Piccolo Corso Biblico

VANGELO





Storia o teologia?
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“Che cosa sono i vangeli, storia o teologia ?” Incontro biblico- Cuneo 28-30 marzo 2009 fr. Ricardo Pérez Márquez, osm ; trasposizione da audioregistrazione. studibiblici.it

" Che cosa sono i Vangeli? quegli scritti che sono alla base della nostra fede?
Quando prendiamo i Vangeli dobbiamo chiarire anzitutto il significato del termine “vangelo”, in greco “euangélio”, e che era la mancia che si dava al messaggero di una buona notizia. Recare delle buone notizie a un altro e ricevere un compenso significa che le buone notizie sono sempre gradite.

Poi il termine passò a significare la buona notizia stessa, e per i cristiani “la buona notizia per eccellenza”. Ed era una notizia talmente buona da rendere diversa la vita delle persone che l’accoglievano.

I Vangeli sono buona notizia perché quando l’accogliamo trasforma la nostra vita e soprattutto, la cosa più importante, essi contengono quell' insegnamento che deve renderci persone pienamente umane. Questo è al centro della buona notizia di Gesù. [ Mt 13,19 Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. ]

--Il problema che si pone quando diciamo che i Vangeli sono una buona notizia è: come mai dopo 2000 anni in cui la buona notizia è stata proclamata le cose su questa terra non vanno ancora del tutto bene. Cioè si può parlare ancora, dopo 2000 anni, di buona notizia?

E, soprattutto, come mai la società occidentale dove la buona notizia si è diffusa e la si è predicata per ben 20 secoli non sia ancora riuscita a trasformarsi e raggiungere la sua maturazione?

Rimane una società in cui si trovano ancora tante situazioni che sono contrarie alla dignità e alla libertà dell’uomo, alla crescita e alla promozione umana o, peggio ancora. Ma non solo, purtroppo si è usata la buona notizia anche per mantenere un sistema (pure da un punto di vista religioso) che perpetua differenze sociali o non promuoveva veramente la giustizia, la dignità delle persone. Per cui dopo 2000 anni di cristianesimo e di Vangelo proclamato, possiamo chiederci: “ma essere cattolici è un onore o una vergogna?”

Visto che tra i cattolici succedono delle cose per nulla in sintonia con il vangelo, come si può parlare di una società che si ispira ai valori della buona notizia ma che non li vive in maniera seria e coerente? Ci si riconosce come “cristiani”, ma si può continuare impunemente a rubare, a offendere, a maltrattare, a disprezzare, a essere persone indifferenti di fronte alle necessità, ai bisogni degli altri….. Come mai dopo 2000 anni il cristianesimo non è ancora riuscito a creare una società più giusta e più umana?

Il problema è che per rendere efficace il contenuto nella buona notizia bisogna prima di tutto conoscerlo e comprenderlo. E per comprenderlo dobbiamo riportarlo alla freschezza delle origini, eliminando quei condizionamenti che, dal momento che è stato proclamato, hanno purtroppo sfocato il suo contenuto. Si constata come la buona notizia di Gesù ancora non arriva al cuore della gente. Le persone non riescono a capire veramente la ricchezza del suo significato. Pensate ancora quante persone, anche dichiarandosi cristiane, usano il Vangelo per tirar fuori minacce o castighi o pensano appunto che con tali insegnamenti si possa controllare meglio gli altri; o l’illusione di essere cristiani e intolleranti allo stesso tempo. Come è possibile che un cristiano, che segue Gesù, che ci ha liberato da ogni forma di pregiudizio nei confronti dell’altro, possa avere dei pregiudizi dal punto di vista razziale, sociale, sessuale? Oppure, la cosa più assurda, dichiararsi cristiano e avere la presunzione di capire che cosa il Padreterno ha già deciso per l’aldilà per tutti noi…. per cui si pensa di conoscere benissimo paradiso, purgatorio, inferno…. tutto quel che riguarda l’aldilà. Ciò riflette la non corretta conoscenza della buona notizia di Gesù.

Mc 3,13Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. 14Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice: Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. 15Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca! 16Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. 17In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!

Ritengo che se il Vangelo è una buona notizia debba cambiare la vita delle persone e renderla più vivibile, più equilibrata e attraente, più gustosa in tutti i suoi aspetti., Non si può usare la buona notizia per appesantire, minacciare o degradare la realtà umana a cui essa è rivolta.

Il problema che troviamo, bisogna ripeterlo, è che ci si pensa di essere cristiani senza conoscere ciò su cui si basa tale identità. Il testo del Vangelo rimane per gran parte dei cristiani sconosciuto, ignorato. Immaginate per esempio, per capire come il percorso della trasmissioni dei vangeli sia stato così traballato, quando diciamo “sì, sì, il Vangelo ce lo hanno insegnato al catechismo”, ma poi non si è entrati veramente nella profondità di quell’insegnamento né si è assimilata la sua ricchezza. Provate a pensare quando i Vangeli sono stati scritti, verso la fine del primo secolo. Una copia dei quattro vangeli venne mandata al bibliotecario della più grande biblioteca del tempo che era quella di Alessandria di Egitto. Una volta ricevuta la copia omaggio il bibliotecario dove l’avrebbe collocata? In quale settore della biblioteca? L’avrebbe collocata nel settore delle “biografie di persone eccellenti”?, visto che si parla di Gesù di Nazareth? L’avrebbe collocata tra i racconti storici? oppure tra i testi filosofici? addirittura tra i libri a carattere mitologico o favolistico? Il problema è che cosa sono questi testi scritti duemila anni fa, anche dal punto di vista letterario?

Entriamo dunque nella questione da trattare e approfondire durante gli incontri di oggi e di domani. Cosa sono i Vangeli? visto che rimangono ancora testi lontani dalla vita delle persone. Sono veramente storia? Sono stati scritti per informarci sulla vita di Gesù? Vogliono fornire delle informazioni per soddisfare la nostra curiosità riguardo quel personaggio? O sono stati scritti per nutrire la nostra testimonianza di fede, perché anche noi possiamo dare la nostra adesione a quell’uomo che 2000 anni fa ha cambiato il panorama della storia e ha trasformato completamente il modo di intendere la vita delle persone sia nei confronti degli altri sia nei confronti di Dio?

La domanda è: i Vangeli, sono storia o sono teologia?
Il bibliotecario di Alessandria cosa doveva dire a chi gli aveva regalato il libro? Grazie per questa copia omaggio dei Vangeli, la collocherò qui tra i libri storici. Vedete, non è possibile banalizzare il testo della buona notizia in questo modo. I Vangeli fanno riferimenti a fatti che sono realmente accaduti e riguardano un personaggio che è veramente esistito, ma non è stata intenzione degli evangelisti tramandarci informazioni cronachistiche o storico-biografiche sulla sua vita;

lo scopo degli evangelisti è stato rendere sempre attuale l’insegnamento di Gesù, messia e Figlio di Dio; affinché le persone di ogni tempo possano dare adesione a lui, possano ricevere la sua proposta ed accoglierla con entusiasmo, in modo che la loro vita prenda un nuovo orientamento, quello che porta verso la pienezza umana. Questo è il dato da tener presente:

I Vangeli non sono raccolte di informazioni sulla vita di Gesù per soddisfare, appunto, la nostra curiosità, ma sono testimonianze di fede delle prime comunità cristiane sulla sua vita, il suo insegnamento e le opere da lui compiute, e ciò deve servire a rinsaldare la fede delle comunità nel Signore. È bello, quando si vuole capire questo, andare subito agli scritti stessi per vedere come gli evangelisti hanno fatto riferimenti a eventi storici dell’epoca.

Anche se sono dei racconti che di per sé non si centrano sulla storia, ma sulla fede, ossia su quello che le prime comunità hanno capito o intuito, e anche esperimentato dell’insegnamento di Gesù. Tuttavia gli evangelisti fanno riferimento alla storia dell’epoca, però a noi interessa saper comprendere in che modo lo fanno . Se si prende il cap. 3 di Luca dove si parla di Giovanni Battista: quando si presenta il personaggio, Luca comincia in maniera molto solenne anche facendo ricorso a quelli che erano i dati storici dell’epoca. Vediamo in che senso.

Comincia così il testo: «Nell’anno decimo quinto dell’impero di Tiberio Cesare mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la Parola di Dio scese su Giovanni figlio di Zaccaria, nel deserto». Vedete, Luca qui ha fatto tutto un quadro storico dell’epoca, a cominciare nientemeno che dall’imperatore Tiberio Cesare, poi con il procuratore, i tetrarchi o i governatori della Palestina di quel tempo e infine anche i capi religiosi, per cui abbiamo una cornice storica che serve per collocare un fatto singolare.

All’evangelista non interessava fare una cronaca del tempo, tirando in ballo i personaggi più importanti; perché il suo obiettivo è impostato su modi con cui Dio interviene nella storia. Cioè ci sono quelle autorità, i 7 grandi della storia del tempo, ma Dio li ignora proprio. La sua parola a è rivolta? A un uomo sconosciuto chiamato Giovanni, che si trova nel deserto.

La cornice storica serve per presentare qualcosa di molto più importante: le modalità di Dio nel suo intervenire nella storia. Dio non si fa sentire nei saloni del governo o nei sacri palazzi, ma la sua parola si rivolge a un uomo, Giovanni figlio di Zaccaria, in un luogo per nulla sacro o ufficiale come è il deserto. Quindi, anche l’uso dei dati storici sono in funzione di un messaggio più importante.

Quando Dio interviene nella storia umana non segue i criteri umani, ma criteri che possano trasformare la storia stessa, in vista di renderla una realtà più accogliente e di conseguenza più umana, per tutti. Sul discorso della storicità dei Vangeli, come si vedrà di seguito, si potrebbero fare tanti altri tipi di esempi che fanno comprendere in che modo i testi siano stati scritti. Ciò che interessa non è tanto come gli autori hanno tramandato il loro messaggio, ma che cosa volevano tramandare con i loro scritti. Ad esempio nel Vangelo di Marco si incomincia il racconto della Passione al cap. 14, dopo che è stata fatta l’unzione di Betania, con l’episodio della cena. Gesù che si raduna con i suoi discepoli per fare la cena nella sera di Pasqua. Il testo comincia proprio così, al versetto 17: «Venuta la sera», un’indicazione di tipo cronologico. Ora quella stessa espressione la si trova alla fine di tutto il racconto della Passione, al cap. 15, dopo che Gesù è morto e Giuseppe di Arimatea andrà da Pilato a chiedere il suo corpo per deporlo nel sepolcro; al versetto 42 si trova di nuovo l’espressione: “Venuta la sera”.

I vangeli narrano Gesù come rivelazione divina nella storia umana
L’autore, anche se sta parlando di un fatto realmente accaduto, come fu la passione e la morte di Gesù, non è interessato a tramandare la cronaca di una morte che era stata “già annunciata”, ma vuole far capire alla sua comunità, e anche a noi oggi, il valore di questa morte, il suo significato . Dei Verbum, CAP.I Natura e oggetto della Rivelazione
2. Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. Questa economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole (delle scritture n.d.r.) proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto. La profonda verità, poi, che questa Rivelazione manifesta su Dio e sulla salvezza degli uomini, risplende per noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta intera la Rivelazione. ( n.d.r.)
Le due espressioni si devono considerare un artificio letterario per dire che tutto quello che si trova tra la prima e la seconda indicazione temporale («venuta la sera»), fa parte di un unico racconto; se noi stessimo al dato storico immaginate quante cose sono successe dal momento che Marco ha detto “venuta la sera”, cioè da quando Gesù si è ritirato ed è andato con i suoi per far la cena, fino al momento in cui Giuseppe di Arimatea chiede il corpo di Gesù.

Sono successe un’infinità di cose: Gesù ha fatto la cena con i suoi, dopo aver cantato gli inni sono usciti al Getsemani, Gesù poi viene catturato in quel luogo, i discepoli fuggono, l’abbandonano, Gesù viene portato dal sommo sacerdote Caifa, lì viene processato da Caifa, viene deriso, poi al mattino viene portato da Ponzio Pilato, lì di nuovo si ripete tutto il processo nei suoi confronti, confermandosi la sua condanna a morte; poi c’è tutto il discorso della derisione dei soldati, la flagellazione, l’incoronazione, ecc., segue il caricarsi la croce, andare sul Calvario, la crocifissione, la morte.

Tutto questo in 24 ore (se stiamo al dato letterario / temporale indicato per due volte con «venuta la sera»). Ma non vi sembra un po’ troppo che in 24 ore siano successe tutte quelle cose? Cioè dal punto di vista storico non è possibile che tutte quelle azioni siano accadute in un giorno solo e, soprattutto, come dicono gli Evangelisti sinottici, che quel giorno fosse il giorno di Pasqua. Che tutto quanto riguarda la passione e morte di Gesù sia accaduto proprio nella festa più solenne, quella che si celebrava con ogni sorta di dettaglio, è difficile da sostenere.

L’esempio appena esposto dimostra come gli evangelisti cerchino di tramandare un messaggio fondamentale che va oltre le parole con cui è stato raccontato. Il messaggio ha un significato a carattere teologico, ed è per quello che è valido anche per noi oggi. Che gli evangelisti abbiano raccontato la cronaca di una morte, in fondo in fondo può essere una cosa che ci riguarda o non ci riguarda, ma che gli evangelisti abbiano voluto dire che in questa morte si è manifestato fino all’estremo la qualità dell’amore di Gesù, e sia avvenuto un cambiamento radicale nella storia dell’umanità, cioè lo svuotamento della morte stessa, questo sicuramente ci riguarda e ci interessa saperlo.
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Chi ascolta e non comprende...
Il problema si ripropone quando, pur avendo capito che lo scopo degli scritti evangelici è quello di suscitare e nutrire la fede in Gesù e nel suo messaggio, si trovano degli episodi che mettono a dura prova quella stessa fede. Quando si leggono testi dove si dicono o si fanno delle cose che sembra vadano contro il buon senso, il rischio che si corre, se non si riesce a cogliere il loro vero significato, è di chiudere il vangelo e di farne a meno.

Se si prende, ad esempio, il testo di Marco 11,12,14 quando l’evangelista dice che Gesù, uscendo da Betania e diretto a Gerusalemme, «ebbe fame e avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualche cosa: ma giuntovi sotto, non trovò altro che foglie. Non era infatti quella la stagione dei fichi. E rivolto all’albero disse: “nessuno possa mai più mangiare i tuoi frutti”» e poi qualche versetto più avanti si dirà che l’albero si seccò fin dalle radici…


... da una lettura superficiale del testo si ricavano solo delle perplessità: o Gesù è stato un insensato, dal momento che è andato a cercare fichi quando non era la stagione (e che senso avrebbe riportare una notizia del genere?), oppure l’evangelista ha sbagliato: ci ha detto qualcosa che non poteva accadere perché non si può andare a cercare i frutti di un albero quando questo albero è incapace di darli. A che giova presentare un episodio del genere quando alla base ci sembri di scoprire una contraddizione o una mancanza di buon senso? (quando si ascolta tale episodio in chiesa e lo si dà per scontato, vuol dire che non lo si è proprio ascoltato).

Se l’ascolto, in generale, dei Vangeli provoca delle reazioni vuol dire che l’ascolto procede bene, e le reazioni possono essere di entusiasmo o di rifiuto; e ci si chiede : ma perché l’autore ha voluto dire questo? Allora è importante fare delle domande al testo. In questo modo si potrà cogliere la ricchezza del suo contenuto. C’è un altro testo, in questo caso del Vangelo di Matteo, quando si descrive cosa accade al momento della morte di Gesù ( Mt 27, 51-53 ): «Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi che erano morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti».

Tale descrizione dei fatti sembra fuori da una logica normale, a parte il discorso delle rocce che si spezzano (si prende per vera la scossa sismica), poiché non si capisce per quale motivo i morti che sono risuscitati al momento della morte di Gesù debbano aspettare che anche Gesù risorga, per poter uscire dai sepolcri ed entrare nella città e apparire a molti. Cosa significa tale immagine? E cosa è o dove si trova il luogo che è chiamata la città santa?

Sono testi che mettono a dura prova la fede del credente, disorientano; anziché suscitare la fede, accade il contrario: si chiude il libro e si lascia perdere.

L’aspetto curioso è che spesso si sente dire “per capire il senso di quelle parole devi aver fede! "Ma come!? Secondo Paolo i Vangeli sono stati scritti per suscitare la fede (cf. Rm 10,17) quindi, se ascolto il Vangelo dovrei avere già la fede in partenza per poterlo accettare? Ma il Vangelo, non è stato scritto per lo scopo contrario? Ossia suscitare la fede in noi? Quando si fa tale obiezione arriva subito la controreplica: va bene, è un mistero!

Lo prendi così o lo lasci, non devi fare altre domande. E allora si passa dai misteri della fede a una fede dei misteri in cui non bisogna chiedere né obiettare, ma solo accettare, punto! Una fede simile sicuramente non é in grado di svilupparsi né di manifestare tutta la sua forza. Questo è il motivo per cui la buona notizia perda poi la sua ricchezza oppure si possa fare della buona notizia ciò che si vuole: un’arma per colpire, per emarginare o per disprezzare gli altri.

Si rimane sorpresi di fronte alle opere compiute da Gesù, ad esempio il fatto che Gesù abbia moltiplicato i 5 pani e i 2 pesci per dare da mangiare a 5000 persone, ma poi, addirittura, Gesù assicura i suoi discepoli che essi compiranno ancora delle opere più grandi delle sue. Se si prendono sul serio
( letteralmente n.d.r.) queste parole potrebbero sembrare una presa in giro, perché dopo Gesù nessuno più è riuscito a moltiplicare dei pani per sfamare una folla immensa, di gente veramente affamata, anzi, oggi vediamo con molta più drammaticità come si può morire di fame in un mondo dove la ricchezza e il benessere abbondano e sovrabbondano.

Allora non avvengono queste cose che Gesù aveva fatto? E, soprattutto, quando Gesù dice che basta la fede come un granellino di senapa per poterle fare! Vuol dire che in 2000 anni di cristianesimo nessuno ha avuto una fede così piccola da poter continuare a fare le cose che Gesù ha fatto in maniera così prodigiosa.

Se si pensa anche all’insegnamento di Gesù, ai suoi discorsi che dovrebbero essere alla base della vita cristiana, ma proprio perché incapaci di capire il loro contenuto rimangono estranei alla vita dei credenti.
Se si prende in considerazione il discorso che è la base dell’insegnamento di Gesù, il nucleo di tutta la sua predicazione, come sono le Beatitudini, nella prima di esse, secondo Matteo, parla dei poveri; ma presa così come ci è stata insegnata (dire “beati i poveri nello spirito”, “di spirito”, “per lo spirito”, dipende dalla traduzione che si possa fare), l’espressione rimane difficile da capire; perché se uno è povero e gli capita che la sua sorte cambi, cioè di diventare ricco sfondato, non è che costui dica “no, io rinuncio a questi soldi, ad avere una vita più agiata, perché non voglio perdere la beatitudine della povertà”.

Cioè nessun povero cui càpiti di poter diventare ricco rinuncerà alla ricchezza pur di conservare la beatitudine di essere povero. E anche chi è ricco, non si capisce per quale motivo per essere beato, dovrà rinunciare alle sue cose e andare ad aumentare la schiera di miseri del mondo.

In che senso si è beati?
L’insegnamento di Gesù, così come viene presentato, rimane difficile da accettare e non ne si capisce il senso e ciò spiega perché si tenda a rimandare il tutto all’aldilà, rendendo così il messaggio ancora più pericoloso perché non soltanto non lo si prende né lo si mette in pratica, ma lo si usa per rassegnare i poveri alla loro condizione; per cui se uno vive nella miseria l’accetti, poi nell’aldilà sarà beato.

Ciò che crea ancora più scandalo ( ostacoli) nei confronti dei Vangeli è che una proposta fatta per cambiare la vita delle persone e far sì che possano vivere degnamente su questa terra, sia rimandata all’aldilà (allora saranno felici) significa svuotarla del suo contenuto. Tale interpretazione è giustificata da una lettura non corretta del testo. Non fa parte della buona notizia di Gesù che il povero si debba rassegnare alla sorte che gli è toccata; come se Dio avesse assegnato in questa vita la condizione economica delle persone: per cui i ricchi dovevano essere sempre ricchi e stare bene, i poveri sempre poveri e attendere migliore sorte nell’aldilà. Questo è veramente l’oppio dei popoli.

Si giustificava inoltre quella visione tirando ancora in ballo il Vangelo, dove Gesù, finita la parabola dei terreni, secondo Marco, dice «perché a colui che ha sarà dato e a colui che non ha sarà tolto anche quello che ha», quindi era ovvio che era così, i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. Era una maniera di intraprendere un cammino che sicuramente non trasformava il volto della società, non promuoveva quella giustizia per la quale Gesù aveva dato la sua Vita.

E’ questo il tradimento più grande che si possa fare alla buona notizia di Gesù: usarla per perpetuare situazioni che sono contrarie alla dignità e alla libertà delle persone. Questo è lo scandalo più grande. Perché vedete, se Gesù ha dato la sua Vita l’ha fatto, non perché nostra nonna doveva essere tirata fuori dalle pene del Purgatorio, ma per una causa davvero importante e fondamentale che lui stesso ha presentato come «il Regno di Dio». Il Regno vuol dire la presenza particolare di Dio nella storia, per trasformare la società umana e rendere la vita delle persone su questa terra più degna e felice possibile. Per questo Gesù ha dato la Vita, cioè, per far capire che si può vivere in un modo diverso e che si può crescere in una dimensione tale che neanche la morte potrà interromperla.

Per questo Gesù si è rovinato la faccia! Lavorando fino all’ultimo. Questa proposta era talmente importante e vitale che meritava anche spendere tutto sé stesso a favore di essa. In ciò consiste la buona notizia. Spesso la si ignora e ciò spiega perché le cose continuino ad andare ancora in un certo modo.

Torniamo alla domanda di partenza: che cosa sono i Vangeli?
Sono delle narrazioni con delle informazioni interessantissime su Gesù?, che attirano l’ammirazione verso di Lui?…, ma il Signore non è venuto per essere ammirato o per parlare di sé stesso!! E’ facile sentire una grand
e ammirazione ma poi di quello che egli ha detto o ha fatto si conosce ben poco.

Difficile sentirsi in comunione con Lui o voler continuare le opere che egli ha compiuto se non si conosce (//comprende) il suo messaggio. Questo è il problema, e alla base c’è sempre la difficoltà a cogliere la ricchezza della buona notizia, a comprendere cosa sono veramente i Vangeli. Gesù non cerca degli ammiratori, ma persone che con Lui e come Lui siano pronte a lavorare per la sua causa: trasformare la società umana e renderla una realtà viva e accogliente per tutti. Lavorare affinché ogni persona su questa terra si senta felice. E’ questa la volontà di Dio. Tale è la proposta di Gesù e per capirla bisogna conoscere in che modo ci viene presentata. Non ammiratori di Gesù, ma suoi collaboratori per fare le sue stesse scelte e per portare avanti le sue opere. Il rischio che si corre, quando si vuole avvicinare il personaggio Gesù, è di rimanere a un livello superficiale, in quanto si resta nell’incapacità di entrare nella ricchezza delle sue parole e delle sue azioni. Se i Vangeli si prendono come una semplice biografia di Gesù non si spiega perché gli evangelisti abbiano evitato di scrivere su cose interessanti, che magari ci avrebbero fatto piacere conoscere.

I Vangeli cominciano proprio nel momento in cui Gesù inizia la sua attività in Galilea, saranno poi Matteo e Luca ad aggiungere i capitoli sull’infanzia, per una serie di giustificazioni importanti. Tuttavia i testi non riportano aspetti che a noi avrebbero fatto piacere conoscere, perché quello che gli evangelisti ci hanno tramandato deve servire a nutrire la nostra fede. Tutto quello che va oltre questo scopo (come si vestiva Gesù, per esempio, che cosa mangiava, quante ore dormiva, se raccontava delle barzellette) non interessa agli autori, e non è stato tramandato.

A noi serve sapere ciò che Gesù ha insegnato e ha realizzato, affinché ci siano sempre uomini e donne disponibili ad aderire alla sua causa. Ciò è talmente importante che la Chiesa non ha individuato solo un Vangelo bensì quattro. Se diciamo che i Vangeli sono una storia su Gesù allora sarebbe bastato uno solo dei Vangeli sulla sua vicenda personale. Invece ne abbiamo quattro e diversi fra loro, per cui se ci si ferma sul discorso della storicità si entra in una serie di contraddizioni o incongruenze. Ci sono tanti episodi che non concordano tra di loro se prendiamo Matteo, poi Marco, Luca o Giovanni.

Importante è sapere che la Chiesa ha riconosciuto questi quattro Vangeli quale testimonianza di fede delle prime comunità cristiane su Gesù Messia, Figlio di Dio. Il numero “quattro” ricorda l’universalità, la buona notizia è rivolta per tanto all’umanità intera. Le divergenze fra i quattro evangeli fanno capire come ciascuna comunità abbia recepito il messaggio della buona notizia e come esse l’abbiano assimilato e testimoniato. I vangeli apocrifi
Trattando dei vangeli è ovvio domandarsi anche sugli altri testi chiamati “vangeli apocrifi” («Vangelo di Giuda»… «di Tommaso», «di Pietro»); apocrifo significa “nascosto”, e tale il loro contenuto, un messaggio riservato a una cerchia esclusiva di persone,

i vangeli apocrifi sono testi che mancano di quell’universalità e pluralismo che distinguono i vangeli canonici, per questo non entrano a pieno titolo nella vita della comunità e non servono per la loro testimonianza di fede. Gli evangelisti hanno tramandato la loro esperienza di fede e la loro testimonianza a favore di Gesù, una testimonianza che ha un’apertura universale e può essere rivolta a tutti i popoli. Alla luce di tale esperienza si devono leggere per tanto i loro scritti. Tornando, ad esempio, ai vangeli dell’infanzia in Matteo e Luca si constata come nel presentare la genealogia di Gesù ci siano delle divergenze fra entrambi autori, quando si nomina il padre di Giuseppe, Luca lo chiama Eli, Matteo invece Giacobbe. Non era possibile un’indicazione più esatta? Risulta praticamente impossibile conoscere con esattezza quanto Gesù ha storicamente detto e quanto lui ha fatto. Non si possono affrontare i Vangeli come testi di storia o di cronaca su cose accadute, perché non coincidono gli autori tra di loro nel presentarle.

Le incongruenze

Prima si parlava delle Beatitudini: Matteo dice che sono 8 e che Gesù le ha dette sul Monte, Luca ne presenta 4 su un terreno pianeggiante. Come mai questo? Si potrebbe obiettare che una volta le ha dette sul monte (Matteo ne ha fatto la trascrizione), un’altra le ha dette in pianura (e anche Luca ne ha fatto la trascrizione); oppure la preghiera del Padre Nostro: sull’unica preghiera che Gesù ci ha insegnato, e che non era difficile da imparare a memoria creava nessun problema, non si ha la versione esatta. Allora anche qui sorge l’obiezione: una volta l’ha insegnata con la versione di Matteo, un’altra volta l’ha insegnata con la versione di Luca.

Altro esempio lo si trova nel racconto dell’Ultima Cena, né Matteo, né Marco, né Luca coincidono esattamente sui gesti che Gesù ha fatto, sulle parole che lui ha detto. Neanche su questo insegnamento fondamentale si possiede una versione unica. E qui non vale l’obiezione una volta l’ha fatta così, un’altra volta in questo altro modo, perché Gesù ha mangiato con i suoi un’unica cena, l’ultima, prima di affrontare la sua morte.

Infine i racconti della risurrezione, che sono al centro della nostra fede nel Cristo, pongono la questione: ma dove è apparso Gesù risorto, a Gerusalemme o in Galilea? E per quale motivo Matteo dice che bisogna andare in Galilea per vedere il Risorto? Mentre Giovanni dice che è apparso subito quel giorno stesso a Gerusalemme? Tale incongruenze, se non si risolvono, possono mettere a rischio la fede dei credenti. Possiamo fermarci qui.

Quello che a noi interessa sapere è in che modo gli evangelisti hanno formulato quelle verità di fede, e dico questo perché, senza conoscere la verità dei Vangeli la nostra vita non può essere trasformata, e allora è inutile parlare di buona notizia. A nulla serve riempire la testa di storie che non servono né per la crescita umana, né per rendere la nostra vita un pochino migliore di come fin ieri è stata vissuta.
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... i Vangeli sono stati scritti per suscitare la fede, affinché le persone possano accogliere la proposta di Gesù, e collaborare con lui nella costruzione del Regno. I vangeli genere letterario
Un altro aspetto da considerare riguarda la caratteristica stessa del testo che chiamiamo “vangelo”. Ogni messaggio per essere tramandato ha bisogno di una sua veste letteraria che si addica al contenuto da comunicare. Ad esempio, se il Presidente della Repubblica deve mandare una lettera ufficiale al Ministro Carfagna per una questione importante, questa lettera non comincerà dicendo: “tesoro mio, nel giungerti queste mie care parole …” Così come il verbale di una multa scritto dal vigile urbano non adopererà mai lo stile poetico (“in un giorno bellissimo, con un po’ di foschia sul cielo di Cuneo, mentre passeggiavo per il corso tale, vedendo la macchina …”).

La veste letteraria è fondamentale per rendere credibile il messaggio da comunicare. Lo stesso per i Vangeli. Quando prendiamo in mano tali testi sappiamo che non sono storia, intesa come raccolta di fatti di cronaca, ma “buona notizia”, ossia contengono un insegnamento fondamentale, e perciò si è creato un modo letterario nuovo: il genere “vangelo”. A noi interessa comprendere che cosa ci hanno detto gli Evangelisti. Il come, che è la veste letteraria, lo dobbiamo saper decifrare o interpretare. Purtroppo si rischia di rimanere nel come è stato detto tale messaggio e non si addentra nel che cosa l’autore ha vuole dire. La conseguenza è rifiutare lo stesso messaggio, con reazioni del tipo “non mi raccontare più favole”, “intanto non si capisce”, “questo è un mistero”, “non è che ci riguarda più da vicino questa cosa”. E’ questo il rischio che si corre.

Se gli evangelisti hanno scelto una veste letteraria particolare vuol dire che era quella la migliore per la trasmissione del messaggio, la sua diffusione e la sua presentazione sempre attuale. Se Luca, come si è già detto, quando introduce Giovanni Battista con una cornice storica avesse avuto in mente solo ricordare i governanti dell’epoca, più di tanto non avrebbe attirato l’attenzione dei lettori; invece capire quali sono le modalità di Dio quando interviene nella nostra vita, questo sì che ci interessa!

Sapere che Dio non è interessato alle strutture del potere né interpella i suoi rappresentati, ma che la sua Parola è rivolta a un uomo che nessuno conosceva, chiamato Giovanni, è una notizia davvero interessante; ed è questa modalità di agire che incide con forza nella storia. A partire dalla testimonianza di Giovanni e da quanto accadrà dopo la storia umana prende una nuovo orientamento. E se ancora oggi ciò non è evidente a tutti non diamo la colpa a Dio, ma risponde alla difficoltà di accogliere e ripetere quelle “modalità” divine nella propria vita. Per quanti si dichiarano “non credenti” o si trovano in crisi di fede si solleva la seguente obiezione: “è inutile parlare di amore dal pulpito della chiesa se poi questo amore non si respira nella società in cui si vive”.

Fede nel Vangelo e fede nelle dottrine religiose
Risulta facile fare delle belle prediche, ma poi la realtà ne presenta una faccia diversa. Si parla di amore e allo stesso tempo si guarda con indifferenza l’altro o lo si maltratta, si mantengono forte pregiudizi per chi non condivide lo stesso pensiero o si vive in una condizione che si ritiene anomala. Come è possibile parlare dell’amore di Dio e poi essere intolleranti nei confronti del diverso? E’ uno scandalo. Perché non si può parlare di amore ed essere intolleranti! Tale amore non è per nulla allettante. Oppure, questo Dio che ci vuole così bene e che poi ci possa infliggere delle pene eterne…., sapendo che nessun codice penale (fatto da uomini) prevede una punizione così immensa.

Se muori in peccato mortale vai diritto all’inferno, per tutta l’eternità! Era così! E magari non avevi fatto delle cose gravissime: prima del Concilio peccato mortale era anche qualunque azione fosse vista come profanazione o attentato alla sacralità della stessa religione; ad esempio nessun laico poteva toccare la pisside dove si conservano le ostie consacrate, solo il prete poteva farlo, per il laico era peccato mortale, per cui se quella notte moriva andava dritto all’inferno, per tutta l’eternità, ma si può finire così male solo per aver toccato quell’oggetto del culto?

Dopo c’erano tante altre cose che magari incutevano paura e mettevano sempre più in ansia, il pensiero della morte e la dannazione eterne….! Ma che razza di amore è questo? Nessun codice penale per rigido che sia prevede delle pene così grandi, invece il Padre Eterno ti può condannare per tutta l’eternità! Ciò che non si pensa umanamente lo si pensa invece nei confronti di Dio. Si finisce che possiamo dire di Dio cose che non diremmo mai di una persona decente e questo, a mio avviso, è la più grande bestemmia che si possa dire al Padre Eterno. Cose che non si direbbero mai di una persona umana, onesta e equilibrata, si possono invece dire di Dio. Terribile!

Alla base abbiamo una grossa difficoltà: si ignora che cosa Gesù ci ha detto di Dio e che cosa Lui ha fatto perché le sue parole fossero veramente credibili e attraenti per la nostra vita. Per tanto, chiudendo il discorso, nessuno parli di un Dio che è amore ma, allo stesso tempo, intollerante. Ciò non è possibile. Le due cose non si possono mettere insieme, un Dio che mi vuole talmente bene da darsi tutto se stesso e che allo stesso tempo possa condannarmi alle pene eterne è una contraddizione. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte a certi tipi di abusi. Ancora molte persone vivono nell’angoscia di un Dio che ti possa far del male; o che quando capita qualcosa di male si pensi alla sua punizione o vendetta. Non si può accettare una cosa del genere, e per molti è questo il motivo per cui ci si allontana e si abbandona la fede. La colpa non è di Dio, ma di coloro che dovendolo farlo conoscere tradiscono l’insegnamento di Gesù.

I Vangeli sono stati scritti perché tocchino in profondità la vita delle persone e perché da tale esperienza si dia adesione piena al suo messaggio; ciò che conta è toccare con mano i frutti di tale adesione. Si allontana ogni ansia, angoscia, paura. La persona esperimenta questo cambiamento e allora si riprende a vivere in modo nuovo, migliorano i nostri rapporti.Gesù, Luce e Vita, venne tra i suoi ( i giudei) ma essi non l'hanno accolto. Chi lo ha accolto?
Il vangelo di Marco, il più antico dei quattro, ad esempio, comincia con Gesù che - dopo il battesimo nel Giordano - inizia la sua attività: annunciando il Regno e invitando alla conversione, ossia al cambiamento, solo dando un orientamento nuovo alla vita si può accogliere la buona notizia del Regno. Marco, però, non ha voluto raccontare come è nato Gesù; non era importante per il messaggio da tramandare.

Quando invece, scrivono Matteo e Luca – e già le comunità stavano avanzando - si pongono altre esigenze per la fede delle comunità a cui bisognava rispondere. Allora sia Matteo che Luca ritengono importante parlare della nascita di Gesù. Perché alcuni vanno in giro negando l’umanità stessa di Gesù. Parlare della sua “umanità” solo apparente significava togliere alla sua proposta qualunque possibilità di coinvolgimento da parte della gente. Se Lui solo ha fatto certe cose perché aveva dei poteri speciali che cosa c’entriamo noi?

Per superare lo scoglio le prime comunità hanno voluto testimoniare la piena umanità di Gesù! per cui le cose che lui ha fatto se vogliamo le possiamo fare anche noi. Gesù lo dirà ai discepoli mandandoli in missione: «guarite i malati, purificate i lebbrosi, risuscitate i morti» cioè ha chiesto alla sua comunità che continui a fare le cose che Lui faceva. O quando Gesù dirà nel Vangelo di Giovanni: «farete opere più grandi delle mie»! Purtroppo per molti cattolici questo non è così scontato, e quando si parla di Gesù si mette in risalto la sua divinità: “ma Lui era Dio, poteva fare ciò che voleva, sapeva tutto…” ma l’umanità?: “Sì, l’umanità per così dire….”, Matteo e Luca hanno voluto dire, raccontando la nascita di Gesù, del Dio incarnato, della sua umanità.

Il paradosso è che tale nascita è stata percepita dalle persone più lontane. In Matteo coloro che si accorgono della nascita di Gesù sono i pagani, i Magi, che arrivano a Gerusalemme, dopo aver visto la stella e chiedono informazione sulla nascita del “re dei Giudei”. Luca, da parte sua, presenta i pastori, gli emarginati della società giudaica. Sia Matteo che Luca, parlando della nascita di Gesù, hanno voluto indicare in che modo questa nascita ha coinvolto coloro che per la religione giudaica erano i lontani, gli esclusi e che la società del tempo disprezzava.

Se Dio si incarna nella storia non è per assecondare le strategie del potere - quando il potere lo ha così ignorato o ha cercato di farlo fuori - né per erigersi giudice che discrimina tra buoni e cattivi, ma Lui è venuto per dare Vita abbondante a tutti…. E chi se ne accorge? Quelli che più erano mancanti di questa vita. La nascita di Gesù acquista un significato particolare; oltre il sentimentalismo del Natale, i testi dell’infanzia di Gesù contengono una forza irruente, la denuncia di ogni forma di emarginazione fatta nel nome della religione.

Luca dice, nel prologo all’opera, che prima di scrivere il suo Vangelo ha voluto informarsi accuratamente di quanto concerne Gesù e il suo messaggio. Ma, a confronto con Matteo, si constata che lui tace sulla strage degli innocenti; cosa che Matteo descrive molto bene. Come è possibile che dopo tanta attenzione gli sia sfuggita una cosa del genere? Luca segue una sua linea teologica, e Matteo pure.

Sappiamo che il re Erode è stato di una crudeltà immensa, e che ne ha commesse di tutti i colori… eppure solo Matteo ne parla di quella strage dei bambini di Betlemme perché la sua linea è quella di recuperare molti aspetti della vita di Mosè, in modo di fare un serio confronto con la persona di Gesù. Anche nella storia di Mosè c’è una strage di bambini, e lui ne viene salvato. Matteo scrive a una comunità che proviene dal giudaismo, molto attaccata alla tradizione giudaica e fiera di avere Mosè come capo e profeta. Matteo vuole presentare la grandezza di Gesù e la sua superiorità nei confronti di Mosè; per questo riprende alcuni aspetti che fanno parte anche della storia di Mosè e, in questa maniera, aprire gli occhi della sua comunità e dia adesione piena a Gesù, lasciando Mosè come un personaggio del passato.

Il Figlio d'Uomo ha la condizione umana e divina.

E come questa storia di Mosè, della nascita, della strage dei bambini, ci sono altri richiami nel Vangelo di Matteo: Gesù secondo Matteo per proclamare le Beatitudini è salito sul monte, perché anche Mosè per ricevere la legge è salito sul Sinai. Allora qui c’è qualcosa di più grande di Mosè, dice Matteo ai suoi interlocutori. Mosè è salito sul monte come un intermediario per ricevere le tavole da portare poi al popolo, Gesù, invece, è salito sul monte come il vero Dio: l’ UOMO che già gode di questa condizione divina. Per cui non ci sono più intermediari tra Dio e l’uomo, ci sta dicendo Matteo. ha fatto qualcosa però Gesù ha fatto qualcosa di molto più grande di Mosè, ci ha liberato dagli intermediari.

Gesù racconta Dio come Padre

Non abbiamo più bisogno di nessuno che ci prenda un appuntamento con il Padreterno. Prima di Gesù non era così chiaro! E purtroppo ancora oggi per molta gente non è così chiaro…, per molti non è scontato che il Padreterno sia disposto a ricevermi. Gesù ha cambiato il nome stesso a Dio. In tutte le realtà sociali con i loro fenomeni religiosi si parla sempre di un «Dio», come entità superiore e trascendente all’umano; con Gesù questo è cambiato, Lui l’ha chiamato Padre e quando parla di Dio ai suoi lo presenterà con questo nome Padre.

Se si pensa al padre biologico, nessuno ritiene sia necessario un intermediario che gli fissi un appuntamento con lui, per dirgli quanto gli si vuole bene o per chiedergli qualcosa; non si ha bisogno perché si sa che il padre lo si può incontrare direttamente. Immaginate il padre più buono del mondo, il padre di uno di noi, il migliore di tutti in assoluto, che la domenica prepari un pranzo per i suoi figli con le loro mogli, i nipotini… insomma tutti vengono al pranzo preparato da quel padre magnifico. Bene, arrivano tutti la domenica, chi porta i dolci, chi porta lo spumante… e quando ci si è a tavola, pronti per mangiare, il padre cambi atteggiamento, si metta in maniera molto seria e dica: “adesso tutti in ginocchio a chiedermi perdono! ". Non vi sembra che questo padre che abbia preso un attacco di pazzia? Oppure che non sia così buono come ci avevano detto? E’ una cosa che stride talmente tanto che se ci pensiamo un attimo diciamo: ma allora ci hanno preso in giro! Di un padre buono non diremmo mai queste cose, invece di Dio le possiamo dire.

Un Dio che esige di essere riparato dalle offese subite e che esige la mortificazione delle persone … questo non è un padre! ma per noi non è così, perché Gesù ha cambiato il nome a Dio, lo ha chiamato Padre e quando lui mi ha parlato di un padre allora le cose non tornano più come ci sono state insegnate prima. Se si crede in quel Dio che separa, che discrimina, che castiga, allora è facile diventare giudice degli altri. Questo accade nel fenomeno religioso , coloro che si considerano i più osservanti spesso sono i più duri, per non dire crudeli nel trattare gli altri, di solito succede così che le persone che più parlano a Dio o parlano di Dio agli altri sono le prime a non ascoltare quando Dio parla a loro, quindi sono completamente sorde alla sua voce.

Le radici cristiane di una società non sono dottrinali ma sono l'esperienza della Vita di comunione con Dio.
Possiamo dire che la storia di occidente, nonostante 2000 anni di cristianesimo, ancora fa molta fatica a esprimere valori veramente umani. Proprio l’occidente che ha avuto più di nessun altro la possibilità di confrontarsi con la Parola di Gesù, ha nella sua storia tante pagine nere. Serve allora ricuperare la novità di quella Parola per trovare alternative che garantiscano la pace, la concordia e la dignità di ogni essere umano. Serve in maniera particolare l’argomento che stiamo trattando. Ciò che conta nella vita del credente è l’esperienza si fa di Gesù, della sua parola. Gesù è stato rifiutato dalle autorità religiose del tempo perché ha messo in evidenza che quello che conta è l’esperienza umana capace di stabilire con gli altri rapporti di vera fraternità, considerando il bene della persona al di sopra di ogni norma, legge o dottrina.
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Gesù non ha avuto dubbi, di fronte al bene della persona non deve prevalere dottrina o norma alcuna. Il vangelo parte dall’esperienza che hanno fatto le prime comunità di quanto Gesù ha insegnato e ha realizzato, ed erano talmente evidenti gli effetti di tale esperienza che si affermava con più forza l’adesione alla sua persona. Gesù insegna come l’esperienza umana, quando è orientata al bene degli altri, in un modo che la renda sempre più ricca e più umana, è il criterio per dire come bisogna muoversi.

Per Gesù è stato questo il grande ostacolo nei confronti delle autorità religiose del tempo, quello che più scandalizzava i detentori della dottrina e che Gesù apra gli occhi alla gente e possano agire in base alla propria esperienza. Quando, nel vangelo di Giovanni, nella guarigione del cieco dalla nascita, le autorità chiedono all’uomo guarito se Gesù è un peccatore o non lo è, (per la dottrina religiosa lo è senz’altro perché non osserva il sabato), e costui risponde che non intende entrare in ragionamenti di tipo dottrinali, ma rifarsi alla sua esperienza, ossia che ha ricuperato la vista, per cui nessuno può negare questa evidenza! si crea il panico tra di loro e lo cacciano fuori dalla sinagoga. L’accaduto sarà un motivo in più per cercare di eliminare Gesù.

Il linguaggio di Gesù nei Vangeli.
Gli evangelisti, nel modo di presentare il messaggio di Gesù, hanno fatto uso di immagini, figure, espressioni prese dalla vita quotidiana, dalla maniera più normale di vivere, si confermava così l’umanità di Gesù. Quando Gesù parla o quando si pronuncia o spiega delle cose, mostra il mondo nel quale egli è vissuto, cioè lui non parla di cose estranee al suo mondo o al mondo della gente che lo ascoltava. Gesù è vissuto in un mondo di campagna, nella Galilea in Nazareth, una terra di agricoltori anche di artigiani, e lui ha visto anche la vita di tutti i giorni, senz’altro con uno sguardo del tutto particolare… ma ha visto come lavoravano i contadini, quanto era dura la vita della campagna, come lavoravano le donne nei cortili di casa, lui ha riportato quelle immagini e questa è una garanzia in più della sua umanità;

Gesù ha parlato sempre con un linguaggio umano, non ha parlato con un linguaggio cifrato o concettuale, bensì partendo dalla sua esperienza. Ovviamente se diciamo che i Vangeli sono stati scritti 2000 anni fa a noi serve anche cogliere il significato di quelle immagini, poiché molte di esse non fanno più parte di questa nostra esperienza, del nostro vivere quotidiano, l’importante è che si mantenga l’aspetto fondamentale: che tutto procede da un’esperienza umanamente vissuta, per cui anche quando i discepoli dovranno parlare del Cristo lo faranno in base alla loro esperienza, e così pure

quando dobbiamo testimoniare la nostra fede nel Signore è la nostra esperienza quella che deve farsi avanti. Per questo prima dicevo: è inutile che tu mi parli di amore, mi fai la predica che Dio è amore e dopo mi guardi con disprezzo, ma come si può accettare una cosa del genere? Quando si agisce così è ovvio che non si è fatta esperienza dell’amore, perché se la tua esperienza fosse l’amore tu sapresti accogliere l’altro, qualunque situazione egli stia vivendo. Tutto il problema parte dal non aver assimilato la buona notizia di Gesù, che il suo messaggio non si veramente incarnato nella vita della persona.

I Vangeli sono stati scritti proprio per questo ( perchè Gesù-Parola si incarni nel credente per mezzo della fede in Lui ) ed è questo il motivo per cui, ancora oggi dopo 2000 anni, il messaggio evangelico è attraente e attuale. ***
I generi letterari nei vangeli.
Il fatto che nei Vangeli si dica che Gesù è salito in cielo e siede alla destra del Padre, questo è la forma usata all’epoca per indicare la dignità di una persona. Sedere alla destra significava avere la massima autorità. Scrivendo ciò si voleva dire che, nonostante la morte terribile subita, Gesù era stato innalzato al cospetto di Dio e aveva ricevuto la massima autorità. È una forma per spiegare qualcosa di molto più profondo. La questione è saper leggere che cosa l’evangelista ci sta dicendo attraverso queste immagini.

Noi non dobbiamo rimanere nelle immagini, ma dobbiamo entrare nel contenuto che tali immagini racchiudono. Sulle immagini si deve fare un lavoro di decodificazione, o interpretazione, perché sono immagini di una cultura di 2000 anni fa, non sono più le nostre. Quindi il Vangelo ha bisogno di qualcuno che spieghi il valore di quelle immagini, in modo che la comunità possa cogliere il loro significato. Nei Vangeli di immagini ne abbiamo tantissime, come noi oggi quando parliamo con un linguaggio fiorito, con delle espressioni idiomatiche che nessuno prenderebbe mai alla lettera. Abbiamo tanti esempi che magari fra 2000 anni possono sembrare un po’ strane. Per esempio, se io dico che “un tizio è al verde” o “questa notizia è una bomba” non sto pensando a un ordigno esplosivo o che quella persona è dipinta di verde, ma sto pensando a una persona che sta attraversando difficoltà di tipo economico o a una persona che ha detto o fatto qualcosa di inaspettato, di molto sorprendente.

Allo stesso modo, quando noi troviamo nel Vangelo immagini simili, non vanno prese alla lettera, per cui se nel Vangelo si dice: “Se il tuo occhio ti dà scandalo, cavalo” nessuno pensa di prendere queste parole alla lettera perché sarebbe assurdo che Gesù abbia potuto dire una cosa del genere: che uno si deve cavare un occhio, si deve mutilare le gambe o le mani. È assurdo. Un approccio letterale di queste immagini purtroppo però 20 ha comportato dei danni che troviamo, per esempio, in una figura eccelsa della storia della Chiesa, che ha scritto cose meravigliose, Origene , uno dei più grandi padri della chiesa dell’antichità. Lui ha preso sul serio la storia di farsi eunuchi per il regno dei cieli e anche lui si è fatto eunuco. Solo che quando lui con i suoi studi ha capito che Gesù stava parlando in maniera metaforica, era troppo tardi per tornare indietro.

Non si possono prendere alla lettera quelle espressioni, dicendo che gli evangelisti non avevano altro in mente. Le immagini sono un veicolo, una veste letteraria, così come abbiamo visto questa mattina, che devono servire per comprendere qualcosa di molto più profondo: la verità che quell’immagine contiene, è quello che a noi deve servire per la nostra Vita.

Occorre cercare il significato, il messaggio nascosto in queste immagini. Quindi non dobbiamo mai prendere alla lettera - questo già lo sapevamo, però non sempre è ovvio -

quello che nei Vangeli troviamo come espressioni che sono tipiche dell’epoca, ma dobbiamo fare sempre l’interpretazione . Per questo ci vuole qualcuno che ce lo insegni, ci vogliono degli specialisti che conoscendo la lingua, il greco dell’epoca e il modo di usarlo, la cultura, la tradizione che c’è alle spalle, ci spieghino appunto il loro significato. Le traduzioni dei Vangeli
Adesso lo vediamo subito passando a un testo, …. Possiamo prendere subito un racconto del Vangelo per vedere come attraverso la storia che l’Evangelista racconta vengono fuori delle autentiche verità di fede che a noi interessano e che sono Vitali per noi oggi, per la nostra esistenza e per il modo come vogliamo Viverla al meglio possibile.

Nella nuova traduzione della Bibbia della CEI il testo italiano ha avuto dei cambiamenti interessanti, ad esempio nell’episodio delle nozze di Cana, nel vangelo di Giovanni, non si parla più di “miracoli”, ma dei «segni» che Gesù ha compiuto.

Il segno è qualcosa che bisogna interpretare, e ci ricorda cose che anche noi possiamo ripetere con la nostra vita e questa è la lettura esatta. Leggendo in questo modo possiamo evitare di cadere in situazioni che sono fuori dalla nostra realtà o fuori dalla nostra competenza, e non si afferma più che “questo lo poteva fare solo Gesù che era figlio di Dio”, a noi invece questi segni ci riguardano in prima persona.

La dottrina della retribuzione e l'azione liberatrice di Gesù
Prendiamo un testo, dal Vangelo di Giovanni, Capitolo 9, in cui si racconta della guarigione di un uomo che era cieco dalla nascita. Il tema dei ciechi / cecità ricorre anche negli altri Vangeli, ed è importante perché quando Gesù nel Vangelo di Luca presenterà il suo programma messianico nella sinagoga di Nazareth (Lc 4) ricorderà che uno dei compiti del Messia sarà quello di aprire gli occhi ai ciechi, alludendo a una profezia di Isaia 61.

Ora, aprire gli occhi ai ciechi non significava eliminare una menomazione fisica, ma riguardava qualcosa di molto più vitale: si riferiva alle persone che vivendo nel buio, in una situazione di oppressione totale, sarebbero state liberate e riportate alla luce. Cioè sarebbero stati fatti uscire dal carcere i prigionieri, immagine del Popolo d’Israele che all’epoca del profeta Isaia viveva una situazione di grande umiliazione perché era stato schiavo e deportato in esilio.

A quell’epoca le carceri erano delle cose veramente terribili: erano un buco buio, una specie di cisterna scavata nella roccia, calavano il prigioniero in questo buco e lì doveva rimanere finché qualcuno, se poteva lo liberava. Quindi la realtà o la situazione del prigioniero era quella di vivere nel buio più totale. Allora quando si parla del Messia che veniva ad aprire gli occhi ai ciechi, si intendeva che veniva per ridare la libertà a quelli che erano prigionieri. Questo è il compito del Messia ed è quello che farà Gesù.

Aprire gli occhi è ciò che permette alle persone di poter finalmente vedere e capire quello che mai avevano visto e avevano capito, perché erano succubi di una situazione di grande oppressione. Quando il Vangelo si presenta così, comincia ad attirare di più l’attenzione. Il problema di una sbagliata comprensione del Vangelo sicuramente si ripropone anche oggi. Vivo una contraddizione se dico: “Io sono credente, però non ho capito non so in che cosa consista il disegno di Dio per la mia vita e in che modo questa vita si possa sviluppare nel modo più decente, più degno possibile nella storia in cui mi trovo”.

Perciò

c’è gente che vive completamente disorientata come se fosse nel buio, nelle tenebre, vittima di un’ideologia o di un insegnamento o di una dottrina che le ha impedito di capire la novità e la proposta che questo Dio le vuole fare. Invece il testo del Vangelo spiegato nel modo giusto diventa attuale e attraente. Se leggiamo il testo sapendo ciò che vuol dire “aprire gli occhi”, come vedremo subito nel capitolo nono di Giovanni, allora vediamo che questa azione che Gesù compie è qualcosa di molto più vicino alla nostra vita, al modo in cui anche noi ci possiamo trovare.

Giovanni inizia così: “Passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: “Rabbì chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?” Quando leggiamo i Vangeli o quando ci leggono un brano del Vangelo in chiesa, dovremmo anche capire che cosa è successo prima: è come quando si legge un romanzo, non possiamo farlo a pezzettini, perché se ci mancano degli elementi importanti non capiamo per quale motivo ad un certo punto il protagonista agisce in un determinato modo.

Vi spiego brevemente: Gesù è da poco uscito dal tempio di Gerusalemme in malo modo (Capitolo ottavo) perché hanno tentato di lapidarlo, i capi religiosi ritengono che questo uomo sia un pazzo indemoniato pericolosissimo che vada eliminato al più presto, Gesù sfugge a questo tentativo di lapidazione in un momento di grande solennità a Gerusalemme. Infatti nel Capitolo settimo Giovanni ci racconta di una delle feste più importanti di Gerusalemme: la festa delle Capanne, la Sagra d’autunno. Era una festa che celebrava cose importanti come il dono della terra promessa, così come i frutti che quella terra produceva, ma soprattutto la venuta del Messia che doveva finalmente ridare la gloria a questo popolo.

Durante quella grande solennità Gesù va al tempio comincia a insegnare causando un grande scompiglio, e allarme tra i capi religiosi, fino al punto che cercano di lapidarlo. Lapidare Gesù nel tempio ci può sembrare una cosa un po’ fuori tono, ma gli Evangelisti su questo aspetto concordano tutti: mai Gesù è così a rischio per la sua incolumità fisica come quando mette i piedi in un luogo sacro. I luoghi sacri sono i più pericolosi per Gesù, quando Gesù si trova negli ambienti cosiddetti di culto è dove veramente lui rischia di essere linciato o viene cacciato fuori o rifiutato da coloro che animano la vita di questi luoghi.

L’evangelista dice che Gesù è uscito dal tempio e, passando, trova un uomo che è cieco. Gesù la prima cosa che vede in quel tizio, prima della sua cecità è la sua umanità, questo è importante perché a Gesù ciò che attira nelle persone che incontra, siano migliori o peggiori, è la loro umanità. Giovanni ci sta già presentando in che modo Gesù, Messia di Dio, si avvicina agli altri: in base alla loro umanità, certo un’umanità che in questo caso è deturpata perché si dice che è cieco dalla nascita e si pensava (come poi, subito, fanno capire i suoi discepoli, e come la mentalità dell’epoca riteneva) che le malattie fossero la giusta punizione per un peccato commesso, e se non sei stato tu il colpevole forse un tuo antenato; in questo caso si parla addirittura dei genitori: “ma chi ha peccato Rabbì lui o i suoi genitori perché nascesse cieco?” quindi qui l’Evangelista ci presenta la mentalità dei discepoli riguardo a quello che era il modo comune di pensare all’epoca e che, ripeto, dopo 2000 anni non è che sia molto cambiato: ancora molta gente quando succede una disgrazia subito va a fare una specie di esame di coscienza: “in che cosa ho sbagliato perché il Signore mi tratti così” o quando anche noi, in maniera anche molto umana, a una persona che ci sta sullo stomaco, che proprio non sopportiamo, succede una piccola disgrazia, tipo si storce una caviglia, e pensiamo si sia fatta giustizia.

Qui abbiamo la dottrina del merito che, ripeto, all’epoca era più che comprensibile perché l’immagine che si aveva di Dio era quella di un giudice che premiava o dava le sue benedizioni in base alla buona condotta dei suoi sudditi o che castigava con delle pene terribili in base alla cattiva condotta.

Si chiama la dottrina della retribuzione: se tu ti comporti bene ti benedico se tu ti comporti male devi accettare la maledizione. Ripeto questa era la mentalità dell’epoca e addirittura quando si parlava della cecità si pensava a una maledizione particolarmente pesante; le malattie le disgrazie erano sempre tutte cose mandate dal Padreterno, questo era ovvio, però quando si trattava della cecità era ancora più pesante perché il cieco non potendo leggere la Torà, la Legge, era ancora più handicappato da questo punto di vista, più incapace di poter essere gradito agli occhi di Dio; era una persona emarginata in tutti gli aspetti sia per una sua storia di peccato e sia per una situazione che umanamente gli rendeva impossibile qualunque forma di redenzione, qualsiasi possibilità di superare quel limite.

Vedete la mentalità dei discepoli: la convinzione che Dio possa mandare le disgrazie; questo purtroppo ancora oggi si continua a sentire, anche in chiesa ovviamente. La dottrina della retribuzione era ben assodata all’epoca. Se qualcuno di voi, con calma si vuole leggere come funzionava questa retribuzione, prenda il Capitolo 28 del libro del Deuteronomio, lì mi pare ci siano 64 versetti, un capitolo lunghissimo nel quale i primi 14 versetti sono le benedizioni che si riceveranno se si osserva la Legge, dal versetto 15 - mi pare - fino all’ultimo, al 68, quindi sono quasi 50 versetti, sono tutte le maledizioni che il Padreterno ti manderà se tu questa Legge non la osservi.

L’evangelista ci vuole presentare qualcosa di molto importante: il non vedere riguarda anche una situazione di degrado, di miseria, di incapacità umana; e questo non fa parte soltanto di quel povero disgraziato, ma, l’abbiamo visto, fa parte anche dei discepoli: essi non vedono un granché quando pensano alle disgrazie come alla giusta punizione per un peccato commesso, anche questo è cecità! anche su questo Gesù deve aprire gli occhi e infatti risponde ai suoi discepoli: “Né lui ha peccato, né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Noi dobbiamo compiere le opere di Colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare. Finché sono nel mondo sono la Luce del mondo”.

Gesù taglia subito la testa al toro su quella che è la mentalità dei discepoli e dice: ma guardate che non ha peccato né lui né i suoi genitori, sia chiaro non coinvolgete mai Dio in quelle che sono le vostre situazioni di miseria e non lo indicate come responsabile della vostra sofferenza. Quando si prende il modo di comportarsi di Gesù, il suo modo di avvicinarsi alla gente, egli è colpito soprattutto da quella che è la sofferenza umana; io credo che Gesù sia venuto proprio per quello, e dal suo modo di agire abbiamo capito che è proprio la sofferenza ciò che Dio non vuole!

Gesù non si mostra interessato ai peccati di nessuno, mai Gesù è andato a indagare sulla vita di una persona, male o bene che avesse fatto, ma egli ha cercato come sollevare il dolore di quella persona, è questa l’umanità che deve colpirci perché in questo senso noi possiamo dire che stiamo manifestando il Dio in cui crediamo.Quando, come Gesù, siamo capaci di interessarci per la sofferenza dell’altro, affinché ne venga sollevato, possiamo dire che viviamo in comunione con lui. Quando Gesù comincia a predicare il Regno, a differenza di Giovanni Battista non parlerà mai dei peccati, bensì dirà: “Convertitevi perché il regno è vicino e // credete al Vangelo”. Questa è la proposta di Gesù, lui sa quali siano i limiti e anche le difficoltà dell’uomo a vivere in maniera coerente e positiva, questo non gli creerà alcun problema, ma ciò che più gli interessa è come una a una persona umana, che è privata di quello che più gli spetta, cioè del suo vivere bene, possa essere restituita la sua felicità.

L’intervento di Gesù è mirato a risollevare l’umanità da ogni forma di oppressione. Per questo motivo Gesù dice ai suoi discepoli che la situazione del cieco servirà a manifestare in lui le opere di Dio. Cioè far comprendere che finalmente si può capire qual è il disegno di Dio per l’umanità , in che modo la nostra vita si può inserire in quel disegno. Gesù parla di compiere le opere di Colui che lo ha mandato finché è giorno. Anche questo è molto importante: Gesù sta presentando il volto di un Dio che è sempre all’opera, non è il Dio che una volta creato il mondo, lo ha abbandonato al suo destino inesorabile, ma è il Padre che lavora di continuo perché le sue opere, che sono opere di Vita, possano raggiungere ciascuna delle sue creature. E’ questo il compito di Gesù. Ed ecco allora la dichiarazione che fa Gesù: “Finché sono nel mondo sono la luce del mondo”. Allora qui abbiamo già un collegamento importante dal punto di vista delle immagini che adopera l’evangelista: tra un cieco dalla nascita, uno che è nel buio totale, e un’altra persona, Gesù, che si presenta come la luce completa.

L’episodio della guarigione del cieco dalla nascita ci viene presentato come un racconto che poi sarà anche visto come un racconto storico, quindi, ha una sua narrativa che fila più o meno bene, ma noi non rimaniamo nell’aspetto narrativo, nell’aspetto letterario, ma già da queste indicazioni che troviamo, sappiamo che l’autore ci sta comunicando qualcosa di molto più profondo.

Accostare la cecità di questo uomo alla Luce di Gesù, che è la Luce del mondo, ci serve ad inquadrare bene l’episodio, non si sta parlando di una menomazione di un povero uomo, nato cieco, ma si sta parlando di una umanità che ancora non ha capito che cosa significhi essere uomo, e che non è in grado di scoprire che cosa Dio gli ha riservato. Per questa umanità che dice: se ci va male ci dobbiamo soltanto rassegnare; le cose vanno male: pazienza; così ci hanno sempre insegnato: ti devi rassegnare, forse nell’aldilà guadagnerai qualcosa ma finché vivi qui e finché stai su questa terra il tuo ruolo è quello del patimento… arriva la luce del Messia. L’immagine della luce che Gesù applica alla sua persona è stata già presentata da Giovanni nel capitolo 8, nel contesto della festa autunnale delle “Capanne” quando di notte si accendevano dei lumi enormi nel tempio di Gerusalemme, che illuminavano a giorno tutta la Città Santa. Durante la celebrazione di questa liturgia solenne Gesù aveva detto: “Io sono la luce del mondo” cioè, non più la Legge, come la ricorrenza della festa voleva ricordare, a illuminare Israele.

Gesù si sostituisce ad essa: nessuna legge per giusta che sia vi potrà mai dare la Luce vera ( Lui) agli uomini perché la legge resta qualcosa di esterno all’uomo, non procede dal suo intimo, e non può rispondere alle sue esigenze, anche se potrà dire delle cose giuste saranno sempre relative, perché più si conoscerà l’uomo nella sua umanità, più avrà bisogno di modi nuovi di esprimere questa umanità, senza il condizionamento di una norma o precetto del passato. Non può essere la legge a dare la luce perché cosa può capire la legge di tante realtà umane…? Magari i precetti di questa legge andavano bene per gli ebrei di tremila anni fa, ma per gli aborigeni dell’Australia o per quelli dell’America latina o dell’Africa le esigenze sono sicuramente ben diverse.

Non può essere la legge la luce del mondo, per questo Gesù si presenta come Luce del mondo. Questa Luce deve nascere nel profondo dell’uomo, per questo quando Gesù dice ai suoi discepoli “finché sono nel mondo sono la luce del mondo”, sta già invitandoli a essere anche loro, quando Gesù verrà fatto fuori, a continuare con questa opera: ad essere anche loro luce; e infatti nel Vangelo di Matteo questo viene espresso nei confronti dei discepoli: “Voi siete la luce del mondo”.

Forse sembra un’esagerazione, finché la luce è Gesù, che sappiamo essere di una certa statura, può essere accettata la formula, ma dire questo dei discepoli? senza competenze particolari...?

Gesù pensa in questa maniera: che anche i suoi discepoli possano continuare quell’opera di manifestare la Luce che dia Vita vera alle persone, una luce che esprima la ricchezza della loro umanità. E allora, continua il testo: “Detto questo sputò per terra fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi e gli disse “va a lavarti nella piscina di Siloe (che significa Inviato), andò dunque si lavò e tornò vedendo”. Il fatto della guarigione del cieco l’Evangelista lo liquida con quattro parole: “ha fatto del fango… sputando per terra… ha unto il fango sugli occhi… va a lavarti…”, con quattro azioni si descrive la guarigione. Se si sta al discorso storico dell’episodio sarebbe stato importante sapere un po’ di più della guarigione, no? Subito si scatena un putiferio e sarà questo l’argomento che caratterizza il capitolo .

Gesù-Luce apre gli occhi dell'uomo
L’evangelista sta dicendo che quello che Gesù ha fatto, cioè le conseguenze della sua azione, è ciò che veramente crea l’allarme tra le autorità religiose. Ma che cosa ha fatto? Leggendo la guarigione, Gesù non è che abbia usato un rimedio terapeutico dell’epoca; non ha fatto qualcosa di magico. Ma se stiamo alle maniere di usare il linguaggio e di ricorrere alle figure del passato, per chi ha conoscenza dell’Antico Testamento, riconosce nel gesto di Gesù quello di Dio nella creazione dell’uomo: perché anche Dio ha fatto del fango, ha modellato un pupazzetto, ha soffiato ed è venuto fuori l’uomo.

Così che Dio abbia creato l’uomo ovviamente fa parte della espressione religiosa, però c'è qualcosa che riguarda l’uomo come opera delle mani di Dio: noi siamo opera delle sue mani. È lui che ci ha modellato, il Dio trascendente sa fare le cose bene - se voi prendete il racconto della Genesi, per 7 volte Dio dice che era tutto bello, quello che ha creato - tanto più questo si addice a quel pupazzo che ha modellato con le sue mani, ma al quale ha comunicato il suo Spirito, ha soffiato su di lui.

Qualcosa di molto bello quello che Dio ha creato con le sue mani, purtroppo di questo modello si era perso la traccia, e nessuno ricordava più esattamente quel modello. E allora cosa fa Gesù? Gesù non ha fatto altro che recuperare quella pagina di Genesi per dire al cieco: tu credi che la tua vita debba essere così, tu pensi che Dio ti abbia destinato a vivere in una situazione di miseria, di tenebra, di prostrazione totale?

L’uomo è vittima di un sistema che l’ha reso cieco, di chi gli ha insegnato un’immagine erronea della realtà. Gesù gli pone davanti agli occhi il vero modello di uomo, quello che Dio ha creato. La cecità di questo uomo consisteva nel pensare che andasse bene a Dio il suo essere una persona misera, sottomessa, ridotta a niente. Questo, purtroppo, lo si è continuato a tramandare nella storia. Gesù apre gli occhi al cieco, dicendo: questo è il modello che Dio dona te di diventare. In quella cultura si pensava che attraverso la saliva si trasmettesse l’energia vitale della persona; però i verbi che adopera l’Evangelista: fare e dire sono i primi verbi in assoluto che si trovano nel racconto della Genesi quando Dio ha cominciato la sua opera di creazione.

Il primo verbo: Dio fece, il secondo verbo: Dio disse. Giovanni ci presenta la missione di Gesù, quale inviato del Padre: far capire le opere delle sue mani, cioè far capire il disegno della creazione che è stato completamente allontanato o dimenticato da coloro che avevano il compito di farlo conoscere. Sono quelli che tra poco se la prenderanno a morte con il cieco e con Gesù, i responsabili del fatto che tale disegno non si conosca più.

Il cieco si è fidato delle parole di Gesù. Il fatto di andare a lavarsi dimostra la sua accettazione del modello di umanità che Gesù gli propone Abbiamo, ovviamente, una serie di giochi di parole. Per chi ha fatto il viaggio in Israele e ha visitato la piscina di Siloe, comprende il suo significato di “Inviato”, nel senso che l’acqua che la riempie, venendo da una sorgente vicina arriva con una forza diversa, una sorgente che emana l’acqua come un sifone, per cui ogni tanto invia l’acqua alla piscina. L’evangelista ha in mente il fatto della piscina di Siloe, che significa l’Inviato, per dire che quell’uomo è andato da Gesù e ha trovato in lui il vero inviato dal Padre, colui che gli ha mostrato il modello di umanità.

Tornando il cieco che ci vedeva benissimo, cominciano i guai per lui. “Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante dicevano: non è egli quello che stava seduto a mendicare? Alcuni dicevano è lui, altri dicevano no, ma gli assomiglia. Ed egli diceva: “Sono io”. Appena compiuto il “miracolo”, l’uomo guarito non ha avuto manco l’occasione di gustarselo perché subito si crea il dissenso, la perplessità, la sorpresa da parte dei suoi vicini, che avrebbero dovuto essere più che contenti per il fatto accaduto, invece mettono in dubbio addirittura la sua identità.

Non credono che sia lui e soprattutto l’evangelista indica un elemento importante: “i vicini che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante”, non dicono “perché era un cieco”; Giovanni introduce un altro termine (mendicante) che significa “dipendenza", cioè si tratta di una persona incapace di prendere in mano la propria vita e di viverla in maniera degna. E’ uno che vive di elemosina e questo non è degno per l’essere umano.

I vicini si meravigliano che lui non sia più in quelle condizioni, guardate che questo è una cosa che succede tantissimo: ci capita di conoscere persone che hanno sempre vissuto in preda all’angoscia sempre con paure ancestrali che rendevano la loro vita un inferno, persone incapaci mai di pronunciarsi, di decidersi di prendere partito o posizione per qualcosa; a un certo momento succede qualcosa in queste persone che cominciano a dire quello che pensano e a fare quel che vogliono fare, allora la gente dice: ma non si riconosce più, non è più lo stesso di prima!

Vedete non è tanto il fatto che questa persona sia stata liberata da un problema di vista a creare tanto scalpore, è l’incontro con Gesù: con Lui, che gli mostra il modello di umanità, e gli è cambiata la vita completamente.

Incontrare un Dio che vuole la piena realizzazione della persona, ha cambiato l’identità del cieco guarito, è un’altra persona; ma le persone libere, capaci di pronunciarsi personalmente, creano subito una certa allarme e perplessità, si diffida di esse. La reazione di alcuni vicini risulta anche simpatica perché dicono: “non è lui ma gli assomiglia”, quindi qualcosa c’è, ma non è proprio quello che noi ci saremmo aspettati. La risposta di quell’uomo (osservate la sua piena identità) “io sono”, è l’affermazione che nell’Antico Testamento usata da Mosè per parlare di 27 Dio.

“Io sono”, riguarda la persona che ha riacquistato la sua dignità, quale espressione dell’amore del Padre che gli è stato comunicato. Comincia il processo: “Allora gli chiesero: come, dunque, ti si aprirono gli occhi? Quello rispose: quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango mi ha unto gli occhi e mi ha detto va a Siloe e lavati. Io sono andato e dopo essermi lavato ho acquistato la vista. Gli dissero: dov’è questo tale? Ripose: “non lo so”. Ciò che desta l’allarme è il fatto che al cieco gli si siano aperti gli occhi, non tanto che abbia recuperato la vista. Il problema è sempre lì: chi ti ha aperto gli occhi? Come è avvenuto questo fatto? Chi ti ha dato una nuova identità? Chi ti ha permesso di capire la tua vita in maniera diversa?

L’espressione “aprire gli occhi” ricorre sette volte nel racconto, il numero indica la totalità, la perfezione. Il compito di Gesù è stato aprire gli occhi alla gente, far sì che le persone possano finalmente capire -questo significa aprire gli occhi- che cosa Dio vuole da ognuna di esse e in che modo si può realizzare la sua volontà sulle loro vite. Il cieco risponde parlando in una maniera molto limitata, “un uomo che si chiama Gesù” gli ha fatto questo, quindi, quello che colpisce nella figura del personaggio che gli ha aperto gli occhi è la sua umanità; e poi lui non è capace di dire dove sia questo uomo: “dov’è?” “Non lo so”. Giovanni adesso comincia un percorso sulla figura del cieco guarito, per far vedere come arriverà a comprendere pienamente chi è stato l’uomo che gli ha aperto gli occhi.

Però la cosa importante quando lui risponde “non lo so”, è che quello che Gesù ha fatto per questa persona, non l’ha fatto con un intento “proselitista”
( convertirlo ad una religione ) , se si può dire così. Gesù ha fatto la sua azione ed è sparito. Infatti, adesso, per un po’ di tempo, Gesù non appare nella scena, sarà il cieco guarito a fare tutto il discorso in sua difesa.

Gesù, tutto il bene che ha fatto, non l’ha fatto per legare le persone a sé; questa è una cosa importantissima per capire il modello d’umanità che Gesù ha presentato: il modello dell’uomo per noi. Non un Dio che vuole dei sudditi, degli schiavi alle sue dipendenze, ma un Dio che una volta che ha dato il suo Spirito lascia la massima libertà, perché sia la persona a svolgerla nel modo che ritieni più giusto. L’evangelista insiste: i vicini di casa nonostante l’uomo abbia detto: “ma sono io, è lui che mi ha fatto questa cosa, Gesù mi ha aperto gli occhi”, non sono tranquilli. Cosa fanno?: “Condussero dai Farisei quello che era stato cieco, era infatti sabato il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. A loro volta i Farisei gli chiesero come avesse acquistato la vista ed egli disse loro: mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedo”. I vicini di casa non hanno il coraggio di pronunciarsi da sé stessi su che cosa è avvenuto, hanno bisogno dell’autorità religiosa che dica loro se ciò va bene o non va bene.

La cecità è pure questo: non saper pronunciarsi sulle cose, non avere il coraggio di dire: “ma quello che è accaduto è una cosa giustissima!”. No, no, dobbiamo aspettare che qualcuno dall’alto ci dica se questo è giusto o non è giusto; quindi la cecità, a partire da quella mentalità dei discepoli che dicevano: ma chi ha peccato lui o i suoi genitori, adesso viene di nuovo ripresa con l’incapaci tà a pronunciarsi sulle cose, non si ha il coraggio di prendere la propria esperienza e dire: “In base alla mia esperienza io dico che questo è buono”.

Allora lo portano dai Farisei, la sorte triste di quell’uomo è che non ha la possibilità di gustarsi la sua liberazione, è passato da miracolato a processato o indagato. L’Evangelista presenta, ciò che sarà il motivo di accusa e di condanna nei confronti di Gesù, il fatto che ha fatto del fango e l’ha spalmato sugli occhi del cieco in un giorno di sabato. A noi può sembrare una cosa secondaria, ma è questo che crea subito il conflitto, perché non si può fare nulla, pur bella che essa sia, se è contraria alla legge di Dio; la Legge vieta fare quelle azioni in giorno di sabato.

Capite allora il motivo per cui i vicini non si sono pronunciati, perché avevano paura di dire qualcosa che andasse contro la dottrina. Abbiamo tante testimonianze per capire come si viveva il giorno di sabato; non è soltanto il fatto di “riposarsi”, ma c’era una marea di lavori che non potevano essere realizzati; tutt’ora è così. Anche se per il cieco il risultato ottenuto è stato più che ottimo, cioè ha recuperato la sua identità, ciò non va bene perché lo si è fatto trasgredendo la legge del sabato. Questo è un problema che torna spesso nei Vangeli e se noi leggiamo il Vangelo così come un racconto di cronaca, viene da chiedersi: ma Gesù non poteva aspettare i fare queste cose di lunedì? Era così importante farle proprio nel giorno in cui era vietato?

L’episodio riprende la stessa situazione del capitolo 5, quando Gesù ha guarito un uomo che infermo da 38 anni nella piscina di Betesda nel tempio. 38 anni sono tanti! Questo uomo è da 38 anni che aspetta, un giorno in più non gli sarebbe costato nulla, sarebbe stato contento lo stesso. Lui, i capi… invece no, proprio il giorno di sabato bisogna guarirlo? Perché è il sabato quello che rende cieca la gente, è l’osservanza della legge ad accecare completamente. Per questo Gesù fa vedere che l’ostacolo è la legge, l’impedimento ad agire in modo autonomo e personale.

Il discorso del sabato comporterà un processo davanti al cieco. Gesù sparisce dalla scena ed è quest’uomo che lo deve quasi difendere come se fosse il suo avvocato; e il problema è: come ti si sono aperti gli occhi? “Ed egli disse loro: mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedo. Allora alcuni dei Farisei dicevano: quest’uomo non viene da Dio perché non osserva il sabato. Ma altri dicevano: come può un uomo peccatore compiere tali segni? E c’era dissenso tra di loro. Allora dissero di nuovo al cieco: tu che dici di lui che ti ha aperto gli occhi? Rispose: È un profeta” . Vedete, da essere “un uomo”, come lui ha detto, “un uomo Gesù”, adesso viene qualcosa di più grande: “un profeta”, uno inviato da Dio, questo è il significato di profeta, colui che parla in nome di Dio.

Però prima di continuare la lettura del testo, guardiamo come agiscono i Farisei, gli osservanti, quelli che si vantavano di vivere le norme religiose in modo scrupoloso. A costoro la storia di un uomo che ha aperto gli occhi a un altro (il bene ricevuto), in fondo in fondo, non interessa, quello che non sopportano è che ciò sia stato fatto trasgredendo la legge. La dottrina dice che non si può essere da Dio trasgredendo la legge, come in questo caso dicono di Gesù, non può venire da Dio perché non osserva il sabato. Ai farisei preoccupa che non venga osservata la dottrina; anche se questa dottrina è pronta a sacrificare il bene dell’uomo, purché sia osservata.

La cosa più terribile nelle persone religiose, qui i Farisei, è la presunzione di sapere che cosa Dio ha in mente. E’ una grande presunzione! Di Dio possiamo conoscere pochissimo, se non quello ricevuto dall’unico che l’ha rivelato: Gesù, il figlio unigenito. Abbiamo già un’altra maniera per esprimere la cecità: non si è soltanto ciechi perché si vive una situazione di miseria e si pensa che sia l’unica possibilità di vita; oppure ciechi come i discepoli che pensano che il cieco dalla nascita sia un peccatore, un maledetto da Dio; non si è soltanto ciechi come i vicini che non hanno il coraggio di dire: rallegriamoci finalmente hai recuperato la visione… no, no, si può anche essere ciechi in un’altro modo, quello espresso dalle autorità religiose: la presunzione di aver capito tutto di Dio e di poter essere loro a dire: “Dio pensa questo, Dio dice questo, Dio ha deciso questo". E’ il peccato dell’idolatria, quando l’uomo si sostituisce a Dio, si erige giudice degli altri e decide per la loro vita, come se fosse il Padreterno; questo è anche il grande aspetto della cecità… anche quella dei capi religiosi.

Quando l’uomo ha detto che Gesù è un profeta, l’allarme aumenta di più e vengono chiamati in causa i genitori. Leggiamo: “I Giudei non credettero che egli fosse stato cieco e avesse riacquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva recuperato la vista. E li interrogarono dicendo: “È questo il vostro figlio che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?” I genitori risposero e dissero: “Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco; come poi ora ci veda non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi, chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di se stesso”.

Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei si erano già accordati che se uno lo avesse riconosciuto come Messia venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: "ha l’età chiedetelo a lui”. Quando il cieco guarito afferma che Gesù è un profeta, allora non bastano soltanto i Farisei, i pii osservanti, bisogna chiamare in causa le più alte autorità, i Giudei; nel Vangelo di Giovanni il termine Giudei non riguarda il popolino, ovviamente, ma si tratta (perché si dice che i genitori avevano paura dei Giudei se riconoscevano che Gesù era il Cristo, quindi anche essi erano giudei e non potevano perciò aver paura di sé stessi) dei rappresentanti dell’istituzione religiosa, proprio le più alte autorità dell’epoca.

Prima di interrogare il cieco guarito i Giudei chiamano i genitori, perché non possono accettare l’evidenza, cioè il fatto di un uomo che ha recuperato la vista / la sua identità . I Giudei fanno il processo ai genitori dicendo: ma è vero che questo è il vostro figlio che è nato cieco? Si sapeva come funzionavano gli imbrogli anche nelle famiglie dei poveri, si faceva passare per cieco per ricevere le elemosine; praticamente, i capi religiosi danno degli imbroglioni ai genitori, che hanno fatto passare per cieco uno che è nato con una vista buonissima. I genitori non accettano l’accusa e dicono: guardate: 30 “sì, questo figlio è nato cieco, ma come lui ora ci veda e chi gli aperto gli occhi non lo sappiamo”.

Non è vero, questo lo sapevano, però dice l’Evangelista che per paura dei Capi non lo dissero. Ancora un’altra forma di cecità. Anche i genitori del cieco guarito sono dei ciechi perché potendo dire quello che pensano e quello che sanno, non lo fanno perché paura della punizione. E la punizione purtroppo a quell’epoca non scherzava perché, dice l’Evangelista, li avrebbero cacciati fuori dalla sinagoga. Cacciare fuori dalla sinagoga non voleva dire: va beh, tu ora non sei più col nostro gruppo vai da un’altra parte; cacciare uno dalla sinagoga voleva dire la morte civile. Nel libro del Talmud si dice quanti sono i metri di distanza che bisogna rispettare nei confronti degli scomunicati, cacciati dalla sinagoga, per cui chi veniva espulso non poteva più avere rapporti con quelli del villaggio, in nessun modo, non poteva comprare, vendere; nessuno gli si sarebbe avvicinato e non avrebbe potuto avvicinare nessuno, quindi era la morte civile.

Questa storia di penalizzare una persona che dissente o che contesta l’autorità / o il gruppo che sottosta ad essa, è ancora molto diffusa. Chi fa parte del gruppo X, un gruppo cattolicissimo ad esempio, e per un motivo particolare decide di lasciare il gruppo… non sia mai! Da quel momento è come morto, gli fanno terra bruciata attorno… finché era del gruppo gli danno una mano, ma guai se si ritira…! E’ il discorso della paura, e in questo caso si può anche parlare di cecità: la paura ti rende cieco, cioè la paura che ti possano cacciare via, o farti del male.

Concludiamo con il versetto 21, il discorso: “Allora chiamarono una seconda volta l’uomo che era stato cieco e gli dissero: “dà gloria a Dio! Noi sappiamo (Noi sappiamo, ecco la presunzione della gente religiosa) che questo uomo è un peccatore. Quegli rispose: se sia un peccatore non lo so, una cosa so, ero cieco e ora ci vedo. Allora gli dissero: Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi? Rispose loro: ve l’ho già detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?”

Davanti all’evidenza che quell’uomo ha recuperato la sua vista e finalmente ha preso in mano la sua vita, le autorità religiose non mollano e sono ricorsi alla dottrina e dicono: noi sappiamo che Gesù è un peccatore, perché non osserva il sabato, il più importante di tutti i comandamenti. I capi vogliono portare l’uomo guarito nel campo della dottrina; gli dicono: dà gloria a Dio, confessa (questa è una espressione tipica nell’Antico Testamento) riconosci che quell’uomo è un peccatore! Si vede ora la furbizia del cieco guarito, come ha recuperato la sua autonomia: egli non entra nel campo della dottrina, ma dice: “io non lo so se sia un peccatore, a me in fondo queste cose non è che mi interessano più di tanto, io una cosa solamente so che fa parte della mia esperienza, che io ieri non ci vedevo e adesso ci vedo benissimo e a me nessuno può togliere questo”.



Tale autonomia allarma ancora di più i capi religiosi e gli chiedono per la seconda volta: “ma come è avvenuto, non è possibile che questo sia avvenuto”. Non accettano l’evidenza. Si vede la crescita dell’uomo guarito che da essere un mendicante può addirittura trattare con ironia i suoi capi domandando: ma volete anche voi diventare suoi discepoli? Questo è un tocco ironico fortissimo per far vedere come anche l’aspetto della libertà umana si manifesti in questa capacità di prendere in giro quelli che sono gli intoccabili. Guai a dire qualcosa contro di loro! Si può anche ironizzare su questo, no? La libertà di quell’uomo sta anche nel farli sentire che sono duri di orecchio: “ma ve l’ho già detto, non l’avete capito? per quale motivo volete ascoltarlo ancora un’altra volta?”

Quando le autorità religiose ricorrendo alla dottrina, alla coercizione, alla minaccia di poter applicare una pena non ottengono nulla, allora ricorrono all’unica arma che conoscono che è quella dell’insulto. Al versetto : “Allora lo insultarono e gli dissero: tu sei discepolo di quello, noi siamo discepoli di Mosè. Noi sappiamo infatti che a Mosè ha parlato Dio ma questo qua non sappiamo di dove sia”. Rispose l’uomo e disse loro: “Proprio questo fa meraviglia che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Ora noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno viene da Dio e fa la sua volontà egli lo ascolta. Non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla”. Replicarono e gli dissero: “Sei nato tutto intero nei peccati e vuoi insegnare a noi? E lo cacciarono fuori”.

Quindi, fine della storia, l’uomo guarito viene espulso dalla sinagoga, ma si vede il suo coraggio nel rispondere ai capi religiosi, quando viene insultato. L’unica arma che conosce il potere quando facendo ricorso alla dottrina non riesce a convincere, è l’insulto. Dicono al cieco guarito: “sei un peccatore schifoso”. Non soltanto lo disprezzano, ma anche Gesù riceve altrettanto disprezzo: “di quello lì sei discepolo”. Non lo nominano neanche! Ebbene quell’uomo ha il coraggio di rispondere: mai si era sentito una cosa del genere e affermare che se questo uomo è un peccatore non avrebbe poteva fare le cose che ha fatto, ossia del bene agli altri.

Alla luce del dibattito si comprende che il peccato non è trasgredire il sabato, bensì il male che volontariamente sia fa all’altro per distruggerlo. Per cui una persona che fa qualcosa per alleggerire la vita dell’altro, per renderla più degna, più umana e più vivibile possibile, comunque essa sia, viene da Dio, perché Dio vuole questo per ciascuno di noi. La dichiarazione finale dell’uomo guarito gli comporta la scomunica, “fuori! tu qui non ci puoi stare”. Di seguito l’uomo verrà recuperato da Gesù, finisce bene l’episodio. E finiamo anche noi. Il discorso della scomunica è interessante perché Giovanni sicuramente sta presentando quella che era già la polemica della comunità cristiana con la sinagoga giudaica, alla fine del primo secolo quando il Vangelo viene scritto, ma ci sta dicendo qualcosa di molto più profondo.

Ci sono due modelli di uomini: quello presentato da Gesù che mostra il modello iniziale di Dio, quello che dà piena autonomia all’uomo, e l’altro modello che non è umano, quello che propongono i capi religiosi, di sottomissione, di rassegnazione, di dipendenza assoluta. Questi due modelli non possono stare insieme, uno esclude l’altro e normalmente è quello disumano che caccia via il modello umano. Quindi cacciando quell’uomo dalla sinagoga l’evangelista non ci sta presentando soltanto un fatto: poveraccio questo qui gli è andata bene con la guarigione, ma gli è andata malissimo perché è finito proprio in mezzo alla strada; ma Giovanni sta dicendo: o si sta con Gesù, con il modello che lui ci presenta, o si sta con i capi con il modello che loro propongono, le due cose non possono stare insieme. Ma non perché il modello di Gesù non vuole accogliere tutti, ma perché ciò che propongono i capi religiosi è incompatibile con quello che propone Gesù. Allora comprendiamo il discorso di tutto il Vangelo di Giovanni: “la luce è venuta nel mondo”, (è il Vangelo di domenica scorsa), “ma gli uomini hanno preferito le tenebre”, hanno preferito il modello dei capi che non accettano un uomo libero, una persona autonoma.

Dio vuole invece la nostra piena felicità, la piena realizzazione come persona e questo non può avvenire aderendo a una legge pur giusta che sia, ma dando adesione a Gesù, l’unico che ci ha fatto conoscere qual è la volontà di Dio per tutti noi. I vangeli e il "lettore"
Prima di entrare nell’episodio voglio concludere alcune cose dette ieri riguardo i testi del Vangelo. Una domanda che normalmente la gente pone (sono state fatte domande molto belle ieri sera e anche oggi ci saranno domande a cui rispondere) è questa: “Perché i Vangeli sono stati scritti in maniera da renderne un po’ difficile la comprensione?

Ricordate quando ieri abbiamo spiegato il cieco nato quanti aspetti andavano interpretati per cogliere il significato di quell’episodio? Perché gli Evangelisti hanno dovuto scrivere in maniera così complessa?" Il Vangelo non è forse stato scritto per suscitare la fede, perché tutti possano accedere a questa fede, capire i valori di questa fede?” Ad esempio, se io prendo il brano del Vangelo in cui Gesù dice: “amate i vostri nemici e fate del bene a quelli che vi odiano”, non è necessario frequentare alcun corso per capire, è talmente evidente che Gesù ha detto amate i vostri nemici e fate del bene a quelli che vi odiano, si capisce subito!

Se invece voglio entrare nella ricchezza, nella profondità del testo e non limitarmi a capire perché devo amare i nemici, ma voglio comprendere in che modo posso arrivare a questo amore per il nemico (perché non basta soltanto dirlo: già facciamo tanta fatica ad amarci tra di noi figuriamoci amare il nemico, ma neanche per sogno), è importante sapere che noi possiamo attingere ad una ricchezza talmente grande nei testi del Vangelo da accorgerci che la proposta che ha fatto Gesù “amate i vostri nemici”, è realizzabile, questo si può fare!

I Vangeli non sono stati scritti per la lettura personale, nel senso: lo tengo sul comodino e la sera prima di coricarmi ne leggo una pagina; non sono stati scritti con questo scopo, anche se oggi siamo contenti di poter avere ognuno il Vangelo in casa e leggerlo quando ci pare, in realtà non sono stati scritti con questo scopo. A parte il fatto che a quell’epoca avere il Vangelo era come avere una Jaguar oggi, erano testi costosissimi quindi non tutti se lo potevano permettere. Soltanto alcune comunità si potevano permettere di avere un testo completo del Vangelo.

Il Vangelo è stato scritto per essere letto e per essere commentato, ascoltato insieme. Ci vuole il lettore che non è soltanto quello che sa riconoscere le parole ma colui che sa entrare nel testo e lo rende chiaro, accessibile alla comunità. Nel libro dell’Apocalisse questo viene messo in chiaro fin dall’inizio, fin dalla prima pagina dai primi versetti. L’Apocalisse è un testo molto complesso perché è fatto con un linguaggio altamente simbolico per cui ci vuole qualcuno che ce lo legga. L’autore dell’Apocalisse dice “Beato colui che legge [ il Lettore ]e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia”.

Il lettore non è soltanto quello che all’ultimo momento prendiamo e costringiamo a leggere e lui che dice: “ma non mi sono portato gli occhiali, ma ho mal di gola meglio che lo faccia un altro” … non è questo il lettore. All’epoca del Nuovo Testamento quello del lettore era un compito tra i più importanti nella comunità, addirittura, si può dire, era paragonato a quello del presbitero, a colui che anima la comunità; infatti il lettore deve capire che cosa l’autore dice attraverso queste immagini e deve avere la capacità di tradurle con un linguaggio accessibile e comprensibile all’assemblea.

Poi quando l’assemblea avrà capito, insieme si potrà dire: “Il Vangelo mi ha detto questo! Il Vangelo oggi mi ha parlato così!” e tutti insieme possiamo dare (come si fa con l’Eucarestia o come quando si fanno le domande) il nostro contributo, però è fondamentale la figura del lettore.

Non possiamo illuderci di leggere un testo scritto 2000 anni fa in una lingua che non è la nostra, usando immagini concetti che non sono più i nostri concetti e avere la pretesa di capire cosa dice l’autore. Ripeto, se prendo il brano che dice amate i vostri nemici, ci sono espressioni, frasi nel Vangelo che sono ovvie, ma forse quelle più ovvie sono proprio quelle che purtroppo mettiamo meno in pratica. Andiamo a cercare le cose più lambiccate e magari non capiamo nulla se non ci danno una mano, mentre le cose che sono talmente ovvie come “amate i vostri nemici” sono cose che non mettiamo in pratica. Questo per dire come il Vangelo non è soltanto da leggere ma da assimilare, è qualcosa che va assimilato nella propria vita.

Il Vangelo non è una dottrina, il Vangelo è una proposta che deve toccare la tua vita e tu questa proposta la ricevi attraverso l’esperienza che io o qualcun altro ti presenta e quando tu la assimili potrai cominciare a capirlo. La comprensione non riguarda la testa, ovviamente ci vuole anche questo, ma la comprensione riguarda le tua capacità di assimilare questo lavoro. Quando per esempio Gesù invita al perdono e Pietro gli chiede: “ma Signore quante volte dovrò perdonare mio fratello fino a 7 volte?” Gesù dirà: fino a 70 volte sette. Oppure quando Gesù dice: “se vedi che tuo fratello ha qualcosa contro di te tu devi andare dal tuo fratello”. Questa cosa ci lascia un pochino perplessi perché noi abbiamo imparato il contrario; chi ha commesso lo sbaglio è quello che deve andare a chiedere perdono, Gesù dice NO, non è così che funziona, chi ha ricevuto l’offesa deve andare a chiedere la riconciliazione, perché chi ha commesso lo sbaglio è già troppo umiliato, se si rende conto dello sbaglio, per chiedere perdono; Gesù non vuole che ci siano queste umiliazioni nella comunità perciò chi ha ricevuto l’offesa deve dire: senti facciamo questa pace, facciamo questa riconciliazione.

Questo atteggiamento che ci può sembrare così difficile, quando lo si sperimenta nella propria vita ci fa rendere conto della forza trascinante e della ricchezza contenute in queste parole; per cui non basta che mi venga spiegato questo testo ma finché non lo avrò incarnato non lo avrò assimilato nella mia vita questo testo non mi parlerà con tutta la sua ricchezza.

Ripeto, il Vangelo non è stato scritto per la lettura personale privata ma per la comunità dove il lettore animato dallo Spirito deve avere il carisma di illuminazione, unitamente alla sua preparazione ovviamente, per aiutare la comunità ad entrare in questo testo. Ecco quindi che ci vuole qualcuno che ci legga il testo perché sono stati scritti con questo scopo, per evitare atteggiamenti troppo individualisti o interpretazioni troppo personali. È sempre la comunità cioè insieme diamo valore a queste parole. Detto questo dobbiamo stare molto attenti perché spesso, come dicevamo ieri, quando ci si avvicina al testo si può credere di avere già capito di cosa stia parlando il testo, ma se noi guardiamo bene nel testo vediamo che quelle cose non sono state scritte. Ieri abbiamo fatto un cenno al Vangelo della nascita e, dicevamo, diamo per scontato che Gesù sia nato in una stalla con la mula e il bue; ebbene, queste cose nel Vangelo non ci sono per cui non fanno parte della Parola che serve alla nostra vita. Così come tante altre espressioni.

Pensiamo a Gesù che caricato della croce cade tre volte sul Calvario, nella Via Crucis ce l’hanno insegnato così. Una volta parlando con alcuni preti e i preti sono quelli che più si vantano del proprio sapere, ho sentito: “Gesù è caduto sulla via del Calvario”, “guardi che Gesù non è mai caduto”, “almeno una volta!” “Vada a cercare dove”. Ebbene né in Luca né in Matteo si parla mai di queste cadute, al contrario, quello che ci presentano è il trofeo che questo uomo Gesù porta sulle spalle per far capire fino a che punto lui è pronto a dare la sua vita.

Noi diamo per scontato cose che non fanno parte dei testi. Occorre essere molto attenti perché spesso ci fanno fraintendere il vero messaggio. Così come quando prendiamo, e torniamo al discorso dei miracoli, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, andate a guardare il testo - e lo riportano tutti gli Evangelisti - se in nelle versioni in Matteo, in Marco, in Luca e Giovanni viene usato il verbo moltiplicare. Mai viene usato il verbo moltiplicare perché non si tratta di moltiplicare, neanche Gesù fosse un prestigiatore, ma si tratta di condividere. Questa è la cosa importante, infatti tutto l’episodio dei pani e dei pesci è impostato sul dare sul distribuire sul servire sul benedire, questo è il senso.

Allora noi diciamo che bisogna liberarsi di questi preconcetti, che ci hanno insegnato fin da piccoli, altrimenti si rischia di perdere la ricchezza che il testo ha dentro e di rimanere o cadere in quell’aspetto banale di Gesù che poteva, quando gli veniva l’estro, tirar fuori pani e pesci dal cappellino, come questi maghi che vediamo.

A questo proposito c’è da dire che quando prendiamo la nostra Bibbia, il Nuovo Testamento, gli episodi sono introdotti con un titolino. Il titolo non fa parte del testo per cui normalmente si dovrebbe evitare di leggere il titolo, infatti il titolo spesso ci porta alla pre-comprensione del brano e questo non va bene. “Moltiplicazione dei pani e dei pesci”, adesso non so se lo intitolano così, in ogni caso l’idea che abbiamo del moltiplicare è qualcosa di magico, qualcosa di strano che è successo.

Oppure se per esempio prendete la Parabola del Buon Samaritano, vedrete che nel testo non c’è questa storia del buon samaritano. Se prendiamo il titolo come ci viene indicato dall’editore inconsciamente già facciamo un tipo di ragionamento e cioè che tutti i samaritani fanno schifo ma che ce n’è almeno uno che si salva, che è buono. Perché all’epoca pensavano così dei samaritani.

Oppure la Parabola del povero Lazzaro, non so come si titolasse, mi pare che fosse la Parabola del ricco cattivo e il povero Lazzaro, ma se voi leggete la parabola, da nessuna parte si dice che quel ricco fosse cattivo; eppure leggendo il titolo che cosa desumiamo? Che i ricchi sono buoni uno di questi è cattivo e questo è contrario a quello che Gesù insegna. Se leggiamo la parabola, da nessuna parte si dice che questo tizio è cattivo, non si dice che tratta a calci il povero Lazzaro, che gli sputa in faccia, che lo da in pasto alle bestie, la parabola non dice niente di questo.

La parabola dice che questo ricco era talmente preso dalla sua vita di persona benestante che era incapace di accorgersi che un povero disgraziato era alla sua porta. Quindi non è un ricco cattivo, è che il ricco per natura è così, è incapace di vedere che una persona alla sua porta è nella miseria più nera. Il ricco vive in funzione di sé stesso, de i suoi piaceri, dei suoi interessi, di tutto quello che rende la sua vita più lauta e più appetente.



Vedete allora come è importante non lasciarsi prendere dai titoli perché questi ci portano verso una lettura che limita il valore della parabola o del testo. Domeniche fa abbiamo letto nel Vangelo di Giovanni, la cacciata dei mercanti dal tempio: titolo “purificazione del tempio” ma quando mai Gesù ha detto che è venuto a purificare qualcosa? Quello che sta dicendo l’Evangelista è che Gesù viene a sostituire ad abolire una realtà (come dicevamo ieri parlando del fico che è stato maledetto, seccato fino alle radici, che è incapace di svolgere il compito per il quale era stato creato).

Non c’è quindi alcuna purificazione del tempio, come se Gesù volesse soltanto fare una specie di pulizia, un ritocco, dicendo” il tempio va bene peccato che qui c’è tanta gente corrotta e bisogna dare una nuova impostazione”. No, Gesù dice: questo è finito, non ha più alcun senso che esista ancora perché si è dimostrato inutile, gli è stato dato del tempo, gli è stato dato occasione per dimostrare la sua funzione, non l’ha fatto? Bene, basta, chiudiamo, andiamo altrove andiamo avanti. Per cui noi dobbiamo stare molto attenti con i titoli che spesso sono fuorvianti e come questi di cui ho accennato, ne abbiamo una marea nel Vangelo.

Il fatto è che noi dobbiamo entrare nel testo sempre con qualcuno che ci aiuti a leggerlo, ci permetta di dare questa lettura, ci apra alla comprensione del testo, poiché dalla comprensione ricostruiamo tanti aspetti che oggi non ci sono più sconosciuti; aspetti che riguardano il modo di concepire il mondo dell’epoca, tante cose che noi oggi, con la nostra mentalità razionalista neanche per sogno pensiamo. A quell’epoca si pensava che il mondo fosse popolato da questi esseri un po’ misteriosi che noi oggi naturalmente non riconosciamo, gli Evangelisti però usano queste immagini, questi demoni o questi angeli che facevano parte del linguaggio comune do allora per dirci qualcosa di molto più importante; adoperano quindi quelle immagini, non le rifiutano, perché erano immagini che venivano comprese dalle persone alle quali il testo era rivolto. Ieri si parlava di come leggere il Vangelo senza rimanere bloccati alla forma o alla veste letteraria; mi pare ci sia una domanda che poi riprenderemo: “ma allora se non ci sono gli angeli se non c’è stata la strage degli innocenti che cosa ci resta nel Vangelo? Niente?”

Ecco, non dobbiamo rimanere legati alla forma letteraria. Gli Evangelisti ci stanno dando il significato più profondo oltre quella espressione. Nel Vangelo si parla tanto di angeli ma io credo che nessuno di voi abbia mai visto un angelo con queste ali, riccioluti, svedesi, così come li vediamo nei santini; se qualcuno l’ha visto si faccia visitare da qualche psichiatra perché comincia ad avere dei problemi. Noi, usando quelle forme che usano gli Evangelisti, possiamo entrare nel contenuto, allora il contenuto che cos’è? Che Dio trova sempre i canali, le modalità per comunicare con l’uomo. Allora che cos’è l’angelo?

Gli angeli sono quelle persone o quelle situazioni o quelle esperienze che a un certo momento mi toccano nel più profondo e allora possiam dire : ho ricevuto un annuncio anch’io . Ho ricevuto qualcosa da Dio e questo lo possiamo sperimentare in tante occasioni della vita ,no? Io posso essere una persona troppo indaffarata con il mio lavoro, con le mie cose da sbrigare, a un certo momento, che ne so, mi scontro con un tossico in piazza e questo mi dice qualcosa o mi guarda in un certo modo che mi arriva fino in fondo al cuore questo suo sguardo. Lì capisco che questa persona mi sta interpellando per qualcosa e quando arrivo a casa non riesco a togliermi dalla mente lo sguardo di questo ragazzo o di una ragazza o di un barbone o di un malato.

Questi sono gli angeli, cioè sono quelle esperienze con le quali Dio viene nella nostra vita e ci fa capire che nella nostra vita bisogna dare una risposta a tante cose e che non possiamo rimanere troppo presi dai nostri impegni, dalle cose che dobbiamo sbrigare. Questo per parlare degli angeli ugualmente se parliamo dei demoni. È lo stesso. A quell’epoca tutto il cosmo era popolato da entità che stavano tra Dio e gli uomini e potevano essere positive o potevano essere negative nei confronti delle azioni, del modo di agire degli uomini.

Quando nel Vangelo si presenta una persona che è alienata dal punto di vista della sua libertà, una persona quindi incapace di ragionare, di decidere per sé stessa, questa forma di alienazione veniva detta “posseduto da uno spirito immondo” ed era l’unica maniera per spiegare che questa persona non era più sé stessa. Questo lo vediamo anche nella nostra vita quotidiana; nel mondo del lavoro si trova gente impeccabile, persone molto tranquille, queste persone la domenica vanno allo stadio, la loro squadra perde e loro diventano delle bestie feroci pronte a incasinare tutto. Un autore antico del Nuovo Testamento avrebbe detto che quell’uomo era posseduto da uno spirito immondo perché bisogna essere molto alienato per arrivare a una violenza e a un estremismo tale.

Tutto quello che priva l’uomo della sua libertà e lo rende in balia di una dottrina o di qualunque cosa, [ nei vangeli ] è possessione demoniaca. È sempre l’uomo che dà risposta a queste forme estreme, tutto dipende da me se voglio essere alienato da qualcuno che mi porta a queste forme estreme o se voglio tener la mia vita in mano e dare io l’orientamento che ritengo più giusto alla mia vita. Vedete questi sono i veicoli che adoperano gli autori per farci capire qualcosa di molto più profondo. Anche il concetto che avevano all’epoca del cosmo non era come noi, con la nostra ragione scientifica, pensiamo il cosmo oggi. Il cielo era la dimora di Dio poi c’era la terra che era la dimora degli uomini e poi c’erano gli inferi, sotto terra, che era la dimora dei morti: una cosa molto semplice.

Ragione per cui quando nella Parabola del ricco cattivo e del povero Lazzaro si dice che questo andò all’inferno, non è corretto tradurlo così; questo ricco scese negli inferi come scendevano tutti i comuni mortali al momento della morte ma già all’epoca di Gesù si era sviluppata una dottrina per cui non bastava che tutti andassero nello stesso posto dopo la morte ma, coloro che si erano comportati bene che erano state persone degne, sarebbero poi saliti nel seno di Abramo. Avevano una immagine diversa però era sempre comunque un mondo più di oltretomba, non si parlava di paradiso ovviamente.

Allora possiamo veramente entrare nel pensiero di Gesù attraverso questa parabola di Luca; Gesù sta parlando dell’inferno? Sicuramente no! Gesù sta parlando con una parabola. La parabola è un tipo di linguaggio molto usato all’epoca per trasmettere un messaggio importante; la parabola non si prendeva mai alla lettera, la parabola non era una storia da leggere letteralmente era piuttosto un ragionamento che ti doveva fare entrare in un’altra serie di cose, che ti portava a dire che o la tua vita può crescere da renderla talmente viva che al momento della morte questo passaggio viene superato o la tua vita al momento della morte si può spegnere, cioè può cessare ogni speranza in essa.

Questo è un po’ il discorso degli inferi: "andare" in un mondo d’oltretomba dove non c’è più alcuna speranza di vita , anche se Luca lo scrive con la mentalità dell’epoca, non significa parlare dell’inferno. L’inferno lo abbiamo tirato fuori noi per mandare lì i nostri nemici, lo abbiamo creato noi cristiani per mandarci quelli che ci stanno sullo stomaco perché da qualche parte dovranno pur andare quelli che ci stanno sullo stomaco e noi gli abbiamo trovato subito il posto.

Queste cose, paradiso, purgatorio , inferno, non li possiamo prenderle alla lettera perché fanno parte di una mentalità, di un modo di intendere il cosmo che non riguarda il nostro modo razionale di capire il cosmo perciò noi dobbiamo tradurre quello che l’autore ha voluto dire usando quelle immagini con il nostro linguaggio attuale e moderno. Tra l’altro Gesù .. non ha voluto perdere tempo per parlare di cose delle quali noi non conosciamo niente, è inutile chiederci “ma come sarà? come non sarà?” perché chi accoglie Gesù, questa è la grande novità del Vangelo:

Gesù dice: chi mi dà adesione o chi mette in pratica la mia parola o chi mangia la mia carne - diverse volte Gesù usa queste espressioni - da questo momento ha la Vita eterna. Da quando uno dà adesione a Gesù già comincia a sentire dentro di sé una Vita che per la sua qualità si dice indistruttibile, che è per sempre, quindi quando arriverà il momento della morte questa persona non si accorgerà neanche della morte. La morte viene paragonata a un dormire dal quale uno si sveglia con più forza o viene paragonata a un chicco che cade per terra dal quale viene fuori una pianta ancora più grande. Quando il chicco cade per terra certamente non si rende conto di essere morto, ma ciò di cui si rende conto è che comincia a venir fuori un’energia talmente forte da far nascere una pianta bellissima. Da una cosa piccolissima come un seme come un chicco una pianta bellissima, è questo che sta dicendo Gesù. Non ci interessa perdere tempo su ragionamenti o altro se hai la Vta adesso, qui, questa è talmente importante che al momento della morte tu supererai questo passaggio entrando in una Potenza di Vita molto più grande di quella che avevi prima.

Su questo poi ognuno farà i suoi ragionamenti ma è inutile dire: “ma come sarà ma come non sarà; questo Santo ha avuto questa visione…” , ognuno faccia i suoi ragionamenti ma Gesù di questo non ha voluto parlare anche perché non ci riguarda, tra l’altro è inutile pensare a cose che la nostra mente non può capire. Tutto quello che va oltre la nostra esistenza fisica esce dal nostro pensiero, è tutta una perdita di tempo, è meglio preoccuparsi per la Vita di qua e sapere che questa Vta la possiamo avere in maniera abbondante con una qualità unica da renderla indistruttibile, di questo ha parlato Gesù.

Un’immagine che riguarda sia il cosmo sia i rapporti umani presi dal mondo dell’epoca deve essere interpretata, deve essere tradotta con il linguaggio nostro odierno. Ma allora che cosa ci resta del Vangelo? Ci resta la sua ricchezza!
...
Il modello di umanità che Gesù ci presenta è di una persona autonoma, di una persona che può prendere in mano la propria vita, di una persona che si può pronunciare, di una persona che può testimoniare apertamente e senza paura di nessuno le cose in cui crede in base anche alla sua esperienza, anche se la cacciano fuori [ dalla comunità ]. Questo è il modello che ci dà Gesù . L’altro modello, quello che propongono i capi religiosi è un modello, chiamiamolo così, di sottomissione di rassegnazione, di peccatore , di sentirti indegno , di essere sempre in colpa di essere un essere schifoso: scegli l’uno o scegli l’altro, le due cose non si possono mettere insieme. Il Vangelo ci porta sempre a fare delle scelte!

Il Vangelo si trasmette attraverso una testimonianza di Vita. Queste cose non si imparano con la testa ma si imparano mettendo in pratica quello che Gesù ci ha detto e le cose che lui ha fatto. Ecco per quale motivo è importante comprendere il valore di queste parole infatti nella misura in cui le comprendiamo, possiamo applicarle alla nostra vita e possiamo tradurle in gesti di amore, in gesti concreti di vita per gli altri ...Assimilare la Vita dal Vangelo
La fede non è altro che aderire a una proposta e se questa è la mia fede io come la dimostro? Nella convinzione di agire sempre come ha agito Colui al quale ho dato la mia adesione: facendo le sue scelte e cercando di orientare di incanalare di indirizzare la mia vita come lui ha fatto, questa è la fede. Questo dona tutta una maniera diversa di vedere le cose ed evita di cadere in forme schizoidi di persone molto pie ma molto crudeli, nel senso che sono pronto a mangiarmi chiunque se vengo contestato o se le mie posizioni vengono in qualche maniera toccate.

Il Vangelo è stato proclamato proprio per evitare questi sdoppiamenti e soprattutto per far capire alla persona in che maniera si può crescere, in che maniera la persona si può realizzare pienamente nella propria vita, per cui bisogna assimilare il Vangelo per poter capire questo messaggio, se non passa attraverso la tua carne non lo potrai mai comprendere, potrai dire: “la conferenza è stata bellissima, forse ho capito qualcosa” ma finché non l’avrai assimilato non ti renderai conto della potenza della forza trascinante di queste parole.

Gv 6,63 È lo Spirito che dà la Vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono Spirito e sono Vita. Assimilare il Vangelo significa assimilarne lo Spirito, realizzare la comunione di Spirito con Gesù, con il Progetto del Padre.Ecco per quale motivo Gesù dice di mangiare il suo corpo ossia di assimilare la sua stessa Vita e la sua Vita l’abbiamo conosciuta attraverso le sue parole i suoi gesti, quindi assimilare questa Vita perché in noi si possa manifestare la stessa capacità di amare. Noi diciamo: “d’accordo il Vangelo è troppo bello però noi queste cose non le potremo applicare mai”, ecco il motivo per cui Gesù si è presentato come pane di Vita, forse noi da soli non ci riusciremmo mai ad applicare questi insegnamenti e ad assimilarli nella nostra vita ma con lui sì, questo è il grande dono che lui ci ha fatto, che con lui lo possiamo fare.

... A questo ci porta il Vangelo quando siamo entrati nel suo messaggio più profondo. Per comprendere come soltanto quando si assimila il Vangelo come qualcosa di Vitale, come qualcosa che può trasformare la vita, possiamo dire di aver capito Gesù per cui è vero che ci vuole qualcuno che ce lo spieghi il Vangelo, il lettore.

Dare la Vita che si assimila dal Vangelo
Questo è soltanto il primo passo, il secondo passo è più importante ed è quello che diamo noi quando permettiamo che questa parola entri in noi come una forza Vitale. Dico questo perché quando prendiamo in mano il Vangelo dobbiamo sempre ricordarci (come ieri si diceva anche della figura del cieco guarito da Gesù) quanto importante è la nostra autonomia cioè che abbiamo coscienza che questa crescita in noi avviene anche con la nostra volontà, col nostro assenso, non può esserci crescita indipendentemente da noi. Questo è importante sapete!

Quando si dice che Gesù è il salvatore è vero, però la salvezza che Gesù ha portato non casca dall’alto come una pera cotta ma la salvezza la dobbiamo volere noi per primi e ciò significa che la nostra vita aderisce, dà risposta positiva a un’offerta che ci viene fatta. Se non c’è questo non c’è neanche la salvezza
[ cioè il compimento definitivo del nostro essere ] . Bisogna quindi anche entrare in questo ragionamento che è fondamentale, ripeto, per capire che siamo noi, ciascuno di noi a dover dare adesione a questa proposta in maniera ugualmente libera, in maniera volontaria, ma pienamente convinti di questo. E' la nostra vita che si pronuncia favorevolmente su questa proposta e che si impegna poi ad incarnarla e a far sì che questa proposta possa sviluppare in noi forze energie lucidità che mai avemmo pensato di avere.

Ritengo che se uno è cristiano è perché veramente ha capito che nella proposta di Cristo c’è il massimo; il massimo perché la tua vita si possa sviluppare in un modo che neanche puoi immaginare. Per questo motivo è importante, quando affrontiamo i testi, che abbiamo la percezione nonché la convinzione di che cosa questi testi, di cosa ci vogliono dire, perché se manca questo è difficile che questi testi possano sviluppare in noi tutta la loro ricchezza.

Gesù non vuole ammiratori ma vuole persone che con lui e come lui facciano le stesse scelte; ma per fare questo devono capire qual è il progetto di Gesù, devo conoscere in che cosa Gesù si è impegnato...
Il racconto-significato della passione di Gesù in Marco
“In verità io vi dico dovunque sarà proclamato il Vangelo per il mondo intero in ricordo di lei si dirà quello che ha fatto”.
Di nessun episodio del Vangelo Gesù ha detto una cosa del genere che nel mondo intero si ricorderà sempre quello che la donna ha fatto ungendo Gesù.
...
Marco Cap. 14 i primi 9 versetti: “Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Azzimi e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturarlo con un inganno, per farlo morire. Dicevano infatti: “Non durante la festa perché non vi sia una rivolta del popolo”. Gesù si trovava a Betania nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola giunse una donna che aveva un vaso di alabastro pieno di profumo di puro nardo di grande valore; ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. Ci furono alcuni fra loro che si indignarono:” Perché questo spreco di profumo? Si poteva venderlo per più di trecento denari e darlo ai poveri”. Ed erano infuriati contro di lei. Allora esso disse: “Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione eccellente verso di me; i poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avrete me. Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità io vi dico dovunque sarà proclamato il Vangelo per il mondo intero in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto”. L’episodio poi continua con il tradimento di Giuda che va dai capi che tramano per eliminare Gesù dicendo: “quanto mi date se ve lo consegno”.

Le parole che aprono il Cap. 14 del Vangelo di Marco sono il preludio a tutta la passione.

Marco racconterà cose forti ma i lettori e i credenti dovranno ascoltare il racconto della passione con questa immagine della donna che ha rotto un vaso di alabastro di un profumo di nardo preziosissimo e ha versato tutto il profumo sul capo di Gesù; questa deve essere l’immagine conducente l’ascolto del racconto della passione, perché parlare di morte, parlare di derisione, parlare di rifiuto, di abbandono, di tradimento è una cosa troppo dura e allora Marco ha voluto dire: ma che significato-valore diamo a tutto questo? Il valore ce lo ha insegnato la donna spargendo quel profumo sulla testa di Gesù. Quando si dà la vita per amore, pur affrontando avversità e massimi dolori, questa vita spande un profumo da renderla veramente una vita autentica, questo sta dicendo l’Evangelista Marco. I discepoli si chiedono: ma che senso ha che questo uomo vada alla morte? E che senso avrebbe anche la nostra morte se vogliamo seguire questo uomo? Ecco, ce lo spiega la donna con il profumo.

La morte puzza, il fetore della morte si sente subito, quindi la vita profuma quando è stata data per amore. Anche se va incontro alla morte, questa vita già profuma in un modo tale che la morte non ha alcun potere di poterla soffocare. Marco sta invitando la sua comunità a fare il gesto di questa donna; questa donna ha capito quello che i discepoli maschi non potevano capire, che la vita data per amore non è mai una spreco che il vero guadagno è quello che rende profumata la tua esistenza, è quello che dà un sapore unico a tutto il tuo agire.

Marco dice che questa donna anonima ha fatto una cosa (e se noi conoscessimo tutto il retroscena biblico rimarrremmo molto perplessi) ha fatto un’unzione. I re nell’antica Israele prima di essere investiti della loro regalità, prima di essere incoronati re di Israele, venivano unti da un profeta che attraverso questa unzione dimostrava la scelta che aveva fatto nei confronti di questo re. La donna sta facendo la stessa cosa del profeta e sta dicendo: “questo nostro re che è Gesù non va incontro al successo e alla gloria mondana politica, ad essere intronizzato nel potere massimo con i grandi di questa terra, ma questo re va incontro alla morte però non ci andrà da solo, il mio amore è con lui.

Gesù non viene abbandonato nel momento più tragico della sua vita, nonostante i Vangeli ci parlino di defezione, di tradimento, c’è un gruppo rappresentato da questa donna che lo segue fino in fondo e gli dice: “Gesù tu sei il nostro re, tu vai incontro alla morte ma non vai solo incontro a questa morte perché anche noi siamo pronti a dare la vita con te e come te per il bene degli altri. Questo è il profumo! Il profumo è segno di amore e segno di vita certamente. La donna ha manifestato tutto il suo amore a Gesù e l’ha manifestato per che cosa? perché lei per prima si è sentita inondata da questo amore enorme e allora quando ha sperimentato questa cosa non poteva tenersi il vasetto di alabastro per sé ma l’ha dovuto rompere spezzare e quello che si rompe non si ricostruisce più e quando il profumo si versa non lo recuperi più e quando tu hai rotto quel vaso di alabastro vuole dire non lo puoi più rompere per nessun altro se non per Gesù solo.

Questo sta dicendo Marco, è l’adesione massima che questa donna che rappresenta la comunità ideale di discepoli sa dimostrando a Gesù “tutto il nostro amore per quello che tu Gesù stai facendo e per quello che hai fatto e sappi che ad affrontare la morte (e la morte agli occhi del mondo può sembrare il fallimento più grande) non vai da solo ma noi siamo con te e abbiamo capito che in questa morte c’è il profumo più autentico, c’è la qualità di vita più grande e c’è una ricchezza che nessuno mai può capire se non quando questa vita si spezza; questa ricchezza che uno prova quando dà la vita per l’altro.

Questo nessuno te lo può dare, nessuno te lo può procurare se non attraverso questo gesto che la donna ha compiuto per Gesù. I discepoli non possono capire questo gesto, tirano fuori i poveri quando gli fa comodo, tirano fuori l’elemosina, cosa di cui Gesù mai ha parlato, i discepoli non capiscono l’unzione col profumo della donna che Gesù difende chiedendo: “ma perché date fastidio a questa donna?” Cioè quando tu sei capace di dare vita , e questa è la fragranza proprio di chi compie gesti di vita per gli altri, anche i poveri vengono risollevati dalla loro miseria; quando tu la vita te la tieni per te allora al povero darai l’elemosina, perché siamo in quaresima e bisogna fare il fioretto, ma del povero non me ne frega proprio niente; rimanga così, anzi io mi faccio più bello con quell’elemosina che ho fatto. Gesù non ha fatto elemosina a nessuno, non risulta nel Vangelo che Gesù abbia fato l’elemosina a nessun povero, Gesù ha sempre detto: “Che cosa posso fare per te, in che modo ti posso aiutare, come posso risollevare la tua sofferenza come posso farti capire quanto è importante la tua dignità agli occhi di Dio in quanto persona umana”, Gesù ha fatto sempre questo.

La donna del messaggio di Gesù ha capito che quando sei capace di dare vita e la vita non si dà a gocce, non posso dare due gocce del profumo perché è molto costoso anzi, proprio perché è costoso cioè autentico te lo do tutto, te lo do completamente o non lo posso dare; quindi quando dai vita e la dai in maniera piena, anche le persone che incontrerai nella loro miseria verranno risollevate da questo perché c’è la speranza.

Certo tu non risolverai i problemi dei tanti poveri che incontrerai ma per i poveri ci sarà la speranza di sapere che c’è una comunità di discepoli che sta lavorando come Gesù per sradicare la miseria da questa terra, questa è la speranza, questa è la beatitudine della quale parlava Gesù. I discepoli non lo potevano capire perché la loro mentalità era troppo attaccata all’interesse; nel senso “che cosa mi rende questo?” Gesù ci ha liberato da questo, Gesù ci ha insegnato la cosa più grande, quella che dà valore alla nostra vita che è la gratuità; fare le cose per il piacere di farle, perché ti senti bene nel farle e non perché ti aspetti un premio o una riconoscenza.

Quello che veramente dà sapore alla tua vita è il valore della massima gratuità per cui le cose le fai perché sei pienamente convinto che soltanto in quella maniera la tua vita profuma e ha qualcosa di vero, qualcosa di veramente grandioso e tu non sai neanche che cosa da questa vita potrà venir fuori. Questa è la grandiosità dell’essere umano quando entra in questo meccanismo, in questo processo di dare vita. Una volta che abbiamo rotto anche noi il nostro vaso di alabastro, il profumo lo do, lo diamo a te Gesù; ma non perché tu il profumo lo vuoi per te, ma perché è la maniera di dire che anch’io voglio spendere la mia vita per gli altri.

Da quel momento avviene una trasformazione nella persona che la stessa neanche può arrivare a capire; quali saranno le forze, quale sarà l’energia, quale sarà la Vitalità che verrà fuori da questo gesto di donazione da questa identificazione massima con il Signore. Questa è la grandezza degli esseri umani: di aver incontrato il Cristo nella nostra vita che noi non possiamo immaginare a che cosa possiamo arrivare quando diamo Vita. Questo si vede in maniera molto spicciola quando facciamo qualche cosa alla quale teniamo, immaginate per esempio un’assistenza a una persona cara a un ammalato o a una persona che ha bisogno del nostro aiuto, ebbene, diciamo, non avrei mai pensato di aver avuto la forza di fare questo, come sono riuscito a fare questo? In questo modo vediamo che le nostre energie vengono potenziate, vengono risollevate da una forza molto più grande che noi non possiamo nean che capire...

Allora noi non partiamo da un modello che è già in noi ma partiamo da un modello che Gesù ci ha presentato. Come ha fatto questa donna: “Signore io mi voglio identificare con te e non ti do la mia vita - perché Gesù non chiede la vita a questa donna - ma ti faccio sentire il mio profumo, come anche la mia vita profuma”. Questo vuole sentire Gesù da noi, come profuma la nostra Vita.

Già questo profumo fa scattare nella persona un processo di crescita che la porterà a qualcosa che essa stessa non può capire. Immaginate quante persone sono state in preda all’angoscia e alla frustrazione perché volevano essere come Santa Rita da Cascia. Tu non potrai mai essere come Santa Rita di Cascia! Perché lei è una donna che è vissuta in un altro tempo, che ha avuto altre esperienze e che ha risposto in maniera sua in quel tempo a quelle cose. Questo non si può ripetere più perché quella donna è stata unica e irripetibile. Però tu puoi essere addirittura più di Santa Rita di Cascia se ti lasci invadere da questo profumo che per primo ti offre Gesù e ti chiede che anche tu lo spanda per il bene degli altri.

In questo modo si apre per l’individuo, per la persona umana un processo di crescita di cui noi non sappiamo la fine, ma possiamo soltanto intuire che sarà qualcosa di grandioso. Questo ci libera di tante angosce perché sappiamo che questo processo è lento, ci vuole del tempo, il Signore non ci fa violenza, il Signore lascia che ognuno secondo le proprie capacità avvii questo processo di crescita; la cosa importante è sapere che questo si sta veramente attuando in ognuno di noi e allora vedi la vita e gli altri in maniera diversa e soprattutto capisci il volto nuovo di questo Dio che Gesù ci ha mostrato; un Dio che nessuno ha mai visto e che il figlio ci ha fatto conoscere, ci ha spiegato. C’è nella prima lettera di Giovanni una espressione bellissima: “quello che noi abbiamo toccato, quello che noi abbiamo visto, quello che i nostri occhi hanno contemplato, che le nostre orecchie hanno sentito, che le nostre mani hanno toccato, questo noi vi comunichiamo perché la vostra comunione sia anche con noi”. Questa esperienza del Padre, perché in fondo è questo ciò che conta, non passa attraverso la mente;

... Gesù non ha aperto un libro di teologia per dire “Dio è questo” ma Gesù ha sempre parlato con i sensi toccando, guardando, parlando, ascoltando e soltanto in questa maniera noi possiamo fare esperienza di Dio. Il profumo che tocca anche il nostro senso del fiuto, lo sentiamo subito se è buono! Questo significa fare esperienza di Dio. Un’esperienza che passa attraverso il nostro essere carne umana, una carne che è talmente luminosa da potersi dare per il bene per la felicità per la gioia degli altri. In questo senso noi facciamo esperienza di Dio. Pertanto non è una conoscenza intellettuale, come dice la lettera di Giovanni, ma è una conoscenza che passa attraverso i sensi le nostre mani, i nostri occhi, le nostre labbra, le nostre orecchie...

Ecco il motivo per cui Gesù ha detto “Dovunque si proclamerà il Vangelo sempre si ricorderà il gesto di questa donna” in quanto il Vangelo non si proclama [ solo ] con le parole ma il Vangelo lo si dimostra con la Vita. Dove c’è una comunità capace di dare Vita, dice il Vangelo, lì sempre si farà memoria di questa donna ...

Questo cambia la vita. Questo ci permette di dire, nonostante le nostre piccole forze nonostante i nostri limiti nonostante tutti i casini che ci circondano, che la Vita sta camminando verso un traguardo di pienezza e lo possiamo intuire nel momento in cui trattiamo con benevolenza tutti, nel momento in cui guardiamo con compassione tutti e non giudichiamo nessuno ed evitiamo ogni forma di intolleranza o pregiudizio, nel momento in cui facciamo questo intuiamo qual è il disegno di Dio e dove sta andando la storia. Sta andando verso questo traguardo!

Non è una vana illusione non è un’utopia, lo viviamo in noi, nella nostra vita, nella nostra comunità. Per questo motivo il profumo deve continuare a spandersi, per questo siamo chiamati anche noi a profumare con la nostra vita. L’esperienza non può ingannare, è come il profumo! Se qui in questa sala c’è un buon profumo lo sentiamo tutti, non si può negare l’evidenza, così come se in questa sala c’è fetore lo sentiamo tutti e scappiamo via; perciò non si potrà mai dimenticare il gesto della donna, perché è quello che noi facciamo. Quel gesto ci porta ad essere come Gesù pronti ad orientare la nostra vita per il bene, per la felicità, per la gioia delle persone che incontriamo. Questo è il profumo che dà una apertura e dà anche una visione talmente profonda della vita che anche la morte può più far paura.

Questo ce lo insegna l’evangelista Marco prima di affrontare la passione di Gesù. Una morte che sembra il fallimento totale, una morte che verrà manifestata con tutti gli oltraggi, con tutta la derisione, con l’abbandono anche dei dodici discepoli invece la donna ha visto, in questa morte, il segno più grande di questo amore e ha detto: anch’io sono pronta a fare così, io ho capito che non perdo nulla quando do qualcosa di me ma anzi guadagno sempre quella Vita che comunica una Forza più grande , un’altra capacità di perdonare di amare di essere generoso. 52

Tornando al discorso di oggi e di ieri su che cosa sono i Vangeli, si capisce come la pagina dell’unzione di Betania abbia una profondità teologica, una verità così grande da renderla sempre attuale; se riusciamo a uscire dal livello narrativo ed entriamo in questa ricchezza di contenuto possiamo dire che il Vangelo è qualcosa che cambia la vita perché porta a fare come questa donna; la donna non l’ha fatto di sua iniziativa questo gesto ma è già stata la sua risposta nel capire fino a dove è arrivato l’amore di Gesù per lei, la risposta autentica di poter essere coraggiosi come lo è stato Gesù a dare anche noi la vita per gli altri.

Questa è la proposta che Gesù ha fatto ed è stata scritta in un linguaggio particolare però se si riesce a capire questo linguaggio, quando lo si assimila, lo si prende come se fosse una pagnotta e lo si mangia, , questo linguaggio illumina la vita delle persone. Questa proposta dà una tale apertura alla vita delle persone da far dire: finalmente posso vivere bene su questa terra e questa è la volontà di Dio per tutti noi. La volontà del Padre non è altro che noi possiamo vivere bene su questa terra già fin da adesso. Voglio vivere bene!

Vivere bene non significa che saranno spariti i miei problemi, questo non è possibile ma, vivere bene significa che nonostante i miei problemi, qualunque situazione mi si presenterà, per quanto dolorosa, io questo profumo lo porto sempre con me, questa Vita la sento sempre come la cosa più grande più attraente più bella che io possa avere; in questo senso possiamo dire che Gesù continua ad operare e in questo senso noi siamo chiamati ad operare con lui affinché il nostro gesto, come quello della donna, sia ricordato per sempre e la fragranza di amore si possa tramandare fino al traguardo finale. DOMANDA: che cosa si intende quando viene detto che Gesù verrà alla fine dei tempi per giudicare i buoni e i cattivi?
RISPOSTA: Non è proprio così la formula del Credo che dice “per giudicare i vivi e i morti” queste sono formule che vanno capite nel loro contesto. Non è che Gesù non sia con noi e si dovrà far vedere chissà quando: se voi prendete il Vangelo di Matteo Gesù dice (sono le ultime parole) “Io sono con voi sempre fino alla fine di questa età”, non fino alla fine del mondo perché il mondo non finisce ma il mondo si trasformerà in una realtà piena di amore, di comunione con il Padre di tutte le creature. Ma Gesù dice: “fino alla fine di questa età”, fino a quando durerà la tappa storica dell’umanità io sono sempre con voi.

Voi già mi avete capito e mi avete conosciuto e mi avete toccato con le vostre mani; non tutti ancora questo l’hanno sperimentato quindi il vostro compito è di far conoscere questa mia presenza e ci sarà un momento in cui tale presenza, quando verrà riconosciuta da tutti, si manifesterà in maniera piena, in maniera globale. Questa è la venuta finale, Gesù è già venuto, lui viene di continuo, lui si manifesta continuamente.

La manifestazione di Gesù che cosa è? [ è la manifestazione dell'UOMO n.d.r] È la vittoria dell’Umano; ogni volta che su questa terra c’è una vittoria dell’Umanità su tutto quello che è disumano lì c’è una manifestazione del Cristo.

DOMANDA: Nei Vangeli non ci sono tracce delle preghiere per i defunti hanno senso queste preghiere? RISPOSTA: Accennavo nell’intervallo che anche sul fatto della preghiera non c’è traccia perché della preghiera nei Vangeli si parla pochissimo, invece è una cosa con la quale ci hanno martellato fin da piccoli. Se voi prendete i momenti di preghiera di Gesù, si contano sulle dita della mano. Possiamo dire che spesso abbiamo un’idea della preghiera distorta, noi usiamo la preghiera guardando Dio come un agente di cambio, per cui tanto ti do tanto mi devi dare, ma l’amore non si può comprare in nessun modo, Dio è l’amore tenero gratuito e infinito per tutti. Quindi che cosa è la preghiera? sentire quella presenza di amore nella nostra vita. Per questo si dice poche volte nei vangeli che Gesù è in preghiera, perché la presenza del Padre nella sua vita è continua.

La sua preghiera non smette mai, avere la consapevolezza della presenza del Signore in te, questa è la preghiera. La preghiera non è altro che inserirsi in quella onda di amore che Dio ci ha offerto. Quando noi preghiamo anche se preghiamo per i defunti (di cui nel Vangelo non si parla) preghiamo con i nostri cari per tutto il bene che loro ci hanno dato, che ci hanno voluto e questo loro bene adesso è potenziato - nella Vita di risorti - da tutto il bene e da tutto l’amore del Padre stesso. Con i nostri cari preghiamo per tutto il bene che hanno fatto e preghiamo perché quel bene nella nostra vita si traduca in altrettanti gesti concreti, perché vogliamo sentire con loro questa vita che pulsa con forza sempre crescente dentro di noi, questa è la preghiera!

Quando poi ci raduniamo in un’assemblea come comunità, possiamo fare anche la nostra preghiera pubblica, benissimo! ma non lo facciamo tanto a livello personale, questa preghiera personale la facciamo 24 ore su 24, sentendo la presenza di Dio nella nostra vita. Che cosa diremo nella preghiera?: “Signore che questo amore che io provo, anche se è piccolo, si possa inserire in questo grande amore che è il tuo e che sia come un’onda che si spande e arriva fino in punti che io non posso neanche immaginare”, questo vuol dire la preghiera di comunione con il Signore. Poi noi, come gruppo, preghiamo anche con i nostri cari. L’Eucarestia è il momento di pregare anche con i defunti perché è il momento in cui celebriamo la risurrezione.

Preghiamo per le cose che riteniamo siano importanti per la vita, prima di tutto del mondo dove ci troviamo, mai pregare prima per sé stessi o per la propria comunità, ma per i problemi che noi vediamo attorno a noi di miseria, di povertà, di fame, di abbandono, di violenza; la comunità prega per queste cose e non perché il Padreterno queste cose non le conosca, Lui le conosce benissimo e non siamo noi che gliele dobbiamo ricordare, ma è la nostra presa di coscienza: “Signore al tuo amore che è così grande aggiungi anche il nostro amore, noi vogliamo veramente lavorare per la giustizia, per la compassione, per la pace, per la generosità; tu sai che questo amore in noi è vero prendilo come una espressione del nostro contributo e inseriscilo in questa tua onda enorme di amore”; questa è la preghiera di donazione che noi esprimiamo. Alla preghiera di comunione con il Signore segue quella di donazione verso gli altri, questa è la preghiera autentica.




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