| Navigazione -Sei a pag. 1 di home > Corpo e Anima |
| L'immortalità In tutti i tempi l'uomo è stato agitato da un desiderio insopprimibile: quello di raggiungere una condizione di felicità piena e perenne.
L'uomo imperfetto desidera la perfezione; incompiuto,
desidera realizzarsi pienamente; finito e limitato, desidera
l'infinito; impaurito dal mistero della vita, desidera che ogni
segreto sia alla fine svelato; provvisorio e mortale, dotato di anima
immortale ma non eterna, desidera l'immortalità
eterna.
Esiste l'anima? Noi possiamo definire l'anima a partire da una semplice osservazione del fenomeno sciamanico : lo sciamano sperimenta una trance in cui diventa cosciente di " altri mondi". In questi mondi egli " viaggia" in modo consapevole , cioè esercita intelletto , ragione e volontà, e ricorda ciò che conosce durante il viaggio. Siccome questo fenomeno è del tutto naturale, cioè non intervengono forze " fuori dal nostro mondo" , possiamo dire che l'esperienza sciamanica appartiene all'uomo in quanto tale : ogni uomo possiede un " sensore" che rende l'Io capace di percepire " altri mondi ". Questo sensore possiamo chiamarlo "anima". Ogni essere umano è dotato di " anima " per mezzo della quale -potenzialmente - può diventare cosciente di " altri mondi". Infatti noi conosciamo altri fenomeni di " trance estica " in cui (per l' intervento di forze di altri mondi) profeti, sibille, illuminati, etc. diventano " coscienti di altri mondi " con visioni, audizioni, locuzioni interiori, etc. Le " percezioni animiche " dell'Io normalmente non arrivano a coscienza in quanto sovrastate dalle percezioni sensoriali e dalla attività mentali; monaci e monache di tutti i tempi e di tutte le religioni insegnano che è possibile " ascoltare la propria anima" cioè - in qualche modo- portarne a coscienza le percezioni.. Studio choc su pazienti sopravvissuti a un arresto cardiaco . Due medici inglesi: "Si può dimostrare che la mente esiste oltre il corpo" [ 23.10.2000-Corriere della Sera ] "L'anima esiste". A dirlo questa volta non sono teologi, ma due eminenti medici britannici che per un anno hanno analizzato, da un punto di vista strettamente scientifico, i casi di pazienti sopravvissuti ad arresti cardiaci. Peter Fenwick, neuropsichiatra all'Istituto di Psichiatria di Londra, e Sam Parnia, ricercatore clinico presso l'ospedale di Southampton, in uno studio che sarà pubblicato dalla rivista medica 'Resuscitation' ipotizzano che la mente sia indipendente dal cervello e quindi la coscienza, cioè l'anima, continui a vivere dopo . ![]() Alla morte l'Io rimarrebbe cosciente solatanto dei mondi in cui l'anima è immersa. Durante l'anno in cui hanno condotto lo studio, al General Hospital di Southampton sono sopravvissuti 63 pazienti ad arresto cardiaco. Fenwick e Parnia li hanno intervistati tutti entro una settimana dall'evento. Di questi 56 non avevano memoria del tempo in cui erano rimasti privi di conoscenza. Dei sette che hanno dichiarato di ricordare qualcosa, solo quattro hanno superato la così detta scala Grayson, un criterio medico per valutare le esperienze di "quasi morte"( EPM). Tutti e quattro hanno raccontato di sensazioni di pace e gioia, di tempo accelerato, di perdita di percezione del corpo, di una luce brillante e dell'ingresso in un altro mondo. Tre di loro si sono definiti anglicani non praticanti, il quarto cattolico. Dall'esame delle loro cartelle cliniche, Fenwick e Parnia escludono che l'esperienza raccontata possa spiegarsi con un collasso delle funzioni cerebrali causato da mancanza di ossigeno. Escludono anche che siano frutto di combinazioni di medicinali in quanto le tecniche di rianimazione praticate nell'ospedale sono uguali per tutti i pazienti. "Queste persone "ha raccontato il dottor Parnia al Sunday Telegraph "hanno avuto queste esperienze in una condizione in cui il cervello non avrebbe dovuto essere in grado di sostenere processi lucidi o consentire loro di avere ricordi duraturi. Ciò potrebbe fornire una risposta alla domanda se la mente o la coscienza siano prodotte dal cervello, o se il cervello non sia invece una specie di intermediario della mente, la quale esiste indipendentemente", argomenta ancora Parnia. Dunque, specula il suo collega Fenwick, "se la mente e il cervello sono indipendenti, allora la coscienza sopravvive al corpo". In questo testo si fa l'errore di far coincidere -sbagliando-la " mente" con la coscienza, con l'anima. Non mescolare fisica e metafisica "Ipotizzare una mente al di fuori del cervello è una assurdità scientifica" "Per favore, non mischiate l'anima con le molecole, e la fisica con la metafisica". E' scettico Alberto Oliverio, psicobiologo, sullo studio dei medici inglesi. Professor Oliverio, come giudica le testimonianze di queste persone"tornate" dalla morte? Questi racconti esercitano una forte s uggestione sull'immaginario e infatti sono stati descritti in libri e film. Il tema della vita dopo la morte del resto è qualcosa su cui da sempre ci si interroga. Non solo. Queste sensazioni sono state anche catalogate dalle neuroscienze come stati di confine, simili in un certo senso alla sensazione che si prova prima di addormentarsi, quando sembra di cadere, di sprofondare in qualcosa... Ma non c'è niente di scientifico in tutto questo e lo studio inglese non credo che passerebbe il vaglio di una rivista seria". Quindi anche i racconti dei malati sarebbero frutto di suggestione? Le descrizioni di pace, di luce... "In parte sì e in parte no. E' vero che quando si è molto malati, consapevoli dell'arrivo della fine, in un certo senso ci si rilassa, si smette di lottare, e questo può anche portare ad un senso di pace. Una volta sono stato sul punto di affogare, e proprio poco prima che mi salvassero ero così esausto che avevo smesso di nuotare...In quell'istante sì, avevo provato la pace di abbandonarsi alla fine. Per fortuna è arrivato il bagnino...Accade poi, una volta superato il pericolo, che su queste emozioni estreme si costruiscano teorie con la ragione, convincendosi magari di aver vissuto un certo tipo di esperienza...Ma è questo, non altro. Ipotizzare una mente al di fuori del cervello è una assurdità scientifica. Anche per chi afferma di credere nell' anima". Naturalmente è facile fare confusione: si identifica l'anima con la mente.
L'esperienza dell'anima e dell'aldilà L' uomo seppellisce i cadaveri. Ovunque. La pratica più comune, da sempre è l'inumazione. Nel paleolitico si seppellivano i morti : si visitavano le sepolture? si facevano offerte ai defunti? Non sappiamo , in ogni caso questa pratica si ritrova geograficamente estesa . Più rara, ma presente, era la pratica di esporre i cadaveri all'azione degli animali ; Silio (1°sec) e Eliano (2° sec.) ci dicono che le tribù celtiberiche (Numantini, Vacei) esponevano i cadaveri dei guerrieri agli avvoltoi, uccelli sacri, affinchè potessero, per quella via giungere prima nell'aldilà degli eroi. Così facevano Persiani e Medi. Alcuni popoli pastori , nomadi , invece, cremavano i cadaveri. Altra pratica geograficamente estesa e attestata fin dal 400000 a.C.
fino ai popoli "senza scrittura " presenti oggi , è
quella dell' ocra rossa. Uno strato di
pigmento rosso veniva applicato sul cadavere e sulla sepoltura . L'ocra
è oggi un surrogato rituale del sangue e indica simbolicamente
la Vita sul cadavere ? Mistero.
La posizione del cadavere tumulato era
sempre innaturale : posizione fetale, distesa o ripiegata
con l'avambraccio sotto la testa, la testa a bocca in giù e
con grosse pietere sopra, etc. Simbolica ? La costruzione di megaliti ( menhir, cromlech, dolmen, tumuli a corridoio, etc) è geograficamente estesa, sempre correlata con i morti, apprezzabile ( con esame del carbonio ) fin dal 4000 a.C. I popoli dei megaliti non abitavano case in pietra ma si preoccupavano dei morti. La grangezza di questi monumenti (fino alla piramidi egizie) mostrano la grande preoccupazione escatologica dell'uomo arcaico e antico. Tutte queste pratiche non indicano , per sè stesse, con certezza, la credenza nell'aldilà : piuttosto si può dire che sono simboli, espressioni, pratiche che possono essere indicatori di questa credenza. Da quando l'uomo esiste egli sperimenta la morte, la morte altrui : un compagno di caccia, un figlio, la sposa, l'anziano. Tutte le tracce dell' esistenza umana disponibili oggi, (arte rupestre, arte parietale e mobiliare,interramenti, etc.) sia prese singolarmente (alcune) che nella loro globalità, ci orientano a supporre la credenza in una sopravvivenza oltre al morte . Che si fondava su cosa? " L'aldilà è una realtà universalmente
conosciuta fin dagli albori dell'umanità. L'anima non è una cosa ma è la proprietà naturale dell'io umano di trascendere le percezioni del mondo e di sè L'anima si manifesta nella capacità di percepire mondi spirituali ulteriori al mondo percepito dai sensi. L'anima perciò non è una parte , una cosa dell'essere umano, ma è una proprietà dell'essere : L'anima è un sensore, una proprietà dell'io umano che è alla base di tutti i fenomeni di trance straordinaria , in particolare della trance estatica. L'uomo vive immerso , attraverso la sua anima in " altri mondi", i mondi dell'anima. Percezioni animiche ordinariamente non giungono alla coscienza ( per fortuna ) ma in determinate condizioni possono " filtrare" o addirittura invaderla.Attraverso l'anima l'io sperimenta l'"ispirazione" la comunicazione alla coscienza di energie spirituali.L' invasione della coscienza da parte delle percezioni animiche si manifesta spontaneamente nello sciamano, persona che per natura cade in una trance estatica straordinaria nella quale sperimenta la coscienza ( vigile) degli altri mondi . I mondi dell'anima sono i mondi degli dèi, i mondi dello " spirito " o del " sacro" .
L'anima è lo specchio, per la coscienza, dei dei mondi dello spirito. L'anima immortale La maggior parte delle dottrine antiche sulla immortalità dell'anima si riferiscono ad un'anima individuale immortale ( ma non necessariamente eterna) unica e diversa per ogni persona umana."...I primi documenti scritti che ci parlano della immortalità dell'anima sono probabilmente quelli egizi. Anime-uccello
e anime-ombra -pittura parietale sec. XIII a.C. -EgittoI testi religiosi e letterari antichi che sostengono la sussistenza eterea di tutto l'io, ne parlano sempre in termini di dimora sotterranea, buia, luogo di oscurità e di oblio in cui le «ombre», immagine umbratile di ciò che furono nella vita terrena, ne riproducono la statura, la figura e persino il modo di guardare ma private di ogni consistenza. La loro è una condizione nebulosa, svuotata, ectoplasmatica. In quella dimora vivono senza pena e senza gloria nel senso pieno dei due termini; di solito non hanno la possibilità di ritornare sulla terra, nel mondo dei viventi. Anche se ogni popolo o lingua adopera nomi diversi, la realtà è sempre identica: Ade (Greci), Orco (Romani), Sheol(Ebrei), Kigallu (Sumeri), Arallu (Babilonesi). La vita nella dimora sotterranea è oscura. Le pallide ombre sono nell'incapacità di provare gioia o tristezza. Tale sopravvivenza umbratile, amorfa e noiosa giustifica l'affermazione di Achille: «Oh, non cercare di consolarmi della morte, o nobile Ulisse. Io vorrei come schiavo della gleba servire un altro uomo, vivendo con un diseredato che non avesse molte sostanze, piuttosto che esser sovrano di tutti i morti che si spensero» (Odissea 11, 613-617)6. Non c'è da meravigliarsi allora se — secondo Lucrezio, secolo I a. C. — (1, 123-126) il poeta latino Ennio (secoli III-II a. C.) presenti Omero in lacrime di fronte alle condizioni dei morti: «spettri di straordinario pallore».
Secondo una costante dell'antichità greca, l'anima umana è in intima relazione e parentela con l'etere cui spetta riceverla una volta separatasi dal corpo. Non solo, per coloro che concepiscono il mondo alla stregua di un animale vivente, l'etere partecipa della natura animista; oltre ad alito che investe e vivifica il mondo intero, è lo spirito universale medesimo, l'anima dell'universo. Per i sostenitori di tale filosofia(Diogene d'ApoIlonia, Euripide, gli stoici), Io spirito umano, al pari di quello cosmico, altro non sarebbe che una sua particella staccatasi per andare ad animare il corpo. Dopo la morte a lui ritorna. Secondo Platone (secolo V-IV a. C.) alcuni settori della credenza popolare diffusa al tempo suo ammetteva con certezza che l'alito, spirito vitale, dell'agonizzante, ricevuto e disperso dal vento, stabiliva la propria dimora ultraterrena nelle regioni eteree. Stando alla credenza popolare e filosofica dei primi secoli avanti e dopo Cristo, le anime non si disperdevano quando lasciavano la dimora corporale, come invece riteneva l'opinione popolare al tempo di Platone. Al contrario, una volta giunte nell'atmosfera omogenea alla propria costituzione vi vivevano indefinitamente come pulviscolo solare (pitagorici) o, a giudizio degli stoici, si estinguevano in quanto sostanze indipendenti al momento della conflagrazione finale di ogni ciclo cosmico. In quel momento, si univano al proprio principio, all'Etere o in esso si stemperavano. Secondo la descrizione del mito finale del Fedone di Platone, il giudizio divide le anime in cinque gruppi. Per Omero vi è una sola forma di vera sopravvivenza e immortalità, quella che godono gli Immortali, designazione che definisce l'essenza degli dèi, e quanti sono ad essi associati (semidei, eroi). Nell'aldilà della morte, non vi è ne felicità, ne buona sorte. Parimenti, però, l'elemento umano che sopravvive non è soggetto a torture e a castighi da inferno dantesco. La felicità nei Campi Elisi era rappresentata come una festa continua fatta di pranzi e di danze, di luci e di musica, di giardini e di fiori. Press' a poco così pensavano l'aldilà anche i Romani.
Lo zoroastrismo. Negli scritti a lui attribuiti Zarathustra o Zoroastro non parla mai dell'anima, ne della fravasi, preesistente alla sua unione con il corpo. Invece, l'Avesta recente (di epoca posteriore alle Gatha, «canto» o Avesta antico, contemporaneo di Zarathustra, secolo VI a. C.) le dedica un poema in cui si parla già della fravasi degli uomini non ancora nati. La fravasi, spirito protettore, finì con l'indicare una sorta di doppione di ogni uomo e delle stesse divinità. In Cina. Secondo i principi della teoria medica cinese L’anima terrestre proviene dal seme umano e l’ anima aerea si forma al momento della nascita attraverso la prima aria che si respira.Quando l’uomo muore l’anima terrestre rimane sulla terra e l’altra va in Cielo. Se la persona è identificata con il Tao essa si integrerà per sempre con l’armonia universale di Terra e Cielo,come gli dèì sarà immortale giusta e felice. Se non è identificata con il Tao essa non andrà in Cielo ma morirà per sempre nella disarmonia con Cielo e con la Terra ,cioè nell’Inferno dei demoni e fantasmi, per sempre separata dalla felicità. Dottrine oscure-Dopo la morte, dopo le onoranze funebri, da quando il proprio nome veniva iscritto nella tavoletta del Tempio Imperiale o del tempietto famigliare si entrava a far parte degli Antenati. La salvezza nell'induismo non è cercata fuori da sé: il paradiso è dentro di noi, basta saper gestire bene le forze del nostro spirito e contemplare la realtà vera, quella spirituale, e non le cose materiali, che sono solo realtà apparenti. La vita non è un pellegrinaggio verso un altro mondo, bensì un cammino per trovare la nostra propria anima (o il nostro Atman). E chi non riesce a finire questo cammino di purificazione in vita, è costretto a rinascere altre volte, fino a trovare la via giusta. Questa è la sorte dei più. Alla morte l'anima compie un viaggio verso la Luna. Qui subisce un interrogatorio di tipo iniziatico: se non risponde bene torna sulla terra e trasmigra in un corpo nuovo per una nuova esistenza; se dimostra di " sapere" percorre la via del Sole , la via degli dèi, dei paradisi divini.. Qui incontrano il Brahman che le sottopone a nuove iniziazioni finchè raggiungono la perfetta conoscenza-essenza. Per i buddhisti la via della salvezza è il nirvana che significa estinzione di quel desiderio smodato di vivere che si manifesta con l'avidità, la collera, l'ignoranza e lo smarrimento, che sono la fonte di tutti i mali di questo mondo. Chi raggiunge lo stato nirvana raggiunge l'esistenza definitiva e reale. L'escatologia musulmana "Il giudizio divino particolare dell'anima o "interrogatorio della sepoltura" avviene alla morte ed è effettuato da due angeli (Munkar e Nakir) .Ogni musulmano defunto vive nella attesa della resurrezione dei morti e del giudizio universale che sarà orale e pronunciato da Allah stesso. [cf .: M. Guerra -Storia delle religioni-Brescia 1989] © tefillim 2007 redazione@corsodireligione.it |
| Navigazione -Sei a pag. 1 di home > Corpo e Anima |