Piccolo Corso Biblico

VANGELO


L'AMORE- agape

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Dio è AmoreQuand’è che Gesù ha dimostrato il suo amore?
Lavare i piedi Due capitoli prima, nel capitolo 13, un’azione straordinaria compiuta da Gesù, che va compresa correttamente è la lavanda dei piedi.

Nella cultura giudaica, la lavanda dei piedi era un compito ingrato. La gente per lo più andava scalza, immaginate i piedi nella polvere, dove c’era di tutto, dagli sputi agli escrementi degli animali. Quindi era un compito veramente schifoso, perché era la parte più impura dell’individuo (ricordate il concetto di purità che c’era nel mondo ebraico).

Era obbligato a lavare i piedi una persona considerata inferiore nei confronti del superiore. Allora era obbligata a lavare i piedi la donna, (tanto era sempre impura) nei confronti del marito. Era obbligato a lavare i piedi il figlio al padre – i figli in quella cultura non valevano niente – ed erano obbligati a lavare i piedi i discepoli nei confronti del loro maestro.

Ebbene Gesù, mentre cenano, - quindi non è il lavaggio che si faceva prima del pranzo ma mentre cenavano, e dalle indicazioni che ci dà Giovanni, fa comprendere che è l’ultima cena, - Gesù compie un serie di azioni che ora leggiamo. Attenzione ai verbi che adopera l’evangelista, perché sono importanti per comprendere quello che Gesù ha fatto.

“Si alzò da tavola” , - quindi non è il lavaggio che si faceva prima del pranzo, ma mentre cenavano proprio per far comprendere il profondo significato della Cena del Signore, dell’Eucaristia, Gesù interrompe questa cena,– “si tolse il mantello” - che era quello che dava la dignità all’uomo – “prese un asciugatoio” (gr. , - cioè un grembiule - “se lo cinse attorno alla vita , poi versò l’acqua nel catino , e incominciò a lavare i piedi dei discepoli ” (Gv 13, 4-5a). Al versetto 12: “Quando ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi?»” Qui manca un verbo, manca un’azione.
Il grembiule Gesù si è alzato, e dopo torna di nuovo a mettersi seduto. Si è tolto il mantello, e lo ha ripreso. Ha lavato i piedi, smette di lavarli, ma cos’è che è rimasto? Non si è tolto il grembiule, e non è una dimenticanza dell’evangelista, ma una profonda indicazione teologica per la comunità dei credenti di tutti i tempi.
Il grembiule – parlo di grembiule perché così ci comprendiamo meglio - è il segno distintivo di Dio nella comunità. Dio, lo abbiamo detto all’inizio, non è il Dio che si fa servire dagli uomini, ma è il Dio che si mette al servizio degli uomini. E questo è un capovolgimento radicale della concezione dell’epoca. Tenete presente che la società, a quell’epoca, era considerata come una piramide. Al di sopra della piramide, c’era Dio nella sua divinità. Il vertice della piramide era rappresentato dalle persone più alte, come il sacerdote o il re, poi i principi, ecc. ecc.. L’ultimo, alla base della piramide, i servi. Fuori della base, c’erano gli schiavi. Quindi chi è più vicino a Dio? Il sommo sacerdote! Chi più nella società si è innalzato sopra gli altri, chi più comanda è il più vicino a Dio.

Ebbene Gesù, che è Dio, spodesta Dio dall’alto del trono dei cieli dove la religione lo ha innalzato, e lo mette in basso, nel ruolo degli schiavi. E’ un capovolgimento totale. Chi è più lontano in questo momento da Dio? Il sommo sacerdote. Chi più si innalza sopra gli altri, chi più comanda sugli altri, è il più lontano da Dio, anche se pretende di esserne il rappresentante.
Mentre le persone che volontariamente, liberamente, per amore si mettono al servizio degli altri, quelli sono vicini a Dio, perchè Dio, Gesù, questo grembiule non se lo toglie più in tutto il vangelo. Non è una dimenticanza dell’evangelista che manda in giro Gesù per il resto del Vangelo con questo grembiule, ma è una indicazione teologica: il distintivo di Gesù nella comunità è colui che serve. Ed allora l’azione di Dio.. Vedete …. Se conoscete i Salmi o certe teologie dell’Antico Testamento, questo Dio che va cercato, questo Dio che va supplicato, questo Dio al quale si grida: purificami signore, manda dal cielo … Tutto questo finisce, non più chiedere, supplicare una grazia che Dio ci elemosina dal cielo, ma è Dio stesso che scende dal cielo e si mette, non su di un trono per farsi servire dagli uomini, ma si mette a fare il servo degli uomini, e inizia la sua liberazione e purificazione dalla parte più schifosa e più impura che ha l’uomo.

Dio non ha paura di sporcarsi le mani, Dio non ha paura di diventare impuro. Allora questo è un cambio di mentalità radicale. La religione, che incute sempre timore e paura, insegna che soltanto se l’uomo è puro può avvicinarsi a Dio: non sono degno. Gesù cambia questo concetto.
Accogliendo l’amore di Dio, l’uomo diventa puro. Quindi non è vero che bisogna essere puri per avvicinarsi al Signore, ma accogli il Signore e diventi puro, perché l’azione del Signore è quella di purificarti. Dio non ha paura di sporcarsi le mani. Gesù, lavando i piedi ai discepoli, non solo non si infetta della loro impurità, ma la sua purezza si trasmette ai suoi discepoli. Ed ecco perché c’è la resistenza da parte di Pietro. Pietro, forse, è l’unico che capisce il gesto di Gesù e non vuole, perché Pietro ambiva ad essere il capo del gruppo, e capisce che, se Gesù si mette al servizio, dopo tocca anche a lui. Allora Pietro rifiuta. E qui c’è lo scontro di Gesù con questo discepolo che è interessantissimo. Pietro dice: a me i piedi non me li lavi. Gesù gli dice: se non ti vuoi fare lavare i piedi, tu non hai niente a che fare con me.

È importante questo ammonimento del Signore. Chi rifiuta di farsi servire da Dio, e quindi non accetta a sua volta di essere servo degli altri, non ha nulla a che fare con Gesù. Allora Pietro, furbo come sempre, cerca di giocare la carta liturgica: facciamo un rito, non solo i piedi ma anche la testa e le mani. Era in prossimità della Pasqua, e per la Pasqua gli ebrei ricorrevano a delle purificazioni rituali che consistevano nel lavaggio della testa e delle mani. Pietro dice facciamo un rito. Gesù non accetta.
Quello che lui è venuto a fare non è un rito e neanche una lezione di umiltà. Gesù, lavando i piedi, non solo non perde la sua dignità, ma dimostra quella vera. L’uomo che volontariamente, liberamente per amore si mette al servizio degli altri, non solo non perde la propria dignità, ma acquista quella vera, la condizione divina. E Gesù, quando ebbe lavato i piedi, dice: “Avete capito quello che vi ho fatto?” (Gv 13,12). E poi dice: “anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni agli altri” (Gv 13,14). È importantissimo questo: il verbo tradotto con “dovere”, significa: ‘essere debitori, avere un debito’.
Lavare i piedi all’altro, cioè mettersi al servizio dell’altro, non è fare uno sfoggio della propria virtù, della propria santità, ma è estinguere un debito che si ha. Quindi per Gesù il servizio che noi rendiamo all’altro, non è il fare sfoggio di quanto siamo bravi, o le nostre virtù, ma quando io ti lavo i piedi, semplicemente elimino il debito che ho con te. E una comunità dove i debiti aumentano, è una comunità che va in miseria. Una comunità dove non c’è il servizio reciproco è destinata al fallimento. " Come il Padre ha amato me, così io ho dimostrato il mio amore”. Gesù dimostra il suo Amore mettendosi al servizio degli uomini, cominciando a purificare la parte più sporca dell’uomo, senza paura di esserne contaminato, ma trasmettendo lui la sua purezza. Vedete come cambia il rapporto con il Signore, è l’azione di purificazione di Dio. Dio non ha paura sporcarsi le mani mettendole nel marciume della mia esistenza, ma nella misura in cui mi lascio servire, la sua santità mi viene comunicata. “Se osserverete i miei comandamenti, dimorate nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore”. Gesù parla di “suoi comandamenti”, ma non ha mai dato, in questo vangelo, una serie di comandamenti.

Come mai allora Gesù dice: “Se osserverete i miei comandamenti, dimorate nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore”. Nella cena, Gesù lascia il nuovo e definitivo comandamento per la comunità. Mentre era a cena, Gesù lascia il comandamento dell’amore. Fa parte della nostra non-conoscenza dei vangeli, o per certe deviazioni spirituali. E’ strano che tanti cristiani, quando si chiede loro l’insegnamento di Gesù sull’amore, qual è l’amore che ci ha chiesto, tanti cristiani rispondono: “ama il Signore Dio tuo con tutta la tua anima, con tutto il tuo cuore e il prossimo tuo come te stesso”. Molti cristiani pensano che Gesù abbia insegnato questo. Attenzione, mai!

Mai Gesù, alla sua comunità, risponde in questa maniera. Questo è il massimo a cui era arrivata la spiritualità ebraica. Gesù, quando dà queste risposte, è sempre parlando o con degli scribi o con dei dotti, in risposta alle loro esigenze. Ma quando Gesù parla alla sua comunità non dice: “ama il prossimo tuo come te stesso” – questo è finito – “ama il Signore Dio tuo con tutta la tua anima” - questo era un amore a Dio totale, radicale, - mentre l’amore al prossimo (e attenzione perché il prossimo non si intende tutti: il prossimo, nel mondo giudaico, era l’appartenente al proprio clan familiare, o al massimo l’appartenente alla propria tribù), è relativo, cioè amo te come amo me e siccome io sono limitato, il mio amore sarà limitato.

Gesù, quando deve lasciare un insegnamento dell’amore alla sua comunità, non dice: “amate il prossimo come amate voi stessi”, dice: “vi lascio un comandamento nuovo ” (Gv 13,34). Ed è importante l’indicazione che dà Gesù: nuovo. Il termine nuovo, in greco, si può scrivere in due maniere. Uno che significa “aggiunto nel tempo”, e uno, che significa: ‘una qualità che soppianta tutto il resto’.
Ebbene, il comandamento che Gesù dà, non è nuovo – ne avete già 10, vi lascio l’undicesimo -, ma il comandamento di Gesù è nuovo per qualità. E’ una qualità tale che sostituisce tutto il resto. E’ la nuova alleanza di Gesù. In questo comandamento Dio non viene nominato, ma Gesù dice: “come io vi ho amato”. Attenzione, non è l’amore di donazione sulla croce - ancora Gesù non è morto: non dice come io vi amerò, ma come io vi ho amato, - e Gesù ha detto che il suo amore lo ha manifestato lavando i piedi, “come io ho amato, amatevi voi. Da questo vi riconosceranno che siete i miei discepoli” (Gv 13, 34-35). Quindi Gesù lascia un unico comandamento che è l’amore reciproco, un amore che se non si traduce nel servizio, non si può chiamare amore.

Allora perché Gesù lascia un comandamento e parla di comandamenti? Gesù contrappone questo suo insegnamento a quello di Mosè: l’amore non può essere comandato. Gesù parla di comandamenti per contrapporli a quelli di Mosè, ma non si può comandare di amare.
Gesù parla di comandamenti perché molteplice è la realizzazione pratica di questo unico comandamento dell’amore : tutte le volte che verrà praticato, questi saranno i comandamenti praticati . Quindi il rapporto con Dio è assicurato da un amore che si traduce in servizio. “Questo vi ho detto”. E anche questa è una novità nel mondo religioso. Nel mondo religioso domina la spiritualità di quelle persone che non riescono mai ha vivere in serenità la propria esistenza, perché anche in quei momenti che ci sono nella vita di tranquillità, di serenità, di felicità, si sta sempre sul chi va là. Perché se si accorge il Padre Eterno che tutto va bene chissà cosa mi manda. Tanto è vero che, quando poi succede qualcosa, sapete cosa dicono? Lo sentivo, mi doveva capitare qualcosa, andava tutto troppo bene. Quindi la religione fa sì che l’uomo stia sempre sotto questa spada di Damocle, sotto lo sguardo di Dio invidioso della felicità e della gioia degli uomini, pronto a colpire.
Ebbene Gesù dice: “Questo vi ho detto perché la gioia”, - Gesù parla di gioia, non di sacrifici, non di penitenze -, e sottolinea, “quella mia”, cioè la gioia di Dio, quindi la gioia in una pienezza totale, “sia in voi e la vostra gioia sia piena”. Non è vero che la volontà di Dio consista nella sofferenza, nella mortificazione, nel pianto, nel lutto. Quando Dio parla dice che la sua volontà coincide nella gioia, la sua gioia, che vuole che sia degli uomini, piena, non a metà. Come poi scriverà l’autore della 1^ lettera di Giovanni, “talmente traboccante che non si può contenere, ma bisogna trasmetterla agli altri”. Gesù ce lo ricorda, “questo è il comandamento quello mio”, - a differenza di quello di Mosè, - “che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati”.

Quindi l’invito alla pienezza della gioia viene racchiuso tra i due comandamenti dell’amore, chi ama raggiunge la pienezza della gioia. Per chiarirci: raggiungere la pienezza della gioia non significa che poi la vita cambia e tutto va liscio come l’olio. La vita, è inevitabile che porti delle difficoltà, delle sofferenze, delle contraddizioni, ma una volta che si vive in questa maniera, c’è una maniera nuova per affrontarle, perché si sa che non si è soli. Si sa che uno ha il Padre con lui, ha Dio con lui, che tutto trasforma in bene. Ecco da cosa viene questa gioia. Questa gioia che sia piena non significa poi che nella vita non ci saranno più momenti di sofferenza, ma c’è una linea fondamentale che è quella della gioia di sentirsi amati in ogni momento della propria esistenza.
Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. L’amore consiste nel dare la vita per gli altri, che non significa soltanto il punto estremo di offrire la vita, essere ammazzato per gli altri. Ma la vita vale nella misura che si spende per gli altri. Chi spende la vita per gli altri, la realizza in pienezza; chi invece sfrutta la vita degli altri per sè, è destinato al fallimento. La parabola dei talenti Conoscete tutti la parabola dei talenti, o delle mine. C’è un’ immagine nel vangelo di Luca (Lc 19, 11-27), che è straordinaria. Questo signore straordinario che a tutti dà in abbondanza un tesoro; poi ritorna e quasi tutti l’hanno fatto crescere, moltiplicare. Arriva uno: e tu? Guarda, è qui. E prende, viene tradotto fazzoletto, ma il tesoro era stato messo in un sudario (il termine greco è soudarion) [Lc 19,20]. Il sudario è un rettangolo di tela di lino che veniva messo sopra il volto del cadavere, per non vederne il processo di putrefazione che iniziava rapidamente dato il caldo di quell’ambiente.

La denuncia di Luca è tremenda: il Signore ti ha dato dei doni e tu, per paura di rischiare, per paura di comprometterti, non l’hai fatto fruttare. L’hai conservato in un sudario, cioè esternamente è un lino puro e limpido, ma sotto c’è il marciume, il putridume, di una vita che non è stata spesa per gli altri.

La vita vale soltanto nella misura che rischiando, facendo anche delle sciocchezze a volte, si spende per gli altri. Una vita centrata su sè, è una vita destinata al fallimento. E perché fallisce l’individuo? Perché dice: io so che tu sei un padrone tremendo, che mieti dove non hai seminato, raccogli dove non hai arato. E’ la falsa immagine di Dio. Perché poi dalla parabola si vede che questo padrone è un padrone, non solo generoso, ma pazzamente generoso. Una immagine falsa di Dio impedisce e mutila la crescita della persona.

Terminiamo con l’ultimo versetto: “voi siete miei amici se farete ciò che io vi comando”. La religione impone la distanza tra Dio e gli uomini, e c’è tutto un rituale ben preciso per regolare il rapporto tra l’uomo e questo Dio. Gesù dice: voi siete miei amici se farete ciò che io vi comando. Il rapporto con Gesù non è quello stabilito da Mosè, tra dei servi e il loro signore, ma tra dei figli e il loro Padre, e con Gesù un rapporto di amicizia. Allora, pensate soltanto a tutta quella serie di azioni spirituali nei confronti del Signore che regolano la nostra esistenza: hanno valore? Se Gesù chiede che, una volta che si pratica quest’amore, il rapporto con lui è di amicizia, devono anche modificarsi tutti quegli atteggiamenti, quelle ritualità che noi facciamo per avere una relazione con lui. Pensiamo soltanto quando si sbaglia, tutte le scene che si fanno.
Il rapporto che Gesù vuole con coloro che praticano il suo messaggio, è un rapporto di amicizia, che significa un rapporto paritario. Non c’è uno superiore e uno inferiore, uno che comanda e uno che ubbidisce, ma è un rapporto alla pari. Ecco, Gesù ci invita a fare tutto questo. Gesù poi dice: “non vi chiamo più servi”. E la conclusione: “Questo vi comando affinché vi amiate gli uni gli altri”. Per la terza volta torna su l’unico comandamento dell’amore. Allora l’amore che si traduce in servizio, è fattore di crescita della persona. Permette al Padre di eliminare quelle situazioni negative e nocive che una persona si può portare dentro, e questo porta l’individuo alla pienezza di gioia, che non potendo essere trattenuta per sè, è traboccante e va trasmessa agli altri.

Il Vangelo è Amore e non si impone. L’offerta di Gesù è una pienezza di vita, ma è un’offerta, non una imposizione. Il messaggio di Gesù non può essere imposto, ma solamente proposto. Quando si impone lì c’è la violenza, c’è l’aggressività. E lo dico per le persone che sono qui per la prima volta: quello che viene detto qui, è una proposta, fra le tante che ci possono essere, di interpretazione di questi brani del vangelo. Non vuole essere la proposta esclusiva, altrimenti uno smetterebbe di studiare. Si studia e si continua a ricercare, perché questo messaggio contiene una ricchezza tale che non si può esaurire con una spiegazione.

Gesù non ha imposto il suo credo, ma lo ha proposto. Per la sua coerenza con questo credo, ha preferito essere ammazzato, piuttosto che ammazzare. Mosè, per imporre la sua religione, - così è scritto nei testi - ha ammazzato. Maometto ha ammazzato. I grandi fondatori delle religioni sono ricorsi alla violenza per imporre il loro credo. Gesù non ha imposto nessun credo, lo ha proposto. Ma per la sua coerenza con questo suo disegno, ha preferito essere ammazzato piuttosto che ammazzare. Conoscete tutti l’episodio dell’arresto di Gesù, quando Gesù rifiuta ogni forma di violenza.

Il volto di Dio, se Gesù lo ha definito come Padre, è perché si riferisce ad una cultura. Nella lingua ebraica non esiste il termine “genitori”. C’è un padre che genera e una madre che partorisce. Nel figlio, la madre non mette assolutamente niente. La madre è una incubatrice che accoglie il seme dell’uomo, e, quando è maturo, lo partorisce. Quindi la vita dell’uomo, proviene unicamente, direttamente ed esclusivamente dal padre. Allora se Gesù si rivolge a Dio presentandolo e chiamandolo come Padre, è in questa cultura. Cioè il Padre come colui che comunica e trasmette vita. 111

Ma attenzione: il volto di Dio è paterno ma anche materno. Cosa significa questo: è l’attenzione che c’è nella vita. Il padre normalmente – adesso generalizziamo e ogni generalizzazione è imperfetta - è colui che spera o esige che il figlio sia come lui, lo stimola ad essere come lui. La madre, al contrario, è colei che accetta il figlio così com’è. In Dio ci sono questi due equilibri, perché se ci fosse soltanto il padre che chiede di essere come lui, verremo presi dall’ansia di non essere all’altezza di questi desideri (e quanti figli sono frustrati perchè non sono all’altezza dei desideri e delle ambizioni dei loro genitori). Quindi un padre che esige soltanto, ci porta l’ansia. D’altra parte, un Dio che sia soltanto madre, che ci accetta così come siamo, potrebbe favorire il lassismo. In Dio ci sono queste due attenzioni: da una parte ci chiede di essere come lui, ma dall’altra ci accetta così come siamo. Allora l’uno stimola l’altro.
Gesù è stato ammazzato perché ha osato sfidare le tre colonne portanti che reggono la società, e sono colonne considerate valori sacri (e per valore sacro si intende un valore talmente importante per la sua difesa o per la sua imposizione, è lecito togliere la vita all’altro, oppure sacrificare la propria). Questi tre sacri valori, che ogni società di potere ha, si chiamano: Dio, Patria e Famiglia. Sono valori sacri che non si possono scalfire. Per difendere questi tre valori si può togliere la vita all’altro: la difesa del sacro suolo della patria - in nome di Dio – per la famiglia. Oppure si può sacrificare la propria. Ebbene, Gesù dichiarerà che questi valori saranno gli acerrimi nemici di Dio e del suo progetto sull’umanità. Dirà ai suoi discepoli: voi sarete portati di fronte alle sinagoghe e ai sinedri e in nome di Dio messi a morte (come Gesù è stato messo a morte in nome di Dio). Sarete portati di fronte ai governatori e lì flagellati e ammazzati. Addirittura Gesù dice poi qualcosa di scandaloso: a causa dell’adesione al mio messaggio, i figli ammazzeranno i genitori e i genitori ammazzeranno i figli, il fratello darà la morte al fratello. Dio, Patria e Famiglia nemici di Gesù e del suo messaggio. Nemici mortali.
Allora Gesù sostituisce questi falsi valori che creano la violenza e la morte con: il Padre, il Regno e la Comunità. Ecco perché Gesù preferisce parlare di Padre anziché di Dio. Se Dio è il nome comune di ogni religione, in nome di Dio si può togliere la vita all’altro – e la storia anche recente insegna - e mai si ammazza con tanto gusto come quando si ammazza in nome di Dio.
Se in nome di Dio si può togliere la vita all’altro, in nome del Padre si può soltanto dare la propria. Lo abbiamo sentito nel Vangelo: non c’è amore più grande di chi offre la vita per l’altro. E Gesù dirà nel Vangelo di Giovanni: verrà il momento in cui chiunque vi ammazzi crederà di rendere culto a Dio.
Il Padre è amore e vita e nessuna forma di violenza può essere esercitata in nome del padre. La patria, il sacro suolo della patria, i confini sono dovuti agli egoismi, agli interessi delle nazioni, e Gesù non li riconosce. Non la patria, per la difesa della quale si può uccidere gli altri – e le difese della patria normalmente sono sempre dei sotterfugi con i quali i potenti nascondono i propri interessi e i propri privilegi -, ma il Regno di Dio. Non ci sono più confini. I confini creano divisione, e da un confine all’altro ci si guarda con superiorità, con diffidenza, con rivalità. Gesù chiede di eliminare i confini, per inaugurare il Regno di Dio, cioè un’ amore che dilaghi ovunque non riconoscendo quei limiti, quelle divisioni che le razze, le religioni, hanno innalzato.

E Gesù- e questo può sembrare strano – tocca anche la Famiglia. La famiglia così com’è, legata dai vincoli di sangue, per Gesù, non ha nessun valore. Anzi Gesù dice: a causa del mio messaggio si può troncare il vincolo familiare. Chi avrà lasciato il padre, la madre, la moglie, i figli, il fratello, a causa del mio messaggio… Quindi Gesù dice che a causa del suo messaggio, il vincolo familiare si può eliminare.

Gesù sostituisce la famiglia con la comunità, che non è legata da vincoli di sangue, ma dalla comunione di ideali. Ecco perché Gesù dice: chiunque compie la volontà del Padre mio, mi è madre, fratello e sorella. La famiglia, stretta dai propri egoismi, dai propri interessi, Gesù dice di sostituirla con una comunità. Con questo non è che si dissolve la famiglia, ma la famiglia stessa deve essere – per tenersi unita – una comunità di ideali, altrimenti non vale assolutamente niente. Nella misura che i cristiani comprendono questo, ecco che, si modificano le loro scelte, si modificano le loro strutture.

Ma il processo di crescita del messaggio di Gesù è lento perché è un messaggio che non può essere imposto. E’ un messaggio che deve crescere e la crescita purtroppo, è lenta.
La geenna
Il messaggio di Gesù viene da lui proposto. Chi lo accoglie, ha una Vita di una pienezza tale che quando si incontra con il fatto biologico della morte, questa Vita ( gr. zoé) lo supera. Alla proposta di Gesù di una pienezza di Vita, ci può essere il rifiuto, e allora, il contrario di una pienezza di Vita, è la pienezza della morte. Quando abbiamo esaminato il significato dei simboli nei vangeli, per mancanza di tempo, ho dovuto tralasciare un altro termine importante, che in passato ha dato adito a tante incomprensioni. Gesù nei vangeli dice che, se non cambi vita, - è un ammonimento, - vai a finire nella geenna. Vediamo di comprendere, perché il Vangelo va compreso nella sua cultura e nella sua mentalità.

La geenna, anche oggi chi va a Gerusalemme la può vedere, è un burrone a sud della città di Gerusalemme, ancora oggi orrido e abbastanza pericoloso perchè gli abitanti se ne servono come discarica. Allora geenna non significa altro che: “gee” in ebraico significa “valle”, mentre “enan” è l’abbreviazione di Hinnon, cioè “la valle dei figli di Hinnon”, cioè i proprietari di quell’appezzamento di terra. 107

Nell’antichità, era una valle dove esisteva il culto al dio “ Moloc ”, perché in Israele si credeva in “Yahvè”, unico Dio, ma questo non toglieva che si credesse, si adorasse e ci fosse la venerazione verso tante altre divinità secondarie. Non importanti come Yahvè, ma, al momento opportuno, erano quelle alle quali si ricorreva.

Quando una persona doveva compiere un viaggio all’estero con i pericoli che comportava, quando si doveva concludere un affare importante, quando si doveva iniziare la costruzione di una nuova casa, si prendeva un bambino, i preferiti erano i primogeniti, si andava in questa geenna dove c’erano dei forni crematori, e vi si buttava il bambino. Oggi a noi fa orrore, ma a quell’epoca, pensate alla mortalità infantile e i bambini non valevano assolutamente niente.

C’è un proverbio nel Talmud che dice: è più importante l’unghia del mignolo del padre che lo stomaco del bambino. I bambini non valgono niente. Quindi non c’è il nostro orrore attuale. Si prendeva un bambino e si portava a Moloc. I profeti e i sacerdoti, naturalmente tuonavano contro questo culto, non tanto perché uccidevano i bambini, quanto perché si adorava un’ altra divinità. Contro questo culto idolatrico non c’era niente da fare. Un re, Giosia, ebbe un’idea che servì per troncare questo culto: trasformò questo burrone nell’immondezzaio di Gerusalemme. A Gerusalemme, c’è una porta, ancora oggi si chiama “porta del letame”, dove uscivano le immondizie, i letami di questa città. Una città che aveva sui quarantamila abitanti, ma almeno tre volte all’anno triplicava i suoi abitanti per le sue feste annuali. Ebbene, tutte le immondizie venivano gettate in questo burrone e, per consumarle, si dava fuoco.

Allora la valle della geenna, era un valle, all’epoca di Gesù, dove c’erano le immondizie, quindi un luogo impuro, dove il fuoco ardeva continuamente giorno e notte. Ogni giorno venivano gettati nuovi rifiuti e quindi il fuoco non smetteva mai. Quando Gesù dice: ‘se il tuo occhio ti dà scandalo, se il tuo piede ti dà scandalo, taglialo perché è meglio entrare orbo e monco nella vita che intero andare a finire nella Geenna’, sta dicendo: attento, o accogli questo messaggio che ti dà pienezza di vita, e questo fa sì che quando incontri il momento della morte, la superi, oppure quando muori, guarda la fine, vai nella mondezza perché è finita la tua esistenza. Non è un castigo supplementare dopo la morte, ma è l’immagine del disastro di una vita che non è cresciuta. Quando muori, è come quando muore un’ animale, viene gettato nella immondezza.

Quindi il termine geenna, non significa un luogo di punizione dopo la morte, ma il luogo di distruzione totale. Tornando alle nostre immagini, Gesù ci offre la pienezza di vita. Chi lo accoglie ha una pienezza di vita, chi rifiuta questa pienezza, va incontro alla morte totale. E’ una persona, come dice Gesù di Giuda, che sarebbe stato meglio che non fosse mai nata. E’ nato, ma è come se non fosse nato, è stato un aborto, non ha avuto la possibilità di vivere. Quindi Gesù ci fa una proposta di pienezza di vita, il rifiuto porta alla pienezza di morte.
La differenza che c’è tra il Dio dell’Antico Testamento e il Dio del Nuovo Testamento Nella polemica dei cristiani con gli ebrei, questi prendevano in giro i cristiani dicendo: ma se Dio è sempre sè stesso, come mai voi presentate un Dio diverso che una volta dice di ammazzare e un’altra volta dice di donare la vita? Se voi prendete certi brani dell’Antico Testamento, c’è un Dio che è meglio non incontrare mai. Pensate un Dio, nel libro di “Giosuè, che per permettere di completare una carneficina, ferma addirittura il sole, (perché quando c’era il tramonto le guerre non si potevano più fare). Un Dio, si legge nel libro dell’Esodo, che per liberare una tribù di beduini, uccide tutti i primogeniti Egiziani. Se è passato alla storia come un grande criminale Erode perché ha ammazzato una ventina di bambini, forse quaranta, che ci potevano essere a Betlemme, qui si tratta dell’impero più popoloso conosciuto all’epoca, l’Egitto. Tutti li ammazza. Va bene il figlio del faraone, che se è disgraziato come il padre, ha fatto bene. Ma dice il libro dell’Esodo: ammazzerò pure il figlio dello schiavo che è in prigione. Più sfortunato di così si muore: è schiavo, sta in prigione e Dio gli ammazza il figlio.

Vi rendete conto, un Dio che fa uno sterminio, un genocidio senza pari nella storia. E’ buono il Signore, dicono certi Salmi! Immaginiamo se fosse cattivo cosa farebbe! Cosa significa allora tutto questo?
L’uomo proietta in Dio ciò che è lui stesso, ma man mano che l’umanità cresce, anche la conoscenza di Dio cambia. Non perché Dio cambia: Dio è sempre sè stesso. L’uomo violento proiettava in Dio la sua violenza: quindi io ammazzo e penso che anche Dio ammazza. Man mano che il rispetto e il valore dell’uomo cresce, anche il volto di Dio cambia. Il Dio che noi conosciamo, non sarà lo stesso Dio che conosceranno tra 100 anni. Perché man mano che l’umanità cresce, anche il volto di Dio ci diventa più chiaro. Ma non è che più conosco Dio e più cambio atteggiamento nei confronti dell’uomo, ma man mano che aumenta il valore e il rispetto per la libertà e la dignità dell’uomo, sempre più capisco chi è Dio.

L’uomo è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio. Dio nessuno lo ha mai visto, noi possiamo vedere soltanto il fratello. Nella misura che io riconosco libertà, dignità, e rispetto a questo uomo, mi si illumina il volto del Padre. Ecco allora perché abbiamo certe immagini tremende nell’Antico Testamento, di questo Dio che ammazza, di questo Dio che stermina, ecc.. Non è che Dio ordinava di ammazzare e di sterminare, era la mentalità dell’epoca. E poi molti di questi racconti sono narrazioni teologiche, non storiche. Faccio un esempio: un re voleva impossessarsi della terra del vicino.

Chiamava lo scrivano di corte e gli chiedeva di scrivere una storia. Allora questo scrive una storia che quattro/cinque secoli prima, Dio aveva sterminato tutti gli abitanti della zona, per darla alla famiglia di questo re. Vedi, c’è scritto anche nella Bibbia: questa è terra mia, e la Bibbia è parola di Dio e quindi io ti ammazzo perché già Dio me lo aveva permesso di fare. E molte di queste storie sono state costruite ad arte per permettere l’espansione di queste tribù e quindi non sono tanto fatti storici.

Non pensate veramente che Dio ha ammazzato tutti i primogeniti egiziani per favorire una tribù di beduini? Se volete crederlo, credetelo, a me fa difficoltà. Man mano che l’umanità cresce, il volto di Dio è sempre più chiaro. Quindi non è che Dio è cambiato, Dio è sempre lo stesso, ma sta a noi crescere per dare più rispetto all’uomo, e quindi cambia il volto di Dio.
La trasfigurazione Con Dio il culto è finito. Dio non vuole niente per Lui. L’unico culto che Dio richiede, è il prolungamento del suo amore all’umanità. Dio cerca le persone che gli rendono questi culti. Quindi il culto inteso come offerta verso Dio, questo è finito. Con Dio questo cambia radicalmente, perché l’uomo a Dio non deve dare più niente. Vangelo di Matteo 17, 1-9 Testo. “Sei giorni dopo, Gesù prese con sè Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia che conversavano con lui. Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: “Signore è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè, e una per Elia”. Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto, lui ascoltate». All’udire ciò i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò e, toccateli, disse: ”Alzatevi e non temete”. Sollevando gli occhi non videro più nessuno se non Gesù solo. Mentre discendevano dal monte Gesù ordinò loro: “non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”.”

Un brano di una ricchezza straordinaria e, come abbiamo fatto in precedenza in questi giorni con gli altri brani, vediamo di coglierne i significati anche nelle minime indicazioni che l’evangelista pone e che a noi sembrano insignificanti. Ricordo che qualunque indicazione posta nel testo che a noi sembra irrilevante per la comprensione del testo, in realtà è una indicazione di una grande ricchezza teologica. Per comprendere un brano del vangelo – questa è una indicazione valida per tutte le volte che si legge un testo - non lo si deve mai leggere isolato, ma sempre nel contesto, altrimenti non si capisce (se si prende un brano così, isolato dal suo contesto, non si capisce).

1- Cosa è che precede questo episodio? Gesù fa fatica a far capire ai suoi chi è, e allora li porta fuori in terra pagana e chiede: “chi dice la gente che io sia?” La confusione è totale per colpa della predicazione dei discepoli. Chi dice che sei Elia, chi dice un profeta. “Ma voi chi dite che io sia?” E Simone, uno dei discepoli, prende la parola e finalmente riconosce in Gesù, sì il Messia, ma il figlio – non di Davide (abbiamo visto ieri che cosa significava) – ma il figlio del Dio vivente. Finalmente. Adesso che uno ha capito, Gesù espone il suo programma: “adesso che avete capito chi sono io, guardate, io vado a Gerusalemme per essere ammazzato”.

E qui succede l’incidente. Simone afferra Gesù, lo trae in disparte e gli dice: “Questo” - e lo dice in una maniera violenta (l’evangelista adopera il verbo che si adopera per esorcizzare gli indemoniati) – “non ti deve accadere mai”. Gesù ha nei confronto di Simone parole durissime, dice: ‘vattene (letteralmente, torna) dietro di me satana’. Quindi Gesù vede la protesta di Simone come una tentazione del satana. Questo è l’incidente e adesso comprenderemo quello che succede in questo brano.

2- Abbiamo visto che i numeri non sono mai messi a caso, ma hanno sempre un profondo significato. Per noi, per la comprensione dell’episodio, che fossero sei giorni dopo, o tre giorni dopo, non è che ci cambia molto. In realtà non è così. Ieri abbiamo detto che il numero sei abbinato a giorno, ‘il sesto giorno’ è il giorno della creazione dell’uomo. Quando nel vangelo troviamo sei giorni, o il sesto giorno, significa che il brano è in relazione alla creazione dell’uomo.
In ogni vangelo Gesù viene presentato come la realizzazione della creazione di Dio. La realizzazione della creazione, non si è esaurita in Adamo, ma si manifesta pienamente nella figura di Gesù. Allora questo brano riguarda la creazione dell’uomo. “Sei giorni dopo Gesù prese con sè Pietro”. Nei vangeli ci sono delle tecniche letterarie adoperate dagli evangelisti. C’è questo discepolo il cui nome è Simone, ma ha il sopranome negativo di “Pietra” che significa ‘la durezza’, ‘la testardaggine’. Mai Gesù si rivolge a questo discepolo chiamandolo Pietro. Gesù, ogni qual volta si deve rivolgere a questo discepolo, lo chiamerà sempre Simone. Ma gli evangelisti, per indicare l’atteggiamento di questo discepolo, quando Simone è in linea (pochissime volte) con Gesù presentano il nome: Simone. Quando la scelta sta traballando è: Simone-Pietro (nome e soprannome). Quando questo fa qualcosa contrario a Gesù è esclusivamente Pietro. Quindi, quando nel vangelo trovate unicamente ‘Pietro’, potete essere tranquilli che questo discepolo sta facendo qualcosa di contrario a Gesù. Sono indicazioni preziose che l’evangelista ci mette per la comprensione.

Allora Gesù prese con sé Pietro – quindi già sappiamo che nell’avvenimento la reazione di Pietro sarà negativa -, “Giacomo e Giovanni suo fratello”. Gesù prende con sé i tre discepoli ai quali, nei vangeli, è stato messo un soprannome negativo: Simone il testardo, cioè la pietra, Giacomo e Giovanni che nel vangelo di Luca vengono chiamati i “figli del tuono”, cioè i fulmini e i tuoni, perché erano propensi ad incenerire chi non la pensava come loro. Quindi prende questi tre discepoli dal soprannome negativo, “e li condusse in disparte”. Altra chiave di lettura ‘in disparte’. Ogni qual volta nei vangeli troviamo l’espressione ‘in disparte’ , significa sempre una situazione negativa. Quando Gesù prende ‘in disparte’ i discepoli o qualche individuo, non è un privilegio, ma significa che c’è resistenza al suo messaggio. Allora Gesù cerca di lavorarli in maniera particolare.

“Su un alto monte”. Nell’episodio delle tentazioni nel deserto, è satana che porta su un monte alto Gesù e gli mostra tutti i regni della terra e gli dice: è tutto mio. Te li metto al tuo servizio, a patto che tu adori il potere. Cioè, se vuoi avere la condizione divina, devi adorare il potere. Ricordo che a quell’epoca, chiunque deteneva un potere nella società, aveva la condizione divina. Quindi, per avere la condizione divina, bisogna dominare gli altri. Il faraone era considerato una divinità, l’imperatore, il figlio di un dio, ecc.. Il satana offre a Gesù il potere per dominare gli altri. Gesù adesso prende invece Pietro-satana e lo porta lui su un monte alto e gli dimostra quale è la vera condizione divina.

Quindi nel deserto è stato satana a portare Gesù su un alto monte, qui è Gesù che prende il satana (Gesù si è rivolto a Pietro chiamandolo satana) e lo porta su un alto monte. “E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”. Sono indicazioni preziose per quel che riguarda anche la nostra esistenza. Cos’è il significato di questa trasformazione, trasfigurazione di Gesù?

Simone ha reagito con durezza al proposito di Gesù di andare a Gerusalemme per essere ammazzato perché, per gli ebrei, la morte è la fine di tutto.
Gesù, nella trasfigurazione, dimostra che la morte, non solo non diminuisce la persona, ma la potenzia: gli dà una condizione che non c’è possibilità, su questa terra, di raggiungere. Ed ecco allora che il volto brillò come il sole, cioè come la divinità, e le sue vesti divennero candide come la luce. Sono le espressioni con le quali nei vangeli vengono descritti coloro che sono già risuscitati. L’insegnamento dell’evangelista è prezioso, riguarda noi e le persone care che ci sono morte.
La morte non diminuisce la persona, non la distrugge ma la potenzia, la trasfigura, la trasforma. Dice il prefazio della messa dei defunti, un’espressione molto antica, molto bella: la vita non è tolta ma trasformata. Gesù, quando parla della morte, ne parla sempre in maniera vitale, positiva. La paragona al dormire: il dormire è una pausa necessaria nella vita per riacquistare con più vigore la forza. Gesù parla del chicco di grano che marcisce, ma poi esplode in una spiga.
Ebbene, la morte non distrugge l’uomo, ma permette all’uomo di liberare tutte quelle potenzialità che neanche lui sapeva di avere, e lo trasfigura in un’esplosione crescente di vita. I discepoli avevano paura della morte, ecco perché Simone ha reagito così, di fronte al proposito di Gesù. La morte non distruggerà Gesù, ma lo trasfigurerà, cioè lo trasforma nella pienezza della condizione divina. “Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia che conversavano con lui”. Mosè ed Elia rappresentano l’antico testamento cioè Mosè colui che ha dato la legge, e Elia il profeta che con zelo, anche violento, impose l’osservanza di questa legge. Quindi quello che noi chiamiamo l’Antico Testamento, non ha più niente da dire ai discepoli di Gesù (Mosè ed Elia conversano soltanto con Gesù). Ed ecco che c’è l’incidente.

Già sappiamo che, essendoci soltanto Pietro, non è Simone, non è Simon-Pietro, sappiamo che quello che sta per fare è negativo. Mosè ed Elia parlano con Gesù, Pietro interrompe questa loro conversazione. “Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: ‘Signore, è bello per noi stare qui; se vuoi, farò tre capanne , una per te, una per Mosè, una per Elia’”. Pietro insiste ancora nel suo ruolo di satana tentatore di Gesù. Nella tradizione ebraica, si diceva che il messia sarebbe apparso improvvisamente nel pinnacolo del Tempio, il giorno della festa delle capanne (ricordate nelle tentazioni, satana lo porta sul pinnacolo del tempio, e gli dice di mostrarsi come quello atteso). Pietro ci riprova e dice: è bello per noi stare qui. Se vuoi farò tre capanne.

La festa delle capanne, una festa che si celebrava in ottobre, era la festa nella quale il messia si sarebbe manifestato. Si sarebbe manifestato in questa festa delle capanne che era in ricordo della liberazione dall’Egitto, quando questo popolo dimorò sotto delle capanne per 40 anni. Si celebrava per una settimana questa festa, vivendo sotto le capanne. Era la festa della liberazione. Il nuovo liberatore, apparirà nel ricordo della vecchia liberazione. Quindi Gesù deve essere il Messia, atteso dalla tradizione, che si manifesta nella festa delle capanne. E attenzione all’ordine di importanza: una per te, una per Mosè, una per Elia. Quando ci sono tre personaggi, il più importante sta al centro. Al centro, per Pietro, non c’è Gesù. Al centro, per Pietro, c’è Mosè, il grande legislatore. Ecco la tentazione che Pietro, il satana, fa nei confronti di Gesù: manifestati come il messia della tradizione (la festa delle capanne), un messia secondo la legge di Mosé e secondo lo zelo profetico di Elia.

Ma Gesù è venuto a liberare gli uomini dalla legge di Mosè, e Gesù non agisce con lo zelo violento di Elia (era il profeta che massacrò i sacerdoti di divinità pagane per affermare il suo credo). Gesù non ucciderà, ma darà la Vita. Quindi Gesù è incompatibile con la legge di Mosè e con lo zelo profetico di Elia. Pietro ha interrotto Gesù, ma Pietro a sua volta viene interrotto da Dio. “Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa” (nuvola luminosa è espressione biblica che rappresenta l’intervento di Dio) “li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce diceva: ‘Questi è mio Figlio”, (figlio nel mondo ebraico significa colui che assomiglia al padre, quindi figlio di Dio significa colui in cui Dio si manifesta), “mio prediletto”, (prediletto, non significa il preferito, ma il termine prediletto, nella lingua ebraica, designava il primogenito, perché era colui che ereditava tutto.

L’eredità non veniva divisa tra i fratelli, ma il primogenito ereditava tutto quanto. Dio, dicendo che Gesù è il suo prediletto, significa che è colui che eredita tutto quello che io ho. Non si può dividere Dio da Gesù: in Gesù si manifesta tutto ciò che è Dio), “nel quale mi sono compiaciuto ”. Ed ecco l’ordine espresso in maniera imperativa: “Lui ascoltate (¢koÚete aÙtoà)”. Non ascoltate più né Mosè né Elia, ma soltanto Gesù.
Questo brano risponde ad un interrogativo drammatico nella comunità cristiana. Il messaggio di Gesù, va bene, lo abbiamo accolto, ma la legge di Mosè e l’insegnamento dei profeti li dobbiamo accogliere o li dobbiamo rifiutare? Sapete che è stato un dramma nella chiesa primitiva, perché alcuni dicevano che sì, bisognava osservare la legge di Mosè, altri dicevano no. Ma ecco qui la soluzione: l’unico da ascoltare, nella comunità cristiana, è Gesù. Poi, tutte quelle parti della legge di Mosè o dei profeti che sono compatibili con l’insegnamento di Gesù, naturalmente vanno accolti. Abbiamo detto ieri che Gesù si inserisce nella tradizione del Dio della creazione, già espresso nella legge e nei profeti. Ma tutte quelle parti che non coincidono con l’insegnamento di Gesù, vanno lasciate.

“All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore”. Sono ancora condizionati dall’idea della religione che diceva che non si può avere un’esperienza di Dio e rimanere in vita. Mentre con Gesù, avere un’esperienza di Dio, sarà la condizione per avere la Vita. Loro pensano che una volta che si è fatta l’esperienza di Dio, si muore. “Ma Gesù si avvicinò e toccatili” (come si toccano gli infermi) “disse: ‘Alzatevi e non temete’”. E poi Gesù dà questo ordine che può sembrare strano: “Non parlate a nessuno di questa visione, finchè il Figlio dell’Uomo non sia risorto dai morti”. Non dite niente, perché adesso voi pensate ad una azione trionfante di questo messia, ma prima dovete vederlo crocefisso ".




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