Corso di Religione

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La religiostà.
Nati per credere.
         


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Psicologia della religione.
Cosa succede nel cervello quando si pensa a Dio ?
(di Elena Dusi - La Repubblica, 10 marzo 2009 )

".. Lo stolto ha detto in cuor suo: Dio non c'è (Anselmo d'Aosta) . L'ultima scoperta di uno studio americano su alcuni volontari. Uno studio americano a cui ha partecipato anche Giovanna Zamboni, ricercatrice italiana alluniversità di Oxford .Se si parla di religiosità, si attiva una specifica area cerebrale. La risonanza magnetica fotografa reazioni simili in credenti e non credenti .

Zona del cervello dove nasce la fede in Dio.

Se Dio esiste, il cervello dell' uomo è lo specchio ideale per rifletterlo. Nei credenti come nei non credenti, la questione dell esistenza di un aldilà impegna aree della corteccia cerebrale molto evolute che sono - così come la facoltà di credere in una divinità - assenti nelle specie diverse dall uomo.

Con una serie di domande a sfondo religioso e una macchina fotografica del cervello come la risonanza magnetica funzionale, un gruppo di ricercatori dei National Institutes of Health ( Nih ) americani è andato a pizzicare le aree del senso divino . Le immagini delle varie porzioni di cervello attivate da domande come: "la vita ha fini superiori ? o che effetti ha l'ira divina? " appaiono sul numero di oggi (10 marzo 2009) della rivista Proceedings of the National Academy of Sciences ( Pnas ).


« L’argomento è delicato. Il nostro obiettivo non era trovare Dio nel cervello, ma capire cosa accade nel cervello quando si pensa a Dio » spiega Giovanna Zamboni, la ricercatrice italiana oggi all’università di Oxford che ha partecipato alla ricerca quando era ai Nih. « Abbiamo scoperto che chi non crede reagisce alle domande sulla fede in maniera simile a chi crede. Indipendentemente dalla risposte che ognuno si dà, gli strumenti intellettivi usati per affrontare il tema del divino sono comuni a tutte le persone ».

Chiedendo a una sessantina di volontari se Dio è coinvolto o meno nelle vicende del mondo, attraverso domande come "la sua volontà guida i tuoi atti?" o "ti aspetti una punizione da lui?", nel cervello si attivano aree della corteccia frontale legate al pensiero astratto e alle decisioni su quale sia il comportamento migliore da adottare.
Riflettendo sulle emozioni attribuite a Dio (rabbia, amore, senso di protezione), l’organo del pensiero reagisce esattamente come se si trovasse di fronte a un’altra persona e cercasse di decifrare il suo stato mentale attraverso le espressioni del viso o i comportamenti.

Dottrine complesse come la trinità o la creazione del mondo hanno bisogno della funzione del pensiero astratto, molto specializzata nella nostra specie. Ricordare invece preghiere o cerimonie particolari attiva l’area visiva del cervello. Giorgio Vallortigara, che insegna neuroscienze all’università di Trento e ha scritto con Telmo Pievani e Vittorio Girotto "Nati per credere", commenta che " probabilmente nel cervello non esiste un modulo specifico per l’idea di Dio, ma la fede nel soprannaturale si appoggia a strutture cerebrali".La psicologia della religione "è nata per spiegare come mai le diverse espressioni di fede mostrano nuclei comuni, come se esistesse un nocciolo di credenza universale con una base biologica nel cervello» ..".
Essere religiosi come " appartenere ad una religione ". Il punto di vista di uno storico " .. « Sappiamo che più di tre-quarti della popolazione mondiale si considera appartenente ad una religione, a prescindere dal fatto che la pratichi o meno. Nella storia , essere religiosi ha significato tante cose differenti e persino opposte:
- credere che Dio è la sorgente e il fine della Vita, oppure che è nel migliore dei casi una distrazione infantile oppure che è il padrone spietato dell'universo e interviene nella storia oppure che è indifferente ad essa;
- amare il prossimo come se stessi, oppure separarlo dalla propria vita augurandogli un destino persino peggiore della morte;
- consultare maghi e streghe alla ricerca della sapienza oppure bruciarle vive;
- avere un'anima, oppure non averla;
- obbedire al comando di generare la vita,
- oppure prendere i voti ed essere celibi per tutta la vita;
- ritirarsi nel silenzio, oppure parlare in diverse lingue;
- può richiedere di radersi completamente a zero, oppure di non tagliarsi neppure un pelo o un capello;
- andare in moschea al venerdì, in sinagoga al sabato o in chiesa alla domenica;
- pregare, meditare, adorare, andare in trance o in estasi, costruire la basilica di San Pietro, il Tempio d'oro oppure la Grande Piramide;
- attraversare gli oceani e i continenti per andare in pellegrinaggio verso i luoghi sacri;
- convertire gli altri, bandire crociate, guerre sante ed altro ancora. »
( John Bowker)

Essere religiosi come " appartenere ad una cultura". Il punto di vista di un sociologo « Una cultura è un modo particolare di vivere la propria umanità in tutte le sue dimensioni, in cui simboli e racconti, approvazioni e disapprovazioni sono tenuti in comune e trasmessi di generazione in generazione. Appartenere ad una cultura significa sempre in qualche modo appartenere anche ai valori religiosi di quella cultura.

Oggi noi guardiamo alle religioni come a comunità di persone che condividono particolari costumi e credenze (in un Dio o in più dei), che si riuniscono in appositi edifici per celebrare o meditare, e che vivono nel mondo in un modo tutto loro. 

Secondo alcuni il termine religione deriva dal latino religare, ovvero "legare insieme con fermezza ", il che ci rivela qualcosa di molto importante sulla natura della religione.  Le religioni legano insieme le persone attraverso usanze e dottrine comuni; le dirigono verso un medesimo senso della vita.
Dal punto di vista della sociologia essere religiosi significa per lo più riconoscere una propria identità religiosa ed una propria appartenenza religiosa . » (Clyde Kluckohn, Mirror for man, McGraw-Hill Book Company, 1960, cap.2)

Religiosi senza religione

source : settimananews.it 30 giugno 2019 di: Christoph Paul Hartmann Intervento ripreso da katholisch.de del 6 giugno – traduzione dal tedesco di settimananews.it


Attualmente sono numerosi coloro che affermano di avere interessi “spirituali”, ma di non essere “religiosi”, ossia legati ad una religione, e di voler vivere la loro spiritualità privatamente, senza agganci con alcuna istituzione.

Il fenomeno è diffuso in particolare tra i giovani. La religione non ha quasi nessun influsso sulla loro vita. Nella loro scala dei valori, la religione è considerata una faccenda personale e non occupa nemmeno il primo posto; viene persino dopo la politica.

Al primo posto mettono i problemi “secolari”, come il benessere, la famiglia, il tempo libero ecc. E anche coloro che sono in ricerca non si rivolgono più alla Chiesa, ma preferiscono attingere a quello che è chiamato “il mercato delle religioni”, con particolare attenzione a quelle del mondo orientale asiatico.

Detlef Pollack è titolare della cattedra di vergleichende Kultursoziologie presso la Europa-Universität Viadrina Frankfurt (Oder), dove dirige un gruppo di ricerca sulla cultura politica nell'Europa centrale e orientale. Il sociologo tedesco delle religioni, professore Detlef Pollack, di Münster, osserva che il fenomeno non riguarda la maggioranza della gente, ma che è comunque in continua espansione. Tutto ciò costituisce una grande sfida per la Chiesa.

“Spirituale sì, religioso no”: è la risposta alla domanda di fondo che ritorna continuamente nella vita di tutti i giorni. In particolare gli adolescenti sono i più restii a impegnarsi nelle cose riguardanti la religione e nell’appartenenza confessionale. Un sondaggio dello scorso anno riguardante l’insegnamento religioso ed etico dava i seguenti risultati: il 52% crede in Dio, ma solo il 22% si dichiara religioso, mentre quasi il doppio si definisce semplicemente “credente”.

Secondo il sociologo della religione, il fatto che le persone si definiscano “spirituali” e non più “religiose” non è un fenomeno di massa. Pollack si riferisce a diversi studi secondo i quali tra il 6 e il 13% degli individui in Germania dice di essere solo spirituale ma non religioso.

Si tratta di una minoranza che però guadagna consenso, soprattutto tra i giovani. La ragione – secondo Pollack – dipende dalle molte sfumature del concetto di “religione”: la maggior parte pensa al cristianesimo e alle grandi (ancora) Chiese.

L’andare in chiesa e i dogmi sono qui strettamente legati alla fede in Dio.
«La distinzione tra “spirituale” e “religioso” esprime il tentativo di cogliere forme di religiosità che non hanno una connotazione ecclesiale».
In effetti, le norme riguardanti la fede dettate dall’alto godono di un buono stato solo in un numero sempre minore di persone. La persona vuole sentirsi maggiormente libera e compiere scelte individuali e personali. Si tratta di una tendenza variamente percepibile.

L’espressione chiave che in questo contesto ritorna spesso è quella di “mercato” o “mosaico delle religioni”. Infatti, soprattutto le religioni dell’Estremo Oriente, come il buddismo o le forme di meditazione o di spiritualità dei paesi lontani, trovano in Occidente un grande interesse.

Il “mercato delle religioni” diventa più variegato. Ciò tuttavia – osserva Pollack – non dovrebbe occultare il fatto che «il protagonista principale nel mercato delle religioni è costituito ancora dalle Chiese».

Credenti consapevoli di sé
Ma l’atteggiamento di autoconsapevolezza di fronte alla religione anche della singola persona confessionalmente schierata non è un fenomeno nuovo. Già nelle indagini degli anni ’70 si rilevava un’alta percentuale di inchiestati che si definivano cattolici, ma con la clausola «a modo mio».

È evidente un cambiamento di prospettiva nei riguardi della religione:
i credenti di oggi considerano la religione soprattutto come una faccenda personale – è la persona a mettersi al centro dell’interesse religioso –; ciò naturalmente crea una tensione con gli organismi come le Chiese che si ritengono in possesso di importanti messaggi e chiedono la docilità del loro “gregge”. La radice di questa visione personale della fede Pollack la riscontra già nel Medioevo e al tempo della Riforma. I cercatori religiosi e i mistici del tardo Medioevo si dedicavano, in quanto singoli, alla ricerca di Dio al di fuori dei percorsi tradizionali.

Soprattutto Lutero pose il rapporto individuale con Dio al centro della sua teologia. L’individualismo ricevette una forte spinta con il pietismo, che separò la pietà personale dai dogmi e dalla metafisica, e con l’illuminismo, che mise al centro l’autodecisione nei confronti dello Stato e della religione.

In seguito all’industrializzazione e al concomitante aumento del benessere sociale, dell’istruzione e della certezza del diritto, la principale preoccupazione della gente non riguarda più direttamente la propria sopravvivenza.

Si sono sviluppate piuttosto delle esigenze personali che vengono sempre più affermate nei confronti dello Stato e dell’opinione pubblica. Sulla scia di questa forte focalizzazione sulla propria persona è sorto il desiderio dell’autenticità. Non ci si vuole più sottomettere, ma rimanere autentici – e ciò riguarda anche la religione.

Un mercato variegato delle religioni
Per questa ragione, molti si volgono con interesse al “mercato delle religioni”.
I confini tra religione, tecniche spirituali e pratiche di benessere sono cancellati. Oppure uno può cercare di scegliere il meglio: lo yoga, per esempio, è un approccio religioso-spirituale olistico, ma in molti casi si concentra solo sugli elementi sportivi e rilassanti.

Un ruolo lo esercita anche la visione capitalistica:
molti settori dell’esoterismo o della spiritualità promettono di scoprire fonti nascoste o potenzialità inespresse del proprio io, sia da punto di vista professionale sia privato. Secondo Pollack, anche questo «non è estraneo alla religione». Dopotutto si tratta sempre di un mezzo per rafforzare il proprio io e le risorse in esso contenute.

Queste tendenze hanno connotazioni molto diverse in coloro che sono religiosamente interessati. Gli esoterici convinti rappresentano piuttosto un’eccezione.

Il bisogno di spiritualità è tuttavia molto sentito e le Chiese cercano di rispondervi, indagando nelle fonti spirituali del cristianesimo e offrendo percorsi spirituali. Lo scopo è di attirare le persone che si sono allontanate dalle forme tradizionali della fede.Una spada a due tagli
Questa strategia è, almeno in parte, fruttuosa: infatti la spiritualità, soprattutto nella Chiesa cattolica ha un ruolo importante. Uno studio dell’Istituto di ricerche di mercato “rheingold”, commissionato dall’arcidiocesi di Colonia lo scorso anno, ha rivelato che le componenti spirituali possono avere un “grande peso” per quanto riguarda la forza di vincolare alla Chiesa. Per coloro che sono interessati spiritualmente ciò costituisce un aggancio: ma non si può fare affidamento su di esse. Pollack ritiene che, nel processo di individualizzazione e di scomparsa dei confini religiosi, gioca un ruolo anche la secolarizzazione . ( vedi anche articolo )

Con le istituzioni religiose rimane soltanto un rapporto molto debole, ci si lega malvolentieri. Ciò riguarda non solo le Chiese ma anche i partiti e lo Stato e gli stessi gruppi esoterici il cui “nocciolo duro” è spesso molto piccolo.

Per quanto riguarda le Chiese, la maggior parte dei loro membri è piuttosto distante. Apprezzano tuttavia i valori religiosi per l’educazione dei bambini, ma per il resto mostrano poco interesse per Dio e per la vita dopo la morte. Sono più importanti gli ambiti secolari: una famiglia funzionante, un lavoro appagante e la realizzazione di sé nel tempo libero. La religione nei vari ambiti della vita è solo un aspetto tra gli altri, e spesso non occupa neppure il primo posto. La vita secolare offre un numero così grande di possibilità che l’attenzione è distolta dai problemi religiosi. Per i più giovani perfino la politica è più importante della religione.

Le persone che si definiscono “spirituali”, ma non “religiose” non sono in grado di contrastare la tendenza generale della secolarizzazione. Affermano decisamente meno degli altri di «sentirsi una cosa sola con il divino». Raramente comunque vanno in chiesa.

Spiritualità significa perciò soprattutto che la religiosità si sbiadisce e diventa vaga. Questa forma di religiosità – sottolinea Pollack – ha poco influsso sullo stile di vita personale, sull’educazione dei figli e sulla scelta elettorale politica.

Per le Chiese questa situazione complessa costituisce una duplice sfida: esse cercano con nuove proposte alternative di suscitare l’interesse anche tra coloro che sono in ricerca, ma che finora sono rimasti lontani dalla Chiesa. Ma poi devono riuscire a convincerli con i contenuti cristiani e vincolarli a sé in maniera durevole. Altrimenti l’inclusione nella Chiesa rimane un breve interludio.



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