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L'immortalità

In tutti i tempi l'uomo è stato agitato da un desiderio insopprimibile: quello di raggiungere una condizione di felicità piena e perenne.

-L’arcangelo Michele conduce un’anima in Cielo

L'uomo imperfetto desidera la perfezione; incompiuto, desidera realizzarsi pienamente; finito e limitato, desidera l'infinito; impaurito dal mistero della vita, desidera che ogni segreto sia alla fine svelato; provvisorio e mortale, dotato di anima immortale ma non eterna, desidera l'immortalità eterna.
Tutto questo ha un nome: paradiso.
In altre parole, si tratta dell' ansia di trovare una saIvezza, se non in questa vita, almeno nell' altra dal male, dall’infelictà, dalla terminalità dell’esistenza. A questo insopprimibile desiderio rispondono le rivelazioni. Tutte le rivelazioni custodite nelle religioni indicano vie attraverso le quali l'uomo puo' raggiungere una immortalità  beata. O l'eternità beata.

Esiste l'anima?
( vedi anche : gli intermediari e sciamanesimo)

 Noi possiamo definire l'anima a partire da una semplice osservazione del fenomeno sciamanico : lo sciamano sperimenta una trance in cui diventa cosciente di " altri mondi". In questi mondi egli " viaggia" in modo consapevole , cioè esercita intelletto , ragione e volontà, e ricorda ciò che conosce durante il viaggio. Siccome questo fenomeno è del tutto naturale, cioè non intervengono forze " fuori dal nostro mondo" , possiamo dire che l'esperienza sciamanica appartiene all'uomo in quanto tale : ogni uomo possiede un " sensore" che rende l'Io capace di percepire " altri mondi ".
Questo sensore possiamo chiamarlo  "anima".
Ogni essere umano è dotato di " anima " per mezzo della quale -potenzialmente - può diventare cosciente di " altri mondi". Infatti noi conosciamo altri fenomeni di " trance estica " in cui (per l' intervento di forze di altri mondi) profeti, sibille, illuminati, etc. diventano " coscienti di altri mondi " con visioni, audizioni, locuzioni interiori, etc.
Le " percezioni animiche " dell'Io normalmente non arrivano a coscienza in quanto sovrastate dalle percezioni sensoriali e dalla attività mentali; monaci e monache di tutti i tempi e di tutte le religioni insegnano che è possibile " ascoltare la propria anima" cioè - in qualche modo- portarne a coscienza le percezioni..

Studio choc su pazienti sopravvissuti a un arresto cardiaco . Due medici inglesi:
"Si può dimostrare che la mente esiste oltre il corpo"  [ 23.10.2000-Corriere della Sera ]

"L'anima esiste".
A dirlo questa  volta non sono teologi, ma due eminenti medici britannici che per un anno hanno  analizzato, da un punto di vista strettamente scientifico, i casi di pazienti sopravvissuti ad arresti cardiaci. Peter  Fenwick, neuropsichiatra all'Istituto di Psichiatria di Londra, e Sam Parnia, ricercatore clinico presso l'ospedale di   Southampton, in uno studio che sarà pubblicato dalla rivista medica  'Resuscitation' ipotizzano che la mente sia   indipendente dal cervello e quindi la coscienza, cioè l'anima, continui a vivere  dopo .

Alla morte l'Io rimarrebbe cosciente solatanto dei mondi in cui l'anima è immersa.

Durante l'anno in cui hanno condotto lo studio, al General Hospital di Southampton  sono sopravvissuti 63 pazienti ad arresto  cardiaco. Fenwick e Parnia li hanno intervistati tutti entro una settimana dall'evento. Di questi 56 non avevano memoria del tempo in cui erano rimasti privi  di conoscenza. Dei sette che hanno dichiarato di ricordare qualcosa, solo quattro hanno superato la così detta scala Grayson, un criterio medico per valutare le esperienze di "quasi morte"( EPM). Tutti e quattro  hanno raccontato di sensazioni di pace e  gioia, di tempo accelerato, di perdita di percezione del corpo, di una luce brillante e dell'ingresso in un altro mondo. Tre di  loro si sono definiti anglicani non praticanti, il quarto cattolico. Dall'esame delle loro cartelle cliniche, Fenwick e Parnia escludono che l'esperienza raccontata possa spiegarsi con un collasso delle funzioni cerebrali causato da mancanza di ossigeno. Escludono anche che siano frutto di combinazioni di medicinali in quanto le tecniche di rianimazione praticate  nell'ospedale sono uguali per tutti i pazienti. "Queste persone "ha raccontato il dottor Parnia al Sunday Telegraph "hanno  avuto queste esperienze in una condizione in  cui il cervello non avrebbe dovuto essere in grado di sostenere processi lucidi o consentire loro di avere ricordi duraturi. Ciò potrebbe fornire una risposta alla  domanda se la mente o la coscienza siano prodotte dal cervello, o se il cervello non sia invece una specie di intermediario della mente, la quale esiste indipendentemente", argomenta ancora Parnia. Dunque, specula il suo collega Fenwick,
"se  la mente e il cervello sono indipendenti, allora la coscienza sopravvive al corpo".

In questo testo si fa l'errore di far coincidere -sbagliando-la " mente" con la coscienza, con l'anima.

Non mescolare fisica e metafisica
 "Ipotizzare una mente al di fuori del cervello è una assurdità scientifica" "Per favore, non mischiate l'anima con le molecole, e la fisica con la metafisica". E' scettico Alberto Oliverio, psicobiologo, sullo studio dei medici inglesi.

Professor Oliverio, come giudica le testimonianze di queste persone"tornate" dalla morte?

Questi racconti esercitano una forte s uggestione sull'immaginario e infatti sono stati descritti in libri e film. Il tema della vita dopo la morte del resto è qualcosa su cui da sempre ci si interroga. Non solo. Queste sensazioni sono state anche catalogate dalle neuroscienze come stati di confine, simili in un certo senso alla sensazione che si prova prima di addormentarsi, quando sembra di cadere, di sprofondare in qualcosa... Ma non c'è niente di scientifico in tutto questo e lo studio inglese non credo che passerebbe il vaglio di una rivista seria".

Quindi anche i racconti dei malati sarebbero frutto di suggestione? Le descrizioni di pace, di luce... 

"In parte sì e in parte no. E' vero che quando si è molto malati, consapevoli dell'arrivo della fine, in un certo senso ci si rilassa, si smette di lottare, e questo può anche portare ad un senso di pace. Una volta sono stato sul punto di affogare, e proprio poco prima che mi salvassero ero così esausto che avevo smesso di nuotare...In quell'istante sì, avevo provato la pace di abbandonarsi alla fine. Per fortuna è arrivato il bagnino...Accade poi, una volta superato il pericolo, che su queste emozioni estreme si costruiscano teorie con la ragione, convincendosi magari di aver vissuto un certo tipo di esperienza...Ma è questo, non altro. Ipotizzare una mente al di fuori del cervello è una assurdità scientifica. Anche per chi afferma di credere nell' anima".

Naturalmente è facile fare confusione: si identifica l'anima con la mente.
L'anima - come abbiamo scoperto nel fenomeno sciamanico-non coincide con la coscienza nè con la mente.

L'esperienza dell'anima e dell'aldilà

L' uomo seppellisce i cadaveri. Ovunque. La pratica più comune, da sempre è l'inumazione. Nel paleolitico si seppellivano i morti : si visitavano le sepolture? si facevano offerte ai defunti? Non sappiamo , in ogni caso questa pratica si ritrova geograficamente estesa . Più rara, ma presente, era la pratica di esporre i cadaveri all'azione degli animali ; Silio (1°sec) e Eliano (2° sec.) ci dicono che le tribù celtiberiche (Numantini, Vacei) esponevano i cadaveri dei guerrieri agli avvoltoi, uccelli sacri, affinchè potessero, per quella via giungere prima nell'aldilà degli eroi. Così facevano Persiani e Medi. Alcuni popoli pastori , nomadi , invece, cremavano i cadaveri.

Altra pratica geograficamente estesa e attestata fin dal 400000 a.C. fino ai popoli "senza scrittura " presenti oggi , è quella dell' ocra rossa. Uno strato di pigmento rosso veniva applicato sul cadavere e sulla sepoltura . L'ocra è oggi un surrogato rituale del sangue e indica simbolicamente la Vita sul cadavere ? Mistero. La posizione del cadavere tumulato era sempre innaturale : posizione fetale, distesa o ripiegata con l'avambraccio sotto la testa, la testa a bocca in giù e con grosse pietere sopra, etc. Simbolica ? L'orientamento verso Oriente del cadavere era diffusa nel neolitico e forse anche nel paleolitico . L'Oriente è il punto in cui sorge il sole, in cui simbolicamente sorge la vita. Il Sole era il simbolo del mistero della morte (occidente) e della rinascita (oriente).Il corredo funerario : utensili, armi, che significato aveva?

La costruzione di megaliti ( menhir, cromlech, dolmen, tumuli a corridoio, etc) è geograficamente estesa, sempre correlata con i morti, apprezzabile ( con esame del carbonio ) fin dal 4000 a.C. I popoli dei megaliti non abitavano case in pietra ma si preoccupavano dei morti. La grangezza di questi monumenti (fino alla piramidi egizie) mostrano la grande preoccupazione escatologica dell'uomo arcaico e antico. Tutte queste pratiche non indicano , per sè stesse, con certezza, la credenza nell'aldilà : piuttosto si può dire che sono simboli, espressioni, pratiche che possono essere indicatori di questa credenza. Da quando l'uomo esiste egli sperimenta la morte, la morte altrui : un compagno di caccia, un figlio, la sposa, l'anziano. Tutte le tracce dell' esistenza umana disponibili oggi, (arte rupestre, arte parietale e mobiliare,interramenti, etc.) sia prese singolarmente (alcune) che nella loro globalità, ci orientano a supporre la credenza in una sopravvivenza oltre al morte . Che si fondava su cosa?

" L'aldilà è una realtà universalmente conosciuta fin dagli albori dell'umanità.
L'uomo arcaico giunge a scoprire l'immortalità, la sopravvivenza alla morte del suo io, l'anima, percorrendo l'esperienza sciamanica. "               
[ Manuel. Guerra -Storia delle religioni-Brescia 1989 ]

L'anima non è una cosa ma è la proprietà naturale dell'io umano di trascendere le percezioni del mondo e di sè L'anima si manifesta nella capacità di percepire mondi spirituali ulteriori al mondo percepito dai sensi.

L'anima perciò non è una parte , una cosa dell'essere umano, ma è una proprietà dell'essere :
l'Io, l'uomo è anima .

L'anima è un sensore, una proprietà dell'io umano che è alla base di tutti i fenomeni di trance straordinaria , in particolare della trance estatica. L'uomo vive immerso , attraverso la sua anima in " altri mondi", i mondi dell'anima. Percezioni animiche ordinariamente non giungono alla coscienza ( per fortuna ) ma in determinate condizioni possono " filtrare" o addirittura invaderla.Attraverso l'anima l'io sperimenta l'"ispirazione" la comunicazione alla coscienza di energie spirituali.L' invasione della coscienza da parte delle percezioni animiche si manifesta spontaneamente nello sciamano, persona che per natura cade in una trance estatica straordinaria nella quale sperimenta la coscienza ( vigile) degli altri mondi . I mondi dell'anima sono i mondi degli dèi, i mondi dello " spirito " o del " sacro" . L'anima è lo specchio, per la coscienza, dei dei mondi dello spirito.
(cf. anche : creazione ) .

L'anima immortale

La maggior parte delle dottrine antiche sulla immortalità dell'anima si riferiscono ad un'anima individuale immortale ( ma non necessariamente eterna) unica e diversa per ogni persona umana.

"...I primi documenti scritti che ci parlano della immortalità dell'anima sono probabilmente quelli egizi.
I Testi delle Pioramidi sono datati 2500-2300 a.C.
L'anima del faraone ascende sotto forma di uccello fino alla dimora celeste degli dèi.
Prima di giungervi essa deve superare delle prove e un giudizio.
il Libro dei morti è datato 2300-2000 a.C.
La dottrina della immortalità applicata al Faraone è qui applicata a tutti. L'anima superiore, KA, alla morte si separa dal corpo per ascendere alle regioni celesti ove regan sovrana la felicità; l'anima inferiore , BA, resta accanto al cadavere da cui si è separata ma del quale ha bisogno per vivere. La mummificazione del corpo e la collocazione di oggetti per la vita quotidiana nella tomba è per BA. L'antico Egitto ha rappresentato l'aldilà con la forma dei campi di Aaru, che assomigliavano a quanto di meglio la vita terrena potesse offrire: qui il defunto, dopo il giudizio, gode di una felicità senza limiti, adorando gli dèi, navigando sulle acque del Nilo celeste, presentando offerte, lavorando il terreno e raccogliendo grano senza più temere la siccità, andando a caccia e divertendosi con il gioco.

-Anime-uccello e anime-ombra -pittura parietale sec. XIII a.C. -Egitto

I testi religiosi e letterari antichi che sostengono la sussistenza eterea di tutto l'io, ne parlano sempre in termini di dimora sotterranea, buia, luogo di oscurità e di oblio in cui le «ombre», immagine umbratile di ciò che furono nella vita terrena, ne riproducono la statura, la figura e persino il modo di guardare ma private di ogni consistenza. La loro è una condizione nebulosa, svuotata, ectoplasmatica. In quella dimora vivono senza pena e senza gloria nel senso pieno dei due termini; di solito non hanno la possibilità di ritornare sulla terra, nel mondo dei viventi.
Anche se ogni popolo o lingua adopera nomi diversi, la realtà è sempre identica: Ade (Greci), Orco (Romani), Sheol(Ebrei), Kigallu (Sumeri), Arallu (Babilonesi). La vita nella dimora sotterranea è oscura. Le pallide ombre sono nell'incapacità di provare gioia o tristezza.

Tale sopravvivenza umbratile, amorfa e noiosa giustifica l'affermazione di Achille: «Oh, non cercare di consolarmi della morte, o nobile Ulisse. Io vorrei come schiavo della gleba servire un altro uomo, vivendo con un diseredato che non avesse molte sostanze, piuttosto che esser sovrano di tutti i morti che si spensero» (Odissea 11, 613-617)6. Non c'è da meravigliarsi allora se — secondo Lucrezio, secolo I a. C. — (1, 123-126) il poeta latino Ennio (secoli III-II a. C.) presenti Omero in lacrime di fronte alle condizioni dei morti: «spettri di straordinario pallore».
La sopravvivenza sotto forma «di ombra» è comune a tutti i mortali dopo la morte. Il che spiega come nel periodo arcaico, i Greci, i Romani, i Sumeri, gli Accadi, ecc. non posseggano la credenza nel giudizio discernitore della bontà o della malizia dei morti, ne contemplino uno stato di premio o di castigo nell'aldilà della morte.  Trattandosi di popoli a religione etnico-politica , la dimora sotterranea collettiva accoglieva i mèmbri di uno stesso popolo o razza: L'Ade, per i greci; l'Orco, per i romani, ecc.
In queste religioni che, oltre ad essere etnico-politiche sono altresì celesti , la credenza in una dimora sotterranea si deve probabilmente al fatto che, situando l'aldilà in un luogo, concepivano la divinità, gli «Immortali», come viventi nelle sommità (dio altissimo, celeste con séguito di dèi e dee). Invece, gli uomini «fatti di fango», erano «terreni» persino nell'etimologia del loro nome, vivevano sulla terra e, una volta morti, dimoravano nelle viscere di essa. In questo modo vien fatta risaltare la trascendenza degli dèi (verità fondamentale in una costante religiosa qual è questa) e il loro definitivo allontanamento dai mortali.

-Ade, dio greco degli inferi siede sul trono e impugna lo scettro regale di fronte alla sposa Persefone, circondato da demoni.

Secondo una costante dell'antichità greca, l'anima umana è in intima relazione e parentela con l'etere cui spetta riceverla una volta separatasi dal corpo. Non solo, per coloro che concepiscono il mondo alla stregua di un animale vivente, l'etere partecipa della natura animista; oltre ad alito che investe e vivifica il mondo intero, è lo spirito universale medesimo, l'anima dell'universo. Per i sostenitori di tale filosofia(Diogene d'ApoIlonia, Euripide, gli stoici), Io spirito umano, al pari di quello cosmico, altro non sarebbe che una sua particella staccatasi per andare ad animare il corpo. Dopo la morte a lui ritorna.

Secondo Platone (secolo V-IV a. C.) alcuni settori della credenza popolare diffusa al tempo suo ammetteva con certezza che l'alito, spirito vitale, dell'agonizzante, ricevuto e disperso dal vento, stabiliva la propria dimora ultraterrena nelle regioni eteree. Stando alla credenza popolare e filosofica dei primi secoli avanti e dopo Cristo, le anime non si disperdevano quando lasciavano la dimora corporale, come invece riteneva l'opinione popolare al tempo di Platone. Al contrario, una volta giunte nell'atmosfera omogenea alla propria costituzione vi vivevano indefinitamente come pulviscolo solare (pitagorici) o, a giudizio degli stoici, si estinguevano in quanto sostanze indipendenti al momento della conflagrazione finale di ogni ciclo cosmico. In quel momento, si univano al proprio principio, all'Etere o in esso si stemperavano.

Secondo la descrizione del mito finale del Fedone di Platone, il giudizio divide le anime in cinque gruppi.
AI punto estremo del bene troviamo quelle di coloro che «hanno vissuto santamente» diviso in due sezioni la migliore delle quali è costituita dai veri saggi, i filosofi. Nella zona della malizia si ritrovano le anime di quanti hanno commesso crimini inespiabili. Infine, nella zona intermedia, sono le anime responsabili di mancanze espiabili e le anime che hanno tenuto una condotta ove opere buone e opere cattive si trovano in misura relativamente proporzionata. I due punti estremi ricevono immediata sanzione. Le anime dei filosofi, le uniche totalmente smaterializzate, acquistano una « " vita senza corpo", felice; invece, quelle dei condannati per crimini inespiabili precipitano nel Tartaro dal quale non possono più uscire, secondo l'escatologia del Fedone, anche se nel Fedro non si parla di castighi eterni. Le restanti anime, prima di reincarnarsi, devono rimanere nella palude Acherusia, luogo di purificazione.
Nei poemi omerici soltanto gli eroi o quanti erano imparentati con gli dèi (Eracle-Ercole, Annona, Cadmo), in via eccezionale e in considerazione del loro rango sovrumano, non propriamente mortale, possono approdare a un luogo di felicità, ai Campi Elisi.

Per Omero vi è una sola forma di vera sopravvivenza e immortalità, quella che godono gli Immortali, designazione che definisce l'essenza degli dèi, e quanti sono ad essi associati (semidei, eroi). Nell'aldilà della morte, non vi è ne felicità, ne buona sorte. Parimenti, però, l'elemento umano che sopravvive non è soggetto a torture e a castighi da inferno dantesco.
Nel libro undicesimo dell'Odissea, Omero descrive i castighi ai quali sono condannati alcuni personaggi: Tizio, il suo «fegato era mangiato dagli avvoltoi, uno per lato, senza che potesse respingerli con le mani»; Tantalo, «in piedi, nel mezzo di un lago... assetato, non riusciva a dissetarsi poiché tutte le volte che si piegava per bere, l'acqua si abbassava assorbita dalla terra». Sisifo, condannato a sospingere «un enorme macigno» che «quando è prossimo a superare la vetta, per una forza misteriosa, rotola nuovamente a valle...». Sono i classici castighi della mitologia greco-romana e della letteratura romanza. Ma ancora una volta ci imbattiamo in esseri che non sono uomini comuni, dei semplici mortali. Si tratta sempre di semidei o di eroi, figure miti-che, che in più vennero castigati prima della morte, non dopo, per avere insultato od offeso direttamente e personalmente gli dèi.
Nei documenti antichi, il Tartaro non è mai di per sé un luogo di castigo degli uomini cattivi, anche se i suoi abitatori — almeno alcuni — sono davvero cattivi.
Naturalmente, la mancanza del premio o del castigo nell'aldilà della morte esclude la necessità di un giudizio che determini il destino felice o infelice dei morti. Se Minosse giudica i mortali per come hanno vissuto nella dimora terrena, l'oggetto delle sue sentenze — prima del dualismo platonico — non conceme il passato, le buone o le cattive azioni compiute nella vita terrena, bensì le dispute e le contese sorte tra le pallide ombre, cioè il presente sotterraneo. Al pari degli altri spiriti. Minosse prolunga negli inferi i sistemi di vita proprio della terra. La vita e le attività nell'aldilà della morte altro non sono che proiezione evanescente, stuccata della vita e delle attività sulla terra.

I Greci parlavano di Campi Elisi, «paese lontano, dove non esistono freddo, né pioggia né tempeste, e dove soffia eternamente un dolce venticello mormorante dall'Oceano, che porta frescura agli uomini» (Odissea IV, 563).
La felicità nei Campi Elisi era rappresentata come una festa continua fatta di pranzi e di danze, di luci e di musica, di giardini e di fiori. Press' a poco così pensavano l'aldilà anche i Romani.

-Nelle tradizioni dei Germani gli eroi caduti venivano accompagnati dalle Walkirie nel Valalla dove venivano accolti da Odino e Friga.

Lo zoroastrismo. Negli scritti a lui attribuiti Zarathustra o Zoroastro non parla mai dell'anima, ne della fravasi, preesistente alla sua unione con il corpo. Invece, l'Avesta recente (di epoca posteriore alle Gatha, «canto» o Avesta antico, contemporaneo di Zarathustra, secolo VI a. C.) le dedica un poema in cui si parla già della fravasi degli uomini non ancora nati. La fravasi, spirito protettore, finì con l'indicare una sorta di doppione di ogni uomo e delle stesse divinità.
Secondo l'Avesta recente , l'anima rimane tré giorni nel luogo in cui l'uomo muore, anche dopo che ne sia stato sotterrato il cadavere. Ed è proprio in tal luogo che gli zoroastriani accorrono per fare davanti ad essa un inchino profondo, riservato alla divinità. Qualora non si compissero le prescritte cerimonie, l'anima — soprattutto quella dei mentitori — è soggetta a tremendi rimorsi di coscienza. Al termine dei tré giorni, inseguita dalle potenze maligne di Ahriman e seguaci, l'anima deve attraversare il ponte Cinvat per sottomettersi al giudizio di tré giudici, Mitra, Sraosa e Rasnu, in cui è chiaro il parallelismo con Minosse, Eaco e Radamante della mitologia greca .

In Cina. Secondo i principi della teoria medica cinese
-il Chi o corpo energetico e' considerato Yin,
-mentre il corpo fisico e' considerato Yang.

L'aspetto Yin del corpo (corpo energetico) é relazionato al pensiero, all'anima, allo spirito, mentre l'aspetto Yang (corpo fisico) è utilizzato per esprimere le decisioni o le pulsioni della parte Yin.
Nessuna delle due parti può sopravvivere da sola, nè potrebbe esistere senza l'opposto che la complementa.
I poli contrari devono necessariamente bilanciarsi e coordinarsi tra loro per permettere alla vita di manifestarsi.
Quando la vita di un individuo perde il proprio equilibrio yin-yang sopraggiunge la malattia, la morte e la decomposizione.
Il Chi, l'energia, è la fonte non visibile della vita: le azioni e l'esistenza stessa del corpo fisico sono le sue manifestazioni. Quando lo Yin è forte, anche le manifestazioni dello Yang possono essere forti. Quando lo Yin è debole o troppo forte, il rapporto Yin e Yang si sbilancia e insorge una malattia.
Per questa ragione lo scopo primario della medicina cinese é quello di mantenere un corretto bilanciamento dello Yin e dello Yang . Alla fine dell'esistenza, con la morte, l'uomo giunge al riposo, ritorna al suo apogèo (alla perfezione integrale, l'unione con il cosmo).

Per i cinesi gli uomini non hanno una, ma due anime: una più "spirituale", che può, dopo la morte, diventare uno shen (spirito, entità benefica); l'altra più "materiale", che potrebbe tramutarsi in gui (demone, entità capace di fare del male).
L’anima terrestre proviene dal seme umano e l’ anima aerea si forma al momento della nascita attraverso la prima aria che si respira.Quando l’uomo muore l’anima terrestre rimane sulla terra e l’altra va in Cielo.
Se la persona è identificata con il Tao essa si integrerà per sempre con l’armonia universale di Terra e Cielo,come gli dèì sarà immortale giusta e felice. Se non è identificata con il Tao essa non andrà in Cielo ma morirà per sempre nella disarmonia con Cielo e con la Terra ,cioè nell’Inferno dei demoni e fantasmi, per sempre separata dalla felicità.

Dottrine oscure-Dopo la morte, dopo le onoranze funebri, da quando il proprio nome veniva iscritto nella tavoletta del Tempio Imperiale o del tempietto famigliare si entrava a far parte degli Antenati.
In Cielo YU-HUANG premia le azioni ed i pensieri benevolenti.
Nell’Inferno, dove dimorano i demoni, punisce gli atti ed i pensieri malvagi. Nella mitologia cinese si narra di una paradiso collocato nelle "Isole Felici", in mezzo alle quali è costruita una magnifica dimora, detta il Palazzo dell'Immortalità, che galleggia sulla superficie dell'Oceano, con le tre divinità che attraversano il mare: il dio della lunga vita, il dio della felicità, il dio che distribuisce i premi.

La salvezza nell'induismo non è cercata fuori da sé: il paradiso è dentro di noi, basta saper gestire bene le forze del nostro spirito e contemplare la realtà vera, quella spirituale, e non le cose materiali, che sono solo realtà apparenti. La vita non è un pellegrinaggio verso un altro mondo, bensì un cammino per trovare la nostra propria anima (o il nostro Atman). E chi non riesce a finire questo cammino di purificazione in vita, è costretto a rinascere altre volte, fino a trovare la via giusta. Questa è la sorte dei più.  Alla morte l'anima compie un viaggio verso la Luna. Qui subisce un interrogatorio di tipo iniziatico: se non risponde bene torna sulla terra e trasmigra in un corpo nuovo per una nuova esistenza; se dimostra di " sapere" percorre la via del Sole , la via degli dèi, dei paradisi divini.. Qui incontrano il Brahman che le sottopone a nuove iniziazioni finchè raggiungono la perfetta conoscenza-essenza.
I paradisi del Brahman sono 5 : quello di Indra, popolato da musicisti e danzatrici; quello di Shiva e della sua famiglia; quello di Visnù , ricoperto di oro e ricco di laghi su cui galleggia il loto; quello di Krishna , con danzatrici e devoti; quello di Brahma, popolato di ninfe celesti che servono le anime. Ovunque nei cieli palazzi dorati tempestati di gemme preziose, giardini paradisiaci, musica, canti, danze eseguite da bellissime fanciulle.
Questi paradisi non sono però eterni: C'è , secondo i Brahmana, una seconda morte, che coincide con l'inizio di una reincarnazione dell'anima che darà inizio a nuove trasmigrazioni.
La dimora sotterranea delle anime peccatrici è Yama. E' la dimora " senza sole" ,nelle viscere della terra, dove regnano le tenebre, cieche e causa di cecità. I Brahamana descrivono i tormenti delle anime che soggiornano nello Yama. Esso è costituito da 21 Inferni dove le pene inflitte alle anime sono in crescendo drammatico.

Per i buddhisti la via della salvezza è il nirvana che significa estinzione di quel desiderio smodato di vivere che si manifesta con l'avidità, la collera, l'ignoranza e lo smarrimento, che sono la fonte di tutti i mali di questo mondo. Chi raggiunge lo stato nirvana raggiunge l'esistenza definitiva e reale.

L'escatologia musulmana "Il giudizio divino particolare dell'anima o "interrogatorio della sepoltura" avviene alla morte ed è effettuato da due angeli (Munkar e Nakir) .Ogni musulmano defunto vive nella attesa della resurrezione dei morti e del giudizio universale che sarà orale e pronunciato da Allah stesso.
-per i sottomessi ad Allah: Premio doppio=contemplazione di Allah e piacere dei sensi di ogni sorta.
-per gli infedeli: Castigo doppio=separazione da Allah e tormenti di ogni sorta inflitti da demoni, ma non è previsto un Inferno eterno.
-Purgatorio per i rei di peccati mortali morti improvvisamente (senza aver avuto la chance del pentimento e della conversione)
-Limbo: per i dementi e, i bambini degli infedeli (= gli incapaci di intendere e volere)

[cf .: M. Guerra -Storia delle religioni-Brescia 1989]

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