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| L'immortalità In tutti i tempi l'uomo è stato agitato da un desiderio insopprimibile: quello di raggiungere una condizione di felicità piena e perenne.
L'uomo imperfetto desidera la perfezione; incompiuto, desidera realizzarsi pienamente; finito e limitato, desidera l'infinito; impaurito dal mistero della vita, desidera che ogni segreto sia alla fine svelato; provvisorio e mortale, dotato di anima immortale ma non eterna, desidera l'immortalità eterna. Tutto questo ha un nome: paradiso. Esiste l'anima?
Ogni essere umano è dotato di " anima " per mezzo della quale -potenzialmente - può diventare cosciente di " altri mondi". Infatti noi conosciamo altri fenomeni di " trance estica " in cui (per l' intervento di forze di altri mondi) profeti, sibille, illuminati, etc. diventano " coscienti di altri mondi " con visioni, audizioni, locuzioni interiori, etc. Le " percezioni animiche " dell'Io normalmente non arrivano a coscienza in quanto sovrastate dalle percezioni sensoriali e dalla attività mentali; monaci e monache di tutti i tempi e di tutte le religioni insegnano che è possibile " ascoltare la propria anima" cioè - in qualche modo- portarne a coscienza le percezioni.. Tutti e quattro hanno raccontato di sensazioni di pace e gioia, di tempo accelerato, di perdita di percezione del corpo, di una luce brillante e dell'ingresso in un altro mondo. Tre di loro si sono definiti anglicani non praticanti, il quarto cattolico. Dall'esame delle loro cartelle cliniche, Fenwick e Parnia escludono che l'esperienza raccontata possa spiegarsi con un collasso delle funzioni cerebrali causato da mancanza di ossigeno. Escludono anche che siano frutto
di combinazioni di medicinali in quanto le tecniche di rianimazione
praticate nell'ospedale
sono uguali per tutti i pazienti. "Queste persone "ha raccontato
il dottor Parnia al Sunday Telegraph "hanno avuto
queste esperienze in una condizione in cui
il cervello non avrebbe dovuto essere in grado di sostenere processi
lucidi o consentire loro di avere ricordi duraturi. Ciò potrebbe
fornire una risposta alla domanda
se la mente o la coscienza siano prodotte dal cervello, o se il cervello
non sia invece una specie di intermediario della mente, la quale
esiste indipendentemente", argomenta ancora Parnia.
Dunque,
specula il suo collega Fenwick, In questo testo si fa l'errore di far coincidere -sbagliando-la " mente" con la coscienza, con l'anima. Non mescolare fisica e metafisica "Ipotizzare una mente al di fuori del cervello è una assurdità scientifica" "Per favore, non mischiate l'anima con le molecole, e la fisica con la metafisica". E' scettico Alberto Oliverio, psicobiologo, sullo studio dei medici inglesi. Professor Oliverio, come giudica le testimonianze di queste persone"tornate" dalla morte? Questi racconti esercitano una forte s uggestione sull'immaginario e infatti sono stati descritti in libri e film. Il tema della vita dopo la morte del resto è qualcosa su cui da sempre ci si interroga. Non solo. Queste sensazioni sono state anche catalogate dalle neuroscienze come stati di confine, simili in un certo senso alla sensazione che si prova prima di addormentarsi, quando sembra di cadere, di sprofondare in qualcosa... Ma non c'è niente di scientifico in tutto questo e lo studio inglese non credo che passerebbe il vaglio di una rivista seria". Quindi anche i racconti dei malati sarebbero frutto di suggestione? Le descrizioni di pace, di luce... "In parte sì e in parte no. E' vero che quando si è molto malati, consapevoli dell'arrivo della fine, in un certo senso ci si rilassa, si smette di lottare, e questo può anche portare ad un senso di pace. Una volta sono stato sul punto di affogare, e proprio poco prima che mi salvassero ero così esausto che avevo smesso di nuotare...In quell'istante sì, avevo provato la pace di abbandonarsi alla fine. Per fortuna è arrivato il bagnino...Accade poi, una volta superato il pericolo, che su queste emozioni estreme si costruiscano teorie con la ragione, convincendosi magari di aver vissuto un certo tipo di esperienza...Ma è questo, non altro. Ipotizzare una mente al di fuori del cervello è una assurdità scientifica. Anche per chi afferma di credere nell' anima". Naturalmente è facile fare confusione: si identifica l'anima con la mente.
L'esperienza dell'anima e dell'aldilà L' uomo seppellisce i cadaveri. Ovunque. La pratica più comune, da sempre è l'inumazione. Nel paleolitico si seppellivano i morti : si visitavano le sepolture? si facevano offerte ai defunti? Non sappiamo , in ogni caso questa pratica si ritrova geograficamente estesa . Più rara, ma presente, era la pratica di esporre i cadaveri all'azione degli animali ; Silio (1°sec) e Eliano (2° sec.) ci dicono che le tribù celtiberiche (Numantini, Vacei) esponevano i cadaveri dei guerrieri agli avvoltoi, uccelli sacri, affinchè potessero, per quella via giungere prima nell'aldilà degli eroi. Così facevano Persiani e Medi. Alcuni popoli pastori , nomadi , invece, cremavano i cadaveri. Altra pratica geograficamente estesa e attestata fin dal 400000 a.C. fino ai popoli "senza scrittura " presenti oggi , è quella dell' ocra rossa. Uno strato di pigmento rosso veniva applicato sul cadavere e sulla sepoltura . L'ocra è oggi un surrogato rituale del sangue e indica simbolicamente la Vita sul cadavere ? Mistero. La posizione del cadavere tumulato era sempre innaturale : posizione fetale, distesa o ripiegata con l'avambraccio sotto la testa, la testa a bocca in giù e con grosse pietere sopra, etc. Simbolica ?
La costruzione di megaliti ( menhir, cromlech, dolmen, tumuli a corridoio, etc) è geograficamente estesa, sempre correlata con i morti, apprezzabile ( con esame del carbonio ) fin dal 4000 a.C. I popoli dei megaliti non abitavano case in pietra ma si preoccupavano dei morti. La grangezza di questi monumenti (fino alla piramidi egizie) mostrano la grande preoccupazione escatologica dell'uomo arcaico e antico. Tutte queste pratiche non indicano , per sè stesse, con certezza, la credenza nell'aldilà : piuttosto si può dire che sono simboli, espressioni, pratiche che possono essere indicatori di questa credenza. Da quando l'uomo esiste egli sperimenta la morte, la morte altrui : un compagno di caccia, un figlio, la sposa, l'anziano. Tutte le tracce dell' esistenza umana disponibili oggi, (arte rupestre, arte parietale e mobiliare,interramenti, etc.) sia prese singolarmente (alcune) che nella loro globalità, ci orientano a supporre la credenza in una sopravvivenza oltre al morte . Che si fondava su cosa? " L'aldilà è una realtà universalmente
conosciuta fin dagli albori dell'umanità.
L'uomo arcaico giunge a scoprire l'immortalità, la sopravvivenza
alla morte del suo io-anima, percorrendo l'esperienza sciamanica. " L'anima non è una cosa ma è la proprietà naturale dell'io umano di trascendere le percezioni del mondo e di sè L'anima si manifesta nella capacità di percepire mondi spirituali ulteriori al mondo percepito dai sensi. L'anima perciò non è una parte , una cosa dell'essere umano, ma è una proprietà dell'essere stesso, dell'Io: l'Io-anima. Perciò l'uomo "è" anima . L'anima è un sensore, una proprietà dell'io umano che è alla base di tutti i fenomeni di trance straordinaria , in particolare della trance estatica. L'uomo vive immerso , attraverso la sua anima in " altri mondi", i mondi dell'anima. Percezioni animiche ordinariamente non giungono alla coscienza ( per fortuna ) ma in determinate condizioni possono " filtrare" o addirittura invaderla.Attraverso l'anima l'io sperimenta l'"ispirazione" la comunicazione alla coscienza di energie spirituali. L' invasione della coscienza da parte delle percezioni animiche si manifesta spontaneamente nello sciamano, persona che per natura cade in una trance estatica straordinaria nella quale sperimenta la coscienza ( vigile) degli altri mondi . I mondi dell'anima sono i mondi degli dèi, i mondi dello " spirito " o del " sacro" .
L'anima è lo specchio, per la coscienza, dei dei mondi dello spirito. L'anima immortale La maggior parte delle dottrine antiche sulla immortalità dell'anima si riferiscono ad un'anima individuale immortale ( ma non necessariamente eterna) unica e diversa per ogni persona umana."...I primi documenti scritti che ci parlano della immortalità dell'anima sono probabilmente quelli egizi. La dottrina della immortalità applicata al Faraone è qui applicata a tutti. L'anima superiore, KA, alla morte si separa dal corpo per ascendere alle regioni celesti ove regan sovrana la felicità; l'anima inferiore , BA, resta accanto al cadavere da cui si è separata ma del quale ha bisogno per vivere. La mummificazione del corpo e la collocazione di oggetti per la vita quotidiana nella tomba è per BA. L'antico Egitto ha rappresentato l'aldilà con la forma dei campi di Aaru, che assomigliavano a quanto di meglio la vita terrena potesse offrire: qui il defunto, dopo il giudizio, gode di una felicità senza limiti, adorando gli dèi, navigando sulle acque del Nilo celeste, presentando offerte, lavorando il terreno e raccogliendo grano senza più temere la siccità, andando a caccia e divertendosi con il gioco.
Anche se ogni popolo o lingua adopera nomi diversi, la realtà è sempre identica: Ade (Greci), Orco (Romani), Sheol(Ebrei), Kigallu (Sumeri), Arallu (Babilonesi). La vita nella dimora sotterranea è oscura. Le pallide ombre sono nell'incapacità di provare gioia o tristezza. Tale sopravvivenza umbratile, amorfa e noiosa giustifica l'affermazione di Achille: «Oh, non cercare di consolarmi della morte, o nobile Ulisse. Io vorrei come schiavo della gleba servire un altro uomo, vivendo con un diseredato che non avesse molte sostanze, piuttosto che esser sovrano di tutti i morti che si spensero» (Odissea 11, 613-617)6. Non c'è da meravigliarsi allora se — secondo Lucrezio, secolo I a. C. — (1, 123-126) il poeta latino Ennio (secoli III-II a. C.) presenti Omero in lacrime di fronte alle condizioni dei morti: «spettri di straordinario pallore». La sopravvivenza sotto forma «di ombra» è comune a tutti i mortali dopo la morte. Il che spiega come nel periodo arcaico, i Greci, i Romani, i Sumeri, gli Accadi, ecc. non posseggano la credenza nel giudizio discernitore della bontà o della malizia dei morti, ne contemplino uno stato di premio o di castigo nell'aldilà della morte. Trattandosi di popoli a religione etnico-politica , la dimora sotterranea collettiva accoglieva i mèmbri di uno stesso popolo o razza: L'Ade, per i greci; l'Orco, per i romani, ecc.
Secondo una costante dell'antichità greca, l'anima umana è in intima relazione e parentela con l'etere cui spetta riceverla una volta separatasi dal corpo. Non solo, per coloro che concepiscono il mondo alla stregua di un animale vivente, l'etere partecipa della natura animista; oltre ad alito che investe e vivifica il mondo intero, è lo spirito universale medesimo, l'anima dell'universo. Per i sostenitori di tale filosofia(Diogene d'ApoIlonia, Euripide, gli stoici), Io spirito umano, al pari di quello cosmico, altro non sarebbe che una sua particella staccatasi per andare ad animare il corpo. Dopo la morte a lui ritorna. Secondo Platone (secolo V-IV a. C.) alcuni settori della credenza popolare diffusa al tempo suo ammetteva con certezza che l'alito, spirito vitale, dell'agonizzante, ricevuto e disperso dal vento, stabiliva la propria dimora ultraterrena nelle regioni eteree. Stando alla credenza popolare e filosofica dei primi secoli avanti e dopo Cristo, le anime non si disperdevano quando lasciavano la dimora corporale, come invece riteneva l'opinione popolare al tempo di Platone. Al contrario, una volta giunte nell'atmosfera omogenea alla propria costituzione vi vivevano indefinitamente come pulviscolo solare (pitagorici) o, a giudizio degli stoici, si estinguevano in quanto sostanze indipendenti al momento della conflagrazione finale di ogni ciclo cosmico. In quel momento, si univano al proprio principio, all'Etere o in esso si stemperavano. Secondo la descrizione del mito finale del Fedone di Platone, il giudizio divide le anime in cinque gruppi. Per Omero vi è una sola forma di vera sopravvivenza e immortalità, quella che godono gli Immortali, designazione che definisce l'essenza degli dèi, e quanti sono ad essi associati (semidei, eroi). Nell'aldilà della morte, non vi è ne felicità, ne buona sorte. Parimenti, però, l'elemento umano che sopravvive non è soggetto a torture e a castighi da inferno dantesco. Nel libro undicesimo dell'Odissea, Omero descrive i castighi ai quali sono condannati alcuni personaggi: Tizio, il suo «fegato era mangiato dagli avvoltoi, uno per lato, senza che potesse respingerli con le mani»; Tantalo, «in piedi, nel mezzo di un lago... assetato, non riusciva a dissetarsi poiché tutte le volte che si piegava per bere, l'acqua si abbassava assorbita dalla terra». Sisifo, condannato a sospingere «un enorme macigno» che «quando è prossimo a superare la vetta, per una forza misteriosa, rotola nuovamente a valle...». Sono i classici castighi della mitologia greco-romana e della letteratura romanza. Ma ancora una volta ci imbattiamo in esseri che non sono uomini comuni, dei semplici mortali. Si tratta sempre di semidei o di eroi, figure miti-che, che in più vennero castigati prima della morte, non dopo, per avere insultato od offeso direttamente e personalmente gli dèi. Nei documenti antichi, il Tartaro non è mai di per sé un luogo di castigo degli uomini cattivi, anche se i suoi abitatori — almeno alcuni — sono davvero cattivi.
Lo zoroastrismo. In Cina. Secondo i principi della teoria medica cinese Il Chi, l'energia, è la fonte non visibile della vita: le azioni e l'esistenza stessa del corpo fisico sono le sue manifestazioni. Quando lo Yin è forte, anche le manifestazioni dello Yang possono essere forti. Quando lo Yin è debole o troppo forte, il rapporto Yin e Yang si sbilancia e insorge una malattia. L’anima terrestre proviene dal seme umano e l’ anima aerea si forma al momento della nascita attraverso la prima aria che si respira.Quando l’uomo muore l’anima terrestre rimane sulla terra e l’altra va in Cielo. Se la persona è identificata con il Tao essa si integrerà per sempre con l’armonia universale di Terra e Cielo,come gli dèì sarà immortale giusta e felice. Se non è identificata con il Tao essa non andrà in Cielo ma morirà per sempre nella disarmonia con Cielo e con la Terra ,cioè nell’Inferno dei demoni e fantasmi, per sempre separata dalla felicità. Dottrine oscure-Dopo la morte, dopo le onoranze funebri, da quando il proprio nome veniva iscritto nella tavoletta del Tempio Imperiale o del tempietto famigliare si entrava a far parte degli Antenati. La salvezza nell'induismo non è cercata fuori da sé: il paradiso è dentro di noi, basta saper gestire bene le forze del nostro spirito e contemplare la realtà vera, quella spirituale, e non le cose materiali, che sono solo realtà apparenti. La vita non è un pellegrinaggio verso un altro mondo, bensì un cammino per trovare la nostra propria anima (o il nostro Atman). E chi non riesce a finire questo cammino di purificazione in vita, è costretto a rinascere altre volte, fino a trovare la via giusta. Questa è la sorte dei più. Alla morte l'anima compie un viaggio verso la Luna. Qui subisce un interrogatorio di tipo iniziatico: se non risponde bene torna sulla terra e trasmigra in un corpo nuovo per una nuova esistenza; se dimostra di " sapere" percorre la via del Sole , la via degli dèi, dei paradisi divini.. Qui incontrano il Brahman che le sottopone a nuove iniziazioni finchè raggiungono la perfetta conoscenza-essenza. I paradisi del Brahman sono 5 : quello di Indra, popolato da musicisti e danzatrici; quello di Shiva e della sua famiglia; quello di Visnù , ricoperto di oro e ricco di laghi su cui galleggia il loto; quello di Krishna , con danzatrici e devoti; quello di Brahma, popolato di ninfe celesti che servono le anime. Ovunque nei cieli palazzi dorati tempestati di gemme preziose, giardini paradisiaci, musica, canti, danze eseguite da bellissime fanciulle. Questi paradisi non sono però eterni: C'è , secondo i Brahmana, una seconda morte, che coincide con l'inizio di una reincarnazione dell'anima che darà inizio a nuove trasmigrazioni. Per i buddhisti la via della salvezza è il nirvana che significa estinzione di quel desiderio smodato di vivere che si manifesta con l'avidità, la collera, l'ignoranza e lo smarrimento, che sono la fonte di tutti i mali di questo mondo. Chi raggiunge lo stato nirvana raggiunge l'esistenza definitiva e reale. L'escatologia musulmana . [cf .: M. Guerra -Storia delle religioni-Brescia 1989] |
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