| La vita spirituale è un cammino difficile
e pieno di inganni.
Non può essere un cammino fai-da-te : l'esperienza
millenaria della Chiesa lo insegna.
Dalla Costituzione "Caelestis Pastor"
Condanna di 68 proposizioni quietistiche di Miguel de Molinos - Innocenzo
XI
20 novembre 1687
Miguel de Molinos si acquistò la fama di confessore e direttore
spirituale soprattutto con molte lettere e con la sua opera principale
Guia espiritual ("Guida spirituale", Roma 1675). Nel luglio
1685 Molinos fu accusato presso il tribunale dell’Inquisizione
di quietismo. Il 3 settembre 1687 dovette pubblicamente ritrattare, sotto
giuramento, i suoi errori e fu condannato all’arresto per tutta
la vita. Le proposizioni condannate furono tolte la più parte
dall’epistolario e dal suo Memorandum consegnalo all’Inquisizione.
L’Inquisizione aveva circa 12.000 sue lettere. Nel decreto del
S. Uffizio del 4 settembre 1687 furono condannati i quietisti Simone
e Antonio M. Leoni e anche il card. Pier Matteo Petrucci, che il 17 dicembre
1687 ritrattò le 54 proposizioni estratte dai suoi libri per incarico
del S. Uffizio. La revoca fu inserita nel breve di Innocenzo XI Cum sicut
aceepimus emanato il 26 maggio 1689. Questi documenti molto ampi qui
non vengono riportati.
Errori quietistici di Miguel de Molinos
1. È necessario che l’uomo annienti le sue facoltà,
e questa è la via interiore.
2. Volere operare attivamente è offendere Dio che vuole essere
lui stesso il solo a operare: e per questo è necessario abbandonare
tutto se stesso e totalmente in Dio, e poi in lui rimanere come un corpo
morto.
3. I voti in ordine a qualcosa da fare sono un impedimento per la perfezione.
4. L’attività naturale è nemica della grazia, impedisce
le operazioni di Dio e la vera perfezione: Dio infatti vuole operare
in noi senza di noi.
5. Non operando nulla, l’anima si annienta e ritorna al suo principio
e alla sua origine che è l’essenza di Dio, nella quale trasformata
rimane, come divinizzata, e Dio allora rimane in se stesso; per questo
allora non sono più due cose unite, ma una soltanto, e per questo
motivo Dio vive e regna in noi, e l’anima annienta se' stessa nell’essere
che opera.
6. La via interiore è quella in cui non si conosce né luce
né amore né abbandono; e non è necessario conoscere
Dio, e così si procede rettamente.
7. L’anima non deve pensare né al premio né alla
punizione, né al paradiso né all’inferno, né alla
morte né all’eternità.
8. Non deve voler conoscere se cammina secondo la volontà di
Dio, o se alla stessa volontà rimanga o no abbandonata; e non è necessario
che essa voglia conoscere il suo stato o il suo proprio nulla; ma deve
rimanere come un corpo morto.
9. L’anima non deve ripensare né a sé né a
Dio, né a qualsiasi cosa, e nella via interiore ogni riflessione è nociva,
anche la riflessione sulle proprie azioni umane e sui propri difetti.
10. Non è necessario riflettere se con i propri difetti si scandalizzano
gli altri, purché non ci sia la volontà di scandalizzare:
e il non poter riflettere sui propri difetti, è una grazia di
Dio.
11. Sui dubbi che assalgono se si procede o no rettamente, non si deve
riflettere.
12. Colui che ha donato a Dio il suo libero arbitrio, non deve preoccuparsi
di nessuna cosa, né dell’inferno ne' del paradiso; e non
deve avere il desiderio della propria perfezione, né delle virtù,
né della propria santità, né della propria salvezza,
la cui speranza deve eliminare.
13. Una volta sottomesso a Dio il libero arbitrio, si deve lasciare
a Dio stesso il pensiero e la preoccupazione di ogni nostra cosa, e lasciare
che egli faccia in noi, senza di noi, la sua divina volontà.
14. Colui che si è sottomesso alla volontà divina non
deve più chiedere a Dio una qualsiasi cosa; perché il chiedere è imperfezione,
poiché è un atto di volontà e scelta propria, ed è un
volere che la divina volontà si conformi alla nostra e non invece
la nostra alla divina; e quel detto del Vangelo: "Chiedete e otterrete" [Gv
76,24] non è stato detto da Cristo per le anime interiori che
non vogliono avere la volontà; anzi le anime di tal genere giungono
al punto di non poter chiedere a Dio nessuna cosa.
15. Così come non debbono chiedere a Dio nessuna cosa, così pure
non debbono a lui rendere grazie per nessuna cosa; l’una e l’altra
cosa infatti sono un atto della propria volontà.
16. Non si debbono ricercare le indulgenze per la pena dovuta a motivo
dei propri peccati; poiché è meglio soddisfare alla divina
giustizia che ricercare la divina misericordia: quello infatti deriva
da puro amore di Dio, questo invece da amore interessato di noi stessi,
e non è cosa gradita a Dio e meritoria, perché è un
voler fuggire la croce.
17. Consegnato a Dio il libero arbitrio e a lui lasciata la cura e la
preoccupazione della nostra anima, non si debbono più tenere in
alcun conto le tentazioni; e non si deve tare ad esse nessun’altra
resistenza se non negativa, senza esercitare nessuna attività;
e se la natura si agita, bisogna lasciare che si agiti, perché è natura.
18. Chi nella preghiera si serve di immagini, figure, forme esteriori
e concetti propri, non adora Dio in spirito e verità [Cf. Gv 4,23].
19. Chi ama Dio nel modo in cui la ragione argomenta e l’intelletto
comprende, non ama il vero Dio.
20. Affermare che nella preghiera si deve ricorrere all’aiuto
del ragionamento e dei pensieri quando Dio non parla all’anima, è ignoranza.
Dio non parla mai, la sua parola è il suo agire, e lui sempre
agisce nell’anima, quando questa non lo impedisce con i suoi ragionamenti,
pensieri e attività.
21. Nella preghiera si deve rimanere nella fede oscura e totale, nel
riposo e nella dimenticanza di qualsivoglia pensiero particolare e distinto
sugli attributi di Dio e della Trinità, e rimanere così alla
presenza di Dio per adorarlo e amarlo e servirlo; ma senza produzione
di atti, perché Dio in questi non si compiace.
22. Questa conoscenza per fede non è un atto prodotto dalla creatura,
ma è la conoscenza data da Dio alla creatura, che la creatura
non conosce di avere e che quindi non conosce di avere avuto; e lo stesso
vale per l’amore.
23. I mistici distinguono con san Bernardo nella Scala Claustralium
quattro gradi: la lettura, la meditazione, l’orazione e la contemplazione
infusa. Chi rimane sempre nel primo, non passa mai nel secondo. Chi rimane
sempre nel secondo, non perviene mai al terzo, che è la nostra
contemplazione acquisita nella quale si deve persistere per tutta la
vita, fino a che Dio non attira l’anima (senza che essa se lo aspetti)
alla contemplazione infusa; e quando questa cessa, l’anima deve
ritornare al terzo grado e in questo permanere, senza mai più ritornare
al secondo o al primo.
24. Quali che siano i pensieri che si presentano durante la preghiera,
siano essi impuri, o anche contro Dio, i santi, la fede e i sacramenti,
se non vengono alimentati volontariamente e nemmeno volontariamente cacciati
via, ma vengono sopportati con indifferenza e con rassegnazione, essi
non impediscono la preghiera della fede, la rendono anzi ancora più perfetta,
perché l’anima così rimane maggiormente abbandonata
alla volontà di Dio.
25. Anche se sopravviene il sonno e si dorme, permangono tuttavia in
atto la preghiera e la contemplazione: preghiera e abbandono infatti,
abbandono e preghiera, sono la stessa cosa, e mentre perdura l’abbandono,
perdura anche la preghiera.
26. Le cosiddette tre vie, purificativa, illuminativa ed unitiva, sono
l’assurdo massimo che mai sia stato detto nella mistica; poiché non
c’è che una sola via, cioè quella ulteriore.
27. Chi desidera e abbraccia la devozione sensibile, non desidera e
non cerca Dio, ma se stesso; e agisce male, colui che cammina per la
via interiore, quando la desidera e si sforza di averla sia nei luoghi
sacri che nei giorni di festa solenne.
28. Il tedio delle cose spirituali è cosa buona, dal momento
che con questo si purifica l’amor proprio.
29. Quando l’anima interiore prova fastidio dei discorsi su Dio
e delle virtù, e fredda rimane senza sentire nessun fervore in
se stessa, questo è un segno buono.
30. Tutto il sensibile di cui facciamo esperienza nella vita spirituale, è cosa
abominevole, ignobile e immonda.
31. Nessun meditativo esercita le vere virtù interiori che non
debbono essere conosciute dai sensi. Bisogna lasciar perdere le virtù.
32. Né prima né dopo la comunione si richiede una qualche
preparazione o un rendimento di grazie (per queste anime inferiori di
cui si parla), se non il permanere nel solito abbandono passivo, perché questo
supplisce in modo più perfetto a tutti gli atti di virtù che
possono farsi e si fanno nella via ordinaria. E se in questa occasione
della comunione insorgono moti di umiliazione, di supplica o di rendimento
di grazie, debbono essere repressi, salvo che non si riconosca che questi
provengono da un impulso speciale di Dio: altrimenti essi sono un impulso
della natura non ancora morta.
33. L’anima che procede per questa via interiore agisce male se
nei giorni di festa solenne, con uno sforzo particolare, vuole suscitare
in sé un qualche devoto sentimento, dato che per l’anima
interiore tutti i giorni sono uguali, sono tutti festivi. E lo stesso
deve dirsi dei luoghi sacri, perché per le anime di tal fatta
tutti i luoghi sono uguali.
34. Rendere grazie a Dio con le parole e la lingua, non è cosa
per le anime anteriori che debbono rimanere in silenzio, senza opporre
a Dio alcun impedimento che operi in loro; e quanto più si abbandonano
a Dio, imparano a conoscere di non poter più recitare la preghiera
del Signore, cioè il Poter noster.
35. Per le anime di questa via interiore non è conveniente che
esse facciano delle azioni anche virtuose, per propria scelta e attività:
altrimenti non sarebbero morte. E neppure debbono produrre atti di amore
verso la beata Vergine, verso i santi o verso l’umanità di
Cristo: come infatti questi oggetti sono sensibili, tale è l’amore
verso di essi.
36. Nessuna creatura, nemmeno la beata Vergine o i santi, debbono soffermarsi
nel nostro cuore: solo Dio infatti vuole occuparlo e possederlo.
37. Nel momento delle tentazioni, anche terribili, l’anima non
deve produrre gli atti espliciti delle virtù opposte, deve invece
rimanere nell’amore e nell’abbandono suddetti.
38. La croce volontaria delle mortificazioni è un peso opprimente
e senza frutto, deve perciò essere eliminata.
39. Le opere più sante e le penitenze che hanno compiuto i Santi,
non sono capaci di rimuovere dall’anima nemmeno un solo attaccamento.
40. La beata Vergine non ha mai compiuto nessun atto esteriore, e tuttavia è stata
la più santa di tutti i Santi. Si può pervenire dunque
alla santità senza l’opera esteriore.
41. Dio permette e vuole, per umiliarci e per condurci ad una vera trasformazione,
che in alcune anime perfette, anche non in estasi, il demonio operi violentemente
nei loro corpi e faccia loro commettere degli atti carnali, anche durante
la veglia e senza l’oscuramento della mente, muovendo fisicamente
le loro mani e le altre membra contro la loro volontà. E lo stesso
si deve dire per gli altri atti in sé peccaminosi: in questo caso
non sono peccati perché in essi non c’è il consenso.
42. Si può dare il caso che siffatte violenze verso atti carnali
avvengano nello stesso tempo da parte di due persone, di un maschio cioè e
di una femmina, e da parte di entrambi ne segue l’atto.
43. Dio nei secoli passati faceva i santi servendosi dei tiranni; ora
invece li fa santi servendosi dei demoni: causando infatti in loro le
violenze di cui sopra fa in modo che essi disprezzino e annichiliscano
maggiormente se stessi e si abbandonino a Dio.
44. Giobbe ha bestemmiato, e tuttavia non ha commesso peccato con le
sue labbra: perché questo avvenne per la violenza del demonio.
45. San Paolo ha patito nel suo corpo le violenze di questo demonio:
per questo ha scritto: "Io non faccio il bene che voglio, ma io
faccio il male che non voglio" [Rm 7,79].
46. Le violenze di questo genere sono il mezzo più idoneo per
annichilire
l’anima e per condurla alla vera trasformazione e unione, e non
sussiste altra via: e questa è la via più facile e sicura.
47. Quando sopravvengono violenze di tal genere, bisogna lasciare che
satana operi, senza esercitare nessuna operosità e nessuno sforzo
personale, e l’uomo deve rimanere nel suo nulla; e anche se conseguono
polluzioni e atti osceni con le proprie mani, e anche cose peggiori,
non ci si deve turbare in se stessi, ma si debbono cacciare via gli scrupoli,
i dubbi e i timori; l’anima infatti diventa più illuminata,
più forte e più candida e si acquista la santa libertà;
e soprattutto non è necessario confessare queste cose, e se non
si confessano si opera in modo santissimo, perché in questo modo
si vince il demonio e si acquista il tesoro della pace.
48. Satana, lui che arreca le violenze di questo genere, suggerisce
poi che queste sono colpe gravi, affinché l’anima si turbi,
e non proceda più nella via interiore: per questo, per indebolire
le sue forze, è meglio non confessarle, perché non sono
peccati, neppure veniali.
49. Giobbe per la violenza del demonio si macchiava con le proprie mani
nello stesso tempo in cui innalzava a Dio preghiere pure, interpretando
così il passo del capitolo XVI del libro di Giobbe [Cf. Gb 16,18].
50. Davide, Geremia e molti dei santi profeti soffrivano le violenze
di tal genere delle loro impure azioni esteriori.
51. Nella Sacra Scrittura ci sono molti esempi di violenze ad atti esteriori
peccaminosi: come quello di Sansone che per la violenza uccise se stesso
assieme ai filistei [Cf. Gdt 16,29s], concluse il matrimonio con una
straniera [Cf. Gdc 14,1-20], e fornicò con la meretrice Dalila
[Cf. Gdc 16,4-22], cose che di per sé erano proibite e che sarebbero
state peccato; quello di Giuditta che mentì a Oloferne [Cf. Gdt
11,5-19]; quello di Eliseo che maledisse i bambini [Cf. 2 Re 2,24]; quello
di Elia che bruciò due generali con le schiere del re Acab [Cf.
2 Re 1,10-12]. Rimane in dubbio invero, se si è trattato di una
violenza operata direttamente da Dio o per mezzo invece dei demoni, come
avviene in altre anime.
52. Quando simili violenze, anche impure, accadono senza oscuramento
della mente, allora l’anima può essere unita a Dio e di
fatto è unita sempre più.
53. Per riconoscere nella pratica se in altre persone una qualche azione
sia stata una violenza, il criterio che io ho a questo riguardo, non
sono soltanto le assicurazioni di quelle anime che assicurano di non
avere affatto acconsentito alle violenze suddette o che non possono giurare
che in queste hanno acconsentito, e il vedere che sono anime che progrediscono
nella via interiore; ma io assumo il criterio da una certa qual luce
attuale, una conoscenza umana e teologica superiore, che mi fa conoscere
sicuramente con interiore certezza che quella tale azione è violenta;
e sono certo che quella luce proviene da Dio, perché mi proviene
unitamente alla certezza che da Dio proviene, e non mi lascia nessuna
ombra di dubbio in contrario: nello stesso modo in cui talvolta avviene
che Dio mentre rivela qualcosa, nello stesso tempo rende certa l’anima
che è lui stesso che rivela e l’anima non può dubitare
in contrario.
54. Le persone spirituali della via ordinaria troveranno se stessi nell’ora
della morte delusi e confusi, con tutte le passioni che debbono essere
purificate nell’altro mondo.
55. Per questa via interiore si perviene, anche se con molta sofferenza,
a purificare e a estinguere tutte le passioni, al punto che nulla più si
sente, nulla, nulla: e non si sente nessuna inquietudine, come un corpo
morto, e l’anima non si lascia mai più turbare.
56. Le due leggi e le due brame, una dell’anima e l’altra
dell’amor proprio, durano tanto a lungo quanto perdura l’amor
proprio: per cui, quando questo è stato purificato ed è morto,
come avviene per la via interiore, non rimangono più quelle due
leggi e quelle due brame, né si incorre più in qualche
caduta, e non si sente più nulla, neppure il peccato veniale.
57. Per la contemplazione acquisita si perviene allo stato di non fare
più nessun peccato, né mortale né veniale.
58. A un simile stato si perviene non riflettendo più sulle proprie
azioni: perché i difetti nascono dalla riflessione.
59. La via inferiore è disgiunta dalla confessione, dai confessori
e dai casi di coscienza, dalla teologia e dalla filosofia.
60. Alle anime progredite che iniziano a morire alle riflessioni e che
pervengono così al punto che queste sono morte, Dio rende talvolta
impossibile la confessione, e supplisce lui stesso con una grazia di
preservazione tanto grande quale quella che avrebbero ricevuto nel sacramento:
e così per questo genere di anime non è un bene accedere
al sacramento della penitenza, perché questo è per loro
impossibile.
61. L’anima, quando perviene alla morte mistica, non può più volere
null’altro se non quello che vuole Dio, perché non ha più volontà,
e Dio gliela ha portata via.
62. Per la via ulteriore si perviene a uno stato continuo di immobilità nella
pace imperturbabile.
63. Per la via inferiore si perviene anche alla morte dei sensi: anzi,
il segno che qualcuno si trova nello stato di nullità, cioè della
morte mistica, si ha quando i sensi esteriori non rappresentano più le
cose sensibili, per cui queste sono come se non fossero, dato che non
giungono a far sì che l’intelletto si applichi a esse.
64. Il teologo ha una minore disposizione allo stato di contemplazione
di quanto non abbia l’uomo incolto: prima di tutto perché non
ha una fede tanto pura, in secondo luogo perché non è tanto
umile; terzo, perché non cura tanto la propria salvezza; quarto,
perché ha la testa piena di fantasie, apparenze, opinioni e speculazioni,
e non può entrare in lui la vera luce.
65. Ai superiori bisogna obbedire nelle cose esteriori, e l’estensione
del voto di obbedienza dei religiosi raggiunge soltanto l’esterno.
Le cose invece avvengono diversamente nella sfera interiore, dove soltanto
Dio e il direttore spirituale possono entrare.
66. Degna di riso e nuova nella chiesa di Dio è quella certa
dottrina per cui l’anima per quanto riguarda l’interno debba
essere guidata dal vescovo: se poi il vescovo non è idoneo, l’anima
deve andare dallo stesso con il suo direttore. Dottrina nuova dico, dato
che né la sacra Scrittura, né i concili, né i canoni,
né le bolle, né i santi, né gli autori l’hanno
mai insegnata, né possono insegnarla: perché la chiesa
non giudica delle cose nascoste, e l’anima ha il diritto e la facoltà di
scegliere chiunque essa ritenga opportuno.
67. Dire che il foro interno deve essere manifestato al tribunale esterno
dei superiori, e che è peccato non farlo, è un inganno
evidente: poiché la chiesa non giudica relativamente alle cose
nascoste e si fa del male alle proprie anime con questi inganni e simulazioni.
68. Non c’è nessuna facoltà o giurisdizione al mondo
per prescrivere che si manifestino le lettere del direttore spirituale
che riguardano l’interno dell’anima: e perciò bisogna
riconoscere che questo è un insulto del diavolo.
[Censura]
Queste proposizioni quindi, come eretiche [3 13-15 41-53],
sospette [vicine all’eresia: 21 23 57 60s; in odore di eresia:
2 4-10 12 16-19 31s 35s 55s 58], erronee [4-6 8-10 13-19 21s 24 32 35
41-53 58], scandalose [6 9-11 14-20 24s 30-52 54 58-60 63s 66], blasfeme
[10 14s 41-53 60], offensive per le orecchie pie [6 30 58], temerarie
[11 14s 17-20 23s 26s 30- 35 38s 41-68], atte a dissolvere la disciplina
cristiana [10 16 21s 24s 31 35 38s 41-52 59 65s], eversive [68], sediziose
[65] rispettivamente ... condanniamo ... . Condanniamo inoltre ... tutti
i libri e tutte le opere in qualunque luogo e in qualunque lingua stampate,
e anche tutti i manoscritti dello stesso Miguel de Molinos.
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