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Cosa significa essere religiosi ?

Il punto di vista di uno storico

« Sappiamo che più di tre-quarti della popolazione mondiale si considera appartenente a una religione, a prescindere dal fatto che la pratichi o meno.
Nella storia , essere religiosi ha significato tante cose differenti e persino opposte:
credere che Dio è la sorgente e il fine della vita, oppure che è nel migliore dei casi una distrazione infantile oppure che è il padrone spietato dell'universo e interviene nella storia oppure che è indifferente ad essa; che ha significato: amare il  prossimo come se stessi, oppure   separarlo dalla propria vita augurandogli un destino persino peggiore della morte; che ha significato : consultare maghi e streghe alla ricerca della sapienza oppure bruciarle vive; che ha significato : avere un'anima, oppure non averla; obbedire al comando di generare la vita, oppure prendere i voti ed essere celibi per tutta la vita; ritirarsi nel silenzio, oppure parlare in diverse lingue; può richiedere di radersi completamente a zero, oppure di non tagliarsi neppure un pelo o un capello; andare in moschea al venerdì, in sinagoga al sabato o in chiesa alla domenica; ha significato pregare, meditare, adorare, andare in trance o in estasi, costruire la basilica di San Pietro, il Tempio d'oro oppure la Grande Piramide; attraversare gli oceani e i continenti per andare in pellegrinaggio verso i luoghi sacri; convertire gli altri, bandire crociate, guerre sante ed altro ancora. 
»
(John Bowker)

Il punto di vista di un sociologo

« Una Cultura è un modo particolare di vivere la propria umanità in tutte le sue dimensioni, in cui simboli e racconti, approvazioni e disapprovazioni sono tenuti in comune e trasmessi di generazione in generazione.
Oggi noi guardiamo alle religioni come a  comunità di persone che  condividono particolari   costumi e credenze (in un Dio o in più dei), che si riuniscono in appositi edifici per celebrare o meditare, e che vivono nel mondo in un modo tutto loro. 
Secondo alcuni il termine religione deriva dal latino religare, ovvero "legare insieme con fermezza ", il che ci rivela qualcosa di molto importante sulla natura della religione.  Le religioni legano insieme le persone attraverso usanze e dottrine comuni; le dirigono verso un medesimo senso della vita.

Dal punto di vista della sociologia essere religiosi significa per lo più riconoscere una propria identità religiosa   ed una propria   appartenenza religiosa .
Appartenere ad una cultura significa sempre in qualche modo appartenere anche ai valori religiosi di quella cultura. »

Clyde Kluckohn, Mirror for man, McGraw-Hill Book Company, 1960, cap.2

Il punto di vista di un filosofo

" Gli esseri umani si chiedono come è nato il mondo, che cosa succede dopo la morte, perché si soffre, come si distingue il bene dal male, e molti rispondono in termini religiosi.





Confrontando le varie tradizioni religiose ci si rende conto che i grandi interrogativi sono comuni a tutti, mentre le diverse risposte variano a seconda delle religioni. ... Noi non sappiamo che cosa pensino i cani, i gatti o gli uccelli, ma non ci risulta che gli animali abbiano una religione . Invece tutti i popoli di cui sappiamo qualche cosa hanno mostrato di possedere un sentimento religioso. ... prima di decidere che cosa sia una religione bisogna stabilire che cosa è il sentimento religioso , che sembra comune a tutte le comunità umane, passate e presenti. Perché ?
Principio Trascendente

In genere le religioni riconoscono che c'è qualcosa di superiore a noi, qualcosa di Sacro, che noi non vediamo o tocchiamo, ma da cui dipendiamo. Esse si dividono tra quelle che riconoscono un Principio Trascendente e quelle che riconoscono un Principio Immanente
Per Principio Trascendente s'intende una Divinità che non fa parte di questo Universo ed è fondamentalmente diversa da noi. Essa è di natura spirituale e vive in cielo o da qualche altra parte. Per alcune religioni questo Principio Trascendente non solo ha creato l'universo ma si è manifestato agli uomini attraverso una Rivelazione, che ci viene tramandata attraverso dei Libri Sacri.

Principio Immanente

Per Principio Immanente si intende una Causa (o diverse Cause) che fanno parte del nostro stesso Universo, che viene sovente considerato come la stessa Divinità, oppure si ritiene che molte forze che agiscono nell'Universo (l'aria , il fuoco, le varie potenze naturali come i venti, oppure il Sole e le Stelle) siano aspetti del Sacro. 
I bambini molto presto iniziano a chiedere ai loro genitori molti"perché", perché il sole fa luce, perché l'acqua bagna, eccetera eccetera. Il sentimento religioso nasce quando gli uomini si chiedono perché sono al mondo, ovvero perché esiste e come è nato l'Universo etc.. si chiedono se l'Universo è stato fatto da Qualcuno... si chiedono come debbono vivere e comportarsi coi loro simili, ..se ...angeli, spiriti, o altre forze della natura li aiutano, li proteggono, giudicano, premiano o puniscono. E siccome tutti gli uomini sentono che qualcosa è male (per esempio l'ammalarsi, il morire, il perdere le persone care o le cose a cui tengono di più) essi si chiedono come mai al mondo le cose non vanno come desiderano... Infine si chiedono che cosa accadrà a loro e agli altri dopo la morte. Finirà tutto nel nulla o chi ha creato il mondo si prenderà cura di loro? Tutte queste domande sono manifestazioni del sentimento religioso. " 

«
In un certo senso tutti hanno un sentimento religioso , anche coloro che non riconoscono alcuna religione.
Tra costoro ci sono gli agnostici e gli atei. Gli agnostici sono coloro che ritengono che, alle domande di cui abbiamo parlato, non si possa dare una risposta. Pertanto non accettano le risposte date dalle varie religioni. Ma non è che sottovalutino molte di quelle domande. ..cercano a modo proprio di trovare dei princìpi di vita a cui ispirarsi .Gli atei sono coloro che non credono in nessun dio, tuttavia...anche gli atei, come gli agnostici, cercano di ispirarsi ad alcuni princìpi di vita (Sistemi etici ). È vero che ci sono alcuni che non solo non credono ad alcuna divinità ma ritengono che, se Dio non esiste, allora si può fare tutto quello che si vuole, e per soddisfare ogni proprio desiderio possono uccidere, rubare, calpestare i diritti degli altri. Ma costoro sono meno frequenti di quanto si creda. È difficile che un essere umano non si ponga il problema di ciò che è bene e ciò che male, e non senta di essere legato ai propri simili da affetti, doveri, responsabilità comuni. Questo perché l'uomo è anzitutto un essere sociale, vale a dire che può vivere solo se gli altri lo riconoscono, lo amano, lo aiutano.
Quando l'uomo si pone domande intorno al suo rapporto con gli altri uomini, e si chiede perché è legato a loro, l'uomo manifesta in qualche modo un sentimento religioso, anche se non crede in nessuna religione.»

A cosa crede chi non crede ? Accademia Universale delle Culture in : http://www.tolerance.it/ita/ ( gli autori si dichiarano atei )

Le domande fondamentali della vita

I filosofi ci dicono che gli uomini di tutti i tempi si mostrano interessati ad alcune domande difficili .  

Gli uomini si chiedono che cosa sia la vita , l'universo, quale sia l'origine , il significato ,il destino , che senso abbia la storia , quale sia il senso della loro vita : che cosa devono realizzare tra nascita e morte?

In modi diversi tutti cercano il massimo benessere, la felicità. Ma è possibile essere felici? Non si conosce nessuno che sia riuscito a raggiungere una felicità stabile e definitiva e che ci abbia lasciato una testimononianza . L'uomo infatti nel suo cammino verso la felicità trova ostacoli di ogni genere e si scopre limitato ed incapace di superarli.
Gli ostacoli definitivi sono il male e la morte. Perche esistono il male e la morte?  Si possono eliminare? Chi ci è riuscito?   Esiste un dio che fa superare i limiti umani , etc.

Tutti si pongono queste ed altre simili domande : esse sono chiamate  da sempre «le domande fondamentali della vita» .
Quando l'uomo si pone consapevolmente queste domande  si scopre immerso in un grande Mistero , si scopre proiettato verso la felicità e nello stesso tempo limitato e incapace di raggiungerla ; lotta contro il male e la morte ma non riesce a superarle definitivamente .

Tutti gli uomini , quando esprimono il senso del Mistero che essi incontrano sul cammino della ricerca della felicità:  sarò mai veramente felice? c'è qualcuno che puo' liberarmi dal male e dalla morte? e quando esprimono il senso del Mistero che essi incontrano nelle relazioni con i propri simili ( che cosa è l'uomo? che cosa è bene e che cosa è male ? ) essi esprimono il loro  sentimento religioso   cioè la loro religiosità.

Questo sentimento lo rende attento ed interessato a tutti quegli eventi in cui si manifestano forze straordinarie che possono fargli superare i suoi limiti : i miracoli ed i prodigi, cioè le rivelazioni  custodite dalle religioni.
Per questo il sentimento del mistero e del limite umano viene chiamato " sentimento religioso" o religiosità.

Tutti gli  uomini sono religiosi nel senso che sono orientati dalla loro stessa natura limitata a ricercare nelle rivelazioni cioè nelle religioni il superamento del proprio limite naturale.

Il punto di vista di uno psicologo
Secondo la psicologia il credente è colui che ha trovato l'armonia tra la propria religiosità e una religione.
Tutti gli uomini hanno per natura il sentimento religioso, che è sentimento del mistero del proprio esistere e dei propri limiti insuperabili e perciò è un bisogno costitutivo di rivelazione ; quando il sentimento religioso incontra le rivelazioni e riceve delle risposte, e queste risposte soddisfano il bisogno di rivelazione , l'uomo opera una sintesi e aderisce a quella rivelazione , cioè ad una  religione. La sintesi tra senso religioso e rivelazione che si esprime nella adesione ad una religione è l'espressione della maturità psicologica dell'uomo nella dimensione religiosa.

La sintesi tra il senso religioso e una rivelazione che si esprime nella adesione ad una religione è l'espressione della maturità psicologica dell'uomo nella dimensione religiosa.
La fede è l'affidarsi dell'uomo ad una rivelazione che sente e valuta come adeguata al proprio bisogno di raggiungere una felicità stabile e duratura.

Aderire ad una religione non significa semplicemente credere in un dio o fare pratiche religiose , piuttosto significa trovare risposte adeguate , alla propria religiosità, in definitiva al proprio desiderio insopprimibile di felicità duratura.

Tutti gli uomini essendo per natura religiosi hanno il diritto di essere educati a maturare in questa dimensione : a partire dai 12 anni tutti devono essere accompagnati lungo il percorso delle domande fondamentali della vita per appropriarsi consapevolmente della propria religiosità. Aderire infatti ad una religione per bisogni diversi da quelli poste dalla natura umana e senza un percorso della ragione, porta alla superstizione ed alla creduloneria. Per questo ,a partire dai 12 anni, quando la persona ha una maggiore coscienza di sè (è capace di intendere, valutare e scegliere ) deve essere educata ad una scelta responsabile nella sfera religiosa.

La sintesi tra religiosità e rivelazione non è un evento automatico : l'incontro tra la persona e le rivelazioni , per ragioni diverse , tra le quali una mancata educazione, può anche non avvenire ; a volte avviene ma non nasce la fede e le persone rimangono " in ricerca " di questa sintesi. In certi casi c'è anche un rifiuto della fede. Nelle società contemporanee infatti si ritrovano persone credenti e persone noncredenti. La composizione di questi gruppi indica il grado di religiosità realizzata di una comunità. 
( cf. : Situazione religiosa in Italia )

Religiosità e religione
«La religiosità può differire da soggetto a soggetto soltanto per il livello di maturità o d'immaturità dell'esperienza religiosa o per la diversità del credo. E' un fenomeno intrapsichico, che scaturisce dall'uomo naturaliter religiosus, cioè religioso per natura. Sorge dall'inconscio e particolarmente dall'Eros o istinto di vita, di armonia, di ordine. E tale è la funzione dell'Eros.» (*)

RELIGIOSITA'

La religiosità è un vissuto soggettivo, un bisogno psichico che s'inquadra nell' evoluzione psicologica dell'individuo.
Appartiene all' inconscio psichico. (*)

RELIGIONE

La religione è invece un fenomeno estrinseco della personalità, extrapsichico, che riceve la sua legittimazione da elementi esteriori. Corrisponde a quell'istituzione sociale formata da una comunità che ha fede in un valore assoluto. 
La religione, a differenza della religiosità, coincide con il conscio. (*)

« La religione è quindi l'adesione alle credenze, pratiche, riti e gerarchie, alla radice dei quali sta il riconoscimento da parte dell'uomo di una realtà soprannaturale (=la rivelazione-n.d.r.).
In termini psicologici è l'insieme dei rapporti cognitivi, volitivi ed emotivi che esistono tra il soggetto e l'oggetto religioso, con cui si armonizza la religiosità. Il credente è dunque colui che ha operato una sintesi tra religiosità e religione.
La religione è una preziosa espansione della religiosità, cioè un tramite, un mezzo per appagarla.
Infatti se per religiosità-religione si intende il significato letterale di essere «re-legati», cioè legati a qualcosa-qualcuno riconosciuto come importante per se stesso, ci si deve aprire a un oggetto fuori del Sé.
La religione diventa così il naturale soddisfacimento del sentimento religioso, risposta alla religiosità personale intrinseca dell'Eros.  E poiché il sentimento religioso è presente in tutti gli esseri umani, essi hanno sentito la necessità, per soddisfare il proprio bisogno spirituale , di organizzarsi intorno alle religioni.»

...la... " religíosità matura ... è caratterizzata dal fatto che non si ferma entro i propri confini, che va al di là del sensibile, del percettibile. Significa disponibilità al soprannaturale, all'assoluto, conditio sine qua non per diventare credente, ma può essere e presente anche nell'adulto ateo, religioso benché senza fede, a patto che il suo ateismo non abbia motivazioni nevrotiche. Quando la religiosità incontra e aderisce a una religione, si concretizza in fede:
la religione è infatti un mezzo per realizzare la religiosità. ll credente è quindi una persona nella cui psiche è avvenuta una sintesi significativa di religiositá e religione.

Si parla allora di maturità religiosa, che è frutto di una faticosa evoluzione spirituale. Come quella psichica, non si acquisisce in tempi rapidi ma è un processo di crescita continua su cui influiscono l'esperienza, la capacità di ragionare, l'autostima, la cultura ecc.
Giacomo Daquino - psicoanalista- in " Credere e Amare "

Letture

COSA SUCCEDE NEL CERVELLO QUANDO SI PENSA A DIO.
di Elena Dusi - La Repubblica, 10 marzo 2009

«Lo stolto ha detto in cuor suo: Dio non c’è» (Anselmo d’Aosta) . L’ultima scoperta di uno studio americano su alcuni volontari. Uno studio americano a cui ha partecipato anche Giovanna Zamboni, ricercatrice italiana all’università di Oxford .

Se si parla di religiosità, si attiva una specifica area cerebrale.
La risonanza magnetica fotografa reazioni simili in credenti e non credenti . Ecco la zona del cervello dove nasce la fede in Dio.

Se Dio esiste, il cervello dell’uomo è lo specchio ideale per rifletterlo. Nei credenti come nei non credenti, la questione dell’esistenza di un aldilà impegna aree della corteccia cerebrale molto evolute che sono - così come la facoltà di credere in una divinità - assenti nelle specie diverse dall’uomo.
Con una serie di domande a sfondo religioso e una "macchina fotografica" del cervello come la risonanza magnetica funzionale, un gruppo di ricercatori dei National Institutes of Health (Nih) americani è andato a pizzicare le aree del senso divino.

Le immagini delle varie porzioni di cervello attivate da domande come "la vita ha fini superiori ?" o "che effetti ha la rabbia divina?" appaiono sul numero di oggi della rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas).

"L’argomento è delicato. Il nostro obiettivo non era trovare Dio nel cervello, ma capire cosa accade nel cervello quando si pensa a Dio" spiega Giovanna Zamboni, la ricercatrice italiana oggi all’università di Oxford che ha partecipato alla ricerca quando era ai Nih.

"Abbiamo scoperto che chi non crede reagisce alle domande sulla fede in maniera simile a chi crede. Indipendentemente dalla risposte che ognuno si dà, gli strumenti intellettivi usati per affrontare il tema del divino sono comuni a tutte le persone".

Chiedendo a una sessantina di volontari se Dio è coinvolto o meno nelle vicende del mondo, attraverso domande come "la sua volontà guida i tuoi atti?" o "ti aspetti una punizione da lui?", nel cervello si attivano aree della corteccia frontale legate al pensiero astratto e alle decisioni su quale sia il comportamento migliore da adottare. Riflettendo sulle emozioni attribuite a Dio (rabbia, amore, senso di protezione), l’organo del pensiero reagisce esattamente come se si trovasse di fronte a un’altra persona e cercasse di decifrare il suo stato mentale attraverso le espressioni del viso o i comportamenti.

Dottrine complesse come la trinità o la creazione del mondo hanno bisogno della funzione del pensiero astratto, molto specializzata nella nostra specie. Ricordare invece preghiere o cerimonie particolari attiva l’area visiva del cervello. Giorgio Vallortigara, che insegna neuroscienze all’università di Trento e ha scritto con Telmo Pievani e Vittorio Girotto "Nati per credere", commenta che "probabilmente nel cervello non esiste un modulo specifico per l’idea di Dio, ma la fede nel soprannaturale si appoggia a strutture cerebrali".
La psicologia della religione "è nata per spiegare come mai le diverse espressioni di fede mostrano nuclei comuni, come se esistesse un nocciolo di credenza universale con una base biologica nel cervello".

La realtà è materiale-spirituale
Redazione de Il sussidiario.net - mercoledì 18 marzo 2009

D’Espagnat, infaticabile scienziato del mistero

Un premio da 820.000 sterline (oltre un milione e mezzo di dollari) non può che essere assegnato a chi si è posto grandi obiettivi e ha conseguito risultati proporzionali a tali obiettivi. Non stupisce perciò che il premio Templeton 2009 sia stato attribuito a una personalità come il fisico francese Bernard d’Espagnat, che ha centrato la sua ricerca attorno alla domanda “cos’è la realtà” e ha indagato, con gli strumenti del pensieri scientifico e filosofico, le condizioni che rendono possibile all’uomo l’accesso al reale. Un compito che lui stesso ha riconosciuto come arduo ma al tempo stesso irrinunciabile, non riuscendo a rassegnarsi alle troppe limitazioni che soprattutto la fisica moderna ha posto a una conoscenza assoluta del mondo e quindi non potendo rinunciare a confrontarsi con le questioni essenziali per non trovarsi di fronte a “un vuoto di comprensione insopportabile”.

Essendo d’altra parte ben consapevole della necessità di superare un rigido scientismo e animato dalla volontà di andare oltre ogni visione riduzionista della scienza. Il suo percorso scientifico lo ha ben attrezzato per cimentarsi in questa sfida. Ha avuto modo di approfondire i risultati e i problemi posti dalla fisica quantistica grazie al confronto diretto con alcuni dei massimi fisici e premi Nobel del ’900: ha studiato a Parigi sotto la guida di Louis de Broglie; è stato assistente di Enrico Fermi a Chicago e, nella prima metà degli anni cinquanta, è stato in missione di ricerca presso l'Istituto diretto da Niels Bohr a Copenhagen; per poi passare al neonato Cern di Ginevra, dove ha operato per cinque anni come fisico teorico. Ma la sua formazione e si suoi interessi hanno spaziato ben al di là delle scienze fisiche: il suo itinerario iniziale è stato letterario e filosofico e, dopo aver diretto per diciotto anni il Laboratorio di Fisica teorica e delle particelle elementari nell'Università Paris Sud, è stato responsabile del seminario di filosofia della fisica contemporanea all'Istituto di Storia e filosofia delle scienze dell’Università di Paris I. È questa vastità e profondità di orizzonti che gli ha permesso di arrivare a una personalissima sintesi di pensiero, condensata nella tesi da lui definita come “teoria del reale velato”.

Si tratta di una forma particolare di realismo, che forse non può neppure essere considerata tale del tutto, mossa dalla ferma intenzione di “non voler trascurare nulla”; ma dall’altrettanto decisa convinzione dell’insufficienza sia del realismo ingenuo di molti scienziati che «accordano cieca fiducia, nel campo della conoscenza della realtà ultima, al puro metodo scientifico, attribuendo valore assoluto ai suoi risultati». D’Espagnat è insoddisfatto anche di un atteggiamento “alla Wittgenstein” per cui «su ciò di cui non si può parlare si ha l’obbligo di tacere»; insoddisfazione dovuta anche al timore che da questa massima si scivoli facilmente nell’altre ben più deleteria: «Ciò di cui non si può parlare non esiste».

La realtà invece esiste, anche se è sottile e remota, appunto “velata”, non afferrabile semplicemente tramite gli oggetti dell’esperienza immediata; e il cammino della fisica del ’900 può offrire interessanti contributi per un nuovo approccio conoscitivo. Riconoscendo che «un’aura di mistero avvolge, e continuerà ad avvolgere, il concetto di essere» e che il mistero «costituisca una dimensione essenziale dell’essere»,

D’Espagnat ritiene che il miglior modo di porsi nei confronti dell’essere è di «mettere a fuoco simultaneamente due piani»: quello della sostanza che si può soltanto contemplare e quello della realtà empirica che «è prova di raffinata saggezza» considerare nella sua reale importanza, «senza per questo identificarla con l’orizzonte supremo».

Alla luce di un lungo e puntuale lavoro di approfondimento e di riflessione ha anche deciso, tre anni fa, di sottoscrivere una lettera al quotidiano Le Monde, insieme ad altri quindici scienziati tra i quali Freeman Dyson e Charles H. Townes, nella quale, dopo aver premesso che «le correnti di pensiero filosofiche e metafisiche non dovrebbero, a priori, interferire nella pratica ordinaria della scienza» si dichiarava che non solo «è legittimo ma bensì necessario riflettere, a posteriori, sulle implicazioni filosofiche, etiche e metafisiche delle scoperte e delle teorie scientifiche». [...]

scinico.org

[...] D’Espagnat è famoso per il suo concetto di “realtà velata”, una realtà al di là del mondo che possiamo vedere e toccare. Il suo lavoro sulla meccanica quantistica comprende esperimenti che dimostrano che l’essenza della realtà va al di là di quello che può essere spiegato dalle tre dimensioni.

Le particelle subatomiche si comportano infatti in un modo molto strano che può essere spiegato solo con l’esistenza di ulteriori dimensioni. Quando il fisico francese Alain Aspect ed i suoi collaboratori in Francia ed in Svizzera hanno condotto esperimenti su fotoni nei primi anni ottanta, hanno scoperto che un cambiamento nella polarizzazione di un fotone poteva essere rilevato quasi istantaneamente — persino oltre la velocità della luce — in un altro fotone a chilometri di distanza. Scoperte come questa non sono nuove. Già agli inizi del XX secolo, Niels Bohr affermò che le particelle subatomiche sono interconnesse, al tempo in cui Einstein sosteneva che nulla poteva viaggiare più velocemente della luce.

Questa comunicazione istantanea tra particelle solleva molte domande: com’è possibile che i fotoni possano comunicare così velocemente attraverso grandi distanze? Che cosa li connette? Le leggi della fisica sono assolute? Qual è la natura ultima della realtà?

Tramite i suoi esperimenti tra gli anni sessanta ed ottanta sul teorema delle Disuguaglianze di Bell, d’Espagnat studiò le strane proprietà delle particelle subatomiche, scoprendo che il mondo fisico sembra essere una mera apparenza, un velo sopra una realtà molto più grande. La scienza, secondo d’Espagnat, può aiutarci a spiegare la natura dell’universo solo fino ad un certo punto. «La meccanica quantistica ha introdotto un nuovo punto di vista, che consiste essenzialmente nel fatto che lo scopo della scienza non è quello di descrivere la realtà ultima com’è realmente», dice d’Espagnat. «Piuttosto, lo scopo della scienza è quello di spiegare la realtà così come ci appare, tenendo in considerazione i limiti della nostra mente e dei nostri sensi».

Gli esseri umani sono intuitivamente consapevoli di questa realtà spirituale, sostiene d’Espagnat, il quale crede che arte, musica e spiritualità sono tutti modi che aiutano a connetterci a questa “realtà velata”.

Nidhal Guessoum, direttore del dipartimento di fisica presso l’American University di Sharjah negli Emirati Arabi, ha scritto che d’Espagnat «ha messo insieme un’opera coerente che mostra il perché sia credibile che la mente umana è in grado di percepire realtà nascoste». I naturalisti metafisici della comunità scientifica potranno anche rifiutare l’idea della dimensione spirituale ma, nel campo della fisica quantistica, tale dimensione può quasi essere vista nella luce sprigionata dalla collisione atomica.  [...]

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