Piccolo Corso Biblico

La risurrezione.

La discesa agli inferi
.

La discesa di Gesù negli Inferi La morte/risurrezione di Gesù è " il Giorno del Signore " annunciato dai profeti, il momento del Giudizio Divino di Israele e l'inizio del giudizio universale .

Gv 9,39 Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi».
Gv 3,19
E il giudizio è questo:
la Luce è venuta nel mondo,
ma
gli uomini hanno amato più le tenebre che la Luce,
perché le loro opere erano malvagie


Il giudizio è operato dall'offerta salvifica di Gesù : il suo Spirito. Sono gli uomini che si autodeterminano come salvi o condannati credendo a Gesù ad accogliendo la sua offerta o rifiutandola. E che erano già defunti ?

Mt 12, 40Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce,
così il Figlio dell'uomo
resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.

Nei vangeli non solo non si parla mai dell' "inferno", ma non esiste neppure la parola ( vedi traduzione CEI 2008). Nei vangeli si parla di chasma (Baratro) Lc 16,26; di abyssos (Abisso) Lc 8,31, di Ade (ebr. Sheol) Mt 11,23; 16,18; Lc 10,15; 16,23; (il regno sotto terra, che, secondo la mitologia greca, alla ripartizione del mondo tra i tre figli di Cronos (Zeus, Poseidone e Ade), era toccato al terzo figlio, lo spietato Ade), e di Geenna (Mt 5,22.29.30: 10,28; 18,9; 23,15-33; Mc 9,43.45.47; Lc 12,5).

Tutte immagini che hanno ben poco o nulla da vedere con quella che intendono i cristiani per inferno, cioè un luogo di supplizi eterni popolato da diavoli tremendi.

"Geenna" (“valle del figlio di Hinnom”), è un burrone a sud di Gerusalemme, dove c'erano altari (tofet) nei quale venivano sacrificati i bambini in onore del dio Molok: “Hanno costruito l’altare di Tofet, nella valle di Ben-Hinnon, per bruciare nel fuoco i figli e le figlie” (Ger 7,31).

Per stroncare questo culto, la valle venne trasformata in immondezzaio di Gerusalemme, sperando che gli ebrei, che avevano l'orrore di tutto ciò che era sporco e quindi impuro, smettessero di praticare questi sacrifici umani. Col tempo questa valle divenne simbolo di punizione per i malvagi dopo la loro morte.

Agli inizi dell'era cristiana, sotto l'influsso di idee ellenistiche, l'immagine del mondo aveva cominciato a modificarsi: l'immagine dell'universo a tre piani (cielo, terra, mondo sotterraneo) venne sostituita dalla terra circondata da sfere planetarie: la regione celeste al di sopra della luna era riservata agli dèi e quella al di sotto della luna agli spiriti degli uomini e alle potenze demoniache.

Gli inferi si collocavano nel sottosuolo e ad essi si accedevea per mezzo di fori-grotte .( nelle grotte e caverne vivevano le sibille, le pizie le pitonesse e tutti gli intermediari che accompagnavano ( come narra Virgilio ) gli uomini a visitare gli Inferi.

Il "descensus ad inferna" di Gesù compare per la prima volta in una professione di fede cristiana verso la metà del secolo V, nella cosiddetta quarta formula di Sirmio del 359, opera del siro Marco di Aretusa . La Liturgia delle Ore nel giorno di Pasqua all'Inno mattutino recita :

Sfolgora il sole di Pasqua
Risuona il Cielo di Canti
Esulta di gioia la terra .
Dagli abissi della morte
Cristo ascende vittorioso
Insieme agli antichi padri .

La discesa agli inferi del Signore. Il sabato santo. (Patrologia greca -Da un'antica « Omelia sul Sabato santo ». (PG 43, 439. 451. 462-463)

"Che cosa è avvenuto?

Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato ed ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. Certo egli va a cercare il primo padre come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte.

Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione. Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: « Sia con tutti il mio Signore ».

E Cristo rispondendo disse ad Adamo: « E con il tuo spirito ». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: « Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà. Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre : Siate illuminati!

A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell'inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui!

Tu in me e io in te siamo infatti un'unica e indivisa natura. Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce.

Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta. Guarda sul mio dorso la flagellazione subita pei liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati:. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, un tempo avevi malamente allungato la tua mano! all'albero.

Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell'inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te. Sorgi, allontaniamoci di qui.

Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.

Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l'eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli ».
"

Catechesimo di Trento

Articolo 5 - Significato dell'articolo 67
Interessa senza dubbio moltissimo conoscere la gloria della sepoltura di Gesù Cristo nostro Signore di cui abbiamo poco fa parlato. Ma deve interessare anche di più i fedeli il conoscere i trionfi strepitosi che egli riportò sul demonio debellato e l'inferno spogliato. Di ciò, appunto, e insieme della risurrezione, dobbiamo ora parlare. Avremmo potuto benissimo trattare separatamente i due argomenti, ma seguendo l'autorità dei santi Padri, riteniamo conveniente unire nella medesima esposizione la discesa all'inferno e la risurrezione. Che cosa voglia dire, genericamente, "inferno"

Art 68 -Discese all'inferno.

Nella prima parte dell'articolo ci viene proposto di credere che, dopo la morte di Gesù Cristo, la sua anima discese all'inferno e vi rimase finché il corpo restò nel sepolcro. Con queste parole riconosciamo che, in quel tempo, la medesima persona di Gesù Cristo fu nell'inferno e giacque nel sepolcro, il che non deve sorprendere. Infatti, come spesso abbiamo ripetuto, sebbene l'anima fosse uscita dal corpo, tuttavia la divinità non si separò mai né dall'anima, né dal corpo.

II parroco getterà molta luce sul senso dell'articolo, spiegando subito che cosa si debba intendere qui con il termine "inferno". Ammonirà anzitutto che esso non sta a significare il "sepolcro", come alcuni, non meno empiamente che ignorantemente, interpretarono.
Abbiamo infatti appreso già dall'articolo precedente che Gesù Cristo nostro Signore fu sepolto; ne v'era motivo perché gli Apostoli, nel redigere la regola della fede, ripetessero il medesimo concetto, con formula più oscura.

Qui il vocabolo in questione vuole significare quelle nascoste sedi, in cui stanno le anime di coloro che non hanno conseguito la beatitudine celeste. La Sacra Scrittura offre molteplici esempi di questo uso. In san Paolo leggiamo: "In nome di Gesù, ogni ginocchio si curvi, in cielo, in terra, nell'inferno" (Fil 2,10). Negli Atti degli Apostoli san Pietro assicura che Gesù Cristo nostro Signore risuscitò, dopo aver superato i dolori dell'inferno (At 2,24).

Che cosa voglia dire specificamente l' Art 69.
Tali sedi non son tutte del medesimo genere. Una è quella prigione tenebrosa e orribile, nella quale le anime dei dannati giacciono in un fuoco perpetuo e inestinguibile, insieme agli spiriti immondi. In questo significato abbiamo i termini equivalenti di Geenna, abisso, inferno propriamente detto. In secondo luogo c'è la sede del fuoco purgante, soffrendo nel quale, per un determinato tempo, le anime dei giusti subiscono l'espiazione, onde possano salire alla patria eterna, chiusa a ogni ombra di colpa.


Anzi, sulla verità di questa dottrina, che i santi concili proclamano contenuta nella Scrittura come nella Tradizione apostolica, il parroco insisterà con rinnovata diligenza, poiché viviamo in tempi nei quali la sana dottrina non trova agevole accesso presso gli uomini. Infine una terza sede è quella in cui le anime dei santi furono ospitate prima della venuta di Gesù Cristo nostro Signore. Esse vi dimorarono quietamente, immuni da ogni pena, alimentate dalla beatifica speranza della redenzione.

Reale discesa dell'anima di Gesù Cristo nell'inferno
Art. 70 .
Gesù Cristo scendendo nell'inferno liberò appunto le anime di questi giusti, aspettanti il Salvatore nel seno di Abramo. Ne dobbiamo credere che vi sia disceso in modo da farvi pervenire soltanto la sua virtù e la sua potenza, ma non la sua anima. Dobbiamo invece ritenere con tutta fermezza che la sua anima discese realmente e con la sua presenza nell'inferno.

Abbiamo in proposito l'esplicita testimonianza di David: "Non lascerai l'anima mia nell'inferno" (Sal 15,10). La discesa di Gesù Cristo all'inferno nulla detrasse all'infinita sua potenza, né gettò alcun'ombra offuscatrice sullo splendore della sua santità.
Al contrario fu cosi solennemente confermato quanto era stato dichiarato circa la sua santità e la sua figliolanza da Dio, già manifestata da tanti miracoli. Ce ne persuaderemo senza indugio, se riflettiamo alle ben diverse ragioni, per le quali scesero in quella sede Gesù Cristo e gli altri. Tutti vi erano penetrati prigionieri; egli invece, libero e vincitore fra morti, vi entrò per debellare i demoni, dai quali essi erano tenuti prigionieri a causa della colpa originale.

Inoltre, di tutti gli altri che erano discesi nell'inferno, una parte era stretta dalle più opprimenti pene; un'altra parte, pur libera da dolori sensibili, era amareggiata dalla privazione della visione di Dio e dall'aspettativa ansiosa della sperata beatitudine.
Cristo signore invece vi discese non per soffrire, bensì per liberare i giusti dalla molestia dell'ingrata prigione e conferir loro il frutto della propria passione. Nella sua discesa dunque non si riscontra nessuna diminuzione dell'infinita sua dignità e potenza.

Cristo discendendo nel limbo liberò le anime dei santi 71.
Poi si dovrà insegnare come Gesù Cristo nostro Signore è disceso nel limbo, per condurre seco in cielo i santi Padri e tutti gli altri uomini pii, liberandoli dal carcere, dopo aver strappato al demonio la sua preda; [ nel 2007 è stato abolito il nome Limbo perciò questa dimensione non si chiama più così. N.D.R.] il che fu da lui compiuto in maniera ammirabile e con gloria grande.

Il suo aspetto sfolgorò su quei prigionieri una luce chiarissima e riempì le loro anime di letizia immensa e di gaudio; anzi elargì a esse ancora la più desiderabile delle beatitudini che consiste nella visione di Dio.
Così fu compiuta la promessa fatta al buon ladrone: "Oggi sarai con me in paradiso" (Lc 23,43). Questa liberazione dei buoni era stata molto tempo innanzi predetta da Osea con queste parole: "O morte, io sarò la tua morte; o inferno, io sarò la tua distruzione" (Os 13,14); e dal Profeta Zaccaria: "Per te, a causa del sangue del tuo patto, io ritirerò i tuoi prigionieri dalla fossa senz'acqua" (Zc 9,11); nonché dal passo dell'Apostolo: "Egli ha spogliato i principati e le potestà, offrendoli a spettacolo e trionfando di loro" (Col 2,15).

Per meglio intendere il valore di questo mistero, dobbiamo sovente ricordare che per beneficio della passione di Cristo han ricevuto la salvezza non solo gli uomini pii, nati dopo l'avvento del Signore, ma anche quelli che lo avevan preceduto da Adamo in poi e che saranno per nascere fino alla fine del mondo. Perciò avanti che egli morisse e risorgesse da morte, le porte dei cieli non si aprirono mai per alcuno, ma le anime dei buoni, uscite di questa vita, erano portate nel seno di Abramo o venivano purificare nel fuoco del purgatorio, come avviene anche ora a quelli che han qualcosa da lavare o da scontare.

V’è infine un'altra causa della discesa di Cristo signore negli inferi, ed è la manifestazione della sua forza e potenza anche in quel luogo, com'era stato nel cielo e sulla terra, affinché si avverasse che al suo nome ogni ginocchio si piega in cielo, in terra e negli inferi (Fil 2,10). Chi non ammirerà a questo punto l'immensa benignità di Dio verso il genere umano? Chi non sarà preso dallo stupore, considerando che egli, non soltanto ha voluto subire per noi un'acerbissima morte, ma è ancor voluto scendere nei penetrali della terra, per toglierne le anime, a lui tanto care, e portarle seco alla beatitudine?

Commento del card. Ratzinger sull'articolo del credo cattolico "discese agli Inferi"
" Una volta che si tenga presente questo, si risolve da sé anche il problema delle ‘prove scritturali’ riguardanti il nostro articolo; per lo meno nel grido lanciato da Gesù al momento della sua morte: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato” (Mc. 15,34)?, il mistero della discesa di Gesù agli inferi si fa a noi percettibile, come un lampo nell’oscurità della notte.

Non dimentichiamo però che questa invocazione del crocifisso è la frase iniziale d’una preghiera di Israele (Sal. 22 [21], 2), nella quale si riassumono in maniera toccante l’afflizione e la speranza di questo Popolo, eletto da Dio ed ora apparentemente da lui abbandonato nel modo più desolante. Tale preghiera, sgorgante dalla più profonda afflizione della tenebra in cui Dio s’è avvolto, termina però con un inno alla grandezza di Dio.

Ora, anche questo risulta presente nel grido di morte emesso da Gesù, grido che Ernst Käsemann ha designato concisamente come una preghiera scaturente dall’inferno, come il rilancio del primo comandamento nel deserto dell’apparente assenza di Dio:“Il Figlio mantiene ancora salda la fede, anche adesso, mentre la fede sembra divenuta un non-senso e la realtà terrena palesa chiaramente l’assenza di Dio, di cui non per nulla parlano il primo ladrone e la folla schernitrice. Il suo grido non è rivolto alla vita e alla sopravvivenza, non a se stesso, bensì al Padre. Il suo grido si contrappone alla realtà, all’intero mondo”.

E allora, abbiamo ancora forse bisogno di chiederci che cosa debba rappresentare la preghiera nella nostra ora di tenebra? Può forse essere qualcosa di diverso dal grido lanciato dal profondo assieme al Signore, che è ‘disceso all’inferno’ ed ha riaffermato la vicinanza di Dio proprio nel bel mezzo dell’abbandono in cui egli ci vuol lasciare?

Accingiamoci ora ad un’altra riflessione, per penetrare un pochino in questo poliedrico mistero che da un solo lato non è possibile chiarire. Prendiamo innanzitutto atto d’una constatazione esegetica.

Ci si dice che, nel nostro articolo di fede, la parola ‘inferno’ sarebbe solo una errata traduzione di Sceol (in greco Hádes), con cui gli ebrei designavano lo stato oltre la morte, che veniva immaginato molto vagamente come una specie di esistenza da regno delle ombre, più un non-essere che un essere. Pertanto, l’asserto avrebbe originariamente significato solo che Gesù era entrato nello Sceol, ossia che era morto.

Ora, ciò potrà magari anche esser giusto. Ma resta pur sempre da vedere se così la faccenda si è davvero semplificata, divenendo meno misteriosa di prima. Io ritengo invece che proprio ora il problema presenti il suo vero volto: la morte e ciò che accade quando uno muore, ossia entra nel regno della morte.

Di fronte a questo problema, dobbiamo tutti quanti confessare la nostra perplessità. Nessuno sa realmente che cosa succeda, perché tutti viviamo al di qua della staccionata della morte, e quindi non abbiamo alcuna esperienza diretta di questo fatto. Possiamo però forse tentar di accostarla proprio partendo ancora una volta dal grido lanciato da Gesù sulla croce, in cui abbiamo riscontrato espresso il nucleo centrale di ciò che significa la discesa di Gesù agli inferi, la sua partecipazione al destino di morte dell’uomo.

In questa estrema preghiera di Gesù, come del resto anche nella scena dell’orto degli ulivi, il nucleo più profondo della sua Passione non sembra essere qualche dolore fisico, bensì la radicale solitudine, il completo abbandono. Ora qui viene in luce, in definitiva, semplicemente l’abissale solitudine dell’uomo in genere: dell’uomo che nel suo intimo è solo, tragicamente solo. Questa solitudine, che viene sì per lo più camuffata in svariati modi, ma rimane pur sempre ugualmente la vera situazione dell’uomo, denota al contempo la più stridente contraddizione con la natura stessa dell’uomo, che non può sussistere da solo ma abbisogna invece d’una vita comunitaria.

La solitudine è perciò la regione dell’angoscia, radicata nel fatto stesso che l’essere è gettato allo sbaraglio, eppure deve ugualmente esistere, anche trovandosi costretto ad affrontare l’impossibile. Vediamo ora di spiegare un po’ meglio questo fatto adducendo un esempio.

Quando un bambino si trova obbligato ad attraversare un bosco da solo, in una notte oscura, è preso dal terrore, quand’anche gli sia stato dimostrato nella maniera più convincente che non c’è assolutamente nulla di cui egli debba temere. Al momento in cui egli si trova solo ed immerso nelle tenebre, sperimentando così radicalmente il senso della solitudine, insorge immediatamente in lui la paura, l’autentica paura dell’uomo, che non è paura di fronte a qualcosa, bensì paura e basta.

La paura di fronte a qualcosa di determinato è in fondo innocua: può infatti venire scacciata togliendo di mezzo l’oggetto che la provoca. Tanto per fare un esempio, quando uno ha paura d’un cane che morde, si fa presto a rimediare all’inconveniente legando il cane alla catena. Nel caso nostro invece, c’imbattiamo in qualcosa di ben più profondo: l’uomo, allorché si trova confinato nell’estrema solitudine, non trema di fronte a qualcosa di determinato, che è suscettibile di venir eliminato; prova invece il terrore della solitudine, sente l’inquietudine e l’inerme condizione della sua stessa natura, che non sono debellabili per via razionale.

Facciamo un esempio ancora: quando uno deve vegliare da solo di notte con un morto in stanza, sentirà sempre la sua posizione come un tantino disagiata e sconcertante, anche se non vuole confessarlo nemmeno a se stesso,e si trova in grado di convincersi razionalmente dell’inoggettività delle sue sensazioni.

Di per sé, egli sa benissimo che il morto non può fargli assolutamente nulla, e che la sua situazione sarebbe probabilmente assai più pericolosa qualora la persona che veglia fosse ancora viva. Ciò che qui insorge è un tipo completamente diverso di paura: non è la paura di fronte a qualcosa, bensì la sinistra angoscia della solitudine in sé, affiorante dal suo restare, solo con la morte, l’inermità dell’esistenza posta davanti all’ignoto.

Dobbiamo ora chiederci: e allora, come è possibile vincere tale paura, se la prova dell’assoluta inconsistenza del pericolo annaspa nel vuoto? Ebbene, ecco: il bambino si troverà completamente liberato della sua paura, nell’istante stesso in cui troverà una mano che stringa la sua e lo guidi, nell’attimo in cui sentirà una voce che gli parli; nel momento quindi, in cui sperimenterà la compagnia d’un uomo che gli voglia bene.

E anche colui che si trova solo col morto, sentirà subito sparire l’accesso di paura non appena un altro uomo si accosti a lui, non appena senta la vicinanza di un ‘tu’. Ora, in questo superamento della paura, si rivela simultaneamente anche la sua vera natura: come essa sia il terrore della solitudine, l’angoscia che attanaglia un essere suscettibile di vivere solo in associazione. La tipica paura dell’uomo può venir superata non tramite la ragione, bensì soltanto tramite la presenza d’un essere che gli voglia bene. Dobbiamo ora sviscerare ulteriormente il nostro assunto.

Se esistesse una solitudine in cui nessuna parola d’un altro potesse più penetrare a cambiare lo stato di fatto; se si verificasse un abbandono talmente profondo, da non permettere più ad alcun ‘tu’ di giungervi avremmo allora l’autentica e totale solitudine, quello stato spaventoso e sinistro che il teologo chiama ‘inferno’.

Che cosa significhi questa parola, lo possiamo esattamente definire prendendo le mosse da quanto abbiamo testé detto: essa denota proprio una solitudine, in cui non entra più la parola dell’amore, e che costituisce quindi l’autentica esposizione allo sbaraglio dell’esistenza.

A questo proposito, a chi non viene subito in mente come poeti e filosofi del nostro tempo ribadiscano proprio l’idea che, in fondo, tutti gli incontri fra uomini s’arrestano alla superficie, sicché nessun uomo ha accesso al genuino profondo dell’altro?

Stando a queste concezioni quindi, nessuno può realmente raggiungere l’intimo dell’altro; ogni incontro, per bello che sembri, si limita pertanto solo ad anestetizzare l’insanabile piaga della solitudine. Nel più profondo della nostra esistenza perciò, s’anniderebbe l’inferno, la disperazione: la terribile solitudine insomma, che è tanto ineluttabile quanto raccapricciante... In effetti, una cosa è certa: esiste una notte, nel cui desolato abbandono non giunge alcuna voce; esiste una porta, attraverso la quale possiamo transitare esclusivamente da soli: la porta della morte.

Ogni paura imperante nel mondo è in definitiva paura di questa tremenda solitudine. Si capisce allora perché l’Antico Testamento abbia una sola parola, per indicare gli inferi e la morte: la parola Sceol. In fondo, per esso le due cose sono identiche. La morte è la solitudine per antonomasia. Ma l’orrenda solitudine in cui nemmeno l’amore riesce più a penetrare, è davvero l’ ‘inferno’".


ll Catechismo universale della Chiesa Cattolica

L'evento della pasqua di Gesù viene reinterpretato da Matteo alla luce della resurrezione di Gesù che diventa il centro dell’annuncio della novità, il vangelo del risorto, e il centro ermeneutico dei fatti . Lo Spirito di Gesù fa uscire i giusti dallo Sheol , il regno della morte, per farli entrare nel Regno della vita per mezzo della risurrezione

CUCC 632 Le frequenti affermazioni del Nuovo Testamento secondo le quali Gesù “è risuscitato dai morti” ( At 3,15; Rm 8,11; 1Cor 15,20 ) presuppongono che, preliminarmente alla Risurrezione, egli abbia dimorato nel soggiorno dei morti [Cf Eb 13,20 ]...Eb 13,20 Il Dio della pace che ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un'alleanza eterna, il Signore nostro Gesù.... E' il senso primo che la predicazione apostolica ha dato alla discesa di Gesù agli inferi: Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e li ha raggiunti con la sua anima nella dimora dei morti. Ma egli vi è disceso come Salvatore, proclamando la Buona Novella agli spiriti che vi si trovavano prigionieri [Cf 1Pt 3,18-19 ].

1Pt 3,18 Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito. 19 E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione; 20 essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l'arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell'acqua. 21 Figura, questa, del battesimo, che ora salva voi.

CUCC 633 La Scrittura chiama inferi, shéol o Ade [Cf Fil 2,10; At 2,24; Ap 1,18; Ef 4,9 ] il soggiorno dei morti dove Cristo morto è disceso, perché quelli che vi si trovano sono privati della visione di Dio [Cf Sal 6,6; Sal 88,11-13 ]. Tale infatti è, nell'attesa del Redentore, la sorte di tutti i morti, cattivi o giusti; [Cf Sal 89,49; 633 1Sam 28,19; Ez 32,17-32 ] il che non vuol dire che la loro sorte sia identica, come dimostra Gesù nella parabola del povero Lazzaro accolto nel “seno di Abramo” [Cf Lc 16,22-26 ].

“Furono appunto le anime di questi giusti in attesa del Cristo a essere liberate da Gesù disceso all'inferno” [Catechismo Romano, 1, 6, 3]. Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati [Cf Concilio di Roma (745): Denz. -Schönm., 587] né per distruggere l'inferno della dannazione, [Cf Benedetto XII, Opuscolo Cum dudum: Denz. -Schönm., 1011; Clemente VI, Lettera Super quibusdam: ibid., 1077] ma per liberare i giusti che l'avevano preceduto [Cf Concilio di Toledo IV (625): Denz. -Schönm., 485; cf anche Mt 27,52-53 ].


CUCC 634 “La Buona Novella è stata annunciata anche ai morti. . . ” ( 1Pt 4,6 ). La discesa agli inferi è il pieno compimento dell'annunzio evangelico della salvezza. E' la fase ultima della missione messianica di Gesù, fase condensata nel tempo ma immensamente ampia nel suo reale significato di estensione dell'opera redentrice a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, perché tutti coloro i quali sono salvati sono stati resi partecipi della Redenzione.


CUCC 635 Cristo, dunque, è disceso nella profondità della morte [Cf Mt 12,40; Rm 10,7; Ef 4,9 ] affinché i morti udissero la voce del Figlio di Dio e, ascoltandola, vivessero [Cf Gv 5, 24 In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita.25 In verità, in verità vi dico: è venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l'avranno ascoltata, vivranno.]. Gesù “l'Autore della vita” ( At 3,15 ) ha ridotto “all'impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, ” liberando “così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” ( Eb 2,14-15 ).


Ormai Cristo risuscitato ha “potere sopra la morte e sopra gli inferi” ( Ap 1,18 ) e “nel nome di Gesù ogni ginocchio” si piega “nei cieli, sulla terra e sotto terra” ( Fil 2,10 ). “Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato ed ha svegliato coloro che da secoli dormivano. . . Egli va a cercare il primo padre, come la pecora smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva, che si trovano in prigione. . . “Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio. Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell'inferno. Risorgi dai morti. Io sono la Vita dei morti” [Da un'antica “Omelia sul Sabato Santo”: PG 43, 440A. 452C, cf Liturgia delle Ore, II, Ufficio delle letture del Sabato Santo].


Omelia di Benedetto XVI nella Veglia Pasquale domenica, 8 aprile 2007
"Cari fratelli e sorelle! Dai tempi più antichi la liturgia del giorno di Pasqua comincia con le parole: Resurrexi et adhuc tecum sum – sono risorto e sono sempre con te; tu hai posto su di me la tua mano. La liturgia vi vede la prima parola del Figlio rivolta al Padre dopo la risurrezione, dopo il ritorno dalla notte della morte nel mondo dei viventi.

La mano del Padre lo ha sorretto anche in questa notte, e così Egli ha potuto rialzarsi, risorgere. La parola è tratta dal Salmo 138 e lì ha inizialmente un significato diverso. Questo Salmo è un canto di meraviglia per l’onnipotenza e l’onnipresenza di Dio, un canto di fiducia in quel Dio che non ci lascia mai cadere dalle sue mani.
E le sue mani sono mani buone.

L’orante immagina un viaggio attraverso tutte le dimensioni dell’universo – che cosa gli accadrà? "Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra. Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra…», nemmeno le tenebre per te sono oscure… per te le tenebre sono come luce" (Sal 138 [139],8-12).

Nel giorno di Pasqua la Chiesa ci dice: Gesù Cristo ha compiuto per noi questo viaggio attraverso le dimensioni dell’universo. Nella Lettera agli Efesini leggiamo che Egli è disceso nelle regioni più basse della terra e che Colui che è disceso è il medesimo che è anche asceso al di sopra di tutti i cieli per riempire l’universo (cfr 4,9s). Così la visione del Salmo è diventata realtà. Nell’oscurità impenetrabile della morte Egli è entrato come luce – la notte divenne luminosa come il giorno, e le tenebre divennero luce. Perciò la Chiesa giustamente può considerare la parola di ringraziamento e di fiducia come parola del Risorto rivolta al Padre: "Sì, ho fatto il viaggio fin nelle profondità estreme della terra, nell’abisso della morte e ho portato la luce; e ora sono risorto e sono per sempre afferrato dalle tue mani".

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Le icone pasquali della Chiesa orientale mostrano come Cristo entra nel mondo dei morti. Il suo vestito è luce, perché Dio è luce. "La notte è chiara come il giorno, le tenebre sono come luce" (cfr Sal 138 [139],12). Gesù che entra nel mondo dei morti porta le stimmate: le sue ferite, i suoi patimenti sono diventati potenza, sono amore che vince la morte. Egli incontra Adamo e tutti gli uomini che aspettano nella notte della morte.

Alla loro vista si crede addirittura di udire la preghiera di Giona: "Dal profondo degli inferi ho gridato, e tu hai ascoltato la mia voce" (Gio 2,3).
Il Figlio di Dio nell’incarnazione si è fatto una cosa sola con l’essere umano – con Adamo. Ma solo in quel momento, in cui compie l’atto estremo dell’amore discendendo nella notte della morte, Egli porta a compimento il cammino dell’incarnazione. Mediante il suo morire Egli prende per mano Adamo, tutti gli uomini in attesa e li porta alla luce.

Ora, tuttavia, si può domandare: Ma che cosa significa questa immagine? Quale novità è lì realmente accaduta per mezzo di Cristo? L’anima dell’uomo, appunto, è di per sé immortale fin dalla creazione – che cosa di nuovo ha portato Cristo? Sì, l’anima è immortale, perché l’uomo in modo singolare sta nella memoria e nell’amore di Dio, anche dopo la sua caduta. Ma la sua forza non basta per elevarsi verso Dio.

Non abbiamo ali che potrebbero portarci fino a tale altezza. E tuttavia, nient’altro può appagare l’uomo eternamente, se non l’essere con Dio.
Un’eternità senza questa unione con Dio sarebbe una condanna. L’uomo non riesce a giungere in alto, ma anela verso l’alto: "Dal profondo grido a te…".

Solo il Cristo risorto può portarci su fino all’unione con Dio, fin dove le nostre forze non possono arrivare. Egli prende davvero la pecora smarrita sulle sue spalle e la porta a casa. Aggrappati al suo Corpo noi viviamo, e in comunione con il suo Corpo giungiamo fino al cuore di Dio. E solo così è vinta la morte, siamo liberi e la nostra vita è speranza. È questo il giubilo della Veglia Pasquale: noi siamo liberi.

Mediante la risurrezione di Gesù l’amore si è rivelato più forte della morte, più forte del male.
L’amore Lo ha fatto discendere ed è al contempo la forza nella quale Egli ascende. La forza per mezzo della quale ci porta con sé. Uniti col suo amore, portati sulle ali dell’amore, come persone che amano scendiamo insieme con Lui nelle tenebre del mondo, sapendo che proprio così saliamo anche con Lui. Preghiamo quindi in questa notte: Signore, dimostra anche oggi che l’amore è più forte dell’odio. Che è più forte della morte.

Discendi anche nelle notti e negli inferi di questo nostro tempo moderno e prendi per mano coloro che aspettano. Portali alla luce! Sii anche nelle mie notti oscure con me e conducimi fuori! Aiutami, aiutaci a scendere con te nel buio di coloro che sono in attesa, che gridano dal profondo verso di te! Aiutaci a portarvi la tua luce! Aiutaci ad arrivare al "sì" dell’amore, che ci fa discendere e proprio così salire insieme con te! Alleluia. Amen. "

[© Copyright 2007 - Libreria Editrice Vaticana]

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