette ad ogni generazione di potersi accertare della fedeltà di questo Dio, della sua affidabilità, ed eventualemnte aderire con fede alla alleanza stabilita da Lui .

La " fede in Dio ", per ebrei e cristiani e musulmani, è la fede archetipica di Abramo, fede nelle promesse divine. Diventa importante in queste religioni potersi accertare della credibilità ed affidabilità di Dio : questo Dio mantiene le promesse che fa? e in quale modo? e a quale prezzo?

La fedeltà di Dio alle sue promesse, rivelata nella storia , è l'elemento centrale di tutta la Bibbia.

I racconti dei patriarchi hanno come elemento centrale la fede nella promessa divina che genera speranza e muove la storia verso il compimento della vita del popolo insieme a Dio.

I racconti hanno anche la funzione di cogliere negli eventi storici le grandi gesta di Dio e di testimoniarle per ogni generazione, sollecitando una risposta di fiducia. Ogni impresa umana viene giudicata, in questi testi, in base alla fiducia che si è dimostrata verso la fedeltà di Dio alle sue promesse.

I patriarchi sono da imitare?

Il ruolo dei racconti non è quello di fornire esempi umani di grande qualità morale .

I testi non ignorano elementi "immorali" nella fisionomia dei Partriarchi : Abramo consegna la moglie ad un re straniero,Sara è crudele con Agar e Ismaele , Giacobbe è un ladro, Mosè è un assassino ,Davide un adultero ,etc. ; quello che conta è il loro ruolo di depositari di promesse divine mai revocate da Dio e valide per tutte le generazioni. La immoralità dei patriarchi del resto non è mai giustificata in nessun modo. Nonostante ciò, ogni volta che si mettono nei pasticci (peccano, diremmo noi) , in quanto sono depositari delle promesse , vengono salvati da Dio.

Così Sara viene salvata dalla minaccia del Faraone (Gn 12) e poi da Abimelech (Gn 20) perchè insieme alla sua vita è in pericolo la promessa, la speranza, l'eschaton del popolo: Sara deve partorire Isacco. Dio salverà anche Isacco(Gn22) dal sacrificio ( i sacrifici umani erano normali presso i Cananei) perchè Isacco è depositario delle promesse, etc.

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