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L'anello mancante ? ( il "link" )

Due tra le ipotesi sull'ominazione  via evoluzione dall'australopiteco :
-L ’ipotesi Johanson
- e l’  ipotesi Leakey.

Richard Leakey  è un paleoantropologo keniano , scopritore di fossili di sapiens, autore di Origins and The People of the Lake (con Roger Lewin); The Illustrated Origin of Species; and The Making of Mankind (1981).

Donald Carl Johanson è un paeloantropologo statunitense scopritore di " Lucy", in Etiopia che qualifica come australopiteco afariensis dal nome della valle in cui l'ha trovata , Middle Awash River . Fondatore dell' Institute fo Human Origins di Berkeley, California.

Sebbene esista una lacuna nella conoscenza del link intermedio ( se mai c'è stato !) tra i primati quadrupedi-arboricoli del Miocene inferiore (18 milioni di anni fa) e le prime antropomorfe ad andatura bipede, le Australopitecine (letteralmente "scimmie meridionali" vissute da 4, 2 a 2, 7 milioni di anni fa), con le quali inizia il distacco tra i generi Pan e Gorilla e gli Homo le tappe successive del processo di ominazione sono suscettibili di una ben fondata descrizione scientifica.

Secondo Leakey l'anello mancante deve ancora essere trovato ; secondo Johanson, l’antenato comune è da considerarsi l’australopiteco afarensis ma non sa spiegare quale evento abbia causato la differenziazione.

La divulgazione scientifica fa un cattivo servizio alla scienza facendo passare come una certezza che l'uomo sia un prodotto della evoluzione della scimmia.

A tutt'oggi si conoscono scimmie e uomini come due specie distinte e non è dato conoscere in natura ( e neppure in laboratorio) che una scimmia sia diventata uomo e viceversa ! Pur avendo il 98% di DNA in comune. Che l'uomo sia una specie derivata per evoluzione dalla scimmia è solo una ipotesi  , non un punto fermo. Che sia esistito un link tra scimmia e homo è solo una ipotesi . Tante ipotesi non fanno una teoria scientifica nè una certezza!

Le origini? Un intricato cespuglio dove l' uomo (forse) è un' eccezione.
Un mosaico genealogico di specie, non una fila di «anelli mancanti»
di Pievani Telmo Pagina 31 (20 aprile 2010) - Corriere della Sera

Addio «anelli mancanti», metafora tanto attraente quanto sbagliata dell' evoluzione umana.

Due ritrovamenti recenti descritti sulle riviste Nature e Science mostrano come ciò che oggi ci sembra normale, essere l' unica specie umana sulla Terra, potrebbe essere in realtà un' eccezione recente nell' albero di famiglia dell' umanità.

In Africa tra 2 e 2,5 milioni di anni fa troviamo una pletora di specie cugine che convivono, suddivise in ben tre generi: le prime tre specie di Homo (habilis, rudolfensis ed ergaster), le ultime australopitecine (= scimmie!! ) nordorientali (come Australopithecus garhi) e tre cugini dall' aspetto più gorillesco, i parantropi.

Ora sulla scena irrompe un nuovo attore, disseppellito nel 2008 nella grotta sudafricana di Malapa e identificato da Lee Berger della University of the Witwatersrand come un discendente di Australopithecus africanus. E' una scoperta notevole, sia per la completezza dei primi due scheletri rinvenuti (un giovane e una femmina adulta, entrambi morti precipitando nella grotta) sia per la datazione: circa 1,95 milioni di anni fa, l' australopitecina più recente mai trovata. La combinazione unica di tratti primitivi (capacità cranica di 420 centimetri cubici soltanto, dimensioni corporee ridotte, lunghe braccia) e di innovazioni da Homo (bacino da bipede completo, denti minuti, zigomi meno pronunciati) ha indotto gli scopritori ad attribuirle lo status di specie: Australopithecus sediba (sorgente) fa il suo debutto nell' intricato cespuglio darwiniano dell' evoluzione umana.

I caratteri condivisi con gli Homo coevi potrebbero essere convergenti - comparsi cioè indipendentemente a seguito di analoghi adattamenti ambientali e di dieta - oppure essere l' indizio eclatante per candidare il sediba come antenato comune di tutto il nostro genere. Vorrebbe dire in tal caso che i primi Homo si sono ramificati dai rappresentanti più antichi dei sediba, i quali poi persistono per centinaia di migliaia di anni in contemporanea. Altrimenti, si tratta di un ramo collaterale di australopitecine meridionali sopravvissute a lungo per conto loro. In entrambe le ipotesi, l' evoluzione è fatta di rami e ramoscelli, di antenati comuni e di cugini, di mix di caratteri ogni volta unici: un mosaico genealogico di specie e non una fila unica di «anelli mancanti».

Ma nemmeno in tempi recentissimi il vessillo dell' umanità è stato imbracciato da una specie solitaria. Soltanto quaranta millenni fa in Africa e in Eurasia convivevano addirittura cinque specie del genere Homo. Oltre a noi sapiens, ai cugini Neanderthal, al piccolo Homo floresiensis indonesiano e agli ultimi erectus di Giava, ora il Dna mitocondriale completo estratto da un dito mignolo (scoperto nel 2008 nella grotta di Denisova sui Monti Altai) ha dato ai ricercatori del Max Planck Institute di Lipsia un responso sorprendente. Quella falange ha il materiale genetico di una specie cugina mai descritta finora, fuoriuscita dall' Africa mezzo milione di anni prima dell' antenato comune fra noi e i Neanderthal, ma sopravvissuta in Siberia meridionale fino ad epoche inimmaginate: fra 48 e 30 mila anni fa, quando lì abitavano ancora i Neanderthal e già i sapiens.

Tre specie distinte di Homo condividevano dunque lo stesso fazzoletto di terra, nel medesimo, recentissimo periodo glaciale, in mezzo a mammut e rinoceronti lanosi. Non sono varietà di uno stesso ceppo, ma i discendenti di tre gruppi genetici del tutto separati. Nel tardo Pleistocene i Monti Altai erano affollati. E' la prima volta che una nuova specie viene identificata soltanto attraverso il Dna mitocondriale e serviranno altre conferme prima di darle un nome. Le comparazioni confermano il principio evoluzionistico secondo cui la quantità di differenze genetiche che si accumulano fra due specie è un buon indicatore delle loro relazioni genealogiche.

Le risposte su ciò che ci rende «umani a modo nostro» e forse anche sul perché alla fine siamo rimasti soli, arriveranno quando scoveremo nel genoma i cambiamenti adattativi e le derive che sono intervenuti, solo in sapiens, dopo la separazione dalle forme cugine. Per il nostro desiderio di occupare la sommità di una pila di «anelli mancanti» è una delusione, ma in fondo significa che non siamo mai stati soli, tranne che nell' ultimo battito di ciglia dell' evoluzione. Prima della Storia ci sono state molte pre-istorie, le cui trame erano composte da una molteplicità di forme umane conviventi, ciascuna con un universo cognitivo ed emotivo proprio, con peculiarità figlie di percorsi adattativi in territori diversi. Non anelli di una catena lineare che non è mai esistita, allora, ma molti modi di essere «diversamente umani».

Andatura bipede 15 milioni di anni fa : saltammo giù dagli alberi rimanendo su due piedi
Domenici Viviano  (5 giugno, 2007) Corriere della Sera

I nostri antenati impararono a camminare su due piedi quando ancora vivevano sugli alberi e non, come finora ritenuto, quando furono costretti ad abbandonare la vita arboricola e affrontare gli spazi aperti della savana.

Questa è l' ipotesi avanzata da tre zoologi britannici basata sull' osservazione del comportamento degli oranghi nelle foreste dell' isola indonesiana di Sumatra.

Autori della ricerca, pubblicata sull' ultimo numero della rivista Science, sono Susannah Torpe e Roger Holder, dell' Università di Birmingham, e Robin Crompton, dell' Università di Liverpool, che hanno studiato gli orango nel loro ambiente naturale.

Questi primati, che oggi vivono solo nelle foreste di Sumatra e del Borneo, conducono una vita prevalentemente arboricola, hanno un sistema di locomozione basato principalmente sull' uso degli arti anteriori per sospendersi e spostarsi tra i rami (brachiazione) e scendono sul terreno solo per attraversare brevi tratti privi di alberi, per bere o per raccogliere qualche frutto caduto; poi tornano sugli alberi evitando così possibili incontri coi predatori.

La loro struttura anatomica è quindi decisamente specializzata per vivere sugli alberi, ma i ricercatori si sono accorti che quando queste scimmie si spostano poggiandosi su rami robusti utilizzano tutte e quattro gli arti senza mai distendere completamente le articolazioni, come invece può fare chi come l' uomo ha un' andatura bipede.

Quando invece si spostano su rami più piccoli e flessibili, che rendono la situazione più precaria, gli orango si alzano sulle zampe posteriori e utilizzano le braccia, allargandole, per mantenere l' equilibrio.

In questa particolare situazione gli orango si trovano molto spesso perché la frutta migliore è prevalentemente quella che cresce sui rami più alti, più soleggiati, ma più sottili e meno affidabili. Proprio in questi casi, hanno osservato i tre zoologi britannici, cioè quando devono arrivare a un frutto altrimenti irraggiungibile, gli orango distendono completamente le articolazioni delle anche e delle ginocchia, cosa che non fanno mai quando utilizzano tutti e quattro gli arti.

Cioè assumono una posizione tipica solo di chi può camminare su due zampe, cioè noi e i nostri antenati australopiteci. Date queste osservazioni, i tre zoologi propongono l' ipotesi che l' andatura bipede sia apparsa quando il lontano progenitore di uomini e scimmie viveva ancora sugli alberi. Questo imporrebbe quindi di spostare la data della comparsa dell' andatura bipede almeno a 15 milioni di anni fa, momento in cui gli orango si separarono dal ramo evolutivo dal quale sarebbero successivamente emersi i gorilla (10 milioni di anni fa), gli scimpanzè (5-7 milioni di anni fa), gli australopiteci, la prima forma Homo (circa 2 milioni e 400 mila anni fa). Uno spostamento all' indietro nel tempo che difficilmente sarà accettato senza discussioni dagli antropologi poiché l' ipotesi è basata non su studi sulla morfologia degli orango di cui non è mai stata messa in luce alcuna tendenza allo sviluppo del bipedismo ma solo sull' osservazione del comportamento di animali attualmente viventi.

Proprio per questo, le prime critiche sono già emerse. Secondo l' antropologa Yvette Deloison, del Cnrs francese, «se l' antenato comune delle scimmie antropomorfe e degli ominidi avesse avuto un' anatomia che gli permetteva di fare tutto quello che fanno gli oranghi con mani e piedi, sarebbe stato già troppo specializzato per dar vita a quello che noi siamo oggi». In attesa che l' ipotesi dei tre zoologi britannici passi il vaglio degli antropologi non rimane che tenerci ben saldi alla teoria che collega la comparsa dell' andatura bipede alla drastica riduzione delle foreste africane, che avvenne oltre cinque milioni di anni fa e che costrinse i nostro antenato ad affrontare, su due piedi, gli spazi aperti della savana. Il momento esatto in cui questo avvenne non lo sapremo mai, ma conosciamo con precisione la data della prima passeggiata su due piedi di cui abbiamo testimonianza concreta: 3 milioni e settecentocinquantamila anni. A tanto risalgono le impronte di due australopiteci che camminarono su un terreno fangoso a Laetoli, in Tanzania, mentre scappavano da un vulcano in eruzione. 2,4 milioni di anni fa: compare il primo Homo

Scoperta Usa: iniziò l' Orrorin tugenensis già sei milioni di anni fa ?
Pievani Telmo-Pagina 33- (29 marzo 2008) Corriere della Sera


L' uomo si alzò su due piedi per proteggersi dal Sole .
In fuga dal clima arido, la posizione eretta lo favoriva ?

Che cosa ci ha reso, in principio, «umani»: una questione di testa o, piuttosto, di piedi buoni?
Per rispondere a questa domanda di solito ricorriamo alle superbe facoltà della mente, dimenticando che nella storia ominide la postura eretta è comparsa molto prima dei nostri grossi cervelli. Oggi, grazie alle ricerche pubblicate su Science da Brian G. Richmond, della George Washington University, e da William L. Jungers, di Stony Brook University, scopriamo che le prime avvisaglie della rivoluzione anatomica del bipedismo appaiono precocemente nell' evoluzione umana. I due paleoantropologi, attraverso un' analisi quantitativa delle combinazioni di caratteri che definiscono la morfologia degli arti inferiori, hanno verificato che la specie Orrorin tugenensis, il nostro più antico antenato di cui siano state rinvenute le ossa del femore, possedeva gli adattamenti per l' andatura bipede.

Il piccolo Orrorin, scoperto nel 2001 in Kenya nella regione delle Tugen Hills da cui il nome, camminava già sulle sue gambe 6 milioni di anni fa, un' epoca cruciale perché vicinissima al punto di biforcazione fra gli ominidi e i cugini scimpanzé e gorilla. Una volta esclusi i tratti presenti anche in primati non bipedi, gli scienziati hanno concluso che Orrorin aveva una postura simile a quella degli australopitechi e dei parantropi, i due generi che domineranno il nostro albero di famiglia fino a 2 milioni di anni fa. Il persistente successo di questa prima modalità di locomozione bipede, che subirà una transizione soltanto quando i primi rappresentanti del genere Homo esibiranno la loro biomeccanica slanciata ed efficiente, mostra come nell' evoluzione umana gli adattamenti più importanti si siano presentati in modo episodico, in concomitanza con la nascita di nuove specie, come «punteggiature» incastonate in lunghi periodi di stabilità.

Ma anche nei periodi di apparente conservatorismo l' evoluzione ha sperimentato modi alternativi di essere bipedi. Orrorin, che in lingua locale significa non a caso «uomo originale», camminava come gli australopitechi, oscillando sulle anche, ma diversamente dal bipedismo occasionale delle grandi scimmie attuali. Eppure, le mani e gli arti superiori sono ancora quelli di chi si arrampica sui rami per nutrirsi e per ripararsi dai predatori. La discesa dagli alberi non è stata quindi una marcia trionfale di conquista, ma una ben più circospetta esplorazione di nuove nicchie ecologiche, attraverso differenti combinazioni di comportamenti misti, un po' arborei e un po' da spazi aperti. Come disse un noto evoluzionista commentando l' andatura peculiare di un altro ominide: «Se volete trovare qualcosa che cammini come lui, cercate nella scena del bar intergalattico di Guerre Stellari». Spostare l' intero peso corporeo sugli arti inferiori non è certo un adattamento ottimale, come sanno bene coloro che soffrono di lombalgia. Quindi deve essere stato selezionato per un vantaggio diretto, tanto conveniente per i suoi possessori da sopravanzare le scomodità collaterali.

Noi associamo il bipedismo alle sue utilità attuali e ci chiediamo: «a che cosa servono le gambe?». Così rischiamo però di porci la domanda sbagliata. In realtà, il bipedismo garantisce due vantaggi molto semplici, che a noi oggi sembrano anacronistici: un repertorio di locomozione flessibile (poter correre, nuotare e arrampicarsi in caso di necessità) e una minore esposizione della superficie corporea ai raggi solari. Orrorin si ritrovava in una parte del continente africano, a oriente della Rift Valley, che stava inaridendo: l' habitat di foresta andava frammentandosi e si formavano radure sempre più estese, che poi diventeranno praterie e savane. Se per sopravvivere devi attraversare ampi spazi aperti sotto un sole tropicale, magari portando in braccio un cucciolo e possibilmente avvistando i predatori acquattati nell' erba alta, il bipedismo è una soluzione efficace, ancor più se lo hai già sviluppato occasionalmente per cibarti dai rami.

Chi patisce il mal di schiena può trarne dunque una piccola consolazione: il suo è il fastidioso effetto collaterale di un' invenzione evolutiva senza la quale non saremmo qui.

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